martedì 6 marzo 2018

Italica

Italia locuta
(di Felice Celato)
Italia locuta, causa finita: facendo il verso agli antichi romani (Roma locuta, causa finita), da “veri” democratici dobbiamo accettare – ci piacciano o non ci piacciano – le indicazioni del popolo Italiano; per carità, diviso quanto si vuole fra nord e sud (ma è poi vero, nello specifico?), fra centri urbani e regioni, fra classi finora dominanti e classi emergenti, ma, in fondo, unito, a larghissima maggioranza e inequivocabilmente, in una confusa domanda di nuovo; domanda per la verità, in sé, pienamente comprensibile, visti i risultati di tanti anni di governi miopi (cioè dalla vista corta) e parolai, peraltro vagliati al fuoco di una lunga crisi economico-finanziaria e di problemi “epocali”. Si potrebbe certamente discettare se il nuovo promesso sia “buono” o sia “cattivo”; o se sia compatibile con le risorse disponibili (ivi compresa la capacità di credito del sistema); ma oggi, post suffragium, la questione sarebbe sterile, perché – appunto – l’Italia ha parlato e ha detto quello che ha detto; quod scripsi, scripsi potrebbe dire il popolo italiano, facendo, stavolta, il verso a Pilato; né avrebbe più senso, sempre post suffragium, sorridere sulla battuta “state attenti a dove mettete la croce, perché poi bisogna portarla”. Per fortuna - si potrebbe storicamente argomentare - i partiti, quando governano, non sono mai come quando cercano i voti (e stavolta lo spero; altre volte, ce ne siamo lamentati, a commento della parabola del Berlusconi liberale). E questo, per paradosso, ci apre il cuore a qualche speranza, quand’anche avessimo votato per una delle parti sicuramente perdenti a queste elezioni (PD rovinosamente e Forza Italia più sottilmente).
Ma lasciamo perdere: verrei meno al difficile impegno di non parlare dei risultati elettorali se andassi avanti per aggiungere la mia modesta alle tante analisi esperte che si susseguono sui media. Ci sarà tempo - anche se ce ne potrà mancare la voglia - per commentare le conseguenze oggettive della svolta storica (sì, forse di questo si tratta!) impressa dal voto allo scenario politico Italiano e, indirettamente, a quello Europeo (non dimentichiamo che fra poco più di un anno si vota per l’Europa).
E allora mi viene da porre un problema più ampio, diciamo così, filosofico. Nelle moderne democrazie, c’è ancora spazio per la politica del “difficile”? O, necessariamente, per vincere, la politica deve essere “facile” (in ciò che prospetta, prima; e in quello che fa poi, come racconta la storia del nostro debito pubblico)? Insomma: oggi, con il dominio della comunicazione che caratterizza le nostre società e in una situazione per molti aspetti assai complicata, ha senso politico porre al popolo difficili obbiettivi per il domani, da duramente perseguire nell’oggi? Ovvero occorre coscientemente e ogni giorno costruire il gap che separa ciò che si propone da ciò che si dovrà comunque fare (con ciò, in fondo,  confezionando suggestive narrazioni)? Per sintetizzare brutalmente: il popolo vuole ascoltare solo quello che gli fa piacere? Il politico vuole solo capitalizzare il suo transitorio periodo di potere, prima di essere processato dai fatti?
Per carità, le promesse elettorali da sempre scontano una ricezione vagamente scettica; e poi, checché fingano di pensare i partiti, il voto spesso esprime un sintetico  consenso (o dissenso), poco connesso con l’analisi delle proposte (il famoso programma, in cui i politici dicono di credere, per fortuna spesso mentendo) e assai più frutto di generiche manifestazioni di fiducia aggregate attorno ad uno slogan generico, ossessivamente ripetuto in ogni comparsata televisiva; fiducia magari solo emotiva (e quindi provvisoria e fluttuante). Però il problema, secondo me, esiste e ci porta indietro, verso le radici del consenso democratico e verso l’esigenza di una sua dimensione critica, da coltivare costantemente.
In uno straordinario libro di qualche anno fa (Il “crucifige” e la democrazia, Einaudi, 2007,  cfr. qui Letture del 19 settembre 2013) Gustavo Zagrebelsky ricostruiva la vicenda della tragica decisione “democratica” di duemila anni fa e delineava il concetto di democrazia critica (nulla, per la democrazia critica, è tanto insensato quanto la divinizzazione del popolo, di cui è espressione la massima vox populi vox Dei, una forma di idolatria politica) e ne fissava una specie di manifesto civile: la democrazia critica deve mobilitarsi contro chi rifiuta il dialogo, nega la tolleranza, ricerca soltanto il potere, crede di avere sempre ragione. La mia speranza è che, deposti i generali “furori” di una ignobile campagna elettorale, non ci sia necessità alcuna di richiamarsi a tale dovere.
Roma  6 marzo 2018






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