domenica 24 maggio 2026

Pentecoste 2026

Veni, Sancte Spiritus

(di Felice Celato)

 

Eccoci qua, dopo quasi due mesi di silenzio, davanti ad una tacita tastiera che attende il ricomporsi delle parole, per scambiarci l’augurio di una profonda immersione nel senso di questa terza grande festa liturgica dell’anno, la Pentecoste, festa dell’unione, della comprensione e della comunione umana, che si realizzano nel e col dono dello Spirito, che ci guida verso le altezze di Dio, perché possiamo vivere già in questa terra il germe della vita divina che è in noi (Benedetto XVI, 2012).

Quanto sono lontane queste luminose visioni dalle angosce del presente, teso, astioso, bellicoso, ruggente, babelico e denso di incognite! E quanto difficile ci appare ritrovare il senso della Pentecoste ogni giorno, quando scorriamo nauseati le cronache quotidiane delle tempeste mondiali che viviamo sgomenti. Certo, non siamo i primi a viverle, queste angosce, che hanno sicuramente accompagnato lunghi tratti delle vite dei nostri genitori e dei nostri nonni nei decenni che ci hanno preceduto; ma – si sa – un conto è sentirle evocare alla luce di fatti sofferti e ricordati (di cui conosciamo gli esiti) e un altro – tutt’affatto più percuotente – il viverle senza conoscerne l’esito, in un contesto dove le cronache sono infinitamente più vaste e dettagliate di quelle che hanno preceduto gli eventi che hanno segnato la storia, quantunque non lontanissimi nel tempo. 

Allora ecco che il senso della Pentecoste si riaffaccia oggi prepotente, non come il frutto caduco di un rito annuale ma come il senso profondo di tutta la nostra fede, che non sta (solo) negli eventi che i Vangeli ci hanno narrato (incarnazione, rivelazione, predicazione, morte e resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo) ma (soprattutto e in dipendenza di quelli) nel dono, effusivo e perennemente attuale, dello Spirito Santo; un dono – si direbbe col linguaggio dei giuristi – di natura recettizia, cioè che ha efficacia nel momento in cui viene recepito e se viene recepito, nella libertà del donatario.

Ecco perché mi pare abbia senso augurarci reciprocamente di saper rinnovare in noi, ogni anno e per sempre, il significato ed il senso della Pentecoste e di saperci immergere in essi con coraggio e fiducia. Nonostante tutto!

 

[Di questa immersione parla un piccolo libro – di Karl Rahner:   L’esperienza dello Spirito – Meditazioni sulla Pentecoste, Edizioni San Paolo, 2016 - che lessi dieci anni fa, che consiglio a tutti e  che ho risfogliato per accompagnarmi nella formulazione di questo affettuoso augurio agli amici credenti e non credenti; perché anche a questi ultimi non potrà non piacere questa festa dell’unione, della comprensione e della comunione umana, quand’anche non ne vedano… il fondamento teologico]

 

Roma, 24 maggio 2026 

(Mia madre avrebbe compiuto oggi il suo 98° anno di vita; a lei salga la mia sempre grata memoria)

giovedì 2 aprile 2026

Pasqua 2026

Essere uomini pasquali

(di Felice Celato)

Come sempre, ormai da quasi quindici anni, non posso rinunciare – anche quest’anno – a tornare dai miei amici per il consueto augurio Pasquale, nonostante il lungo silenzio che mi sono imposto da qualche mese, nella (sin qui vana) attesa di rarae aves da annunciare speranzoso, in questo buio periodo del nostro mondo.

 

Lo faccio "rubando", ancora una volta, le parole a chi per tanti anni è stato per me il maestro nella fede, Joseph Ratzinger che ha dedicato la sua vita ad illuminare il nostro Credo con indimenticabili e spesso lancinanti meditazioni che ancora mi accompagnano nella vecchiaia.


Fra le tante, ho scelto proprio quelle della vigilia Pasquale, del Sabato Santo (giorno della sepoltura di Dio; non è questo in maniera impressionante il nostro giorno? Non comincia il nostro secolo a essere un grande Sabato Santo, giorno dell’assenza di Dio?).

 

 

Signore Gesù Cristo, nell’oscurità della morte Tu hai fatto luce; nell’abisso della solitudine più profonda abita ormai per sempre la protezione potente del Tuo amore; in mezzo al Tuo nascondimento possiamo ormai cantare l’alleluia dei salvati. Concedici l’umile semplicità della fede, che non si lascia fuorviare quando Tu ci chiami nelle ore del buio, dell’abbandono, quando tutto sembra apparire problematico; concedici, in questo tempo nel quale attorno a Te si combatte una lotta mortale, luce sufficiente per non perderti; luce sufficiente perché noi possiamo darne a quanti ne hanno ancora più bisogno. Fai brillare il mistero della Tua gioia pasquale, come aurora del mattino, nei nostri giorni; concedici di poter essere veramente uomini pasquali in mezzo al Sabato Santo della storia. Concedici che attraverso i giorni luminosi e oscuri di questo tempo possiamo sempre con animo lieto trovarci in cammino verso la Tua gloria futura.
Amen.

 

Il mio augurio, dunque, è che si possa, nella luce della Pasqua di Resurrezione, noi tutti, ciascuno nel suo piccolo o grande momento esistenziale, essere veramente uomini pasquali in mezzo al Sabato Santo della storia!

 

Roma, 2 aprile 2026

 

martedì 27 gennaio 2026

Una spigolatura del C.U.R.

Il mendicante dantista?

(di Felice Celato)

Un primo dodicesimo del 2026 se ne è quasi andato e, nonostante la trepidante attesa, di "rarae aves" da annunciare speranzoso (cfr. ultimo post) non ne ho avvistate. Sarà perché il cielo in questo periodo è stato per lo più coperto e, si sa (e voglio sperarlo), gli uccelli rari volano alti, spesso sopra le nubi, dove c’è più luce e l’aria è più tersa.

Però un piccolo episodio – nel vecchio stile del C.U.R., il Camminatore Urbano Rimuginante che i lettori più affezionati ricorderanno – voglio raccontarlo con la speranza che almeno faccia sorridere.

La scena: la romana via Arenula, in una giornata piovigginosa; il C.U.R camminava, diretto alla libreria di piazza Argentina; dal lato su cui sorge il Ministero di Grazia e Giustizia fluivano tre grosse vetture blu, dotate di lampeggiatori e di sirene assordanti, decise a farsi largo nel traffico di media intensità (siamo in zona a traffico limitato, perbacco!) per non attardare quelli che – tutti hanno sicuramente pensato – dovevano essere degli illustri politici a bordo.

Tutti i passanti hanno sollevato lo sguardo, non sorpresi  ma almeno lievemente irritati, non foss’altro per il rumore. Del resto, Roma è spesso solcata da questi autorevoli e frettolosi convogli, vagamente sprezzanti delle altrui urgenze; e i romani non ci fanno più troppo caso, magari limitandosi a qualche colorito commento.

Il C.U.R. era fermo vicino ad un mendicante, frugando nelle tasche alla ricerca di qualche moneta da lasciare a quella tenera ombre de la rue (per dirla con la Moustaki e cantarla con Edith Piaf). Il mendicante ha alzato gli occhi anche lui e ha formulato al vento questo commento, fulminante e scettico ma non colorito come è d’uso romanesco: “annassero più piano, chè così fanno meno danni; no, dotto’ 

Non ho trovato il coraggio per esortare il mendicante ad un approccio critico meno qualunquista; ma, lo confesso, ho trovato invece geniale questa paradossale correlazione fra i tempi dell’agire politico (sempre dichiaratamente concitati, perché il paese ha bisogno di risposte rapide ed efficaci!) e la frequente inanità dello stesso; inanità che, addirittura, il mendicante configurava come intrinseca dannosità. Un’oggettiva esagerazione, certo, ma simpatica e, non di rado, anche riscontrabile.

