venerdì 22 dicembre 2023

"FESTIVITA'" 2023

 Gli auguri di Felice Celato

Sotto questa anodina e mondana denominazione (festività), sono tradizionalmente raggruppate – per la verità impropriamente  - due feste in realtà fra loro profondamente diverse: anzitutto il Natale, festa religiosa per eccellenza;  e, subito dopo, il Capodanno, festa laica e prevalentemente civile. Nel raggrupparle per “comodità augurale”, tuttavia mi piace tenerle separate, ancorché non manchino ragioni per viverle congiunte.

Il Natale è la festa in cui Dio si fa così vicino all’uomo da condividere il suo stesso atto di nascere, per rivelargli la sua dignità più profonda: quella di essere figlio di Dio. E così il sogno dell’umanità cominciando in Paradiso – vorremmo essere come Dio – si realizza in modo inaspettato non per la grandezza dell’uomo che non può farsi Dio, ma per l’umiltà di Dio che scende e così entra in noi nella sua umiltà e ci eleva alla vera grandezza del suo essere….. La grazia di Dio è apparsa: ecco perché il Natale è festa di luce. Non una luce totale, come quella che avvolge ogni cosa in pieno giorno, ma un chiarore che si accende nella notte e si diffonde a partire da un punto preciso dell’universo: dalla grotta di Betlemme, dove il divino Bambino è “venuto alla luce”; pochi – per quanto io ne sappia – l’hanno così brevemente ed efficacemente descritto, il senso profondo di questa festa religiosa del Natale, come ha fatto con queste parole il grande pontefice, Benedetto XVI, della cui scomparsa, giusto il 31 dicembre, cade l’anniversario. Per vie che qui non è il caso di analizzare, quest’anno, per me, uti homo et pater familias (non patriarca, per carità!), il Natale è stato particolarmente denso di umanissimi significati; auguro a tutti i miei amici e lettori di poterlo vivere con analoghe, dense sensazioni ed intenzioni: uomo moderno, adulto eppure talora debole nel pensiero e nella volontà, lasciati prender per mano dal Bambino di Betlemme; non temere, fidati di Lui!

Poi c’è l’anno che muore, fra “bòtti” e calici scintillanti, e quello nuovo che segue, carico – come avviene in ogni Capodanno - di speranze “palingenetiche”; che restano tuttavia affidate, nella debolezza del pensiero e della volontà, alla libertà dell’uomo, alla sua libertà di scegliere fra il bene ed il male nel fare la sua storia (personale e collettiva) nel mondo. Il 2023, infatti, a dispetto delle speranze rigenerative che inutilmente l’hanno accompagnato al suo nascere, è stato, per il mondo in cui viviamo, un anno terribile: le guerre, le loro perduranti conseguenze, le minacce insite in esse, le tante morti ("colpevoli" ed "innocenti", come accade – ed è sempre accaduto ai figli di Caino - in ogni guerra, anche quelle che, pure, hanno costituito una svolta della storia ed il fondamento di nuovi mondi, magari sulle macerie delle umane follie); e poi i minacciosi scuotimenti dei faticosi ed instabili equilibri (politici ed economici) su cui poggiavano ancora una volta le nostre umane speranze di un mondo migliore, fondate o infondate che siano state.

Siamo immersi nella nostra storia, fatta di luci e di bui, e di essa siamo parte e in qualche modo protagonisti; e ne respiriamo profumi e miasmi. E tuttavia – lo ammetto come atto di giustizia nei confronti dell’anno che si compie – conserverò una privatissima memoria dolce e positiva del 2023: mi sono avvenute, in quest’anno terribile per il mondo, ottime cose, in parte lungamente attese ed in parte del tutto inattese. Anche queste  – col gesto mentale della nostra lontanissima infanzia – mi propongo di recare alla grotta di Betlemme dove è venuto alla luce quel Bambino di Betlemme, del quale - non per mia virtù ma per dono ricevuto – ho deciso di fidarmi, avendone anche sperimentato, in tutta la vita, la dolce forza e il sostegno.

