mercoledì 16 dicembre 2015

Letture

Infedeli
(di Felice Celato)
Sono reduce dalla lettura di un lungo saggio di Andrew Wheatcroft intitolato Infedeli e sottotitolato come segue: 638-2003: il lungo conflitto fra cristianesimo e islam. Il libro è stato scritto nel 2003, successivamente aggiornato nel 2004 e tradotto in Italia per Editori Laterza nel 2004 sulla base del testo aggiornato dall’autore nello stesso anno (data la materia, queste precisazioni non sono inutili).
Non è propriamente un libro di storia come lo avevo immaginato quando l’ho comprato; ma, piuttosto, una lunga tesi (oltre 500 pagine comprese le note per circa 100) sulla natura, l’origine e lo sviluppo nel tempo dei rispettivi miti negativi che attraversano la storia dei rapporti fra mondo cristiano e mondo islamico, e che, anzi, in molti casi la determinano o almeno ne determinano la lettura. Un libro non facile dunque (lunghezza a parte) nonostante lo sforzo di chiarezza dell’autore; anzitutto perché la conoscenza della storia vi è spesso presupposta (e, nel mio caso, talora infondatamente! Un esempio? Della storia dei vicini paesi Balcanici so – ho scoperto – veramente poco!); e poi perché la genesi dei miti (negativi) si alimenta, sì, di parole d’odio (i maledicta, come li chiama l’autore) e di rappresentazioni semplificate dalla tradizione (orale o scritta), ma anche di esperienze vere; e queste, a loro volta, sono spesso anche il frutto di quelle (dei maledicta e delle rappresentazioni), in un groviglio che è assai difficile dipanare. Il tutto, poi, nella fattispecie concreta, all’interno di diversi ritmi di evoluzione delle rispettive società (assai significativo, per esempio, quello relativo alla diffusione della stampa), come pure all’interno di quella condizione di semplificata reciprocità che ha portato, nel tempo, alla contrapposizione fra asserite rispettive condizioni di “infedeltà” (gli infedeli mussulmani per i cristiani vs. gli infedeli cristiani per i mussulmani ).
Dunque, se è vero che l’uomo ha sempre “giocato” con la storia per alimentare i propri miti, via via riesumandoli – se può servire alla bisogna del momento – anche quando sono seppelliti dal tempo, è anche vero che il linguaggio della storia è anch’esso storia; sicché, l’autore commenta, è anche vero “che le parole e le immagini contano, perché è nelle produzioni spontanee ed effimere che si esprime spesso la verità non censurata”.
Se si potesse trarre – sulla lettura del presente – un sintetico messaggio di questo libro (ripeto: tutt’altro che facile e, aggiungo, tutt’altro che definitivo nelle conclusioni), direi che è la straordinaria potenza evocativa del linguaggio a porci inquietanti interrogativi sulla effettiva consistenza del reale attuale, proprio mentre si riaffacciano, in situazioni nuove e con parole antiche, i fantasmi di una storica, lunga contrapposizione. Di qui l’esigenza (molto modestamente ne abbiamo parlato tanti mesi fa in questo blog) della attenta sorveglianza del linguaggio (degli altri e proprio) come esercizio di ecologia della convivenza.
Il libro si conclude con una rapida carrellata sulla retorica della tensione e con una buffa vignetta esemplificativa che ritrae G. W. Bush che in televisione, nel 2003, parlando di chi pensava di poter attaccare l’America e i suoi valori, proclama rabbioso “Bring ‘em on!” (si facciano avanti!), mentre alle sue spalle Theodor Roosevelt si copre gli occhi pensando al suo motto “Speak softly and carry a big stick”(parla con dolcezza e prepara un grosso bastone).
In definitiva, senz’altro un libro intelligente (nel senso etimologico della parola, cioè che cerca di capire); non saprei però dire se, nonostante questo, sia anche un libro utile alla costruzione di una sintesi storico-politica per dipanare i grovigli del presente. Forse no, volutamente (in fondo l’autore è uno storico inglese, non certo un uomo di stato) e necessariamente (il libro ha ormai più di 10 anni ed è stato scritto nel bel mezzo della II guerra del Golfo).
Roma 16 dicembre 2015





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