martedì 12 giugno 2018

Il popolo e le élites tecnocratiche

Domande in attesa di risposta
(di Felice Celato)
Pare che il Primo Governo della cosiddetta Terza Repubblica abbia cominciato la sua fatica…di governo forse meglio di come esso stesso Governo ama annunciarsi agli Italiani: un discreto esordio internazionale del Presidente del Consiglio, una buona intervista “governante” (Corriere della sera di domenica) del Ministro dell’Economia, un primo sbarco di profughi digerito con parole sbagliate ma con azioni non criticabili, un secondo tentato sbarco efficacemente gestito, invece, ma con parole sbagliate (e le parole sono pietre!) e con azioni criticabili. Se lo iato fra parole ed azioni è il prezzo da pagare per sperare in meglio, mi pare che sia, nel breve periodo, un prezzo tollerabile (in fondo basta solo tapparsi le orecchie). E dunque – salvo emergenze – per un po' eviteremo di occuparci di politica gridata (come abbiamo fatto, con ansia, forse con angoscia, in queste ultime settimane per più di quanto avremmo voluto), tornando ad occuparci, nelle nostre chiacchierate, di cose un po' più profonde del parlare al vento.
Ma, sembrandomi impossibile, agli albori della cosiddetta Terza Repubblica, tacere della nostra società, vorrei tentare un breve ragionamento, prendendomi il rischio di suscitare qualche sdegno, sicuramente civile (ratione loci) ma non per questo meno netto. Proviamo.
Dunque prendiamo le mosse da un assunto che, anch’esso, non sarà largamente condiviso ma del quale sono convinto (e, del resto, qui ne abbiamo accennato più volte): il nostro essere “popolo” ha attraversato negli ultimi decenni una fase di relativo degrado antropologico che vede l’impasto umano che sta alla base della nostra società risultare ad un tempo: ignorante (non è il caso di tornare sui nostri sconsolanti livelli di istruzione), invecchiato (l’Italia – dati Istat al 1° gennaio 2018 – è il secondo paese più vecchio al mondo, con una stima di 168 anziani ogni 100 giovani), mal informato (l’Italia – vedasi l’annuale studio Ipsos MORI The perils of perception, 2017, disponibile in rete – è, fra quelli censiti, il paese Europeo con maggiore scostamento fra percezioni e realtà, il Misperception Index), rancoroso (vedasi Censis, Rapporto sulla situazione sociale del Paese, 2017) e sfiduciato (sempre il Censis, ibidem, col suo linguaggio raffinato, parla di consumo, senza sostituzione di quella passione per il futuro che esorta, sospinge, sprona ad affrettarsi, senza volgersi indietro).
Si potrebbe a lungo discettare sulle modalità attraverso le quali questo degrado è stato accompagnato e favorito dalla “dieta mediatica” offerta dai tempi (e dai media nostrani), fatta apposta – così si direbbe – per sollecitare pulsioni negative e regressive; come pure si potrebbero analiticamente ricostruire le dinamiche politiche di tale corrosione progressiva. Ma sarebbero discorsi vòlti al passato (e l’esame di coscienza l’abbiamo già abbozzato col post Consenso democratico del 3 giugno u.s.) e, qui, invece, vorrei occuparmi di futuro.
Quali sono le ragionevoli vie d’uscita dal presente? De Rita, nel presentare, ieri, alcune sue riflessioni (Per una cultura del governare, nell’ambito dei tradizionali incontri del Censis di metà anno), tenacemente individua possibili strade: tre, intanto, per rifare l’establishment (le élites tecnocratiche, in altre parole) che abbiamo sistematicamente decostruito negli anni (prepararsi a vivere con cultura alta le grandi sfide imposte dai processi di globalizzazione e dai poteri sovranazionali, rivitalizzare senza complessi le appartenenze collettive, ripartire dal territorio); altre, poi, ancora tenere, per mettere a frutto la disarticolazione del welfare state, facendo rotta verso le forme (aziendali, comunitarie, integrative, categoriali, personalizzate, etc.) che hanno via via cominciato a compensare gli scricchiolii del welfare state.
Per parte mia, per quanto mi affascini tutto ciò che mira ad un salutare restringimento dello Stato, non riesco a vedere che cosa potrebbe affermare questi processi che, pure, appassionatamente De Rita identifica (forse un po' trascurando la dimensione Europea del nostro essere popolo). Dunque la mia domanda di poche righe fa (quali sono le ragionevoli vie d’uscita dal presente?) per ora mi rimane senza sicura risposta. Solo in parte mi conforta il pensiero che i processi di adattamento che il nostro Paese pur conosce (De Rita stesso ne è stato, in passato, il “cantore”) richiedono tempi lunghi e lavoro intenso; il secondo, storicamente alla nostra portata; i primi, compromessi, invece, dal nostro presentismo (l’espressione è anch’essa di De Rita, maestro del nuovo lessico sociologico, cfr. G. De Rita e A. Galdo: Prigionieri del presente, Einaudi, 2018) o, se volete rifarvi al meno ottimista Orsina, dal narcisismo delle nuove cittadinanze (in fondo i due concetti sono molto vicini). Vedremo, come pure vedremo se quelle sono le vie giuste per uscire dal presente, che mi pare necessiti di azioni.
Roma 12 giugno 2018.






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