Il mio augurio, per me stesso e per tutti i miei cari ed amici, è quello di nutrire questi sentimenti per tutto l’anno che viene; di trapiantare il senso del Natale in ciascuno dei giorni che ci aspettano e di goderne a lungo i frutti, nonostante tutto. Buon Natale a tutti e un Nuovo Anno che possa almeno mantenerci al riparo dalle follie del mondo (e nostre).

Roma, 22 dicembre 2023

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

giovedì 14 dicembre 2023

Parole

Austerità, nostra gioconda serietà

(di Felice Celato)

Si deve ai (molti e talora stolidi) detrattori di una delle donne più influenti del XX secolo, Margareth Thatcher, la “corruzione” del senso di una nobile parola latina (austeritas), della quale forse vale la pena di ricostruire il significato.

Partiamo, appunto, dal dizionario Il Latino, edito da Le Monnier per conto di Mondadori, che, al punto 3 (che qui ci interessa, cioè all’accezione figurata) recita: Austeritas -ātis f. …. 3. fig., severità: Quint. 2.2.5; tua gravitas iucunda, mitis austeritas, la tua gioconda serietà, il mite rigore, Apul. fl. 9.

Poi esploriamo la mitica Treccani che, alla voce austerità, così spiega la parola nei suoi significati italiani: austerità s. f. [dal lat. austeritas -atis; nel significato 2, è un calco dell’inglese austerity]. – 1. L’essere austero, qualità di ciò che è austero: uomo di grande austeritàausterità di vitadi costumiausterità di un ambientedi un complesso architettonico; meno comuneausterità del climadella stagione. Riferito al vino, sapore lievemente aspro e astringente: il vin vecchio, perdendo la dolcezza, acquista quella forza piena d’austerità (T. Tasso). 2. Regime economico-politico di risparmio nelle spese statali e di limitazione dei consumi privati, imposto dal governo al fine di superare una crisi economica.

E per completare la ricerca, leggiamoci, sempre dalla mitica Treccani, quali sarebbero i contrari di austero (cioè di chi pratica l’austerità): immoderato, incontinente, sfrenato, smoderato, sregolato, corrotto, lascivo, vizioso, etc.

Bene: è bastata la (stolida) impopolarità di Margaret Thatcher (sui cui meriti magari torneremo un’altra volta, quando saremo meno in vena di divagazioni) perché l’austerity, dall’essere in qualche modo una virtù del costume, diventasse lo spauracchio degli Italiani incoscienti che si affidano alla propaganda lessicale corrente (sempre da Treccani: spauracchio: ….per estensione: persona cosa, situazione che incute timore e spavento. Anche persona tanto brutta, sciupata, malridotta e simili da fare quasi paura).

Si dirà: ma si sa e si capisce! Gli Italiani non vogliono proprio essere austeri, è nella loro natura (magari aggiungendo: che tutto il mondo ammira!). E’ vero; ma, per mero controllo lessicale, si rilegga – qualche riga sopra – quali sono i contrari di austero.

E, infine, si dirà ancora: ma come ti viene in mente, poi, questa pedante ricerchetta?

Niente, così, leggiucchiando, sui giornali, le acrobazie esplicative dei commentatori sul cosiddetto nuovo Patto di Stabilità…. ma, per ora, vi risparmio digressioni lessicali sulla parola stabilità; e anche l’analisi economico-finanziaria dei benefici e dei malefici della austerity (ormai tutti ne hanno sentite di tutte, su questo tema).Nostra gravitas iucunda, mitis austeritas, la nostra gioconda serietà, il mite rigore, direbbe forse Apuleio.

Roma, 14 dicembre 2023 

 

 

 

mercoledì 6 dicembre 2023

Stupi-diario dell'emotività (*)


Uno sciopero sognato

(di Felice Celato)


(*)

I lettori più stagionati di questo blog sanno che lo scopo di questa rubrichetta  (avviata, con intenti lievi, nel giugno del 2011 ma da tempo non alimentata) non è quello di attribuire arbitrarie patenti di stupidità a chicchessia ma solo quello di manifestare lo stupore di chi scrive per come va il mondo (e ciò anche se…. stupore e stupidità hanno lo stesso etimo).


