mercoledì 7 ottobre 2015

Scenari

Globalizzazione
(di Felice Celato)
Forse i giornali Italiani (unica eccezione a me nota: Il sole 24 ore) non hanno dato –credo – il giusto rilievo all’accordo firmato l’altro ieri ad Altlanta (USA) fra Stati Uniti, Giappone, Australia, New Zeland, Perù, Cile, Messico e diverse nazioni del sudest asiatico (Malesia, Vietnam, etc), noto come TTP (Trans Pacific Partnership). La disattenzione è comprensibile, del resto: noi avevamo da baloccarci con la assai più rilevante questione della violata, ben nota solennità e compostezza dei nostri dibattiti senatoriali e, quindi, di ciò che accade nel mondo, possiamo anche disinteressarci.
Eppure, questo accordo (molto faticoso e del quale non si conoscono ancora i testi finali ma solo i princìpi, come enunciati alla stampa) potrebbe avere una importanza notevolissima per le future sorti dell’economia globale. In sostanza questi 12 Paesi affacciati sul Pacifico – l’altra metà del mondo, per noi “atlantici” – hanno deciso di abbattere dazi e barriere all’interscambio (pare che se ne contino 18.000, nell’insieme dei Paesi in questione!), di liberalizzare i rapporti fra i rispettivi mercati agro-alimentari, di avvicinare alcune politiche di gestione del lavoro e dell’ambiente,  di ri-disciplinare e uniformare la protezione della proprietà intellettuale sui farmaci e sui prodotti di tecnologia ITC (riducendo i tempi di validità dei brevetti, come raccomandava il Reich di cui ci siamo occupati qualche giorno fa); il tutto con effetto su economie costituenti qualcosa come il 40% del PIL globale!
Ci vorrà del tempo per varare i testi legali e per conseguire le approvazioni dei rispettivi Parlamenti, ma il TPP può, forse, diventare un’altra pietra miliare del processo di globalizzazione dei mercati, con tutto quello che questo significa per il mondo e per le nostre economie; la prossima pietra miliare sarà l’analogo accordo USA-Europa (noto come TTIP, Transatlantic Trade and Investment Partnership) da molto tempo in discussione (e oramai vicino alla conclusione).
L’effettiva globalizzazione del mercato delle merci (dopo quella del mercato dei capitali) accelera il suo passo, carico di promesse e di minacce (si pensi solo al benessere delle società più sazie, inevitabilmente destinato a mediarsi con la fame di benessere dei mercati meno sazi); come, del resto, carico di promesse e di minacce è ogni passaggio più rilevante dell’evoluzione del mondo. Il nostro vecchio recinto occidentale ed atlantico è comunque saltato da tempo, almeno da quando la Cina è, essa stessa, uscita dal suo recinto, e ora un mondo più vasto senza  (o con meno) recinti avanza ancora, a grandi passi.
Non è, beninteso, una garanzia di sicuri destini luminosi; certamente però è una garanzia di scenari nuovi che richiedono forti aggiustamenti dei nostri punti di vista e la rinuncia (questa sì, immediata) ad usurati schemi di interpretazione della realtà (faccio un esempio, attinto dalla cronaca: Landini che, commentando – criticamente – i fatti di AF-KLM, dice che loro – il suo sindacato, immagino – sono pronti ad occupare le fabbriche per difendere i posti di lavoro, è come un menestrello medioevale che partecipa ad un festival rock: fuori tempo).
Gli esiti di queste evoluzioni, come sempre, non dipendono dagli strumenti (in fondo la globalizzazione non è un fine in sé, ma un mezzo per la crescita e la diffusione del benessere) ma dagli uomini che li utilizzano; e questo vale per tutto, dalle armi, ai mercati, alla finanza, etc.. E quindi anche per la globalizzazione.
E’ possibile, come accennavo sopra, che la torta (cioè la ricchezza che il mondo produce) cresca, almeno all’inizio, più lentamente del numero di quelli che aspirano ad averne una fetta decente; e che, quindi, la giustizia distributiva imponga un ridimensionamento della fetta cui ciascuno di noi si era abituato. Come è possibile (anzi, forse, probabile) che l’ansia per la propria fetta determini, almeno nel breve, un accrescimento degli atteggiamenti competitivi di chi ha fame e da più tempo. Ma considero importante che gli stati si sforzino di regolamentare lo scenario che  -volenti o nolenti- abbiamo di fronte; con fatica (perché il rischio di fette di torta più piccole ha una sua evidente valenza politica) ma anche con buona volontà e – forse – anche con lungimiranza.
Roma  7 ottobre 2015


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