sabato 4 agosto 2018

Divagazioni oziose / 2

Il test delle nostre aspettative
(di Felice Celato)
Sempre portata dalle cicale, la mente oziosa, quasi sonnecchiante, mi vaga verso fantasticherie altrimenti impensabili (faticherò a riconoscerle come mie, quando il caldo sarà evaporato e le cicale torneranno a tacere): supponiamo – si badi bene: si tratta solo di una costruzione retorica! – che, d’un tratto, insoddisfatto dell’offerta politica corrente (if any), decidessi di dedicare “questa tanto picciola vigilia de’ nostri sensi ch’è del rimanente” alla elaborazione di una proposta politica nuova, che mi paia funzionale alla “fatica” di ri-costruire uno stato moderno adatto al contesto in cui viviamo. Poiché per tanti anni ho vissuto di processi decisionali, dovrei senz’altro valutare l’onirica prospettiva, in base al noto canone logico che impone di raffrontare sempre i fini coi mezzi; ovvero, per dirla come si farebbe in una scuola di management americana, sottoporre l’idea al famoso means & purposes test
Chiaro il fine (suggerito dalla cicale): ri-costruire uno stato moderno adatto al contesto in cui viviamo, nell’assunto che, l’attuale, adatto non lo sia più; restano da identificare i mezzi. Non sono un politologo ma fino ad immaginare quali possano essere i mezzi necessari a tanto fine, ci arrivo: i mezzi per tale fine, come in ogni democrazia, sono le volontà dei singoli cittadini, la loro cultura, la loro antropologia, la loro compagine sociologica, i loro animal spirits. [Essi cittadini, beninteso, sono ben più di un mezzo per un fine (dello stato); e, questo, è ben meno di un autonomo fine separato dai mezzi: nella mia visione di liberale, anzi, si dovrebbe dire che lo stato è, esso stesso, il mezzo, per conseguire una sorta di bene comune dei cittadini (concetto peraltro di difficile definizione ed irto di difficoltà… “ideologiche”). Ma qui la questione si farebbe filosofica e le cicale, si sa, non amano la vita difficile; perciò, oggi, per amore della divagazione, prescindiamo dall’inciso.]
Mezzi e fine: facile a dirsi, direbbe ciascuno dei miei lettori; ma assai più difficile – dopo i tanti dubbi che, in queste nostre conversazioni asincrone, da molto tempo avanziamo sul degrado culturale, sociologico e ed antropologico che ci caratterizza – assai più difficile, dicevo, è valutare la “consistenza” dei cittadini in rapporto al fine. E dunque mi è venuto in mente una specie di test, un arzigogolo di molte domande, per idealmente verificare se esista una anche parziale coerenza fra il fine di questo nostro ragionamento (ri-costruire uno stato moderno adatto al contesto in cui viviamo) e la “consistenza” (starei per dire: la qualità) dei cittadini.
Non starò qui a riassumervi le (peraltro poco scaltre) domande che ho immaginato; per farvi capire quel che le cicale hanno suggerito alla mia divagazione, mi basterà  delineare le chiavi in base alle quali si potrà giudicare di questa specie di test di fattibilità; chiavi del resto, sparse in tanti discorsi che ci siamo fatti nel tempo su questo blog.
Dunque: una proposta politica nuova sarà possibile solo a condizione che la (larga) maggioranza degli Italiani:
  • riconosca fermamente che la generazione della ricchezza non dipende dallo stato ma dalle imprese che operano sul suo mercato; e che, perciò, non è lo stato a determinare livelli di occupazione/disoccupazione;
  • se chiamata a scegliere fra le alternative “Allargare lo stato restringendo il mercato” ovvero “Restringere lo stato allargando il mercato”, dichiari esplicitamente di non sentirsi affatto rassicurata dalla prima;
  • cessi senza esitazione di ritenere che la democrazia diretta è, per sua natura, più saggia di quella intermediata e che in fondo “le cose sono sempre più semplici di come appaiono”;
  • affermi senza equivoci di credere che l’Europa è la nostra patria e il Mondo il naturale orizzonte dell’Europa; e che norme e comportamenti dello stato debbano costantemente riflettere tale realtà;
  • come prova della sua apertura al mondo, ripudi finalmente tutti i suoi provincialismi ingenui, complessati e un po' ridicoli che la portano a vedere dappertutto, da noi, “qualcosa che tutto il mondo ci invidia” (sia esso, chessò, il parmigiano, la pizza, la pasta, i cervelli o le spiagge o le città).

Se le condizioni minime esemplificate in questi cinque punti non sussistono; se ci dovessimo convincere, cioè, che in fondo siamo (e vogliamo restare) un popolo di statolatri, valligiani o comunardi, provinciali e semplicisti, che ha paura dell’altro e che continua a ritenersi depositario di meritati, irripetibili tesori; beh, in questo altamente probabile caso, meglio seguire le cicale: seguitiamo a cantare, finché non more il giorno, magari facendoci aiutare dal ritmo monotono delle tante nostre parole che suonano in tà-ttà-tattaratà con cui ci siamo pascolati per anni e che tanto poco credito concreto poi trovano presso di noi.
Orbetello 4 agosto 2018





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