lunedì 23 gennaio 2017

Letture


Che cosa sa fare l’Italia?
(di Felice Celato)
Eccoci, dunque, tornare seri con una lettura, appunto, seria: di Anna Giunta e Salvatore Rossi Che cosa sa fare l’Italia (Laterza 2017), un libro scritto da due studiosi, ancora una volta, seri (il secondo è anche il Direttore Generale della Banca d’Italia), nel quale, esposte con esemplare chiarezza, si ritrovano analisi tecniche rigorose su quello che è lo stato del motore primo della ricchezza nazionale (le imprese) nonché le proposte conseguenti, per un “tagliando” ormai divenuto di vitale importanza per la sopravvivenza funzionale del motore stesso.
Certamente le analisi sono troppo specialistiche per parlarne qui, se non per accenni super-sintetici; ma, come dicevo, il volume si raccomanda per la sua chiarezza e quindi può essere letto agevolmente anche da non specialisti che abbiano interesse alla materia; le proposte, invece, mi sono parse  interessanti da condividere e magari discutere fra noi, come liberamente si può discutere di proposte in fondo politiche (nel senso alto della parola) dopo (e solo dopo) che si sia capito bene qual è la realtà sottostante (Conoscere per deliberare, come diceva inutilmente ai politici Einaudi qualche tempo fa e come, ne sono certo, ripeterebbe a gran voce anche oggi, forse parimenti inascoltato).
Prima un cenno, per macro-punti, ai risultati delle analisi: “agganciati” (in termini di tassi di produttività e di crescita) i paesi più avanzati fra il 1948 e il 1973, a partire dagli anni ’90 l’Italia ha cominciato a declinare: il mondo cambiava (ICT e globalizzazione) e l’Italia non se ne accorgeva; le caratteristiche delle sue imprese (familismo, bassa produttività e scarsa innovazione) finivano per zavorrare la produzione della ricchezza, via via staccando la nostra economia dal resto del contesto cui pure il paese riteneva di appartenere. Mentre noi ci compiacevamo del volto dell’Italia…bello, sorridente (anche se già allora un po’ fané, un po’ flaccido), le catene globali del valore (espressione produttiva della globalizzazione) vedevano via via l’Italia posizionarsi, in prevalenza, nei segmenti centrali (tipicamente manifatturieri, dove la competizione coi paesi a più basso costo del lavoro si fa più aspra e dove si produce minore valore), senza riuscire a presidiare quelle aree di testa o di coda (tipicamente, ricerca e sviluppo, marketing, diffusione del brand, etc., dove si produce la maggiore ricchezza): aumentano così le imprese perdenti e si rarefanno quelle vincenti (le imprese vincenti sono diventate tali nonostante il paese, le perdenti a causa di esso).
Dunque, si domandano i due autori, che fare in un contesto in cui l’Europa non pare più la chiave risolutiva della nostra rinascita? Ecco, a grandissime linee, le azioni intravviste: far crescere la dimensione media delle imprese, rigenerando le condizioni abilitanti che forse si sono perse nel tempo: un ordinamento giuridico non ostile all’impresa e alle condizioni della sua efficienza, che venga percepito tale anche all’estero (se le norme sono farraginose ed instabili, i cittadini e le imprese non possono prevedere le conseguenze delle loro azioni e le loro iniziative economiche sono frenate; si diffondono la corruzione e l’economia sommersa, a vantaggio dei disonesti); un’ amministrazione pubblica che valga a modificare la percezione negativa che gli imprenditori italiani e stranieri hanno del funzionamento dell’apparato amministrativo; rivedere l’offerta formativa delle nostre scuole (secondarie ed universitarie) per allinearla alla qualità dei sistemi “concorrenti” e alla domanda di competenze delle imprese, per generare capitale umano idoneo per un’economia moderna ed avanzata.
Come si vede da questa carrellata necessariamente grossolana, non siamo lontani dalle conclusioni che ci siamo azzardati ad affacciare qualche volta su queste colonne, come pure dalle indicazioni che sembravano emergere da qualche altra lettura via via “consigliata” (per tutti: P. Capaldo, Pensieri sull’Italia, segnalato in Letture del 12 5 16): sgonfiare l’ipertrofia fiscale e normativa, raddrizzare i labirinti procedurali di cui è disseminato il cammino di chi intraprende, ci farebbe scalare tante posizioni nelle classifiche internazionali del “fare impresa”; avvierebbe un circuito di attese favorevoli che poi si autorealizzano; libererebbe le energie di cui il nostro paese resta ricco, concludono gli autori del libro.
Questo è un anno in cui si hanno molte ragioni per essere inquieti; forse la scena del mondo passa secondo vie che non avevamo immaginato. Potrebbe dunque apparire ozioso volgersi indietro; ma, secondo me, non è ancora del tutto inutile domandarsi come ci siamo condotti fin qui.
Roma 23 gennaio 2017
P.S.: tralascio, qui, di dare un cenno su uno dei più appassionati e appassionanti capitoli del libro: quello dedicato al sistema bancario Italiano ed alle sue perduranti vicende. Si tratta però di un capitolo che, magari i più vicini al tema, sicuramente apprezzeranno.
 

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