Ripensandoci, mi è tornata alla mente una dotta citazione dantesca (dal Purgatorio, canto III, vv. 10-12), inspiratami da un breve e brillante saggio di un neurobiologo italiano che ho recentemente riletto (di Lamberto Maffei: Elogio della lentezza, Il Mulino 2014): la riporto qui di seguito (con qualche spiegazione necessaria per quelli fra noi non più freschi di studi liceali):

Quando li piedi suoi lasciar la fretta,

che l’onestade d’ogn’ atto dismaga, 

la mente mia, che prima era ristretta,

lo ‘ntento rallargò, si come vaga,

e diedi il viso mio incontro al poggio 

che ‘nverso il ciel più alto si dislaga.

[che in prosa sarebbe: quando Virgilio incominciò a rallentare il passo, abbandonando quella fretta che toglie ogni onestade all’atto dell’uomo, la mia mente, che prima era tutta raccolta in un solo pensiero (quello dell’amico Casella appena incontrato alle porte del Purgatorio), allargò di nuovo il suo orizzonte, e ritornò a pensare al viaggio verso il monte].

Forse il buon mendicante aveva in mente proprio il dismagamento dell’onestade scatenato dai piedi frettolosi? 

Tenderei ad escluderlo, anche perchè… i dantisti “traducono” quell’onestade in decoro o dignità; la fretta come negazione della gravitas del saggio. Forse semplicemente il mendicante – come me del resto – aveva solo un gran fastidio per tutto quel chiasso.

Roma 27 gennaio 2026

 

 

lunedì 15 dicembre 2025

AUGURI PER IL NATALE 2025

 Alla ricerca di rarae aves

(di Felice Celato)

Rara avis è un’espressione latina [dalla grande (!) Treccani: Espressione che costituisce l’inizio del verso di Giovenale: Rara avis in terrisnigroque simillima cycno («uccello raro sulla terra, quasi come un cigno nero»); è adoperata spesso per indicare cosa o persona molto rara o che ha qualità assai difficili a trovarsi (con valore analogo alla locuz. mosca bianca)] con la quale spero vivamente di poter titolare una serie di piccoli commenti [per questo uso il meno noto plurale rarae aves!] a magari piccole notizie, auspicabilmente utili a coltivare la passione per la speranza. Una passione forse naturalmente umana ma, di sicuro, specificamente cristiana: non a caso una delle tre virtù cardinali, insieme alla fede e alla carità, è proprio la speranza, certamente nella sua ultima sostanza (fede è sustanza di cose sperate/ ed argomento delle non parventi / e questa pare a me sua qualitate, scrive Dante nel canto XIV del Paradiso); ma anche in quella a noi più vicina, come scriveva Benedetto XVI nella sua magnifica enciclica Spe salviNoi abbiamo bisogno delle speranze – più piccole o più grandi –  che giorno per giorno ci mantengono in cammino. Ma senza la grande speranza che deve superare tutto il resto, esse non bastano. Questa grande speranza può essere solo Dio che abbraccia l'universo e che può proporci e donarci ciò che da soli non possiamo raggiungere… Ma per giungere fino a Lui abbiamo bisogno anche di luci vicine – di persone che donano luce traendola dalla Sua luce ed offrono così orientamento per la nostra traversata. E quale persona potrebbe più di Maria essere per noi la stella di speranza  – lei che con il suo “sì” aprì a Dio stesso la porta del nostro mondo; lei che diventò l'Arca dell'Alleanza, in cui Dio si fece carne, divenne uno di noi, piantò la sua tenda in mezzo a noi (Gv. 1,14)?

Ecco: in questo spirito,  come “promessa” per il nostro Natale, (ri)proveremo, nel corso dell’anno che ci aspetta così denso di follie, a cercarle, queste luci vicine, anche nel buio delle vicende che ci circondano; come piccoli fanali lungo il cammino della nostra traversata… del nostro viaggio sul mare della storia, spesso oscuro ed in burrasca, un viaggio nel quale scrutiamo gli astri che ci indicano la rotta.


Qualche lettore animato di (saggio) spirito critico avrà modo di farmi notare: ecco, hai trovato un modo per nuovamente sospendere i tuoi più o meno lunghi silenzi coi quali – finalmente – ci lasciavi al riparo delle tue geremiadi! 

Ebbene, si! Come ho più volte ammesso, queste conversazioni asincrone, quando mi costringo a tacere mi mancano! Solo che, ancora una volta, vorrei cimentarmi nella ricerca di un cammino meno tedioso (e tediante), sperando, certamente, di medicare, con voi, la mia stessa tetraggine; ma soprattutto sperando di trovare buoni spunti per riuscirci! Bonum est diffusivum sui (il bene diffonde se stesso, scriveva San Tommaso).

Eccoci dunque al nostro sintetico augurio di Natale per tutti noi, nel segno di Maria, maris stellaStella del mare, brilla su di noi e guidaci nel nostro cammino!

Roma, 15 dicembre 2025

venerdì 21 novembre 2025

Malattie del tempo

La disforia geo-politica

(di Felice Celato)


Mi interrogo spesso sul perché la (per me) sempre gradevolissima abitudine di commentare qualcosa liberamente fra amici (come facciamo qui, spesso, magari come prodromo di una pizza domenicale) abbia, in questi ultimi tempi, perduto un po' del suo… vigore . Se ne saranno accorti, quei pochi ma carissimi amici che mi corrispondono, anche solo considerando la frequenza di questi post, passati dai circa 80/anno nel primo decennio di vita del blog ai 26/anno nel quinquennio successivo, inclusi i 9 del 2025 (*).

Una lettura di questi giorni (un articolo, letto non ricordo dove, sulla disforia di genere, argomento… non consueto fra le mie curiosità) mi ha indotto ad alcune meditazioni di cui vorrei tentare qui una sintesi che potrebbe giustificare la sindrome che caratterizza questo estremo affanno dello scrivere.

Ratione materiae, ho cercato lumi in un testo (di Giuseppe Vella, Psichiatria e Psicopatologia, Liviana Medicina, 1994) che ho qui citato più volte e gentilmente regalatomi, una trentina di anni fa, proprio dall’autore che avevo conosciuto in casa di amici.

Bene, eccomi alla (dubbiosa) “scoperta”: scrive il prof Vella (pag. 208, sottolineature mie) che la disforia o umore disforico è uno stato d'animo o umore non specificamente o unicamente orientato nel senso dell'ansia, dell'euforia, della tristezza o del delirio. È un misto di sentimenti ed emozioni, di tristezza, inquietudine, ansia, malumore, irritabilità aggressiva, vissuti in rapida ed inestricabile successione; forse fa parte di quella specie di disturbi chiamati collettivamente distimie (le terapie e le relative controindicazioni prendono diverse pagine dell’interessantissimo libro in discorso). 

Come esclamerebbe ogni paziente in cura presso il proprio “autorevole” tablet, questo mi pare proprio il mio caso! 

E – qui mi spingo avanti a tentoni nell’oscuro campo della medicina – la sua eziologia mi è chiara: ciò che leggo ogni giorno, sfogliando i giornali (non solo italiani!), è sicuramente all’origine  (ezio- sta per il greco aitio, cioè causa, come spiega la Treccani) di questa che ho chiamato la mia disforia geo-politica, di ampiezza naturalmente transnazionale ma non esente da trasversali stimoli puramente nostrani.

Del resto, che volete che si possa ragionevolmente provare guardando con occhio smagato il nostro tempo, i reggitori del mondo che sembrano esserci capitati in sorte, le pulsioni che – almeno nei regimi democratici – li hanno portati al governo del loro paese (anche nella sonniloquente Europa!), le loro retoriche bolse e spesso aggressive che ne assicurano la presa su popoli confusi ed emotivi, e le fattuali conseguenze di esse? Come non essere spaventati dalle tempeste che tutto questo ribollire di umori e rancori può scatenare (e di fatto ha già scatenato sui tragici scenari che ogni giorno ci riversano immagini), come i venti sfuggiti dall’otre di Eolo nel corso del viaggio di Ulisse verso Itaca? 