Procedendo con l’analitica lettura del 57° Rapporto Censis mi sono imbattuto, qualche giorno fa, in un concetto (il mercato dell’emotività) che mi ha molto colpito per l’efficacia espressiva con cui sintetizza una sensazione che da tempo mi pervade quando, stancamente, scorro le pagine dei giornali nostrani o, tristemente, lascio affluire alle orecchie i polifonemi in uso a conduttori e a cronisti politici dell’informazione televisiva [N.B.: nel mio personale linguaggio l’espressione polifonema vorrebbe –stavolta sarcasticamente – indicare un’espressione linguistica formata da una pluralità di suoni che sono privi o hanno perso, nel tempo, il loro autonomo significato; significanti senza vero significato].

Il mercato dell’emotività presuppone, come ogni mercato, la produzione, il confezionamento, il trasporto e il commercio di qualcosa che, grazie all’incontro fra l’offerta e la domanda, trova collocamento presso i consumatori; il mercato dell’emotività è, perciò, la produzione, il confezionamento, il trasporto e lo smercio a grandi mani di emozioni, intese (Treccani) come processi interiori suscitati da un evento-stimolo rilevante per gli interessi dell’individuo, in risposta ai quali si verificano modifiche fisiologiche, che sono adattive in quanto permettono di mobilizzare le energie in maniera rapida e di far fronte ad una situazione di emergenza; il tutto muovendosi sull’uscio (spesso insuperabilmente serrato) della razionalità e della elaborazione di soluzioni, entrambe inevitabilmente più faticose della semplice percezione emozionale (e da qui il successo delle emozioni e quindi l’inconscia ma diffusa domanda di esse, cui corrisponde

inevitabilmente la loro offerta sul mercato, appunto).

Bene; se questo è – per come l’ho inteso io – il mercato dell’emotività, eccomi al sogno (audace e ...perverso) di una notte autunnale: immaginiamo che, per un mese, scendano in sciopero i trasportatori di emotività (resocontisti parlamentari, intervistatori di politici, conduttori di talk-show, etc.) e che, perciò, per un mese (non di più, per carità, perché sarebbe "democraticamente" pericoloso!) si blocchi il mercato dell’emotività veicolata negli slogan

della nostrana comunicazione politica. Immaginate, chessò, improvvisamente ferme, sulle autostrade mediatiche, lunghe file di TIR pieni di banalità e grattature di pance; e che, per esempio, Radio Radicale, per sciopero degli addetti, si veda costretta a sospendere le noiosissime, ma istruttive, trasmissioni di dibatti parlamentari, dove appare evidente – a chi purtroppo, come me, li ascolta diligentemente mentre viaggia in macchina – che pomposi relatori parlamentari parlano spesso di cose che evidentemente non hanno chiare, solo per veicolare slogan e grattature di pance ad uso di diffusione meta-parlamentare. Immaginate questo scenario e provate a svilupparne le (sempre immaginarie!) conseguenze (assumendo che il Vice-Presidente del Consiglio non provveda a precettare i trasportatori di stimoli emotivi!): per un po' si interrompe il commercio delle emotività, gli stimoli alle pance si sospendono e, magari, le teste ricominciano a pensare; i giornali risparmiano un sacco di pagine dedicate alle lofty platitudes della politica e i telegiornali recuperano tempi per la veicolazione dei loro argomenti preferiti (chessò, il compleanno di Del Piero o gli ospiti del Festival di San Remo del prossimo anno); i politici hanno più tempo per studiare i dossier e – ove necessario - per impadronirsi della differenza fra milioni e miliardi; i cronisti parlamentari non devono più – per un mese solo, però – inseguire deputati e senatori per carpirne lo slogan che si vuole canalizzare verso il mondo; la domanda di emozionalità viene temporaneamente disconnessa dalle agognate banalità!

Scenario irenico, diranno in molti, ancorché (mi raccomando!) per soli giorni trenta. Ma anche scenario speranzoso: chissà che solo trenta giorni non bastino per rimettere in azione le cellule cerebrali? In fondo il buon Dio ce ne ha fatto dono, con la sua consueta generosità!

