domenica 23 febbraio 2020

Stupi-diario delle emergenze

Non tutto il male viene per nuocere 
(di Felice Celato)
Premessa: i lettori di questo blog sanno bene che lo spazio di questa rubrichetta (lo stupi-diario, cioè il diario dello stupore che talora suscitano le cose del mondo) è dedicato alle note più leggere – direi: divertenti, almeno nelle intenzioni di chi scrive - con le quali mi sforzo di (appunto) alleggerire i toni di quelle più malinconiche (l’ultimo post è davvero triste!), senza nessuna intenzione di dare dello stupido a nessuno (stupi, infatti, è una libera contrazione della parola stupore, non di stupido, aggettivo che non userei con nessuno…quasi mai).

Dunque, immerso da qualche giorno nella lettura di un corposo volume curato dal card. Ravasi sull’Antico Testamento, dovevo essermi perso qualcosa dell’emergenza Coronavirus; ma l’improvvisa cancellazione di ogni evento sportivo in Lombardia e Veneto mi ha bruscamente risvegliato. Caspita! Mi sono detto: allora la situazione deve essere proprio grave! Così, con il disgusto che in questi ultimi tempi mi suscita la lettura dei giornali, ho aperto stamane il Corriere.it per dare un’occhiata alla situazione, evidentemente sfuggita alla mia debole attenzione per le cose nostrane di questi giorni. E, con un sussulto, ho appreso della conferenza stampa di ieri sera del nostro Premier Umanista, nella quale si annuncia l’allarme alle forze armate in missione antivirus. “Nelle zone dei focolai – così titola il Corriere.it – stop ad entrate ed uscite”. Nel corpo dell’articolo leggo, poi, di scuole, musei e “luoghi di aggregazione” chiusi, di Carnevale di Venezia annullato, di informazione data “alle opposizioni” come è d’uso fare dai veri statisti nei momenti gravi, di comuni bloccati, di divieti di accesso “ai servizi pubblici essenziali e agli esercizi commerciali per l’acquisto di beni di prima necessità” (dunque niente succhi di frutta o dopobarba!) a meno che non sia effettuato (l’accesso) con l’uso “di dispositivi di protezione individuale”.
Il mio pensiero è corso subito ai miei amici in vacanza nell’area occidentale del Friuli, dei quali immaginavo impedito il ritorno al domicilio romano dove almeno godo della loro vicinanza (in fondo Pordenone è così vicino al Veneto che potrebbe essere incluso, per motivi precauzionali, nell’area Veneta interessata dal blocco); ho cercato se c’era la notizia della interruzione (“sigillatura” direbbe qualcuno) dall’A1 all’altezza di Piacenza (l’Emilia Romagna, pare, è zona sicura, ancorché confinante con la Lombardia), ma per fortuna non c’è (ancora).
Poi però mi sono rassicurato perché ho inteso che Di Battista (in vacanza di studio in Iran, per mettere a punto – nel Paese adatto – un nuovo Manifesto del suo Partito) è sulla strada del ritorno (senza che ne sia prevista una breve quarantena allo Spallanzani, visto che anche in Iran il morbo infuria).
E poi – copio sempre dal Corriere.it – il Premier Umanista ha lui stesso gettato acqua sul fuoco: “Dobbiamo essere flessibili anche perché non è detto che le misure prese oggi siano utili domani [giusto] e non ci sarà (….) la sospensione di Shenghen come aveva chiesto Matteo Salvini (….) [anche perché i virus hanno spesso il passaporto!] “Adotteremo sempre misure nel segno dell’adeguatezza e della proporzionalità – ha spiegato Conte –. Ora non ci sono i presupposti per chiedere la sospensione della libera circolazione delle persone. E’ una misura draconiana e sproporzionata rispetto alla necessità di contenere il contagio. E poi che cosa vogliamo fare dell’Italia, un lazzaretto? Non ci sono le condizioni”, ha detto chiaramente Conte rivendicando come il governo intero si assume “la piena responsabilità politica” delle scelte fatte. Il premier ha anche annunciato che nei prossimi giorni il governo varerà un altro decreto contenente però le misure economiche di ristoro che dovranno essere messe in campo per far fronte alla sospensione di tutte le attività nelle aree focolaio [giusto!].
Dunque, senza rifare il verso a Flaiano, direi che la situazione è (sì, certamente) grave ma (forse) non (ancora) del tutto seria.
Però, un’idea mi è venuta: supponiamo che la situazione diventi seria (che Dio non voglia!), perché non sospendere il referendum costituzionale previsto (mi pare di ricordare anche se in pochi ne parlano) di qui ad un mese?
Sarebbe, forse, la classica conferma che non sempre tutto il male viene per nuocere!
Roma 23 febbraio 2020, domenica di Carnevale (mercoledì comincia la Quaresima!)