Pensieri angosciosi, certamente. Ma non diversi, presumo, da quelli che potrebbero aver turbato gli animi e le menti, per esempio, dei nostri genitori (o dei nostri nonni) per vari decenni della prima metà del ‘900; un secolo che, del resto, coi suoi quasi 90 milioni di morti nelle due guerre mondiali, confermò l’intrinseca fondatezza di tali angosce. Solo che c’è – nel tempo in cui siamo immersi – un qualcosa che rende per me veramente….patogena la miscela emotiva che ne deriva. Questo qualcosa che ci allontana dai nostri avi sta, forse, tutto nella enorme differenza (nel bene e nel male) fra i livelli (quantitativi e… qualitativi) dell’informazione quotidiana su ciò che accade (o rischia di accadere) nel mondo, con ricchezza di immagini, di emozioni raccolte (e trasmesse per trasmettersi).

Quella che, con amore di paradosso,  chiamo la disforia geo-politica è – temo – una malattia contagiosa e si può passare da una persona all’altra anche per via… commentaria. Per il bene dei miei lettori, quindi, tornerò ad un lungo (?)  silenzio con la sola (viva ma pur sempre terrena) speranza che le circostanze possano rendermelo breve. Su un piano assai lontano (?) da quello terreno, mi resta solo il conforto delle Parole con le quali il Signore Risorto si congeda dai Suoi discepoli (Mt. 28, 20): Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.

Roma 21 novembre 2025 (**)

 

(*) Una curiosità: nonostante la descritta differenza fra la frequenza di questi post negli anni, questo blog continua ad avere molte visite, alla ricerca, forse, di mie vecchie opinioni che interessano a qualcuno… magari solo amante dell’archeologia. Devo dire, con molta immodestia, che rileggendo i post che gli ignoti frequentatori sembrano scorrere con avidità, accanto – inevitabilmente – a cose meno chiare o magari sbagliate, qualcosa di non malvagio mi pare di averlo scritto… almeno in tempi remoti. E mi va di sperare che solo questo sia il motivo del perdurante interesse!

(**) Solo una cinquantina di parole in più delle 750 che costituivano “la regola” di questi post! Non sono troppe per un (magari provvisorio) congedo.

domenica 31 agosto 2025

Settembre 2025

Un soffio basta

(di Felice Celato)

Se si prescinde dalle accezioni legali o burocratiche del termine, nel linguaggio di tutti i giorni la vacanza (o, al plurale, le vacanze) indica il periodo di riposo, più o meno lungo dalle proprie ordinarie occupazioni che una persona si concede (se svolge attività autonoma), o si fa concedere (se è in posizione subordinata) [cfr. Vocabolario on line Treccani]. Si nota subito che il concetto rimanda ad ordinarie occupazioni, che da tempo, alla mia età sono fortunatamente cessate; e perciò a me non si applicherebbe, con riferimento al breve soggiorno maremmano che, ormai da anni, ci concediamo io e mia moglie (la quale peraltro non è sottratta, nemmeno in vacanza, alle sue ordinarie occupazioni di regista ed attrice protagonista di cure familiari, cioè – per dirla in dialetto marchigiano – di vergara,

intesa come effettiva mater familias, ora, meglio, avia familias).

Ma tant’è: continuiamo a chiamarla vacanza (o vacanze), per intenderci.

Bene, anche quest’anno le vacanze sono finite e posso (grazie a Dio!) farne un bilancio personale estremamente positivo per il concorso di una reunion familiare piena di speranze (i nostri nipoti) e di speranti (i loro genitori e i loro nonni) che per quasi un mese hanno convissuto con grande soddisfazione, credo di tutti. 

E dunque eccoci a settembre; tempo di migrare, come diceva D’Annunzio pensando ai pastori;  tempo – mai, a mia memoria, tumultuoso come il presente – di (necessariamente) sperare, che è un po' come migrare dal disperante contesto che viviamo verso il mare… (verde come i pascoli dei monti – dice D’Annunzio – e come, da sempre, la speranza, persino in molti “luoghi” Danteschi).

Che dire? Sperare – specie nel nostro tempo – è difficile. Paradossalmente è più facile sperare nella salvezza eterna (in fondo così astratta nella percezione comune e patrimonio solo di coloro che al destino eterno dell’uomo credono) che in quella terrena, così vicina e concreta e minacciata dalle umane follie. Eppure – questo vale per noi fideles – le parole del Maestro sono chiare: Ecco, Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (Mt, 28, 16-20). 

E allora, nonostante tutto, noi dobbiamo sperare (chi ne ha voglia, vada a rivedersi il post Letture che ho qui condiviso il 7 febbraio del 2013); nonostante il perdurante abissale oggi della sofferenza (J.Ratzinger, Gesù di Nazareth, Seconda parte, pg 241 dell’edizione LEV 2011), di tanti, nel nostro mondo di Caini e di Saul.

Mentre – anche sull’affettuosa premura di un amico fraterno – rimuginavo questa sfida (noi dobbiamo sperare), da un – laicissimo – romanzo di 25 anni fa che sto rileggendo (di Diego Marani: Nuova grammatica finlandese, Bompiani, 2000), eccoti emergere il consiglio che un medico dà al suo paziente che ha tragicamente perduto la memoria di sé e che cerca la via per ritrovarla: un soffio basta, se sotto la cenere cova ancora un minimo fuoco!

Ecco, per quello che sta a noi, un soffio basta, può bastare per riaccendere il fuoco della memoria; ma, forse, anche, per rigenerare il calore di una fiamma in chi guarda solo alla cenere (come talora mi accade); un umano soffio della volontà che, in ogni caso, speriamo possa diventare un’invocazione per quello – infinitamente più potente –  dello Spirito.

Roma 31 agosto 2025

PS: Spero che i post che (forse) verranno possano confortare l’intendimento di questo! 

venerdì 27 giugno 2025

Quid est veritas?

Fra reti e potere

(di Felice Celato)

Non so se capita a tutti i miei lettori, nel seguire le angosciose vicende del nostro mondo, di ripensare a questa inquietante domanda che lo scettico Pilato rivolge a Gesù nel corso dell’intenso colloquio che portò al democratico “Crucifige!” (vedasi, al riguardo, il saggio di Gustavo Zagrebelsky Il “crucifige” e la democrazia, qui segnalato col post Letture – La democrazia critica, del 13 settembre 2013). Gesù gli aveva detto (Gv.18,37 e seg.): “Per questo io sono nato e per questo sono venuto al mondo: per dare testimonianza alla verità”. “Che cos’è la verità?” Gli/si domanda  Pilato.

Un recente libro di Yuval Noah Harari (Nexus, Bompiani, 2024) – del quale consiglio la lettura, ancorché per qualche aspetto mi abbia lasciato perplesso – affronta il problema partendo dal concetto di realtà; ne riporto qui un passo cruciale (le sottolineature sono mie): Per quanto ne sappiamo, prima della comparsa delle storie l’universo conteneva solo due livelli di realtà. Le storie ne hanno aggiunto un terzo. I due livelli di realtà precedenti alla narrazione sono la realtà oggettiva e la realtà soggettiva. La realtà oggettiva consiste in cose come pietre, montagne e asteroidi, cose che esistono indipendentemente dal fatto che ne siamo consapevoli o meno. Un asteroide che sfreccia verso il pianeta Terra, per esempio, esiste anche se nessuno sa che c’è là fuori. Poi c’è la realtà soggettiva: cose come il dolore, il piacere e l’amore che non sono “là fuori”, ma piuttosto “qui dentro”. Le cose soggettive esistono nella nostra consapevolezza di esse. Un dolore non percepito è un ossimoro. Però alcune storie sono in grado di creare un terzo livello di realtà: la realtà intersoggettiva. Mentre le cose soggettive come il dolore esistono in una singola mente, le cose intersoggettive come le leggi, gli dèi, le nazioni, le società e le valute esistono grazie alla connessione tra un gran numero di menti. Più precisamente, esistono nelle storie che la gente si racconta. Le informazioni che gli esseri umani si scambiano sulle cose intersoggettive non rappresentano qualcosa che esisteva già prima dello scambio di informazioni: in effetti è lo scambio di informazioni che crea queste cose.

Dunque, nell’era delle reti di informazione (che hanno fatto e disfatto il nostro mondo) la domanda di Pilato trova un senso inquietante, che rimanda al cruciale concetto del controllo critico delle reti di informazione, specialmente (ma non certo esclusivamente) nel contesto di sistemi democratici che si basano – appunto – sul consenso, sulle storie che la gente si racconta (la cosiddetta pubblica opinione, per dirla in linguaggio corrente).

