martedì 10 gennaio 2017

Una "lite" sul loto

Patologie della pubblica opinione
(di Felice Celato)
Un amico in vena di rimbrotti mi ha fatto un’affettuosa telefonata di auguri per il nuovo anno, nella quale ha però lungamente commentato alcune “fisime” di questo blog. Devo dire che i rimbrotti, specie quando sono affettuosi, sono uno dei fini di queste nostre conversazioni asincrone perché aiutano a “ripulire” le nostre convinzioni (del che abbiamo tutti sempre bisogno). E perciò ne sono soddisfatto.
In particolare l’amico si è voluto cimentare in un’intemerata sul concetto di loto politico (termine da me forse usato dandone sempre per scontata l’allusione omerica): “che cos’è, dunque, ‘sto tuo loto politico?”, dice più o meno il mio amico. “Un altro modo – e ce n’è già tanti – per delegittimare la politica? Per gettare sospetti su chi la politica la fa con coscienza? Per fare il gioco dell’antipolitica?”.
Bene. Sono lieto di sciogliere l’equivoco che – se c’è stato – è colpa mia. Già mi assolverebbero, peraltro, le ampie ed entusiaste citazioni che ho fatto – anche sul blog – del magnifico libretto di Capaldo che si intitola, non a caso, Pensieri sull’Italia. L’importanza della politica. Ma un chiarimento mi preme farlo anche con qualche parola mia (magari, come osserveranno i più assidui lettori, ripetendomi un po’).
Per me il loto della politica (il fiore di loto – come è noto – era l’erba che sconvolgeva le menti dei compagni dell’Ulisse dell’Odissea, suscitando la perdita di memoria della patria e del “senso” del viaggio) è l’ordinata e cosciente  (o incosciente?) somministrazione di “idee”…autoadesive, che si “attaccano” cioè alle teste, facilmente, senza nemmeno l’aggiunta di colla, determinandone l’incapacità critica e la leggerezza del giudizio. Si tratta di una degenerazione della politica, potenziata dalla fragilità culturale del nostro paese e – un po’ ovunque – dalla straordinaria pervasività dei media che, come dice Simei, il luciferino personaggio del romanzo di Umberto Eco, insegnano alla gente come deve pensare (*).
E così, per me, è loto politico far credere (governando o facendo opposizione)  che lo Stato possa stabilmente creare la ricchezza e il benessere dei cittadini; e che se non accade è solo per incapacità (salvo il peggio) di chi governa; che chiudersi dentro le nostre frontiere (fisiche e culturali) ci proteggerebbe dai “pericoli” del mondo; che la questione del debito pubblico sia una bubbola da ragionieri o, tutt’al più, da finanzieri filo-tedeschi; che sia possibile finanziare a debito qualsiasi spesa nella convinzione che essa generi automaticamente ricchezza durevole; che sia possibile governare senza conoscerne le tecniche necessarie, bastando proclamarsi onesti e “trasparenti”; che esistano soluzioni semplici per problemi complessi (tipo: l’Euro ci pesa? Facciamo due monete, una per l’interno e una per l’estero); che sia possibile a tutti giudicare assennatamente sempre e su tutto; che la scienza possa essere democratica (rubo la felice espressione al prof. Burioni), per cui il like di molti conta più dello studio di pochi; che sia normale pensare e parlare male di tutto e di tutti; che la decostruzione di ogni intermediazione politica o istituzionale (uso qui termini Censis) sia foriera di maggiore democrazia; che la diluizione del potere di decidere (Galli Della Loggia, Corriere della sera del 7 gennaio) sia una garanzia di controllo democratico; che – insomma – la  politica, quella vera, quella cui pensava il mio amico, sia ormai dissolta nel liquido della nostra società (tanto per fare una citazione di Bauman nel giorno della sua morte).
Il tragico di questa somministrazione di siero della non-verità (ritorno su questo termine forse più chiaro della metafora del fiore di loto) è che, una volta inoculato, trasforma la pubblica opinione da risorsa di saggezza e di implicita verifica dell’efficacia delle politiche (come sarebbe giusto pensarla) in una pericolosa forza dalle dinamiche in continua composizione-ricomposizione, o, per dirla con Canetti (Massa e potere, Adelphi 2010), in massa aizzata...in vista di una mèta (qualsiasi, purché sia) velocemente raggiungibile o, peggio, in muta…di uomini eccitati, il cui desiderio più intenso è essere di più.
Forse è questa “patologia” della pubblica opinione che sfibra la nostra società (come dicevo il fenomeno, in buona misura, non è però solo nostro) e ci rende una società dissociativa, tormentata da reciproci processi di rancorosa delegittimazione (ancora Censis, 2016). E non credo che la politica (così come, oggi, rumorosamente, la conosciamo) sia esente da responsabilità.
Roma  10 gennaio 2017


(*) da Numero zero ( Bompiani 2015); obbietta un altro personaggio: Ma il giornali seguono le tendenze della gente o le creano? Risponde Simei: Tutte e due le cose. La gente all’inizio non sa che tendenze ha, poi noi gliele diciamo e loro si accorgono che le avevano.


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