domenica 5 ottobre 2014

Un dubbio

Un affollato crocevia
(di Felice Celato)
C’è, secondo me, al centro della nostra civitas (qui nel senso di una città metaforica) un crocevia dove si affollano i flussi informativi e formativi di una autentica e responsabile cittadinanza, tanto imponenti e densi da risultare potenzialmente paralizzanti.
Si badi bene (lo premetto a scanso di equivoci!) ciascuno di questi flussi ha una sua “legittimità” culturale e sociologica (prima che giuridica, ovviamente), come la avrebbero, nel mondo fisico, le correnti di traffico che si affollano verso il centro della città da tutte le parti della periferia; purtroppo però, la loro intersezione, se non adeguatamente moderata, rischia di ingorgare l’intera città e di trasformarla in un inestricabile nodo dove tutto sta fermo…e perciò marcisce.
Mi spiego meglio con esempi fuori di metafora: hanno forse torto i giornalisti di “inchiesta” che ogni giorno ci additano sprechi ed inefficienze della nostra civitas? Si può forse tacitare chi magari, talora (sempre più raramente, per la verità), ci fa sorridere (più spesso però ridere e sghignazzare) della nostra classe politica, o forse addirittura – il termine qui ha senso sociologico – della nostra classe dirigente nel suo complesso? Si può ragionevolmente dar torto ai politici che, nel contendersi il potere, demonizzano le altrui scelte (salvo pensarne altre non meno scellerate) quando sono risultate foriere di sprechi, di debito non rimborsabile, di corruzione, di scandali? Si può mettere a tacere l’ondata di cinico, sprezzante, superficiale e banale malcontento che trasuda sulla rete, nei c.d. social media e sugli spazi dedicati (ahimè!) alle “opinioni” dei lettori dei giornali e o degli ascoltatori di trasmissioni radio o TV?
La risposta a queste domande è, evidentemente, no! Se siamo e vogliamo restare una società libera, fondata sulla libertà dell’informazione e dell’opinione, non si può!
Del resto, si parva licet componere magnis, sarebbe accettabile vietare il flusso di persone e merci che affollano le strade fisiche? Che cosa diventerebbe la nostra società se persone e cose non potessero più circolare liberamente?
Eppure le nostre città, attraverso organi decisionali democraticamente eletti, hanno accettato di limitare il traffico nei centri delle città, disciplinandone modalità, orari, percorsi; cioè, come cittadini, intermediati dai nostri rappresentanti, abbiamo accettato di limitarci, anzi di autolimitarci nella fruizione delle strade più centrali e spesso anche di quelle periferiche. E lo abbiamo fatto perché ci siamo resi conto che flussi troppo intensi di traffico sono dannosi, prima di tutto a noi stessi.
Ora, io mi domando: ci rendiamo conto di quanto danno (ben superiore a quello del traffico!) arrecano a noi stessi, ai nostri figli, alle nostre possibilità di avere un futuro degno di essere desiderato, i flussi di discredito reciproco e generalizzato che ci versiamo quotidianamente addosso?
Non sarebbe il caso di porci il problema?
Si dirà: eh! Ma così tu vuoi limitare le sacrosante libertà costituzionali, addirittura immagini un Grande Censore, un Educatore Centrale, vuoi soffocare il diritto di satira (nel quale si comprendono – secondo il “pensiero” di sinistra – anche le più grossolane volgarità spacciate, appunto, per “satira”), tu vuoi ingessare la società e coprire le malefatte del potere!
Francamente non credo proprio! Non voglio entrare nella disputa filosofica se la libertà sia un fine o un mezzo, il più nobile dei mezzi ma pur sempre un mezzo per consentire la più ampia realizzazione delle potenzialità dell’uomo. Dico solo, con Gioberti (che di libertà se ne intendeva!), che “ i più gran nemici della libertà non sono quelli che la opprimono ma quelli che la deturpano”; e del resto mi sono sempre considerato un vero liberale! E censure non ne ho mai accettate e men che meno desiderate. Qui, mi pare, il problema non è di libertà ma di autocontrollo (come quello dei cittadini che, tramite i loro sindaci, votano per limitare il traffico al centro!): se distruggiamo tutto, se su tutto gettiamo discredito sistematico, se a nulla facciamo credito di voler costruire (magari commettendo errori) qualcosa diverso dall’egoismo incontrollato o addirittura dall’avidità più insensata, che cosa resterà della nostra società?
Roma, 5 ottobre 2014


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