venerdì 4 novembre 2016

Pensieri autunnali

Lucidi ignavi?
(di Felice Celato)
La prima settimana di ora solare, come ogni anno, fors’anche perché accoppiata con la annuale memoria dei morti, mi induce a pensieri mesti, direi autunnali: non che di solito sia un allegrone (del resto non ce ne sarebbero le condizioni, umane attitudini a parte!) ma anche nel cupo non mancano le oscillazioni.
Magari per suscitare l’ironia dei miei lettori indulgenti (che spesso mi consola e sempre mi diverte), provo a metter in fila il trito pensiero di questo week-end.
Partiamo da lontano: secondo un principio della tradizione rabbinica, nel valutare l’operato di una persona non conta tanto ciò che un individuo ha fatto, quanto, piuttosto, ciò che non ha fatto e che avrebbe potuto fare. Nella tradizione cristiana il principio è mirabilmente effigiato  nella ben nota parabola dei talenti in Mt 25, 14-30 e anche in Lc 19, 12-27, sia pure – forse – qui in una prospettiva più chiaramente teologica. E del resto il nostro sommo padre Dante pone gli ignavi (l’anime triste di coloro che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo) giusto appena prima della porta dell’Inferno (caccianli i ciel per non esser men belli né lo profondo inferno li riceve) e tanto li sdegna che si fa dire da Virgilio non ragioniam di lor, ma guarda e passa.
Questi criteri di giudizio, ad un tempo esigenti e realisti, mi tornano in mente, non senza qualche rimpianto, quando mi soffermo a pensare alla vita trascorsa, alle responsabilità che essa ci ha accollato e alle modalità con le quali le abbiamo vissute; al di là degli inevitabili errori connessi coi nostri limiti, a quanto abbiamo dato e su quanto ci siamo magari risparmiati per ignavia “prudente”.
Ma, in maniera più inquietante (perché attuale), questi criteri di giudizio mi tornano in mente quando penso a quel tratto di vita che abbiamo davanti, sperabilmente più breve di quello trascorso, certamente assai meno intenso e fortunatamente più appartato, ma non per questo, forse, del tutto privo di responsabilità anche solo civiche. E pure mi viene in mente un mio storico capo che, in un momento topico di cambiamento del “nostro” mondo professionale, con favella toscana mi diceva del peso della lucidità con una specie di apologo (che se volete può anche essere letto come un “elogio” dell’incoscienza): fra due persone che corrono insieme verso un precipizio, chi soffre di più – mentre avanza – è quella che è cosciente del  precipizio, non quella che non ne immagina nemmeno l’esistenza.
Bene: ci crederete facilmente perché mi sapete un po’ presuntuoso ma, credetemi, sento l’angoscia della lucidità con la quale mi pare di vedere dove andiamo a sbattere. E  tornando alla saggezza rabbinica mi domando se c’è qualcosa che non abbiamo fatto e che avremmo potuto fare per non far parte della schiera di coloro che mai non fur vivi, della nutrita compagnia degli ignavi, magari lucidi ma pur sempre ignavi.
Mah! Per fortuna domani sono stato invitato a visitare una importante cantina: la prospettiva che mi arride è che, di solito, nelle cantine si perde un po’ di lucidità e si guadagna un po’ di animo.
Roma 4 Novembre 2016 (già festa nazionale della vittoria; oggi Giornata dell’unità nazionale e delle Forze Armate)



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