Ce n’è abbastanza, credo, per tarare le nostre opinioni sulla consapevole ambiguità delle realtà intersoggettive nelle quali siamo immersi, vittime e protagonisti delle nostre storie.

Certo, come scriveva Zagrebelsky a conclusione del suo bellissimo saggio, c’è il rimedio della democrazia critica (che deve mobilitarsi contro chi rifiuta il dialogo, nega la tolleranza, ricerca soltanto il potere, crede di avere sempre ragione). Della democrazia critica, la mitezza – come atteggiamento dello spirito aperto al discorso comune, che aspira non a imporsi ma a convincere ed è disposto a farsi convincere – è certamente la virtù cardinale. Ma solo il figlio di Dio poté essere mite come l'agnello muto. Nella politica la mitezza, per non farsi irridere come imbecillità, deve essere una virtù reciproca. Se non lo è, ad un certo punto, prima della fine, bisogna rompere il silenzio e agire per cessare di subire.

Ecco: in questo crogiuolo di impotenze (come “domare” le straripate realtà intersoggettive?) e di ardui rimedi (come cessare di subire?) sta tutto il senso del lungo silenzio di queste nostre conversazioni asincrone; delle quali – del resto – non posso non ammettere la nostalgia.

Roma, 27 giugno 2025

 

 

sabato 19 aprile 2025

AUGURI PASQUALI 2025

 

Da quando ho deciso di sospendere l’alimentazione di questo blog, da troppo tempo sconsolato e, forse, sconsolante (cfr. ultimo post di quasi un mese fa), “qualcosa di… civilmente confortante da commentare” non l’ho ancora trovato nelle più recenti vicende del mondo di questi tempi. E dunque mi sono tenuto lontano dalla tastiera.

 

Ma, per Pasqua, almeno qualcosa di spiritualmente confortante sono tornato a trovarlo, rileggendo ancora una volta la bella raccolta Settimana santa (Queriniana 2012), contenente alcune meditazioni di Karl Rahner e di Joseph Ratzinger. E, appunto, di quest’ultimo, voglio proporre ai miei lettori una breve preghiera Pasquale per formulare a tutti gli amici fideles un affettuoso augurio di trovare e custodire nel proprio animo il perenne significato della Resurrezione; e, agli amici “laici”, un non meno affettuoso augurio di godersi almeno una piacevole vacanza, in vista anche del laicissimo Anniversario della Liberazione (in fondo, anche una piacevole vacanza fa bene allo spirito!).

 

Signore Gesù Cristo, nell'oscurità della morte, tu hai fatto che sorgesse una luce; nell'abisso della solitudine più profonda abita ormai per sempre la protezione potente del tuo amore; in mezzo al tuo nascondimento possiamo ormai cantare l'alleluia dei salvati. 

 

Concedici l'umile semplicità della fede, che non si lascia fuorviare quando tu ci chiami nelle ore del buio, dell'abbandono, quando tutto sembra apparire problematico; concedici in questo tempo nel quale attorno a te si combatte una lotta mortale, luce sufficiente per non perderti; luce sufficiente perché noi possiamo darne a quanti ne hanno ancora più bisogno. 

 

Fai brillare il mistero della tua gioia Pasquale, come aurora del mattino, nei nostri giorni; concedici di poter essere veramente uomini pasquali in mezzo al Sabato santo della storia. 

 

Concedici che attraverso i giorni luminosi ed oscuri di questo tempo possiamo sempre con animo lieto trovarci in cammino verso la tua gloria futura. Amen

 

Roma, 19 aprile 2025 

lunedì 24 marzo 2025

Nuovi e vecchi sconforti

Ri-leggendosi

(di Felice Celato)

Da quello che sento dire dalle (poche) persone con le quali mi piace commentare i nostri tempi, constato che il presente (grave) sconforto per quello che ogni giorno dobbiamo (melius: dovremmo) leggere non è solo un mio sentire da vecchio brontolone o da lamentoso pessimista. E’ invece un diffuso sentimento di sgomento e di tristezza.

Non sto qui ad enumerarne le molte ragioni e le tantissime occasioni. Il mondo mi pare una enorme variabile impazzita; il nostro milieu quasi il passivo riflesso del cupo orizzonte che dovremmo lasciare in eredità ai nostri nipoti, senza negarci che ne siamo gli autori, inconsapevoli ma forse corresponsabili.

Per esorcizzare questa tetraggine, mi provo di tanto in tanto a ripercorre, nei vari commenti che in questi quasi 15 anni ho cercato di allineare su questo piccolo blog, le sensazioni e le riflessioni via via proposte ai miei amici da quel lontano aprile 2011, quando ho cominciato a…. tormentarli. L’intento di questo esercizio è soltanto quello di misurare se nei quasi mille post, anche lontani dal presente, siano mai fioriti accenti di durevole conforto. Ebbene, sì, ci sono stati, rari ma…, lo confesso, poco durevoli; in larga prevalenza, questi 15 anni sono passati ad allineare geremiadi (ovviamente – ne sono conscio – compatite dagli amici, meno cupi di me, che – ciononostante – hanno continuato a leggermi). Ma il mood più costante è stato quello, appunto, della geremiade. 

Lasciatemi però tentare una difesa che vada oltre quella dell’età avanzata. Vi propongo un esercizio: provate a rileggere, per esempio, questo post socio-psichiatrico che, ispirato al contesto politico domestico, vi avevo propinato, anche con intento “giocoso”, giusto dieci anni fa (il 20 marzo 2015 https://felicecelato.blogspot.com/2015/03/stupi-diario-socio-psichiatrico.html ) e ditemi se vi pare (ancora) vagamente divertente o, invece, come pare a me, tuttora (10 anni dopo) terribilmente attuale; anzi, oggi, direi, terribilmente attuale su scala globale.

Rinfrescato mentalmente da un odierno articolo su Il Foglio (Rileggere Fukuyama per capire il Trumpismo, di Michele Silenzi), ho cercato (invano) nella mia disordinata biblioteca il volume di Fukuyama (La fine della storia e l’ultimo uomo, 1992) che lo rese a suo tempo famoso, commentato internazionalmente ma anche controverso (e che a suo tempo avevo letto con grande interesse). 

Tanto controverso nella sua tesi di fondo (la famosa “fine della storia”), che lo stesso autore, nel 2019, sentì il bisogno di chiarire e difendere la sua “profezia”, nel volume Identità (Utet, 2019), qui segnalato con un post del 7 maggio 2019 (titolo: Un must read, si direbbe oggi) e, stavolta, ritrovato fra i miei libri. Ebbene, qui, Fukuyama, prendendo spunto dalla elezione di Donald Trump al suo primo mandato Presidenziale (2016), ritorna sul tema de La fine della storia, per precisarne il senso pieno, ma anche per rivisitare una serie di concetti che mi paiono idonei a comprendere il presente, sempre in chiave socio-psichiatrica: anzitutto, il thymos (la parte dell'anima che ambisce al riconoscimento della dignità); poi le sue manifestazioni “politiche”: l'isotimia (l'esigenza di essere rispettati su una base paritaria con gli altri); e, infine la megalotimia cioè l'ambizione di essere riconosciuti come superiori.

E, aggiunge Fukuyama, la domanda di riconoscimento della propria identità è un concetto base che unifica gran parte di quanto sta accadendo oggi nella politica mondiale. Molto di ciò che passa per motivazione economica ha in realtà le sue radici (…..) nella domanda di riconoscimento, e quindi non può essere soddisfatto semplicemente tramite mezzi economici. (….) L'affermarsi della politica delle identità nelle moderne democrazie liberali è una delle principali minacce che queste si trovano ad affrontare, e se non riusciremo a ritornare a visioni più universali della dignità umana ci condanneremo a un conflitto senza fine.

Concludo questa rassegna di socio-psicologia risfogliando il (bellissimo) manuale di Gaspare Vella (Psichiatria e psicopatologia) da cui muoveva il post del 2015 e di cui, poco fa, richiamavo la rilettura. E leggo la sintetica definizione di megalomania: Il soggetto è acriticamente convinto di essere superdotato e quindi strapotente nelle proprie capacità. 