mercoledì 19 febbraio 2020

Segnalazione "triste"

Storie economiche
(di Felice Celato)
Può sembrare singolare raccomandare una lettura avvertendo, nel contempo, che trattasi di una lettura triste. Ma francamente non ho saputo trovare altro sentimento per rappresentare il senso di un denso libro, a metà fra la storia e l’economia, di un autore qui più volte citato e sempre apprezzato per competenza, chiarezza e lucidità delle analisi: si tratta di La politica economica Italiana dal 1968 ad oggi, di Salvatore Rossi, edito da Laterza (2020).
Come si capisce dal titolo, si tratta di una breve storia (poco più di 200 pagine) di un lungo malessere (e del conseguente lungo mal fare) della nostra politica economica nell’ultimo cinquantennio; una storia ragionata, che solo in alcuni brevi tratti richiede qualche conoscenza tecnica delle materie trattate. Mi fermo allora brevemente su  quello che mi pare il senso ultimo del libro (anche perché l’analisi delle varie fasi politico-istituzionali mal si presta ad essere riassunta anche a grandi tratti); dice, in sintesi, Salvatore Rossi: Le disparate vicende della politica economica italiana dal 1968 ne mostrano la ricorrente condizione di ritardo, di affanno, di incoerenza, di inefficacia, in casi non rari di dannosità. Questo, nel giudizio a posteriori. Quanto alle valutazioni dei contemporanei, avvertimenti che si stesse procedendo su strade sbagliate sono spesso venuti solo da poche, sparute cassandre. Le politiche praticate hanno sempre raccolto il consenso della maggioranza dei cittadini, espresso nelle forme compiute della democrazia rappresentativa. Nessun dittatore cieco o malevolente può essere incolpato degli errori commessi. Tuttavia, il tasso di inefficacia/ dannosità delle politiche economiche osservato in Italia è visibilmente più alto di quello rilevabile nello stesso periodo in molte democrazie a economia di mercato. Si annida in Italia un peculiare malfunzionamento del sistema di governo dell’economia che va portato allo scoperto, capito, spiegato.
Per questo malessere ( e conseguente mal fare), l’autore trova, nel lungo periodo considerato, anche un fil-rouge sociologico/ istituzionale (o costituzionale, in senso lato) che costituisce, alla fine, l’elemento più preoccupante del libro: la debolezza dello spirito cooperativo, insita persino nella carta costituzionale, che ha finito per “bacare” con equanime intensità governi di qualunque segno politico; da noi (ed è questo il malessere, questa la tara, che rodono dall’interno la politica economica italiana)…le istituzioni dell’economia e della politica, dalla più piccola alla più grande, si concatenano in modo tale da fornire sempre gli incentivi sbagliati, cioè quelli contrari all’obbiettivo benessere sociale che pure ci si prefigge. A ciò si aggiungono: un’amministrazione figlia di certa cultura giuridica degenere, illiberale, incentrata sul formalismo, sulla negazione del mercato, sulla noncuranza per la dimensione dell’efficienzae un capitale sociale disponibile – cioè quel patrimonio culturale fatto di civismo, fiducia e attitudine alla cooperazione nella società che può facilitare il mutamento istituzionale continuo – …relativamente basso, o almeno distribuito difformemente sul territorio.
Mi fermo qui, in questa supersintesi del senso del libro, che non può  non risultare mortificante per la ricchezza del testo (e di questo dovrei chiedere scusa all’autore); credo, comunque, di aver spiegato a sufficienza perché questa è, inevitabilmente, una segnalazione “triste”; di un libro, peraltro, che trovo doveroso raccomandare ai miei venticinque lettori in cerca di spiegazioni.
Roma, 19 febbraio 2020

