mercoledì 28 ottobre 2015

Domande

“Something is rotten in the state of Denmark”
(di Felice Celato)
Dunque anche da noi (dopo che in Germania, in Svizzera e  anche altrove) cominciano a comparire le emissioni di debito pubblico (addirittura poliennali) a rendimento negativo! Mi spiego meglio per i non “addetti ai lavori”: chi presterà denaro allo Stato Italiano, acquistando, per esempio, i CTz biennali appena emessi, non riceverà un compenso (il rendimento) per il capitale prestato, bensì dovrà lui stesso pagare un compenso (il rendimento negativo) per averlo potuto prestare (e quindi mettere a rischio). E’ come se, esagerando un po’, andando al mercato a comprare un pesce, invece di corrispondere il prezzo, il compratore venga lui stesso compensato per il fatto che lo porta via dal bancone del pescivendolo. Oppure, più propriamente: è come se andando a prendere a noleggio una macchina il noleggiatore ci paghi (anziché farsi pagare), purché, magari, al termine del noleggio, la restituiamo.
Fatemi credito del fatto che io conosca…abbastanza bene i meccanismi e le ragioni di tale “stortura”; del resto non è questo il luogo per intrattenerci su tematiche finanziarie piuttosto specialistiche. Voglio invece riflettere con voi sul significato economico e sociologico di questa “novità”.
Proviamo a ragionare: che cosa paga il rendimento di un prestito? A quale funzione economica risponde la corresponsione di un compenso a chi presta dei soldi? Beh! E’ abbastanza facile: il rendimento compensa: (a) il costo dell’indisponibilità del denaro liquido per tutta la durata del prestito (se l’ho dato ad altri, del mio denaro perdo la disponibilità, qualsiasi cosa voglia farne); (b) il rischio di trovarmelo svalutato quando mi sarà restituito; (c) il rischio che addirittura non mi venga più restituito. Ecco, per queste tre ragioni, se presto denaro, giustamente pretendo di ricevere un prezzo che mi ristori dei tre oneri/rischi che mi assumo.
Ora, se questo prezzo diviene negativo (cioè sono io creditore che lo devo pagare anziché riceverlo), qualcosa deve essere successo nella nostra mente (ripeto: al di là di ogni tecnicismo che qui ci risparmiamo): si vede che siamo portati a ritenere che non esistano valide alternative per farne qualcos’altro, del nostro denaro;  e che tale inesistenza pesi, nelle nostre decisioni, più del rischio di svalutazione del nostro denaro o addirittura di quello di non vedercelo restituito.
Provate a pensare, un po’ rifacendovi all’esempio del noleggiatore: se il nolo della vettura è negativo, evidentemente questa vettura non serve a nessun altro, anzi, ingombra inutilmente il garage del noleggiatore, che ha interesse a pagarvi pur di veder collocata per un po’ la sua vettura.
Non so se è la “stranezza” di questa situazione che stiamo vivendo (ripeto: non solo in Italia), così incompatibile coi modelli logico-funzionali coi quali ho ragionato durante quasi 50 anni di lavoro; o se, più semplicemente, è il complessivo mood negativo che mi pervade quando apro i giornali. Fatto sta che il prezzo negativo del denaro (ripeto ancora: al di là della natura tecnica di questo passaggio) mi inquieta fortemente e mi induce a pensare che c’è qualcosa di marcio (something rotten) nel nostro mondo occidentale ( come diceva, della Danimarca, Marcello, nell’ Amleto di Shakespeare): è, forse, che del nostro futuro dubitiamo noi stessi al punto che accettiamo di perdere gradatamente (questo è il rendimento negativo! Presto 100 per vedermi restituito 99!) il valore del nostro capitale? Ovviamente quando mi pongo questa critica domanda non sto pensando solo al valore del capitale finanziario e alle “alchimie” delle sue gestioni, ma anche a quello culturale, sociale ed  umano (cfr: Radici, post del 21 ottobre u.s.), che fatalmente si riflette nelle aspettative economiche del nostro mondo occidentale .

Roma 26 ottobre 2015

Nessun commento:

Posta un commento