Roma  6 dicembre 2023

 

 

 

 

 

 

venerdì 1 dicembre 2023

Censis 57°

Pessimisti ed ottimisti

(di Felice Celato)

Come ogni anno, ormai da molto tempo, il primo venerdì di dicembre è dedicato al Censis e alla sua annuale radiografia (quest’anno è la 57°) della società italiana, come emerge dalla congerie di dati che, su di essa, il Censis elabora, allinea ed interpreta. E come ogni anno, provo ad individuare le parole-chiave che danno un primo senso sintetico dell’analisi, traendole dalle pagine introduttive del corposo volume, alla cui (integrale) lettura ovviamente è necessario fare rinvio prima di trarre – come invece domani inevitabilmente avverrà su molti giornali – auspici o negative premonizioni per costruire la consueta nostra banale antinomia fra ottimismo e pessimismo (non sempre puramente intellettuale).

Molte scie, nessuno sciame: accomunando promesse di inclusione, occasioni di benessere, investimenti in capitale umano o patrimoniale, il nostro Paese ha costruito in decenni il proprio meccanismo di vita sociale, preferendo, per così dire, lo sciame allo schema, l'arrangiamento istintivo al disegno razionale. Uno sciame che oggi appare disperdersi distaccando dietro di sé mille scie divergenti…. Gli sciami si sono dispersi: quel meccanismo di promozione e mobilità sociale [che aveva costituito il nostro modello di sviluppo] si è usurato. La vitalità complessiva, probabilmente maggiore che negli anni recenti si dirada in una sequenza di scie, tracce fluide a bassa potenza unitaria, linee sottili a cui mettersi in coda con poche relazioni e pochi condizionamenti, in una solitudine montante di assetto e vita sociale.

Ciechi dinnanzi ai presagialcuni processi economici e sociali largamente prevedibili nei loro effetti sembrano rimossi dall'agenda collettiva del paese o comunque sottovalutati. Benché il loro impatto sarà dirompente per la tenuta del sistema, l'insipienza di fronte ai cupi presagi si traduce in una colpevole irresolutezza nel fronteggiarli con efficacia, per prevenire, per quanto è possibile, quelli che si annunciano come probabili collassi.

Sonnambulila società italiana, sembra (…) affetta da un sonnambulismo diffuso: al di là del coinvolgimento ordinario nelle tante ed articolate attività della vita quotidiana, la comunità nazionale sembra riposare in una sorta di torpore, in un sonno profondo del calcolo raziocinante che servirebbe per affrontare dinamiche strutturali di lungo periodo dagli effetti potenzialmente funesti.

Ipertrofia emotiva: una ipertrofia della sfera emotiva ravvisabile nella nostra società, la rende impermeabile alle buone ragioni dei fatti e delle cifre e vanifica i tentativi di imbastire una discussione argomentata, finalizzata alla ricerca di soluzioni lungimiranti. Nell'atmosfera emotiva in cui la società italiana si è immersa, vincono le credenze fideistiche: ogni verità ragionevole può d'improvviso essere ribaltata, sbullonata dal piedistallo della indubitabilità per effetto di una nuova onda emotiva.

I desideri minori: è il tempo dei desideri minori, non più uno stile di vita all'insegna della corsa irrefrenabile verso maggiori consumi come sentiero prediletto per conquistarsi l'agiatezza, ma una più pacata ricerca nel quotidiano di piaceri consolatori per garantirsi uno spicchio di benessere - magari temporaneo e reversibile - in un mondo ostile. Il consumo progressivo non è più la forza vitale che trascina gli italiani e che li spinge a lavorare di più per generare più reddito da spendere. Insomma, non agiscono più gli “eroici furori” della passata epopea perché  il cambiamento del rapporto con il proprio tempo e la ridefinizione della gerarchia dei valori fa sì che l'energia individuale, che in passato si traduceva in una spinta collettiva, ora si condensa in una nuova soggettività dei desideri a bassa intensità, che finisce per smorzare il ciclo.

 

Certamente, come accennavo all’inizio, queste brevi citazioni servono solo a dare un’idea di quello che a me sembra il mood interpretativo del Censis di quest’anno. E certamente anch’esse contengono, se proprio si vuole, più di qualche spunto per alimentare la banale antinomia di cui sopra. Tuttavia, lo ripeto, nelle sue oltre 400 pagine, il 57° Rapporto del Censis credo contenga tutti gli elementi perché ciascuno possa meglio sostanziare la propria visione del presente. I pronostici per il futuro (questo sono in sostanza i nostri ottimismi o i nostri pessimismi) restano affidati alla sicura lettura delle posterità, che hanno il grande vantaggio di potere giudicare questo presente come passato e quei pronostici come fallaci o veritieri.

