mercoledì 7 giugno 2017

Letture difficili

Il tramonto di una nazione
(di Felice Celato)
Di solito non compro libri nei quali sono raccolti articoli via via comparsi sui giornali. E ciò soprattutto perché gli articoli, anche quei pochissimi che vale la pena di rileggere, hanno una loro attualità che spesso si fatica a recuperare leggendoli in maniera sequenziale su un libro. Tanto più non lo faccio, quando è molto probabile che quegli articoli li abbia, appunto, già letti.
Stavolta ho fatto - con grande soddisfazione - un’eccezione (Ernesto Galli della Loggia: Il tramonto di una nazione - Retroscena della fine, Marsilio editore, 2017, disponibile in ebook); non solo perché l’autore, professore di storia contemporanea ed editorialista del Corriere della Sera, è un osservatore colto ed attento che leggo sempre molto volentieri e col quale, molto spesso,  integralmente convengo; ma anche perché la silloge si presta ad una ricostruzione unitaria di un processo che, come si intuisce dal titolo, ha radici lontane e si dipana inesorabilmente nel tempo, in modi che può essere utile ricostruire organicamente.
Ed in effetti così è del libro di Galli della Loggia (GdL), che, peraltro, reca anche in sé una chiave di lettura unitaria, illustrata in un’ampia introduzione (molto interessante) che vale senz’altro la pena di tentare di riassumere, per sommi capi, in questa breve sede; non foss’altro perché di alcuni dei temi ivi dottamente esposti abbiamo qui, delle volte, fatto cenno magari più modesto.
Dunque, secondo GdL, all’origine dei nostri mali starebbe una sorta di storico populismo (N.B.  il populismo “buono”, dice GdL, cosa tutt’affatto diverso da quello di cui oggi spesso discutiamo e – per quanto ci riguarda – ci preoccupiamo e lamentiamo), inteso come l’istanza politica novecentesca che, volendo colmare la mancata presenza delle “masse popolari” nelle vicende Risorgimentali e unitarie, si è protesa (con afflato morale generico ma non spregevole) nella rincorsa per fare finalmente un’Italia del popolo, all’insegna di due fattori: da un lato la centralità dei partiti e, dall’altro, l’impasto singolare tra politica e cultura, tra intellettuali e vita pubblica, in nome, per l’appunto, di ideologie, di prospettive e di valori “popolari”. E così, nella lunga rincorsa verso i paesi più avanzati che ci circondavano (a un certo punto coronata da innegabile successo), non venne in mente a nessuno che forse il populismo aveva rappresentato l’unica cifra “nazionale” di cui si erano mostrate capaci le classi dirigenti Italiane….nessuno fu sfiorato dal sospetto che sulla strada fin lì seguita non si potesse più proseguire….e che proprio il traguardo in certo senso così inaspettatamente raggiunto imponeva di cambiare strada……Certo l’Italia era riuscita in un’impresa memorabile – diventare ricca e democratica – ma come dimenticare che ciò le era stato possibile grazie non poco all’esistenza di un contesto esterno quanto mai favorevole?...Avremmo dovuto ricordare, insomma, quanto profondamente e fin dall’inizio l’Italia fosse tributaria del contesto esterno per la sua esistenza statale e per la qualità politica di questa. E proprio perciò avremmo dovuto ancor più essere avvertiti degli scricchiolii che già negli ultimi anni ottanta mandava il mondo postbellico.
Così non fu: non mettemmo in conto che il nostro successo era tuttavia roso da un tarlo pericoloso, che quello stesso sfondo populista che aveva accompagnato l’intero sviluppo della penisola (caratteristico sia della cultura politica cattolica che di quella comunista) aveva prodotto un radicamento della democrazia italiana assai anomalo.
Al cuore del populismo…c’è la suggestione che emana l’idea di popolo, concepito come qualcosa di generale ed indifferenziato, che di per sé, quindi, consentirebbe di superare ogni divisione…..di fondare una sorta di originaria armonia sociale, in ragione della quale non è possibile non accogliere la voce e le richieste di ogni gruppo sociale di qualche consistenza e che sappia presentare tali richieste in modo adeguato;….con l’ovvio effetto di un insostenibile sovraccarico di richieste nei confronti del sistema politico.
In tal modo solidarismo populistico, soddisfazione degli interessi corporativi, politiche statalistiche di antica e nuova data…avevano costruito intorno alla democrazia italiana…una vera e propria gabbia d’acciaio. E così democrazia cominciò a voler dire, non già controllo sulle decisioni del potere da parte del più gran numero, bensì l’allargamento al più gran numero del potere stesso di decidere…con l’ovvio risultato di decisioni prese in tempi lunghissimi, orientate, più che al bene pubblico, alla tutela degli interessi dei decisori; e anche perciò farraginose, contraddittorie, costose oltre il dovuto. Spesso di nessuna decisione.
Dopo un ampio cenno alla scuola come riflesso di tale “cultura”, GdL conclude: Una nazione al tramonto vuole dire un paese che non riesce a crescere, che si smaglia e si disunisce e che insieme consuma una frattura col proprio passato…non riuscendo neppure più ad immaginare un futuro…..Smarrito il filo della sua vicenda novecentesca, l’Italia odierna è in una condizione siffatta. Al secolo del suo straordinario exploit sembra destinata a seguire l’ombra oscura del declino che già incombe. Circa il quale la sola cosa incerta appare quanto durerà.
Roma 7 giugno 2017


P.S.: se avrete letto per intero il post, capirete perché l’ho intitolato Letture difficili. Per questo ho superato, eccezionalmente, le 800 parole! Me ne scuso.

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