martedì 8 maggio 2018

Stupi-diario del votismo

Il popolo nuovo al voto
(di Felice Celato)
Dottò, arivotàmo? Ma si arivotàmo, arivotàmo come votassimo! O no? Lei che dice, dottò?” mi fa – non senza buonsenso – il solito tassista romano (N.B. per i non romani: votassimo, in romanesco, non è l’imperfetto del congiuntivo – del resto, qui da noi, caduto in totale disuso –  bensì la prima persona plurale del passato remoto, ma spesso anche – per brevità – del passato prossimo, del verbo votare; esempio: ier sera ce magnassimo ‘na pizza, ovvero: ieri sera abbiamo mangiato una pizza).
Da questa saggia domanda, durante tutto il percorso è nata una serie di divagazioni mentali sul nostro presente. Anzitutto non è detto che da qui al prossimo luglio non vengano fuori altre argomentazioni per attrarre nuove porzioni di  popolo nuovo che aspira al potere “redistribuito dal basso”; per esempio potrebbe venir fuori la promessa, politicamente articolata con dovizia di argomentazioni, di rendere meno calde le estati italiane ridistribuendo il calore durante tutto l’anno; in fondo il popolo nuovo ha fatto sapere, in rete, che a luglio si boccheggia; e poi col calore redistribuito si genererebbero forti economie nelle spese di riscaldamento; e col “tesoretto” (immancabile!) generato da queste economie si potrebbe finanziare il buy-back (perché non si dica che il popolo nuovo non conosce l’inglese!) di parte del debito pubblico, anche per sfatare la diceria elitaria che al popolo nuovo del debito pubblico non interessa un fico secco. E questo impiego del tesoretto dissiperebbe anche il luogo comune  (sempre diffuso dalle élites) che al popolo nuovo nulla importa nemmeno dei vincoli europei (comunque, sia chiaro, da sottoporre a referendum, magari in autunno).
Poi, la scelta bizzarra di votare col solleone potrebbe essere supportata da una serie di buone ragioni: si risparmierebbero diversi giorni di chiusura delle scuole, anche qui sfatando il mito delle élites secondo il quale della cultura, al popolo nuovo, pure non interessa alcunché. Inoltre, per rendere più gradevoli (ed invitanti) le operazioni di voto, combattendo così l’assenteismo, si potrebbero organizzare dei seggi di spiaggia, magari incentivando i nostri produttori di ombrelloni (una risorsa produttiva che tutto il mondo ci invidia!) a mettere sul mercato appositi ombrelloni-seggio; e non v’ha chi non veda come questi incentivi potrebbero sostenere una vigorosa ripresa del PIL (l'idea di utilizzare le cabine adibite al cambio-costume è stata, invece,  scartata per motivi di decenza). Poi potrebbe essere consentito il voto in bikini (o in shorts per gli uomini, o meglio, per coloro che liberamente dichiarino di voler essere classificati come tali); ma con una limitazione (il popolo nuovo, quando ci vuole, sa anche essere severo!): niente creme solari! Perché ungono e potrebbero imprimere impronte digitali sulla scheda, mettendo a rischio la segretezza del voto (però, secondo altri, potrebbero anche consentire l’utile riscontro fra voti e intenzioni di voto dichiarate sulla rete; su questo punto delle creme solari – capirete bene – da qui a metà luglio ci sarà tempo per dibattere, magari studiando attentamente come disciplina la materia, in Russia, l’amico Putin; a proposito: auguri per il nuovo mandato!).
Alla luce di tutte queste considerazioni, mi sono sentito di rassicurare il tassista saggio: eh! Vedrà quante cose nuove verranno fuori da qui a luglio!
E lui: Ah dottò! Che me vò pijà in giro?(l’espressione è stata però più colorita, NdR) Seconno me ce vònno levà pure le ferie!

Dovere di rettifica
Con riferimento al post Ammonizione ed apologia del 28 aprile u.s., sento il dovere di rettificare un’asserzione ivi contenuta, risultata – ad una più aggiornata verifica – quanto meno carente. Laddove affermavo, infatti, che ormai solo quattro argomenti mi scaldano la mente o anche il cuore (le percezioni infondate e le opinioni scontate; il politically correct; il degrado antropologico del nostro paese, e la insopportabile banalizzazione del religioso) e, pomposamente, affermavo  Basta: il resto non mi scalda più, avrei dovuto aggiungere, pro veritate, una quinta fonte di sdegno: l’antisemitismo nelle sue varie espressioni, ivi compreso l’antisionismo.
Mi scuso coi lettori per l’involontaria omissione, fortunatamente accertata nel week-end. Se i motivi di sdegno dovessero nel prosieguo del tempo aumentare, autorizzo fin d’ora a chiamare la neuro: cinque ricorrenti motivi di sdegno sono già abbastanza per una persona sana di mente.
Roma 8 maggio 2018


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