P.S.Per mitigare la tristezza della storia e dei suoi significati, anche sforando ampiamente il limite delle 750 parole, riporto volentieri due belle citazioni che ho trovato nel testo, entrambe ricche di insegnamenti.
La prima è di Luigi Einaudi, dal Corriere della sera del 16 aprile 1961, e costituisce una magistrale sintesi del sentire liberale di questo grande statista così tanto dimenticato (e costituisce anche, forse, la mappa della strada che non abbiamo percorso): Noi uomini politici non siamo stati educati a fare il mestiere degli agricoltori, degli industriali, dei commercianti. Il nostro mestiere è un altro: quello di costruire l’edificio giuridico entro il quale e nei limiti del quale agricoltori, industriali e commercianti debbono operare e muoversi affinché l’opera dei singoli sia feconda di beni ad essi e alla collettività e contribuisca all’elevazione dei meno fortunati […]. Costruire la cornice dell’azione economica e sociale degli uomini è per sé sola già troppo ardua impresa, assai più difficile dell’agire, perché se ne possano aggiungere altre.

La seconda citazione invece – più curiosa – è da un non meglio identificato scritto di John Maynard Keynes, nientemeno del 1919, quando non avevamo ancora imparato ad usare il tanto vituperato termine di globalizzazione credendo che si tratti di una perniciosa novità “inventata” nei nostri ultimi decenni:
Chi straordinario episodio del progresso dell’uomo è stata quella età che si chiusa nell’agosto del 1914 […]: un abitante di Londra poteva ordinare per telefono, sorseggiando a letto il suo tè del mattino, i più vari prodotti dell’intero pianeta [….]. Allo stesso tempo, e con lo stesso mezzo, egli poteva avventurarsi a investire le sue sostanze in risorse naturali o in nuove iniziative imprenditoriali di ogni angolo del mondo […]. Poteva anche, se lo desiderava, cambiare prontamente paesaggio  o clima, con mezzi di trasporto confortevoli e a buon mercato, senza passaporto o altre formalità.

