domenica 27 dicembre 2015

5 parole per il 2016

Auguri vecchi per l’anno nuovo
(di Felice Celato)
Cari amici lettori, questo è il quinto passaggio d’anno che trascorriamo “insieme”, sia pure intermediati da questo blog che fa anche da complemento ai ben più cari (e per me preziosi) rapporti personali che ho con molti di voi, alcuni antichi, altri nati in tempi più recenti all’insegna dell’affetto e della stima. Cinque anni valgono forse la breve fatica di uno sguardo indietro: che cosa ci siamo detti, in fondo in fondo, in questi cinque anni in cui abbiamo parlato di tante cose?  Da parte mia, credo, nella sostanza, al netto di sempre possibili fesserie, solo parole desuete (o forse fuori contesto) che tante volte hanno trovato, nei vostri commenti in gran parte diretti, spesso parole di consenso, talora di dissenso, talaltra di affettuosa ironia. Ma io, testone come molti marchigiani, a molte di esse sono rimasto affezionato, anche se qualche volta ho dovuto prendere atto di vostre emendazioni; perciò oggi, sfogliando alcuni vecchi post di questi cinque anni, come mio testardo augurio per l’anno che viene, ve ne ripropongo alcune, quelle che mi paiono le migliori, e che (almeno queste!) non hanno suscitato espliciti dissensi.
La prima parola è perdono, non (solo) come atteggiamento morale ma come virtù civica: abbiamo tutti bisogno di reciproco perdono, come semplici individui, come individui raggruppati da convinzioni politiche che, con vece assidua, hanno commesso tanti errori, come collettività che ha sprecato tanto di se stessa, come generazione tanto poco sollecita di quelle che verranno. Senza il perdono reciproco avremo solo tristi rancori con cui alimentare il nostro dialogo sordo e i nostri sguardi ciechi.
La seconda parola è verità (ne abbiamo già parlato negli auguri di Natale, come strada della luce, ma la verità non si invoca mai abbastanza): quante volte l’abbiamo oscurata la verità, quante volte – in questo confuso Paese – ce la siamo nascosta perché scomoda, perché povera di consensi, perché faticosa, perché deserta o poco frequentata! Eppure solo da essa, solo dalla verità, può nascere un autentico recupero delle nostre virtù, personali e civiche. Sarà faticoso, lo so, ma non impossibile; e forse sarà anche doloroso per chi non ama fare i conti con se stesso, ma sarà sicuramente benefico, per tutti.
La terza parola, infine, è la più grande (e anche la più desueta), che, in modo mirabile, si collega con il perdono e con la verità (perché di questa si compiace, 1 Cor. 13,6):  carità, sì, carità, non (solo) come virtù teologale, ma come compagna dei nostri giudizi, delle nostre parole e delle nostre azioni, come regola delle nostre decisioni, come modo di misurare le nostre e le altrui insufficienze; sia che si creda nella Verità, sia che, laicamente, solo si ami la verità.
Potrebbero bastare queste tre vecchie parole per un augurio forte, se non fosse che esse, per diventare benignamente concrete, esigono qualcosa di più di un atteggiamento dell’animo e della mente; esigono infatti, un duro lavoro quotidiano su noi stessi e sul campo. E dunque ecco le ultime due parole che, spero, abbiano trasparentemente innervato, nel fondo, le nostre riflessioni.
Così, la quarta parola è vigilanza: troppe parole ci scorrono davanti senza che chi le pronunzia abbia sufficientemente vigilato sul loro senso e sulle loro conseguenze; troppe parole hanno perso il loro significato per diventare vuoti significanti del nulla. Chi voglia conservare un cervello funzionante deve vigilare attentamente sull’altrui e sul proprio linguaggio, portati come siamo ad assorbire senza accorgercene le parole del tempo.
La quinta parola – fatica – è la meno gradevole perché evocatrice del biblico sudore (con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, Gn.3,19); ma la associo alle altre nell’augurio per 2016 perché credo fermamente che senza fatica, senza la fatica delle cose difficili, non si costruisce né si ricostruisce nulla. E noi, di ricostruirci abbiamo bisogno. E non esistono soluzioni facili per problemi difficili.
Ecco, ora provate ad immaginare che il 2016 sia pieno di ciò che queste vecchie parole significano: perdono, verità, carità, e anche vigilanza e fatica. Ben difficilmente un nuovo anno potrebbe risultare migliore, per ciascuno di noi e per la nostra società, se tutte queste parole torneranno a circolare tutte insieme nei nostri pensieri e, soprattutto, ad ispirare le nostre azioni.
Dunque, buona vigilanza e fatica a tutti, nel perdono, nella verità e nella carità!

Roma, 27 dicembre 2015

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