Roma, 24 marzo 2025 (anniversario delle Fosse Ardeatine)

 

PS: ce ne è abbastanza, in questo post, per confermarmi nell’intendimento di sospendere per un po' l’alimentazione di questo blog, almeno finché non avrò qualcosa di… civilmente confortante da commentare (e, temo, per chi ne avrà voglia, ci sarà da aspettare).

 

giovedì 20 febbraio 2025

Per l'igiene del linguaggio

Un appello a noi tutti

(di Felice Celato)

In mezzo ai terrificanti scenari che ogni giorno vediamo evocati (non sempre lucidamente) sui nostri giornali, non dovrebbe esserci spazio per un semplice appello all’igiene del linguaggio, me ne rendo conto. 

L’igiene del linguaggio  potrebbe apparire una futile ricetta di un medico folle che raccomandi ad un moribondo, chessò, di lavarsi accuratamente i denti, anche sul letto di morte. Ma se realizziamo che il linguaggio (non solo verbale) è il veicolo che usiamo per comunicare pensieri o sentimenti sulla nostra realtà interiore o sulla realtà esterna; e che esso finisce per trasmettere impulsi alla riflessione e all’azione anche quando a queste non è positivamente orientato; e che, quindi, esso  postula (entro un certo grado) la necessità di una non equivoca corrispondenza fra significati e significanti;  allora ci rendiamo conto di come l’igiene di tali impulsi è (anche) di fondamentale importanza per la convivenza civile e (anche) per la formazione di una volontà politica all’interno delle moderne democrazie (in cui, più o meno consapevoli, viviamo).

Per non divagare su un tema così vasto, mi soffermerò sul “caso” che ha determinato questo appello: i riferimenti all’Europa (qui intesa come UE). Bene (si fa per dire); fateci caso: nel linguaggio corrente (di media irresponsabili o di politici che si reputano scaltri), non c’è riferimento all’Europa che non abbia un lamentoso (e stereotipato) senso di riprovazione: l’Europa è assente, l’Europa è inconsistente, l’Europa non riesce ad elaborare una linea politica che non sia semplicemente rivolta all’interno di se stessa, per creare regole e burocrazie, l’Europa è vacuamente velleitaria, etc.etc.etc.

Sarebbe da sciocchi negare l’esistenza di alcuni di questi problemi. Del resto anche rapporti pensosi, pensati ed autorevolissimi come il recente Rapporto Draghi o il Rapporto Letta focalizzano – con spirito costruttivo, però – le molte ed importanti cose da fare per migliorare l’efficacia di questo magnifico progetto di pace e di prosperità che i nostri padri ci hanno edificato e che tanto ha giovato al nostro continente. 

Però – rendiamocene conto anche noi, nei nostri linguaggi – vale anche qui un concetto che ho più volte sintetizzato con questo ovvioma: l’Europa siamo noi! Anzi, in virtù del mandato conferito ai nostri rappresentanti politici all’atto della loro elezione, l’Europa, per noi cittadini mandanti, la fanno loro che lì ci rappresentano e lì operano (o dovrebbero operare) per nostro conto e nel nostro interesse. Le volontà dell’Europa la fanno loro, le grandi realizzazioni della nostra patria Europea sono merito loro (o, più realisticamente, dei loro predecessori); e, se siamo onesti con noi stessi, lo dobbiamo riconoscere a loro merito (e non solo quando incassiamo i denari del PNRR!). Ma – teniamolo bene in mente – sono anche loro (per nostro conto) i responsabili di ciò che in Europa (se del caso) non va. Le volontà dell’Europa sono le volontà dei suoi cittadini, che i loro rappresentanti sono tenuti ad incarnare e a portare avanti, con mediazioni, compromessi e diplomazia, nel nostro piccolo Paese come nell’Europa di cui facciamo parte e che abbiamo felicemente contribuito a fondare! 

Certo, devono farlo in un contesto di interessi diversi, talora divergenti (come, del resto, potrebbero esserlo, chessò, gli interessi a certe politiche nazionali dei siciliani o dei lombardi). E questo è vero quand’anche, nelle spesso non decorose campagne elettorali cui assistiamo, ammiccano – per meri istanti di miope propaganda – a scettiche volontà comunitarie, o a riserve mentali che non fanno onore né a chi le coltiva né a chi acriticamente le diffonde né a chi passivamente le ingurgita! 

Se fosse saggio pesare per come appaiono le presenti torsioni geo-politiche globali, dovremmo concludere che oggi – una volta di più – non abbiamo percorribili alternative che non siano foriere di disastri, politici, economici, civili e democratici. Abbiamo una strada tracciata, imboccata e per un lungo tratto percorsa; una strada che implica sforzi, compromessi, complessità – spesso pesanti – da affrontare e da gestire; ma – ancora una volta – non abbiamo alternative che non siano di regresso, di ripiegamento, di frustrazione, di insignificanza. Tutto ciò che sapremo fare per andare avanti in Europa e per l’Europa sarà un merito dei nostri rappresentanti (e perciò nostro); tutto ciò che non sapranno o non vorranno fare sarebbe una loro (e quindi nostra) tragica responsabilità.

Roma, 20 febbraio 2025

martedì 11 febbraio 2025

Letture fuori del tempo

 Anagnosi-terapia

(di Felice Celato)

Mi è difficile negare che, in questo periodo, abbia cercato – nel contatto col mondo e con gli amici – la via della fuga dal reale (contemporaneo). Una fuga che – per me – si origina da un crescente fastidio per i rumori terrificanti del mondo, del paese e della mia amatissima patria, l’Europa, travagliata dalla pochezza di molte leadership dei paesi partners, che spesso trasferiscono sull’Europa (con la complicità di molti media) i mali che essi stessi cagionano o, in Europa, le provocazioni delle loro domestiche campagne elettorali (l’ultima: AfD invoca due diverse monete Europee, l’euro del Sud e l’euro del Nord).

Per questo ho “inventato” la cura che dà il titolo a questo post (anagnosi-terapia) che vorrebbe richiamare, attingendo al greco antico, il concetto terapeutico di alcune letture (anagnosi, sta infatti per lettura, forse come riconoscimento dei simboli grafici).

Ne è conseguito che le molte ore dedicate alla lettura si sono rivolte alla ri-lettura di vecchi libri letti più volte (dall’”eterno” Requiem di Antonio Tabucchi, al Vangelo secondo Pilato di Eric Emmanuel Schmitt, a Lo straniero di Albert Camus, a Il muro invisibile di Harry Bernstein),magari studiando anche l’evoluzione dei miei giudizi (esercizio quanto mai interessante, per “verificare” se stessi alla luce del tempo che inevitabilmente muta anche le sensibilità); oppure a temi “esoterici” (per esempio il libro di un neuro-biologo americano - Angus Fletcher - che analizza i benefici umani dello Storythinking, il pensare in termini di azioni e non in termini di equazioni…e di altro materiale logico, come strumento di conoscenza e di crescita umana); o a temi programmaticamente fuori del tempo (come Alla corte di mio padre, una bella ed interessantissima auto-biografia, anche sociologica, del sommo narratore Isaac Singer, giovanissimo ai tempi del narrato); o anche a temi eterni e, per ciò stesso, oggi quanto mai, desueti ( il Geremia, utilizzato per un esercizio spirituale condotto da Carlo Maria Martini, nel 1993 a Caracas). Mi soffermo brevemente su questo ultimo, perché la mia scelta, fra le tante possibili per non occuparmi dell’oggi, non può non essere stata misteriosamente ispirata dall’innegabile… contemporaneità del profeta di sciagure, che – parlando per immagini di straordinaria efficacia – viveva la sofferenza del suo drammatico profetare in tempi assai amari per Gerusalemme, quando l’alleanza (la mutua adesione, dell’uomo a Dio e di Dio all’uomo, simboleggiata dall’immagine della cintura di lino) sembrava naufragare nelle sciagure del tempo.