sabato 15 febbraio 2020

Spigolature di pubblicità

L’intelligenza ama i problemi
(di Felice Celato)
Come sanno i miei amici, da tempo uso la televisione (quasi) solo per vedere partite di calcio, di golf e di snooker (purtroppo l’altro preferito svago – il sumo – trova poco spazio nei palinsesti sportivi); mi preservano dal disgusto dei telegiornali (per quello che raccontano e per come lo raccontano), dalla nausea civile che mi suscitano tutti i cosiddetti d talk-show, dalla nebbia che avvolge i nostri cervelli di un triste Zeitgeist.
Pochi, invece, fra i miei amici, sanno che (anche in TV) seguo con curiosità ed interesse la pubblicità; che, paradossalmente, mi pare la forma più sincera per la veicolazioni di messaggi diffusi; intanto perché so bene – per essermene in qualche modo occupato quando lavoravo – quanto sforzo (non solo intellettuale ma anche economico) costi la canalizzazione in pochi secondi o minuti di un messaggio che possa risultare, ad un tempo, efficace, gradevole e, se possibile, intelligente; poi – e soprattutto – perché l’interesse di chi propone un messaggio pubblicitario è trasparente: spende (e anche tanto) per poterti dare, anche attraverso suggestioni, un consiglio d’acquisto evidentemente interessato, esponendosi in pieno al rischio che – a valle dell’acquisto promosso – la tua scelta ti risulti sbagliata e comunque da non ripetere.
E vi assicuro che non mancano occasioni in cui il messaggio pubblicitario, oltre a conseguire la suggestione cui mira, finisce per veicolare anche qualche pillola di saggezza, ben utilizzabile al di là del recinto banalmente promozionale.
E’ il caso del bellissimo slogan (l’intelligenza ama i problemi) col quale si apre una breve pubblicità della IBM (credo facilmente rintracciabile anche su YouTube): pensate se solo riuscissimo a farne una filosofia della politica (italiana)!? Che cosa vedremmo? E che cosa (forse) non vedremmo più?
Vedremmo una sfilata di politici (intelligenti) che snocciolano davanti ai cittadini i problemi che abbiamo difronte (diciamolo: ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta!); e che, intelligentemente, promettano di lambiccarsi il cervello per risolverli e a ciò si dedichino con competenza e costanza. Vedremmo i cittadini, intelligentemente e finalmente, coscienti delle difficoltà in cui si dibatte da anni la società italiana e ansiosi di vederli finalmente misurati (nella loro dimensione ed importanza) e, possibilmente, risolti; ed anche coscienti del potere che dà loro la democrazia (scegliere chi conosce ed affronta i problemi anziché chi li nega) e decisi ad utilizzarlo. Non vedremmo più tutto il resto, che ci scolora il reale e ci appanna i suoi veri problemi.
Sarebbe una radicale trasformazione del nostro ambiente socio-culturale, se solo l’intelligenza scoprisse di poter amare, con spirito prometeico, i problemi che è chiamata a risolvere!
Temo, però, che ci siamo troppo assuefatti al presente per poter sognare tanto. 
In fondo – confessiamolo – ci siamo accomodati (così, almeno, dicono i sondaggi) alle sfilate di funambolici semplificatori, applicati ad elaborare nuovi slogan per meglio propinarci retoriche decettive e banalizzanti, e per dissolvere i problemi (quelli veri) come farebbe il mago Silvan con la carta che fa sparire dietro al palmo della mano; e anche, ci siamo accomodati, alle loro fedeli schiere di commentatori (i tanti Simei di Umberto Eco), pronti a giurare che la realtà percepita (o fatta percepire?) è più importante di quella misurata e modificabile; e che – anche prendendo per buono lo slogan dell’IBM – se non vediamo fluire i fiumi di intelligenza (di cui, notoriamente, disponiamo per previlegio razziale) è solo perché ci mancano i problemi da amare.
Roma, 15 febbraio 2020 









