domenica 20 maggio 2018

Pentecoste del 2018

L’ascolto del vento
(di Felice Celato)
Poche parole, forse, sono così evocative come il vento. Nel Libro della Parola (la Bibbia) il vento esprime una ricchezza di sensi che si rifanno, tutti, al vocabolo onomatopeico del lessico ebraico ruah, che significa, ad un tempo, alito, respiro, aria, spazio ma anche vento e spirito; sensi tutti in qualche modo implicanti movimento, impalpabilità e persino imprevedibilità (il vento soffia dove vuole e ne senti la voce ma non sai da dove viene e dove va, Gv. 3,8), forza vitale ( Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente , Gn. 2,7) e distruzione (Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa ed essa cadde e la sua rovina fu grande, Mt 7,27), vanità (Voi pretendete di confutare le mie ragioni e buttate al vento i detti di un disperato, Gb, 6,26) e dazione di salvezza (da Es. 14,21: Mosè stese la sua mano sopra il mare e il Signore sospinse il mare con un forte vento dell’est tutta la notte e mise a secco il mare e il mare si divise; fino al brano dell’odierna liturgia: Venne all’improvviso  dal cielo un fragore, come un vento che si abbatte impetuoso. E riempì tutta la casa dove stavano [gli Apostoli], Atti, 2,2).
Ascoltarlo, il vento, capirne la natura e l’origine, può essere difficile, come ebbe a sperimentare il profeta Elia (1 Re, 19, 11-13: ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto col mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco venne a lui una voce che gli diceva….); ma è anche decisivo per non confondere il rumore con la parola, il rombo fragoroso con il senso di essa, l’aria che si muove con la voce che ti parla, il messaggio col suo veicolo.
Nel giorno di Pentecoste (in fondo la festa del vento che trasforma il mondo e spazza ogni nube dal cielo di coloro che credono lo Spirito Santo) mi piace ricordare l’esercizio di discernimento di Elia che, stanco e fuggitivo, del vento, seppe distinguere l’impeto dal senso, il fragore dalla voce; e, avendo intuito per mezzo di quale brezza Dio stava per parlargli, si coprì il volto col suo mantello, quasi a ripararsi dalla vista accecante del mistero: Ed ecco, venne a lui una voce che gli diceva: «Che cosa fai qui, Elia?». Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi cercano di togliermi la vita».
E’ tempo, il nostro (e non solo nelle vigorose narrazioni politiche di cui siamo destinatari ma spesso anche nelle voci di chi è tenuto a rispettare il peso delle parole), è tempo, dicevo, di parole menate al vento purché  questo le porti lontano dal loro significato, di fragori e roboazioni affinché chi li ascolta senta l’impeto suggestivo del vento senza coglierne il senso.
Il dono della Pentecoste (Quando, segnal de’popoli,/ ti collocò sul monte/ e ne’ tuoi labbri il fonte/ della Parola aprì) ci conservi il dono dell’intelligenza in mezzo al rumore.
Roma 20 maggio 2018 (Pentecoste 2018)

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