Roma 1°dicembre 2023

  

giovedì 16 novembre 2023

Letture "necessarie"

La speranza di Europa

(di Felice Celato)

Complice un fragoroso e fluido raffreddore, mi sono immerso per molte ore nell’avida lettura di un denso e corposo libro che mi va di raccomandare caldamente, soprattutto a chi, come me, vive con ansia le vicende della nostra patria Europa, secondo la storica espressione che Alcide De Gasperi usò in un visionario discorso di quasi settanta anni fa (1954): Patrie – Una storia personale dell’Europa (Garzanti 2023) di Timothy Garton Ash, storico e docente presso le Università di Oxford e Stanford e opinionista di alcune testate internazionali. Si tratta, come dice il sottotitolo, di una storia dell’Europa dal 1945 ai giorni nostri, scritta con grande acume di studioso ma anche con la passione di chi, fin da giovane, l’Europa ha amato e conosciuto profondamente, anche attraverso numerose peregrinazioni nelle diverse patrie del caleidoarazzo europeo (un arazzo. realizzato da molteplici mani per produrre un'unica immagine… una Gesamtkuntswerk, un’opera d’arte totale….).

Certamente, come emerge dal quadro magistralmente ed appassionatamente disegnato da Garton Ash, l’Europa non gode, oggi, di splendida salute, per le sfide esterne (il “fronte” Ucraino e l’ attiva ostilità russa) ed interne (questione migratoria, nelle sue diverse declinazioni; debito pubblico e scenari economici; conseguenti populismi diffusi, non solo in Italia; debolezza di diverse democrazie, segnatamente quella Ungherese e quella Polacca); eppure, conclude Garton Ash, l’Europa di oggi, pur con tutti i suoi difetti, limiti e ipocrisie, pur con tutti i passi falsi degli ultimi anni, è di gran lunga migliore di quella che iniziai a esplorare all'inizio degli anni 70. Per non parlare dell'inferno in cui visse mio padre quando era giovane. È migliore anche di quella dei secoli precedenti, inclusa l'Europa pre-1914 idealizzata da Stephan Zweig. Di fatto, sulla falsariga della celebre affermazione di Churchill sulla democrazia, potremmo dire che questa è la peggiore delle Europe possibili, eccezion fatta per tutte le altre Europe che si sono sperimentate finora. Difendere, migliorare e allargare un'Europa libera ha senso. E’ una causa degna di speranza…una speranza che, secondo il pensiero che Vaclav Havel espresse negli anni ottanta dopo un lungo soggiorno in un carcere comunista, “non è una predizione ma un orientamento dello spirito e del cuore”. Una speranza – aggiungo io – cui dobbiamo tutti dedicare l’attenzione, la passione e le energie che richiede; anche perché non ha alternative se non quelle della tormentata storia dell’Europa dal 1945 fino ai giorni nostri; che, però, nonostante tutto, sono stati infinitamente migliori di quei molti, sanguinari decenni che li hanno preceduti.

Questo è il senso dell’appassionante libro di Garton Ash, che conduce a quella conclusione attraverso un analitico esame di molte delle vicende che ha studiato e vissuto, alcune delle quali – soprattutto la triste vicenda della Brexit – con personale dolore e rimpianto. L’Europa (una cultura del cuore…una comunanza nella diversità, come ebbe a dire Joseph Ratzinger in un magnifico discorso tenuto a Cracovia nel 1980) è stata il grande sogno di chi – sopravvissuto a due guerre mondiali, entrambe nate in Europa – ha saputo avviare un progetto di pace sulle macerie del passato; un progetto che a noi è tutt’ora affidato per il suo compimento. E’ per questo che mi indigna ogni segno di sciatta noncuranza o di sciocca alterigia o di irresponsabile iattanza verso la nostra patria Europa, che tanto spesso affiora non solo nel framing dell’Europa di cui abbiamo parlato qualche settimana fa ma anche nelle concrete azioni (o inazioni) di chi l’Europa concepisce come un bancomat che non abbia il potere di rifiutare carte di debito alterate.