domenica 2 febbraio 2020

Segnalazioni parallele

Due libri didascalici
(di Felice Celato)
Nel giorno della data palindroma (02.02.2020, palindroma sia nel format Italiano gg/mm/aaaa che in quello nord-americano mm/dd/yyyy; e – pare – che in tale duplice veste sia proprio una rarità) eccomi con la segnalazione (non abbinata casualmente) di due piccoli libri, a mio giudizio, di grande valore didascalico; e uno, anzi, il secondo, didascalico ed educativo, come spiegherò più avanti.
Il primo: di Albert Weale: Il mito della volontà popolare (Luiss University Press, 2020). Si tratta di un breve saggio di un eminente politologo inglese che spiega bene, con abbondanza di argomentazioni anche logico-matematiche, come il fondamento di ogni democrazia sia, in fondo, costituito da un mito, un mito – in qualche modo – anche particolarmente pericoloso: esso si basa – in sostanza – sulla surrettizia sostituzione di un plurale (gli individui) con un singolare (il popolo), che, per sua natura, è ben lungi dall’avere il significato unitario che si vorrebbe attribuirgli. Da questa sostituzione deriva tutta una serie di equivoci che alimentano il mito. Come cittadini di un paese democratico – ammonisce Weale – iniziate a preoccuparvi se un partito politico – qualunque partito politico – dichiara di rappresentare la volontà del popolo. Un solo popolo, una sola volontà popolare, uno Stato con un solo partito.
L’analitico argomentare di Weale non si presta facilmente a riassunti; e del resto – lo dico senza iattanza alcuna – personalmente da tempo avevo identificato questo sostrato mitologico della retorica democratica, senza, peraltro, ovviamente, mettere in discussione la superiorità storica della democrazia rispetto ad ogni altra forma di governo: il fatto è – dice Weale – che abbiamo bisogno di una democrazia senza miti, dove il pluralismo che rappresenta il cuore pulsante della democrazia diventi una virtù, non che si trasformi in un vizio: ….qualunque sistema democratico degno del suo nome risponderà [al lamento degli oppressi]… non basandosi sul mito ma su una valutazione realistica delle alternative.
In estrema sintesi: una lettura che, anche per la non banale semplicità delle argomentazioni, si raccomanda a chi si accosti, magari riluttante o perplesso, alla demitizzazione del popolo.
Del secondo libro (di Ferruccio De Bortoli e Salvatore Rossi: La ragione e il buonsenso, Il Mulino, 2020, anch’esso di non troppe pagine) ho apprezzato, prima di tutto, la struttura: il volume, infatti, contiene una raccolta di – uso qui un  termine mio a cui sono molto affezionato –  conversazioni asincrone, cioè di scambi di mail in cui i due autori, appunto, conversano tra loro, pianamente, pensosamente  e con ricchezza di argomentazioni (da credenti nella ragione), sull’Italia e sul suo futuro, alla luce sia del passato sia delle difficoltà del presente.
Nulla di particolarmente nuovo nei temi: in fondo l’importante giornalista e l’ex banchiere centrale non fanno altro che spiegare (didascalicamente) i loro punti vista su materie che sono (o dovrebbero essere) quotidianamente al centro delle ansie dei cittadini più consapevoli, delle preoccupazioni dei politici e delle attenzioni di ogni giornale che si rispetti (sottolineo: che si rispetti!); per concludere, l’uno (De Bortoli), che nonostante tutto si sente ottimista (qualunque cosa voglia dire questa parola abusata) perché siamo migliori di quanto non crediamo; l’altro (Salvatore Rossi), più cautamente, che il futuro non contiene solo minacce, anche promesse, se le si sa cogliere.
Ma al di là dei contenuti (ripeto: attuali e ben argomentati), il significato maggiore del libro mi è parso quello lato sensu educativo: perché lo schema dialogico e la articolazione delle argomentazioni rende conto – concretamente –  della complessità del reale (una dimensione, questa, che, da noi, sfugge a molti incoscienti semplificatori di questioni complesse, e anche a molti sedicenti cittadini, forse solo individui di una indistinta moltitudine); e lo fa attraverso un dibattito pacato e ragionante come può solo essere quello che avviene per iscritto (le famose mail) e di cui ogni quotidiano talk-show aumenta la nostalgia.
Sempre in estrema sintesi: anche questo libro merita di essere letto, per rammentare a sé stessi che l’umiltà della conoscenza è il fondamento anche della cittadinanza; non tanto per potersi (forse futilmente) proclamare ottimisti o pessimisti, ma semplicemente per non avere paura della verità (e per saperla cercare, coi nostri poveri mezzi).
Roma, 2 febbraio 2020, festa della Candelora