Che le ore dedicate a queste letture abbiano “sacrificato” la lettura dei giornali è ovvio; ma è anche voluto. E non ne provo rimorso alcuno (anche perché quando riapro un giornale faccio fatica a pensare in quale giorno siano stati scritti molti articoli). Però mi domando quanto possa durare questa sospensione; resisterà al Festival di Sanremo, alle sue seduzioni, di cui il nostro paese sembra innamorato? Nella irrealistica ipotesi che duri solo poco più di sei o sette giorni, ho pianificato di affrontare la ri-lettura de I Promessi sposi, stavolta  nientemeno che in e-book per legare le ore di lettura al tavolo con quelle della lettura a letto (dove i grossi tomi mi sono scomodi). Don Lisander, da lassù, probabilmente chiuderà un occhio.

Roma, 11 febbraio 2025, anniversario dei Patti Lateranensi

 

sabato 18 gennaio 2025

L'assente

 Elogio del dubbio

(di Felice Celato)

Seguo spesso, sui giornali ma anche – magari mentre  guido - su Radio Radicale, i pressoché quotidiani dibattiti parlamentari; che però mi sono di altrettanto quotidiano sconforto, al punto di farmi radicalmente dubitare sulla loro (residua) utilità. 

Ciò che mi sconforta è un’assenza inquietante: l’assenza del dubbio dagli enunciati, sempre più marcata man a mano che “sale” il vigore (sempre comunque alto) delle asserzioni: solo certezze, di infinita saggezza dell’agire politico della maggioranza o di totale insensatezza (se non di criminale intenzionalità) di tale agire nell’ottica della minoranza. E ciò anche quando la materia dibattuta è di estrema delicatezza e complessità come, per esempio, la vexata quaestio – aspramente discussa in queste ultime settimane – della cosiddetta separazione delle carriere fra magistrati inquirenti e magistrati giudicanti e, soprattutto, della sua concreta attuazione [del resto se, come è possibile, ci sarà un referendum avremo modo di rifletterci in maniera più cosciente, quando il gran parlare sarà diventato, appunto, norme concrete, ancorché soggette a referendum]; oppure quando la materia dibattuta comporta, per sua natura (vedansi, per esempio, i temi economici o di politica fiscale), un bilanciamento di pro e di contra assai difficili da valutarsi ex ante e comunque altamente dipendenti anche da visioni del mondo (la Weltanshauung, dei filosofi) assai divergenti e, magari, talora inconciliabilmente opposte.

Si dirà che in fondo la “politica politicata” deve necessariamente propinare certezze, sia sulle linee d’azione della maggioranza governante sia sulle ragioni della minoranza opponente; e che, ancora in fondo in fondo, il vero taciturno interlocutore è proprio l’ascoltatore lontano dalle aule parlamentari, cioè quello che io chiamo il destinatario dell’offerta politica, il popolo elettore; e che, quindi, in sé, ogni dibattito parlamentare è fattualmente disassato, cioè apparentemente svolto fra falsi interlocutori funzionali (cioè i parlamentari votanti) ma in realtà rivolto all’esterno, all’interlocutore non presente in aula, o tutt’al più ai suoi araldi (i giornalisti parlamentari, poveri loro, incaricati di riferirne al popolo elettore).

Diceva Voltaire che il dubbio è scomodo ma solo gli imbecilli non ne hanno; e poiché escludo – nel modo più categorico, perbacco! – che i nostri parlamentari considerino il popolo elettore (cioè chi li ha mandati a governare o ad opporsi, chi – in sostanza – li ha votati) un aggregato di imbecilli, devo concludere che i nostri parlamentari vogliano solo – generosamente, per carità!– preservarci dalle scomodità del dubbio, propinandoci le loro indubitabili certezze del momento, anche al rischio di accollarsi, però, loro stessi, personalmente, il Voltaireiano sospetto di imbecillità.  

Se lo fanno con questa intenzione, mi sentirei di rivolgere loro una cortese preghiera: per favore non tentate di preservarci dalla scomodità del dubbio, mantenete a nostro carico questo fardello, perché il dubbio è profondamente appassionante (come diceva Oscar Wilde); così, quando indirettamente vi rivolgete a noi (fingendo di dibattere fra voi), non propinateci indubitabili certezze perché ci farebbero dubitare di voi (e quindi della nostra sperata saggezza di elettori, della quale, pure, non vogliamo dubitare). Mi rendo conto che questo guasterà il "piacere" di ascoltarvi litigare, ma ce ne faremo una ragione!

Roma  18 gennaio 2025

 

 

 

domenica 5 gennaio 2025

Tempus regit actus

Divagazioni latine

(di Felice Celato)

Tempus regit actum  (insegnano i giuristi processualisti), per intendere che ogni atto va valutato  secondo la disciplina vigente al momento del suo compimento; ma oggi – chissà perché – mi viene in mente di mettere actum al plurale (actus, accusativo plurale), liberamente traducendo così: il tempo (per noi uomini: l’età) “governa” gli atti. Me ne accorgo soprattutto (ma non solo, purtroppo!) quando gioco a golf! Il tempo governa la qualificazione dei nostri atti! Benedetto il tempo, che ci dà continuamente la misura del suo decorrere... ricordandoci che fugit irreparabile tempus (diceva Virgilio).

Roma 5 gennaio 2025

martedì 31 dicembre 2024

HAPPY NEW YEAR

Il finto proverbio cinese per il 2025

(di Felice Celato)

Sarà difficile l’anno che viene, inutile nasconderselo; difficile ed enormemente rischioso, come ci scrivono, con solidi argomenti, i nostri commentatori più seguiti; inutile – anzi: addirittura altamente dannoso per l’umore – fare, qui, un analitico censimento delle inquietanti correlazioni che collegano fra loro gli scenari dei vari mondi di cui facciamo parte (la Terra, infestata da prepotenze e da violenze fisiche e verbali; il genere umano, tanto spesso dimentico di se stesso; l’Europa sull’orlo di una  folle crisi identitaria; il nostro povero Paese, galleggiante nella banalità dei suoi slogan ad uso di menti pigre).

Nello sconforto del contesto, mi soccorrono – per mia e nostra fortuna – le parole con le quali si chiude la monumentale Introduzione al Cristianesimo di Joseph Ratzinger (qui tante volte citata): Chi crede sa che si va “avanti”, non si gira intorno. Chi crede sa che la storia non assomiglia alla tela di Penelope, continuamente ritessuta per venir continuamente disfatta. Anche il cristiano potrà essere assalito dagli incubi angoscianti, dell'inutilità di tutto […]. Ma nel suo incubo penetra la voce salvifica e trasformatrice della realtà: “Coraggio, io ho vinto il mondo” (Gv. 16,33). Il mondo nuovo, raffigurato nell'immagine della nuova Gerusalemme con cui termina la Bibbia, non è un'utopia, ma una certezza a cui andiamo incontro nella fede. C'è una redenzione del mondo, ecco la ferma fiducia che sostiene il cristiano e che lo convince che anche oggi vale la pena di essere cristiano.

Direi che basta e avanza per avviarci al Nuovo Anno, magari oppressi ma non schiacciati, sconvolti ma non disperati (2 Cor. 4,8).

Infine, per salutarci e farci un piccolo ma decisivo augurio “pratico”, attingo, dal bel libro di un raffinato intellettuale Italiano che vive ed insegna a New York (Antonio Monda, Incontri ravvicinati, La Nave di Teseo, 2024), questa citazione  presa dalle sue memorie familiari (un finto proverbio cinese utilizzato dal padre coi figli): sei io ti do una cosa e tu me ne dai un'altra, alla fine ne abbiamo una entrambi. Ma se io ti do un'idea e tu me ne dai un'altra, alla fine ci ritroviamo entrambi con due idee. Ecco: che il 2025 ci arricchisca di scambi di idee (e anche che lo Spirito Santo ci aiuti a distinguere quelle che è bene trattenere in noi da quelle di cui possiamo tranquillamente disfarci)!

Roma, 31 dicembre 2024

 

giovedì 19 dicembre 2024

Natale 2024

 Rigenerazione

(di Felice Celato)

Ancora una volta al Natale che viene chiediamo una cosa, sempre nuova ed antica, di cui, in quest’anno terribile per il mondo, sentiamo (credo tutti) forte il bisogno, mai così forte, in questi anni recenti, come oggi: una rigenerazione. 

