martedì 11 aprile 2017

Settimana Santa

Giuda
(di Felice Celato)
I buoni cristiani - dice il nostro più volte citato predicatore - durante la Settimana Santa rileggono e meditano la Passione di Nostro Signore Gesù Cristo; i più raffinati, aggiungerebbe un mio amico, lo fanno mentre scorrono le note della Passione secondo Matteo di J.S. Bach.
Io, che raffinato non sono, mi permetto tuttavia, nel mio piccolo, anch’io, di raccomandare questo pio esercizio prima di tutto ai credenti, perché i racconti della Passione sono il cuore della Rivelazione ed un testo di perenne edificazione; ma anche a chi pio non è, per almeno due ragioni. Prima di tutto perché non fa certo male anche ai laici rispolverare ogni tanto il pilastro centrale della nostra civiltà (che, con buona pace dei Francesi, è sicuramente Giudaico-Cristiano); poi perché i racconti della Passione sono, comunque, uno straordinario vaso di paradigmi senza tempo, una specie di bassorilievo del mondo e dell'uomo e dei caratteri umani, dove tutto ha il suo nome e la sua connotazione per i secoli dei secoli (come dice Zagrebelsky, anche citando I fratelli Karamazov, nel suo straordinario libro Il Crucifige e la democrazia, già segnalato su questo blog).
E, in effetti, ci è capitato altre volte, sempre su questo blog, di attingere a questo vaso, soprattutto riferendoci al più enigmatico dei personaggi della Passione, Ponzio Pilato, affacciandoci proprio sul suo modernissimo enigma (Che cos'è la verità?) e sul suo paradosso democratico (Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi, Gesù o Barabba?). Oggi vorrei farlo riferendomi al più oscuro di tutti i personaggi della Passione, Giuda, quell'anima là sù c'ha maggior pena, come dice Dante che lo pone in bocca a Lucifero nello sprofondo del XXXIV canto dell'Inferno, come traditore del Salvatore.
Giuda è senz'altro il più oscuro dei personaggi della Passione perché, in fondo, pur essendo funzionale al percorso di essa, mai abbiamo conosciuto la vera motivazione del suo tradimento: tradì solo per denaro? Se sì, perché si pentì fino al punto da restituire i trenta denari gettandoli davanti ai sommi sacerdoti? O, invece, si fece dare del denaro per un tradimento che aveva altre motivazioni? Era, magari, un agente provocatore di un messianismo politico, tanto atteso nell’Israele di quei tempi? Il tema è controverso e, fra l'altro, da specialisti di esegesi quale certo io non sono; e tocca anche sensibilità ebraiche, ovviamente a disagio con questa eponima identificazione del traditore. Alcuni hanno visto persino nel suo secondo nome (Iscariota) le tracce di una sua affiliazione agli zeloti, l’ala militante dell’ostilità verso i Romani. Io mi sono affezionato a questa spiegazione, che, in fondo, rende conto anche di quello straordinario intreccio di fraintendimenti malevoli che sta alla base dell'intero processo a Gesù (basti pensare alla famosa scritta, I.N.R.I.,  fatta appendere sulla croce da Pilato, quod scripsi, scripsi).
Dunque un traditore con motivazioni politiche: la piega che aveva preso la predicazione di Gesù (Il mio regno non è di questo mondo) non era destinata a piacere a coloro che, sull'onda di una concezione politica del Messia, avevano riposto in Gesù la speranza della liberazione dal giogo Romano e che, magari, avevano provato ad infiltrarsi nel suo più stretto entourage per, in qualche modo, tentare di governare la forza dirompente della Sua predicazione.
Così, lungo questo crinale interpretativo, mi pare di scorgere un ulteriore insegnamento, come è proprio di una Scrittura Sacra, un insegnamento, forse laterale, che viene perfino dalla figura di Giuda e stavolta indirizzato a noi di cultura religiosa; un insegnamento, direi, come sempre perenne: mai utilizzare la religione per fini politici; né forgiando croci a falce e martello, come pure ha fatto qualche cacicco sud-Americano, né per motivare teocrazie di nessun genere, né per farne bandiera di liberazione mondana, né per motivare approssimate teorie economiche. Il Suo regno non è di questo mondo. In questo mondo, nelle convulsioni della storia, noi, che a quel Suo regno aspiriamo (fra il già e il non ancora), abbiamo il dovere di testimoniarne la speranza che è in noi con atti concreti che rendano conto di essa; il resto è affidato alla ragione dell'uomo (e alle sue "tecniche"); una ragione, però, che deve fare i conti col suo fondamento; e la ragione (il logos, per dirla col Vangelo di Giovanni) è – insieme all’amore – il primo attributo di Dio: in principio era il logos.

Roma, 11 aprile 2017

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