sabato 25 gennaio 2020

Oltre la storia culinaria

Il mito delle origini
(di Felice Celato)
Mentre aspettiamo che si consumi fino alla feccia il noioso profluvio di parole, previsioni e sondaggi (siamo o no una sondocrazia?) sui risultati delle attesissime (e, pare, decisive per le sorti del mondo) elezioni regionali in Emilia-Romagna e Calabria, mi sono terapeuticamente immerso nella lettura di un breve saggio di Massimo Montanari (Il mito delle origini, Laterza, 2019), che segnalo all’attenzione di tutti i buongustai (materiali ed intellettuali).
Confesso che avevo sottovalutato questo libretto, regalatomi da un raffinato amico; e ciò a motivo del sottotitolo (Breve storia degli spaghetti al pomodoro) che mi aveva fatto pensare ad un piccolo trattato di storia della cucina. Invece – e l’ho scoperto, naturalmente, leggendolo – il delizioso libretto nasconde in sé, in realtà, un piccolo contributo di filosofia della storia costruito attraverso una dotta dissertazione sulla storia di questo cibo nazionale (che, manco a dirlo, “tutto il mondo ci invidia”).
Mi spiego meglio: la storia degli spaghetti al pomodoro (in sé interessantissima e di piacevole lettura) è solo la dimostrazione di un principio che faremmo bene – di questi tempi – ad avere tutti presente. Il principio è ben spiegato da una metafora (citata all'inizio del testo) di Marc Bloch, il grande storico francese di origine alsaziana, ebreo e resistente francese, fucilato dai tedeschi nel 1944: la quercia nasce dalla ghianda. Ma diventa quercia e tale rimane, solo se incontra condizioni d’ambiente favorevoli, che non dipendono più dall’embriologia. Fuor di metafora (qui cito direttamente Montanari): la parola chiave è: incontrare. Più numerosi e interessanti saranno stati gli incontri, più ricchi saranno i risultati, più forte e robusta la pianta. In questo modo essa avrà costruito la propria identità, che, come ogni prodotto della storia, è viva e mutevole….Radici e identità sono parole pericolose, da maneggiare con molta cura. Frequentemente le si vedono fraintese e confuse, mentre è importante distinguerle. Le radici abitano il passato: sulla linea del tempo…. stanno all’inizio, e nello spazio si allargano per trarre alimento da ogni fonte raggiungibile… All’altro capo della linea del tempo stanno le identità, che invece abitano il presente – un presente mobile, sempre teso a proiettarsi nel futuro diventando esso stesso passato [come non ricordare, qui, il sant’Agostino citato qualche giorno fa?] ….le identità sono un punto di arrivo: spazi mentali e materiali ben delimitati le caratterizzano, ma sempre instabili e mutevoli, come è proprio di tutto ciò che vive.
Bene. La piccola storia degli spaghetti al pomodoro (che si svolge fra molteplici territoriinnovazioni dislocate in epoche e luoghi diversi, non certo tutti italiani, ovviamente, prodotti antichi e medievali rivisitati dall’uso moderno e prodotti moderni conformati ad usi antichi), la piccola storia degli spaghetti al pomodoro, dicevo, dimostra chiaramente che l’identità non corrisponde alle radiciL’identità è ciò che siamo. Le radici non sono “ciò che eravamo” bensì gli incontri, gli scambi, gli incroci che hanno trasformato ciò che eravamo in ciò che siamo. E più andiamo a fondo nella ricerca delle origini, più le radici si allargano e si allontanano da noi – proprio come accade sotto le piante. Usando la metafora fino in fondo, scopriremo che le radici, spesso, sono gli altri. Cercare le origini di ciò che siamo sarà dunque un modo per incontrare gli altri. Gli altri che vivono in noi.
Ce n’è abbastanza, credo, per considerare questa piacevole lettura anche un percorso educativo – starei per dire, guardandomi attorno: rieducativo – di cui mi pare il main stream contemporaneo ha urgente bisogno. 
Ad ogni buon conto, posso assicurare, per esperienza diretta, che la decostruzione storica del piatto nazionale – anche se utilizzata per argomentare una riflessione sul senso delle radici, delle identità e delle origini – non turberà il piacere di concedersi, alla fine della lettura e rimosso ogni dietetico rimorso, un bel piatto di spaghetti al pomodoro (magari con peperoncino e basilico).
Roma 25 gennaio 2020