Roma  16 novembre 2023.

mercoledì 1 novembre 2023

Tentate divagazioni

La fuga mentale

(di Felice Celato)

In questo buio periodo della nostra umanità (ma anche della nostra propria cultura), come mi accade in situazioni analoghe, ho tentato la fuga mentale, cercando rifugio in letture estranianti; e anche lasciando correre la curiosità dietro ai percorsi di qualche parola, magari divenuta corrente senza troppa coscienza della sua semantica. Due esercizi di fuga mentale che, come al solito, mi riescono sempre solo in parte: basta ri-sfogliare i giornali, come è inevitabile (e purtroppo doveroso) per ognuno che voglia restare, comunque, cittadino del presente. Eccovi comunque una breve “relazione” delle mie fughe:

I.

Letture estranianti.

Non starò ad elencarvele; vi dico solo che, ovviamente, c’è anche un libro “recente” di Benedetto XVI, una antologia di scritti sui Suoi Santi (I miei Santi, In compagnia dei giganti della fede, Fondazione Terra Santa, 2023), da leggere però un po' per volta. Vi vorrei invece segnalare con qualche parola di più un altro testo, di natura meno… intima e, tuttavia, estremamente gradevole ed interessante. Si tratta – e come ti sbagli? – di un libro vecchio di cinquant’anni (era uscito nel 1974, come frutto di decennali ricerche sul tema), meritoriamente ripubblicato quest’anno da Mondadori nella collana Oscar, e scritto da un grande autore del Novecento Italiano (di Mario Tobino: Biondo era e bello) che, nel testo, confessa il suo stagionato amore che dopo anni e anni non langue per quel monumento immortale della nostra cultura che fu (ed è!) Dante Alighieri, qui ritratto nel suo essere, ad un tempo, un colto comprimario del suo terribile tempo e il poeta sommo, che tutti conosciamo e che, da quel tempo, traeva gli umori (eterni) della sua poesia – e anche del linguaggio. Una specie di biografia intellettuale, politica e morale, magnificamente scritta, senza la pesantezza di minuziosi riferimenti cronologici ma con un trasparente radicamento nelle vicende di un’Italia che si faceva, come prodromo dell’Umanesimo e del Rinascimento, nella bolgia delle sue passioni e delle sue fazioni, alle quali Dante guardava, non senza animosità, come allo specchio eterno de li vizi umani e del valore.

Insomma: una lettura che raccomando caldamente, non solo per fuggire dal presente ma anche per meglio conoscere il padre Dante.

II

Parole

La “manovra” di bilancio per l’anno 2024 è blindata, dice qualche governante e ripetono i giornalisti. E forse, pare, sarà blindata anche l’incombente riforma costituzionale  che darà vita alla – tanto attesa! – terza repubblica. Ma che vuol dire blindata?

Partiamo dal Vocabolario on line, meritoriamente prodotto da Treccani in piena accessibilità via internet: blindato agg. [part. pass. di blindare]. 1. Rivestito di una corazza protettiva: treno b., carro b., automobile b. […etc] 2. estens. Nel linguaggio giornalistico, ben difeso, superprotetto (riferito a persone, o anche ai loro movimenti, a manifestazioni, ecc.): processo b., percorso b., testimone b., corteo blindato. 3. fig. Nel linguaggio giornalistico, non modificabile: accordo b., contratto blindato.

Ora passiamo all’ottimo Dizionario etimologico edito da Le Monnier (autore: Alberto Nocentini) e realizzato per Mondadori Education SpA, per renderci conto delle origini di questa parola così poco italiana nel suono:

blindàto agg. e s.m. [1905], part. pass. di blindare; vedi sotto blinda.

blìnda s.f. [1663], rivestimento metallico protettivo. Prestito germanico per tramite di altre lingue: dal fr. blinde, dal ted. Blende ‘schermo, protezione’, derivato di blenden ‘accecare, schermare’.

[Nota mia: del resto, anche in inglese to blind significa accecare].

Dunque: la manovra 2024 e fors’anche la tanto attesa riforma costituzionale sembrerebbero nascere sotto l’auspicio della cecità. Bene saperlo in anticipo.

