domenica 6 dicembre 2015

Fra religione e politica

Un esercizio comunque salutare
(di Felice Celato)
Fermarsi ed ascoltare. Questo è – diceva oggi il p. De Bertolis nell’omelia domenicale al Gesù – il messaggio centrale dell’Avvento. Messaggio tanto più difficile quanto più è rumoroso il nostro mondo e quanto più ci siamo accomodati a quella paradossale sconnessione che l’invasione della cronaca genera in un mondo che pur si sente più “connesso” che mai, iniettandovi a piene mani il virus della disarticolazione delle strutture e dei pensieri (cito qui il Rapporto Censis di cui parlavamo giusto l’altro ieri). Ho provato a rifletterci sopra, sia nella prospettiva religiosa che in quella più concretamente quotidiana del nostro agire politico.
Fermarsi ed ascoltare è anzitutto un salutare esercizio spirituale che aiuta a riconnettere la fede con la storia; questo, secondo me, è il vero problema della fede, oggi come ai tempi del profeta Baruch che, durante gli anni dolorosi dell'esilio di Babilonia (*),“vedeva” la resurrezione di Gerusalemme (“Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione, rivestiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre….perchè Dio ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi perenni”) . Del resto – come scriveva tanti anni fa Henri-Irénée Marrou (Teologia della Storia, Jaca Book 1979) – “il tempo,….attributo della creazione, nato con essa ed inseparabilmente legato ad essa,… è stato scelto da Dio come vettore di salvezza, come modo di realizzare la sua oikonomia”; e dall’essere immerso nel tempo, l’uomo deriva, ad un tempo, libera responsabilità e tensione che, insieme, suggeriscono, nei tempi, sosta ed ascolto.
Ma fermarsi ed ascoltare, quando si esce dalle grandi dinamiche della storia per avventurarsi su quelle del governo del presente, è anche un esercizio che si è fatto estremamente ingrato, talora inane, nel vortice vuoto dell’inerzia collettiva che si consuma su se stessa (Censis): anzi, la generalizzata fatuità del dibattito socio-politico [fatuo, dal Devoto-Oli: superficiale, spiritualmente insignificante, frivolo, inconcludente sul piano pratico] e l’insostenibile leggerezza degli enunciati politici rendono l’esercizio dell’ascolto spesso irritante; soprattutto quando si confrontano le proposizioni con la complessità dei problemi che ci incombono e con le responsabilità di quelli che dovrebbero gestirli e porvi rimedio.
Eppure fermarsi ed ascoltare rimane, in entrambe le prospettive, un esercizio salutare, sia che serva (per coloro che credono) ad ascoltare l’annuncio della promessa realizzata con l’irruzione di Dio nella storia e la verità della Sua ultima signoria su di essa; sia che – assai più modestamente – serva (anche per i laici)  a misurare, con l’ascolto vigile in uno spazio “fermo” dal fluire della cronaca, le inadeguatezze culturali ed etiche dell'agire politico. Forse è giusto domandarsi, in termini brutali: è eticamente accettabile – prima di esserlo in termini culturali – spacciare delle banalità come “verità” politiche? O, da un lato o dall’altro degli schieramenti politici, propagare slogan per diluire la percezione dei “veri” nodi del nostro presente?
Roma, 6 dicembre 2015


(*)
La questione esegetica sulla effettiva data di redazione del libro di Baruch è irrilevante nel quadro del discorso di teologia della storia che è sotteso al nostro discorso, investendo –semmai – quella sulla natura autenticamente “profetica” del testo, che qui non ci interessa.


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