martedì 21 gennaio 2020

Stupi-diario onomaturgico

Parole storiche
(di Felice Celato)
Come tutti i lettori di questo blog hanno avuto modo di constatare, l’onomaturgia (cioè la “coniazione” di nuove parole, secondo una definizione per l’appunto “coniata” del grande linguista Bruno Migliorini) è una piccola manìa che mi diverte praticare non appena ne intravveda la possibilità (starei per dire: la necessità), sia sforzandomi di coniare nuove parole (di solito tratte da reminiscenze greche da vecchio liceale), sia impadronendomi di altre prelevate di peso da qualche lettura che mi ha appassionato. E così, su queste pagine, i miei venticinque lettori si saranno imbattuti nella statolatria, nell’oicofobia di Scrutoniana memoria, nella demolatria, nella demopatia, e persino nell’ aritsmofagia, etc; e magari ne avranno tratto motivo di sorriso, come, in fondo, è preciso intendimento del vostro onomaturgo dilettantesi.
A questa collezione di parole nuove (magari antiche per etimo) era sfuggito un termine “inventato” nientemeno che da Benedetto Croce, il grande filosofo abruzzese, padre nobile del liberalismo italiano (e, non solo per ciò, a me molto caro), per definire i gerarchi del partito fascista Italiano nel primo dopoguerra appena arrivati a conseguire “i pieni poteri”. L’ha riesumato l’altro giorno, questo efficacissimo termine Crociano, un colto corrispondente de Il Foglio (Michele Magno), applicandolo a certi sfascia-passato privi di ogni plausibile idea del futuro liberamente aleggianti in quel sottomondo che ci sforziamo di chiamare la politica Italiana. Il termine è onagrocrazia, cioè il potere degli asini, dal greco ònagros che vuol dire asino selvatico e crazìa che vuol dire, come ognun sa, potere. Diceva Croce (nel 1925): […] il pericolo, quello degli ignoranti che teorizzano, giudicano, sentenziano, che fanno scorrere fiumi di spropositi, che mettono in giro formule senza senso, che credono di possedere nella loro ignoranza stessa una miracolosa sapienza, lo conosciamo perché lo abbiamo sperimentato bene. Si è chiamato, nella sua forma più recente, “fascismo”. Io ho preferito denominarlo “onagrocrazia”.
Bene. Per nostra fortuna, i tempi sono diversi e di gerarchi alla caccia di pieni poteri – se non sbaglio – non ne abbiamo più, forse; però una qualche inquietudine, la definizione di onagrocrazia prodotta da Croce, me la suscita, non foss’altro per la descrizione che fa di coloro che gli suggerivano questa graffiante onomaturgia; una descrizione che ben si attaglia a certe “manifestazioni”  della “politica” di cui quotidianamente  ci “godiamo” i frutti succosi.
Ma mi conforta una constatazione: se nel 1925 gli onagrocrati ebbero modo di imporsi a forza di violenze ed intimidazioni, come potrebbero mai – ove ce ne fossero, ai nostri tempi, di aspiranti onagrocrati – imporsi, oggi, in un regime saldamente democratico, dove la sovranità appartiene al popolo (art 1 della Costituzione)?
Roma 21 gennaio 2020

P.S. Colgo (ingenuamente?) l’occasione per segnalare il libro di Michele Ainis (una raccolta di suoi articoli) edito da La nave di Teseo (2019) sotto il titolo, anch'esso onomaturgico, Demofollia