III. Conclusione 

Con Dante, la fuga mentale per un po' mi è riuscita (fatte salve le serpeggianti analogie coi vizi eterni del nostro paese, così bene lumeggiati da Tobino nella Firenze dantesca). La blindatura, però, mi ha stroncato la fuga!

Andrò avanti in cerca di divagazione continuando la lettura di Benedetto XVI e dei “suoi” Santi, dedicando magari una speciale attenzione ai capitoli su San Benedetto da Norcia e Santa Caterina da Siena, patroni dell’Europa. Nel frattempo, corrono le battaglie in Ukraina e in Medio Oriente.

Roma, 1° novembre 2023 (festa dei Santi)

 

 

domenica 15 ottobre 2023

Drammatiche incombenze

Senza se e senza ma?

(di Felice Celato)

Si resta senza parole difronte ai massacri terroristici che stanno innescando, a due passi da noi, nel cuore di questo scampolo di Occidente che è Israele nel suo sitz im leben mediorentale, una delle più tragiche e temibili crisi del nostro tempo. Se – come me – non si è detentori di una superiore saggezza, lo svolgimento dei fatti e la necessaria reazione che essi impongono dovrebbero sgomentare ogni tentativo di semplificazione; e scoraggiare la formulazione di certezze che vadano al di là della pura e severissima deprecazione per il nefasto innesco di questa pericolosissima crisi.

Eppure il da me amatissimo popolo Israeliano ha vissuto in questi giorni la necessità ineludibile di decidere qualcosa; e deve (e in parte ha già dovuto) farlo in un periodo di profonda crisi del suo contesto politico; e deve (e in parte ha già dovuto) farlo subito, perché è il suo annientamento lo scopo primo dei terroristi che l’hanno assalito ed insanguinato; e deve farlo – anche per noi – perché lo scopo ultimo dei terroristi (e di chi li finanzia e sostiene) è il mondo di cui noi siamo parte insieme ad Israele.

Decidere, hic et nunc ma anche sempre in ogni azione dell’uomo, impone una necessaria semplificazione del reale, cioè una scomposizione e una classificazione, in ordine di importanza, delle ragioni che inclinano ad una decisione, in un senso o nell’altro, sul da farsi e anche sul da non farsi, persino valutando i rischi di una non-azione (nel caso specifico, credo io, improponibile). Il decidere comporta, inevitabilmente, assumere il rischio dell’errore, tanto più quanto la decisione presenta i caratteri dell’estrema urgenza e anche della necessaria deterrenza di ogni ulteriore aggressione.

Non è alla portata della mia insufficiente saggezza nemmeno affacciare un’ipotesi di valutazione di ciò che già vediamo sul campo e che, ancor meglio, vedremo, purtroppo, nei prossimi giorni. La guerra, storica tabe della umana convivenza, tira spesso fuori il peggio di quanto alberga nell’animo umano. 

Quello che però sicuramente mi irrita, in un contesto così difficile (per chi deve decidere qualcosa) e gravido di conseguenze (per il popolo d’Israele e per il mondo) è il corrente e corrivo polifonema con cui ciascun enunciatore di verità in favore di telecamera qualifica la propria proclamazione di giudizio: senza se e senza ma, a riprova di immarcescibili determinazioni.

Non esistono decisioni di azione o di inazione (ma nemmeno di lontano e retorico supporto o condanna), valutate ed assunte senza se e senza ma, se non decisioni incoscienti; si può semmai tollerare il polifonema (senza se e senza ma) se riferito a princìpi, quando essi sono fondati su saldi valori non negoziabili per chi ha una certa concezione del vivere civile e dell’uomo. Non a caso, difatti, molto opportunamente la Chiesa di qualche tempo fa così qualificava i princìpi connaturali alla sua antropologia fondata sulla Rivelazione, ovviamente prescindendo dall’esito democratico di tale sua posizione, in un contesto nel quale l’antropologia cattolica pacificamente convive con tutt’altre – e oggi prevalenti – concezioni dell’uomo e della vita.

Vedremo comunque, ahimè nel tempo che scorre, la solidità delle suddette immarcescibili determinazioni.

Roma, 16 Ottobre 2023, 80° anniversario della razzia Nazista nel quartiere ebraico di Roma.