Ci pare (mi pare) forse di meritarla (in fondo, magari a Natale, ci sentiamo più buoni); ma non ne sono del tutto sicuro perché – se nulla possiamo sui minacciosi scenari esogeni – almeno qualcosa di meglio, nel contesto in cui più prossimamente viviamo, potremmo forse fare anche noi: per esempio esercitare quotidianamente quell’azione di discernimento (QUI ci vuole!) che ci renderebbe meno gregari, magari inconsapevoli, magari per pigrizia o per il fastidio di dire sempre il contrario di ciò che sentiamo dire; ma, ciò nondimeno, non meno colpevoli, quando fossimo certi – e io, molto immodestamente, ne sono certo – di disporre delle risorse mentali e spirituali per gridare “basta!” al comunismo delle manipolate opinioni prevalenti, fatte di slogan e di volontarie  proposte di facile fraintendimento. 

Ma a Natale anche il “basta!” stonerebbe; e così – per chi crede – meglio godersi il senso profondo dell’eterna scommessa che Dio ogni anno rinnova sull’uomo, sapendo – e come potrebbe Lui non saperlo? – che ancora una volta la perderà, perché nessun altro meglio di Lui sa che siamo fatti di fango; e che – per quante Risurrezioni abbiamo già vissuto – abbiamo sempre bisogno di una nuova redenzione, quella che il Bambino, venuto ad abitare fra di noi, ogni anno ci lascia intravvedere dalla grotta di Betlemme (mi hanno sempre colpito quelle immagini sacre che ritraggono il Bambino che già mostra la Croce).

Allora come non concludere questo rituale – ma non per questo meno affettuoso – augurio di Buon Natale con una riflessione (tratta dal Messaggio Urbi et Orbi del 25 XII 2010) di quel maestro nella fede che è stato (certamente per me) il grande papa Benedetto XVI? 

“Il Verbo si fece carne”. Di fronte a questa rivelazione, riemerge ancora una volta in noi la domanda: come è possibile? Il Verbo e la carne sono realtà tra loro opposte; come può la Parola eterna e onnipotente diventare un uomo fragile e mortale? Non c’è che una risposta: l’Amore. Chi ama vuole condividere con l’amato, vuole essere unito a lui, e la Sacra Scrittura ci presenta proprio la grande storia dell’amore di Dio per il suo popolo, culminata in Gesù Cristo. In realtà, Dio non cambia: Egli è fedele a Se stesso. Colui che ha creato il mondo è lo stesso che ha chiamato Abramo e che ha rivelato il proprio Nome a Mosè: Io sono colui che sono … il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe … Dio misericordioso e pietoso, ricco di amore e di fedeltà. Dio non muta, Egli è Amore da sempre e per sempre. E’ in Se stesso Comunione, Unità nella Trinità, ed ogni sua opera e parola mira alla comunione. L’incarnazione è il culmine della creazione. Quando nel grembo di Maria, per la volontà del Padre e l’azione dello Spirito Santo, si formò Gesù, Figlio di Dio fatto uomo, il creato raggiunse il suo vertice. Il principio ordinatore dell’universo, il Logos, incominciava ad esistere nel mondo, in un tempo e in uno spazio. 

Al Logos venuto in mezzo a noi, chiediamo di non abbandonarci a noi stessi, nonostante tutto; nella certezza che non lo farà.

Roma, 19 XII 24

domenica 8 dicembre 2024

Pragmatismo

Ansia di comprensione

(di Felice Celato)

Questo post non è il frutto di una compiuta riflessione ma, come dice il titoletto, il frutto di un’ansia di comprensione; vorrei cioè capire – cosa che non mi è finora riuscita – che cosa si voglia veramente dire quando, sempre più frequentemente, si sente dire che la “bussola” di una politica (o di una parte politica) è il pragmatismo. Devo intendere – volendo far credito a questi affascinanti orientamenti e saccheggiando dai riferimenti filosofici che ho trovato sfogliando l’Enciclopedia Treccani – che per pragmatismo si intenda (nel migliore dei casi) l’atteggiamento che consiste nel privilegiare i risultati concreti, le applicazioni pratiche di ciascuna azione politica più che i principi o i valori ideali (che potrebbero costituire "l’ingombrante" fardello di ogni impostazione ideologica, magari della parte avversa).

E (direi: certamente) in larga misura un sano pragmatismo (come sopra inteso) è cosa buona e giusta, quando si tratta di scegliere fra una cosa buona (l’azione politica secondo ragione) e una cosa cattiva (l’azione politica non conforme alla ragione). [Del resto, diceva Benedetto XVI in un memorabile discorso di ben altro livello, non agire secondo ragione, σὺν λόγω, è contrario alla natura di Dio].

Ma mi domando (e vi domando, miei lettori): quale sarebbe, in politica, la cosa buona e giusta quando si tratta di scegliere fra beni diversi (al plurale) e fra mali diversi (al plurale) di un’azione politica? E ancora: fra beni di oggi e mali di domani invece che fra mali di oggi e beni di domani? [Faccio un esempio tratto dalle vicende recenti del nostro paese (i famosi super-bonus edilizi): fra un bene di oggi (il presidio della produzione del benessere, con un forte stimolo alla tenuta del famoso PIL, in un momento di grave crisi come lo furono le conseguenze economiche del Covid) e un male di domani (l’erosione delle entrate fiscali future)].

Certo, se l’azione politica consiste nell’amministrare il presente secondo ragione, un sano pragmatismo non può che essere una buona cosa, un saggio proposito. Ma se l’azione politica si affaccia sul futuro e sulla necessità di scegliere fra diversi beni o fra diversi mali, o (mi ripeto) fra beni di oggi e mali di domani, il sano pragmatismo non basta: ci vuole un certo progetto sul futuro della comunità che si dovrebbe guidare (questa è la leadership); e per fare un progetto ci vuole una visione del futuro (una vision, direbbero gli americani); e, ancora, per avere una visione sul futuro occorre avere un’idea di cosa è bene e di cosa è male per una comunità; e, in democrazia, sarebbe necessario comunicare con chiarezza questa visione a chi, in fondo (e senza affatto mitizzarne la saggezza), detiene il potere di determinare la scelta progettuale, cioè – nel nostro discorso – la scelta fra i diversi beni (al plurale) perseguibili e fra i diversi mali (al plurale) da scongiurare. Del resto, scrive il Censis, fare politica è un esercizio alto, è l’arte del consenso e dell’interpretazione dei sentimenti e dei bisogni sociali, è un compito complesso di responsabilità e immaginazione: significa leggere nel Paese lo sguardo nel futuro. Eppure, l’anno che si chiude lascia l’amaro sapore di una politica tutta giocata sul gusto non di fare, ma di essere politici (e questo, aggiungo io, non vale certo solo per chi è al governo!).

Capiranno bene, i miei lettori più intelligenti di me, che alla luce di queste considerazioni e di tante altre che potrebbero farsi al riguardo, urge capire se il sano pragmatismo come bussola della politica sia veramente la virtù (perché di virtù si tratta, beninteso) di cui abbiamo più bisogno per non solo galleggiare (copyright Censis).

Roma, 8 dicembre 2024, Immacolata Concezione e seconda domenica di Avvento

 

 

 

domenica 17 novembre 2024

Vènti e rotte

Una lettura nostalgica

(di Felice Celato)

Se è vero che l’incertezza del futuro è una costante delle nostre esistenze, è anche vero però, come diceva Seneca, che ignoranti quem portum petat nullus suus ventus est (nessun vento è favorevole per chi non sa verso quale porto dirigersi). E questa mi pare la condizione del nostro mondo occidentale, questa simbiosi geopolitica ed economica che, come recita l’Enciclopedia Treccani, abbraccia un'estesa area che include le nazioni più ricche e industrializzate dell'Europa e dell'America, nonché l'Australia, la Nuova Zelanda e il Giappone, e quei paesi accomunati, almeno idealmente, da determinate caratteristiche economiche e politiche: stato di diritto, liberalismo, liberismo economico, multipartitismo, tutela delle libertà fondamentali (di espressione e di associazione ecc.), sentite come l'eredità della democrazia e del pensiero razionalista sviluppatisi principalmente attraverso le vicende storico-culturali dell'Illuminismo e delle rivoluzioni americana e francese.