domenica 12 gennaio 2020

Una segnalazione condizionata

Il soccorso di Murakami
(di Felice Celato)
Ho già scritto di questo autore Giapponese, a me graditissimo, assunto come “terapia dal presente” (cfr. Letture eventualipost del 21 febbraio del 2019). Credo di aver ormai letto una larga parte di quanto, di Haruki Murakami, è stato tradotto e pubblicato in Italia (Einaudi); e credo  che leggerò, col tempo, tutta la restante parte. Ci torno sopra mentre sto finendo il primo e il secondo libro (riuniti in un unico volume) del corposo romanzo in tre libri intitolato 1Q84 (Einaudi 2015); ma il fatto è che – come appunto accennavo nel post appena citato – Murakami mi si conferma come uno straordinario supporto per chi vuole mentalmente evadere, in maniera non banale, dalla sequela di ciò che ci accade dintorno.
Insomma, tanto per aggiornare le condizioni che ne suggeriscono la lettura: se non ve ne frega niente dell’adorazione di un devoto ex Ministro degli Interni per i salumi e per il parmigiano; se non vi aspettate strategiche linee di politica estera dal nostro Ministro degli Esteri; se non vi curate dei tweets a getto continuo di politici, ex-politici e aspiranti nuovi politici; se dei transitori amori per il lavoro degli eredi della Regina Elisabetta ve ne cale ancor meno; se al Nuovo Umanesimo, debolmente ma dannosamente aleggiante su questa povera Italia, continuate a non attribuire alcun peso; se le presenze al prossimo Festival di Sanremo non suscitano la vostra attenzione; se delle ipotesi di revoca delle concessioni autostradali non vi interessa conoscere le quotidiane oscillazioni probabilistiche; se guardate alla rifondazione di qualche partito come l’eterna svolta verso la dissoluzione per carenza di vere idee (anzi, se vi augurate che sia “la svolta buona”); se le eterne diatribe fra leaders   e anti-leaders continuano a non catturare la vostra attenzione; se delle interessate autocelebrazioni di modelli regionali pensate di poter fare a meno; se, anzi,  da qualcuno o da tutti  questi temi da noi “dominanti” intendete  saldamente restar fuori, beh! allora – ve lo confermo –  Murakami è la lettura che fa per voi. In alternativa, in altri tempi, avrei suggerito di ancorarvi – magari leggendo solo la stampa estera – alla cronaca di come va il mondo al di fuori delle nostre valli, perché, tanto, solo da come va il mondo dipenderà il nostro domani, ché  noi non sappiamo, non dico maneggiarlo, ma nemmeno immaginarlo. Ma anche da qui, in questi tempi, non viene molto conforto, sia perché gli scenari (almeno quelli del mondo occidentale) sono tanto confusi da consigliare di non fare previsioni; sia perché, in fondo, a poco serve immaginarsi scenari, che sanno benissimo materializzarsi anche senza la nostra futile previsione.
Quindi torniamo a Murakami: per coloro che non si sono mai tuffati nella sua bulimica narrativa e prima che vi si avventurino, mi limito ad elencare quelle che mi paiono essere le sue caratteristiche fondamentali, per modo che i venticinque lettori di questo blog possano valutarne ex ante l’efficacia…terapeutica rapportata alla intensità della noia di ciascuno: Murakami scrive moltissimo, i suoi romanzi sono molto lunghi (questo che sto ultimando copre oltre 700 fittissime pagine e non so ancora quante ne coprirà il terzo libro) e richiedono, quindi, molte ore di lettura. Ma in nessuna delle sue tante pagine cade quella tensione che fa del romanziere un grande narratore; si legge a sazietà ma con grande piacere (anche quando elucubra su fantasiose metafisiche o su misteriosi intrecci di ricorrenze) e sempre col desiderio di capire come può andare a finire la vicenda narrata, sempreché ad una vera fine si arrivi. Le sue narrazioni sono costantemente sospese fra il surrealismo (il pensiero in assenza di ogni controllo esercitato dalla ragione, diceva, mi pare, Breton) o quanto meno il paradosso estremo  di personaggi e di situazioni, e l’iperrealismo di certe minuziose narrazioni di ordinari particolari della vita d’ogni giorno (e anche, spesso, della sessualità) dei suoi personaggi, quasi sempre caratterizzati da personalità (e da storie personali)  complesse e solitarie. Ma più che le mie parole, secondo me, spiega un parallelo artistico: mettetevi davanti ad un quadro di Magritte, o se preferite di De Chirico o di Dalì: scenari distopici (o utopici) per una realtà nitidamente disegnata eppure avvolta di mistero, fatto di incongruità o di bizzarre sovrapposizioni fra il reale e l’immaginario. Ecco, questa, secondo me è la narrativa di  Murakami; per questo mi pare il comodo uscio che porta via dal reale, di cui si può avere bisogno in tempi di grave scontento. Del resto, basta chiudere il libro, e, se proprio ne avete nostalgia, il reale, col suo carico di nostrane banalità, torna subito… purtroppo.
Roma, 12 gennaio 2020