domenica 4 marzo 2018

Spigolature

La cultura della complessità
(di Felice Celato)
Il progredire delle conoscenze ha ridotto, se non azzerato, l’area del semplice. La più ordinaria delle cose, all’esplorazione esperta, si rivela di una straordinaria e, spesso, meravigliosa complessità. Pensate all’acqua (San Francesco così la cantava ne Il cantico delle creature: Laudato si’, mi’ Signore, per sor’Aqua, la quale è molto utile et humile et pretiosa et casta). Siamo così avvezzi all’acqua (bene comune, diciamo spesso e non sempre a proposito), ne percepiamo così istintivamente la preziosa e casta umiltà che ben difficilmente indovineremmo che, nell’Enciclopedia Treccani, la pur sintetica illustrazione della voce “acqua” prende 7362 parole (per intenderci: 10 dei nostri post, una quindicina di pagine fittamente dattiloscritte).
Ci pensavo leggendo un appassionato articolo di Giuseppe De Rita sul Corriere della sera di ieri (La mediocrità politica alimenta l’indifferenza) dove appare, appunto, il sintagma che dà il titolo a questo post, contrapposto al radicale semplicismo delle opinioni. E mi domandavo che cosa induca sempre più persone a cadere nell’equivoco che basti aprire il dorso di un orologio che si è fermato e serrare o allentare la prima vite che ci capita davanti, per rimettere in moto l’intero meccanismo [il copyright di questa metafora non è mio ma non ricordo a chi doverosamente attribuirlo].
Sgombriamo il campo da una sempre possibile accusa di tecno-filìa: la supponenza degli esperti che abusano del linguaggio tecnico, magari altamente specialistico, per contornarsi dell’aura quasi sacrale di detentori del sapere, è spesse volte – come vedremo subito – alla radice del male (oltre che esibizione in sé ridicola). Ma la distopìa del linguaggio (cioè l’uso di un linguaggio fuori del luogo ad esso appropriato) è una “malattia” non solo diffusa fra gli specialisti che dovrebbero farsi capire; in senso paradossale, anzi, è diventata (nelle forme più triviali) la cifra degradata del nostro stesso modo di comunicare: in televisione, per esempio, come in politica del resto. Solo che, nel primo caso (in bocca allo specialista sussiegoso) il linguaggio distopico crea inevitabilmente il sospetto di vuoto dietro al complesso; nel secondo caso (in bocca al comunicatore triviale) direttamente banalizza e mortifica la complessità del reale. In entrambi i casi questa ne esce oscurata, a vantaggio di una semplificazione (il semplicismo delle opinioni di cui parlava De Rita) che non ha più radici nel mondo effettivo; e che rischia di alimentare false convinzioni in ordine alla stessa attingibilità della conoscenza, estraniandola dalle sue basi, che, poi, sono rimaste quelle di sempre: un faticoso cammino in salita fatto di studio (talora solitario) e di esperienza; entrambi esigenti tempo e sudore non alla portata di tutti. Non è un caso, credo, che la più alta fra le conoscenze, quella che avvicina l’uomo a Dio, trova il suo luogo in disparte, su un alto monte e, il suo tempo, dopo una faticosa salita di uno o di pochi (dall’Oreb alla Trasfigurazione).
Da questo punto di vista – ne parlammo qui nel luglio scorso – il “pensiero” semplicista, non può che essere un’illusione e, innanzitutto, un inganno: non esistono soluzioni semplici per problemi complessi, in ogni branca delle umane attività. Se, come credo (e forse troppe volte ripeto), tutto ciò è vero per le singole conoscenze, tanto più – e questo era il senso dell’articolo di De Rita – lo sarà per quel coordinato incastro di conoscenze e aspettative che è il governo di un paese (la politica, per intenderci; dove la complessità si fa sistema).
Sono sicuro che qualcuno avrà visto, in questa, in fondo incontrovertibile, constatazione, una manifestazione di elitarismo; come del resto molti saranno stati scandalizzati dalla provocatoria conclusione di De Rita “ridiamoci una casta” (chi ha letto L’eclissi della borghesia di G. De Rita e A. Galdo, Laterza, del 2012, non ne sarà invece sorpreso; del resto il contemporaneo articolo di Galli della Loggia, sempre sul Corriere, a questo allude: La cultura e l’impegno svanito). Ma se smettiamo di aver paura delle parole e del corrente Zeitgeist, sarà facile riconoscere che meccanismi complessi richiedono orologiai esperti e che avvitare o allentare viti a casaccio può essere estremamente pericoloso.
Diranno magari i cultori della contesa politica ad ogni costo: ma i precedenti orologiai hanno fatto fermare le lancette! Vero, o, almeno, sostenibile: allora cambiamo orologiaio, senza mettere l’orologio in mano ad un fabbro (già l’abbiamo fatto, sia pure con il figlio di un fabbro… e non fu un gran successo).


Roma, 4 marzo 2018, festa di san Casimiro di Cracovia; stanotte a Los Angeles si assegnano gli Oscar.

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