Ebbene, questo nostro mondo, in cui per quasi ottanta anni abbiamo vissuto senza prolungate e drammatiche scosse, sembra avvolto in una nebbia (di istanze gridate, di promesse o di minacce, di pulsioni e di irresistibili  pruriti) che non solo nasconde ogni porto ma ci induce  ad abbandonarci ad ogni vento, perché di ciascun vento cogliamo, per qualche tempo, la spinta che ci pare irresistibile. E all’interno di questo mondo, il nostro micro-cosmo Europeo (che si è fatto, come scriveva Joseph Ratzinger, attraverso la fede cristiana che porta in sé l'eredità di Israele, ma insieme accogliendo in sé il meglio dello spirito greco e romano) sembra anch’esso confuso quant’altro mai nella sua più breve storia recente; da un lato, quasi incapace di auto-riconoscersi nella meravigliosa impresa di pace e di progresso iniziata a valle della immane tragedia della Seconda Guerra Mondiale; e, dall’altro, forse incapace di porre mano a quant’occorra fare per preservarne il valore.

In questo tempo così oscuro mi colpisce ogni giorno (soprattutto da noi) il contrasto fra la complessità e l’insicurezza degli scenari, da un lato, e, dall’altro, la semplificazione che sembra, da ogni parte, essere domandata alla politica e che da questa viene offerta a piene mani, attraverso slogan al posto dei ragionamenti, illusioni al posto delle realtà, semplificazioni al posto delle complessità di molti problemi, temporanee vie d’uscita al posto di soluzioni lungimiranti.

In questo mood inquieto è venuta a collocarsi una lettura in qualche modo nostalgica: di Giuseppe De Rita, Oligarca per caso (Solferino, 2024). Si tratta, in fondo, di un libro di memorie di tempi recenti, pervaso da una più che giustificata soddisfazione per il lavoro fatto, scritto da uno dei nostri grandi vecchi che ha percorso una vita a domandarsi come siamo fatti noi italiani, analizzando attentamente le morfologie delle nostre aggregazioni sociali, per coglierne i profondi significati, le insite dinamiche, i valori che esse esprimono e anche i limiti che esse manifestano. Una lettura che raccomando, soprattutto a chi, come me, …dal presente trae un flusso di nostalgie (di idee, di persone, di metodi).

La tesi cui allude il titolo è che De Rita è stato, a suo modo e con fierezza, un oligarca (in questo senso: l'oligarca ha un tessuto di potere che non dipende da un mandato verticale che cala dall'alto: quello è il gerarca, il cui potere finisce quando cade il suo dante causa. Il potere dell'oligarca sta nella capacità di tessere rapporti in linea orizzontale con quelle cento-duecento persone che in un sistema complesso possono sì regolare singole materie, ma hanno sempre bisogno di confrontarsi con gli altri). 

Da questa tessitura può nascere una felice azione politica, quando si coniuga con l’intenzionalità (cioè: con la voglia di raggiungere un obiettivo preciso agendo di conseguenza) che dovrebbe essere propria dell’agire politico (e De Rita ricorda nel libro i suoi tanti no alla politica). Ma questo è un discorso diverso che chiama in campo, non solo la tessitura di rapporti in linea orizzontale di cui l’oligarca è capace, ma soprattutto la sua capacità di aggregare il consenso, strutturato e competente, di cui l’agire politico dovrebbe nutrirsi. 

Ce ne è abbastanza, credo, per non dover giustificare la nostalgia della quale mi si è connotata la lettura del libro di De Rita.

Roma, 17 novembre 2024

 

 

martedì 5 novembre 2024

Letture di soccorso

Un discreto successo

(di Felice Celato)

Nell’appena decorso decimo mese di quest’anno così deprimente, ho praticato con discreto successo la difficile arte dell’auto-estraniamento, cioè della consapevole fuga da quanto si viene svolgendo attorno a noi, nel mondo tempestoso, nell’Europa confusa e balbettante (rectius: fra i membri dell’UE confusi e balbettanti), nell’Italia annegata in un mare di beghe, di ecolalie e di verbigerazioni spacciate per dialettica politica, di assillanti propagazioni all’insegna del semplicismo, talora irenico, talora tensivo.

E, come mi accade in casi del genere, devo il discreto successo di questo (sempre più spesso attraente) esercizio di auto-estraniamento, ad una felice coincidenza di letture impegnative ed assai interessanti, affrontata con ossessiva continuità.

Ove mai qualcuno dei miei lettori condividesse questa esigenza di fuga dal corrente, a suo beneficio provo qui ad elencare, con brevissimi cenni, alcune delle migliori “medicine” che mi sono auto-propinato, tralasciando le due o tre dell’area letteraria (che pure, però, avevo scelto, con ansia di fuga, nella produzione più recente di ben noti scrittori amanti del surrealismo metafisico, quali Haruki Murakami ed Eric Emmanuel Schmitt).

Eravamo fermi, ad inizio mese, al testo di Bernard-Henry Levy (La solitudine di Israele, di cui all’ultimo post) che però – ratione materiae et temporum – era tutt’altro che estraniante; siamo passati per Murakami e Schmitt; e siamo approdati a:

  • Felice, Flavio: Wilhelm Ropke (IBL, 2024, ebook): un saggio molto interessante, ma anche molto complesso, sul pensiero di uno studioso tedesco della corrente Ordo-liberale (cioè della difesa di un'economia fondata sulla libera concorrenza, la lotta ai monopoli, l'intervento pubblico alla sola condizione che sia conforme alla esigenza di salvaguardia del mercato come unica fonte di produzione del benessere). Noi crediamo.... scrive l'autore che per una comprensione il più possibile culturalmente onesta delle ragioni che hanno condotto il nostro paese a intraprendere alcune strade piuttosto che altre, andrebbe considerata anche l'influenza, benché per alcuni ritenuta marginale e forse proprio perché marginale, di un autore come Ropke che seppe parlare della crisi del suo tempo, ma che crediamo abbia ancora molto da dire anche sulla crisi del nostro.
  • Matteoli, Michela: La fioritura dei neuroni (Sonzogno, 2024, ebook): un breve ed interessantissimo saggio sui fondamenti cerebrali della convivenza, sui meccanismi del cervello e sulle “modalità” per preservarne nel tempo l’efficacia (capiranno da questo, i miei lettori, perché il testo mi ha così preso).
  • Busi, Giulio: Giovanni – Il discepolo che Gesu’ amava (Mondadori, 2024, ebook): il libro muove da un’ottica particolare: il Vangelo secondo Giovanni è riletto - da un non biblista ma, allo stesso tempo, profondo conoscitore della letteratura specialistica – nel faticoso itinerario spirituale ed intellettuale  del suo tormentato autore, nel corso della definitiva composizione del testo, attorno all’anno 110 e in Efeso; la figura di Giovanni non coincide con quella canonica (che identifica Giovanni Evangelista nella persona dell’apostolo Giovanni, figlio di Zebedeo) ma con quella – ben nota gli specialisti e da molti ritenuta autentica – di  un non meglio identificato Giovanni il Presbitero, apostolo anche lui (non uno dei dodici però, ma, anche lui, testimone diretto di quello che narra e, ovviamente, a conoscenza delle narrazioni sinottiche), appartenente alla casta sacerdotale di Gerusalemme, e perciò in grado di cogliere con maggiore profondità molte delle sfumature del linguaggio di Gesù e delle loro implicazioni. 
  • Ravasi, Gianfranco: Ero un blasfemo, un persecutore e un violento (Raffaello Cortina editore, 2024): una biografia a tutto tondo di San Paolo, ricostruita attraverso le sue Lettere e gli Atti degli Apostoli, un libro di grande spessore culturale, scritto da un sommo biblista, anche con grande cura del lettore; un testo eccellente che raccomando a tutti.... ancorché non ossessionati (come me) dalla voglia di distanza dalla pericolosa banalità del presente.

Roma 5 novembre 2024