Veni, Sancte Spiritus
(di Felice Celato)
Eccoci qua, dopo quasi due mesi di silenzio, davanti ad una tacita tastiera che attende il ricomporsi delle parole, per scambiarci l’augurio di una profonda immersione nel senso di questa terza grande festa liturgica dell’anno, la Pentecoste, festa dell’unione, della comprensione e della comunione umana, che si realizzano nel e col dono dello Spirito, che ci guida verso le altezze di Dio, perché possiamo vivere già in questa terra il germe della vita divina che è in noi (Benedetto XVI, 2012).
Quanto sono lontane queste luminose visioni dalle angosce del presente, teso, astioso, bellicoso, ruggente, babelico e denso di incognite! E quanto difficile ci appare ritrovare il senso della Pentecoste ogni giorno, quando scorriamo nauseati le cronache quotidiane delle tempeste mondiali che viviamo sgomenti. Certo, non siamo i primi a viverle queste angosce che hanno sicuramente accompagnato lunghi tratti delle vite dei nostri genitori e dei nostri nonni nei decenni che ci hanno preceduto; ma – si sa – un conto è sentirle evocare alla luce di fatti sofferti e ricordati (di cui conosciamo gli esiti) e un altro – tutt’affatto più percuotente – il viverle senza conoscerne l’esito, in un contesto dove le cronache sono infinitamente più vaste e dettagliate di quelle che hanno preceduto gli eventi che hanno segnato la storia, quantunque non lontanissimi nel tempo.
Allora ecco che il senso della Pentecoste si riaffaccia oggi prepotente, non come il frutto caduco di un rito annuale ma come il senso profondo di tutta la nostra fede, che non sta (solo) negli eventi che i Vangeli ci hanno narrato (incarnazione, rivelazione, predicazione, morte e resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo) ma (soprattutto e in dipendenza di quelli) nel dono effusivo e perenne dello Spirito Santo; un dono – si direbbe col linguaggio dei giuristi – di natura recettizia, cioè che ha efficacia nel momento in cui viene recepito e se viene recepito, nella libertà del donatario.
Ecco perché mi pare abbia senso augurarci reciprocamente di saper rinnovare in noi, ogni anno e per sempre, il significato ed il senso della Pentecoste e di saperci immergere in essi con coraggio e fiducia. Nonostante tutto!
[Di questa immersione parla un piccolo libro – di Karl Rahner: L’esperienza dello Spirito – Meditazioni sulla Pentecoste, Edizioni San Paolo, 2016 - che lessi dieci anni fa, che consiglio a tutti e che ho risfogliato per accompagnarmi nella formulazione di questo affettuoso augurio agli amici credenti e non credenti; perché anche a questi ultimi non potrà non piacere questa festa dell’unione, della comprensione e della comunione umana, quand’anche non ne vedano… il fondamento teologico]
Roma, 24 maggio 2026
(Mia madre avrebbe compiuto oggi il suo 98° anno di vita; a lei salga la mia sempre grata memoria)
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