martedì 12 aprile 2022

L' omone infallibile

La moviola della storia

(di Felice Celato)

In questi giorni angosciosi, leggendo le opinioni dei moderni maitres à penser che quotidianamente ci spiegano dai giornali o dai talk-show, gli inestricabili (ma apparentemente a loro chiari da tempo) segreti della geo-politica (per esempio quello della non prevista invasione dell’Ukraina), mi è sorto un dubbio “filosofico” e basilare: l’uomo, fallibile, spesso miope nel suo sguardo al presente e sempre ignaro del futuro, quando si organizza in un’entità sovra-personale (sia essa uno stato, l’Unione Europea, la Nato o qualsiasi altra rilevante per il corso della storia), diventa forse un omone infallibile (o meglio: da presumersi infallibile)? O rimane – proprio perché organismo sovra-personale – prigioniero di quella connaturata fallibilità dei suoi attori umani, intrisi di giudizi parziali e di pre-giudizi, di interessi diversi per storia, per collocazione geografica, per condizioni presenti o per prospettive sperate, per aspettative giuste od ingiuste? 

Proviamo a ragionarci usando quella magica moviola che è la storia (come ogni moviola, anche questa, consente di rivedere al rallentatore le azioni senza poterle cambiare!), ripercorrendo un paio di passaggi di quel periodo che è stato definito - dallo storico tedesco Ernst Nolte - come la guerra civile europea combattuta fra il 1917 e il 1945 (nella speranza che il presente non ne costituisca un prolungamento).

Come ha magistralmente narrato Christopher Clark (nel suo bellissimo libro I sonnambuli -Come l’Europa arrivò alla Grande Guerra, cfr. post dell’8 aprile 2016), i re, gli imperatori, i ministri, gli ambasciatori, i generali dell’Europa ante 1914 (dunque uomini, seppur potenti) apparivano ed agivano come sonnambuli apparentemente vigili ma non in grado di vedere, tormentati dagli incubi ma ciechi di fronte alla realtà dell'orrore che stavano per portare nel mondo.  

Vinta come fu la guerra voluta dai sonnambuli, questi stessi si costituirono nell’omone dei vincitori (anzi, un super-omone fatto di stati) e a Versailles stabilirono schiaccianti danni di guerra a carico delle potenze sconfitte. 

J.M Keynes - che pure faceva parte della delegazione inglese alla conferenza di pace (dalla quale si dimise in polemico dissenso nel maggio del 1919) - scrisse a caldo (nell’estate di quello stesso 1919) uno storico libretto The economic consequences of the peace nel quale descriveva gli ”accordi” di pace come una pace cartaginese: in sostanza, simile a quella che i Romani imposero ai Cartaginesi alla fine della seconda guerra punica… cui - non a caso - seguì dopo pochi anni la terza guerra punica. I moviolisti della storia sono unanimi nel ritenere che furono proprio la pesantezza di quei danni di guerra e l’umiliazione della Germania ad alimentare la propaganda e quindi (dopo la fase di Weimar) l’avvento del nazismo (e, quindi, ancora, per dirla sempre con lo storico tedesco Ernst Nolte, lo scoppio della seconda fase della guerra civile europea ).

Uomini ed omoni, dunque, anche senza soluzione di continuità personale, si succedettero gli uni agli altri per commettere quelli che - alla moviola - sembrano (e furono) tragici errori di valutazione e di azione; perché questa è la storia dell’uomo, dei suoi giudizi sul presente, delle sue autorappresentazioni del futuro, dei suoi tentativi di modellarlo (il futuro) alla luce di quelle autorappresentazioni; seminando macerie e talora mietendo sanguinosi successi (come fu, innegabilmente, la sconfitta - speriamo perenne - del nazifascismo).

Certo, Keynes aveva visto chiaro sulla pace di Versailles; ma - come ho già avuto occasione di notare - la lettura del suo libro non credo che abbia arrecato alcun conforto a chi veniva sterminato dalla follia nazista, né - d’altra parte e per nostra fortuna - fornito ragioni valide per non combattere la sua perversità.

Conclusione di questo fin troppo lungo ragionamento: l’uomo (o l’omone in cui si aggrega), per dirla col padre Dante (Purgatorio, III, 37 e seg.) quando è veramente lucido può (talora) vedere chiaramente il quia (ciò che esiste, che accade) ma non il quid (l’essenza di ciò che è o il suo perché): gli sfugge per natura, come insegna San Tommaso d’Aquino, quando il quid è l’essenza di dell’Essere; ma molto spesso anche quando il quid è quel groviglio di passioni e pulsioni che è l’agire dei suoi simili.

Se vi va, pensateci sopra, davanti al prossimo talk-show in cui qualcuno - quand’anche senza esplicitamente negare la necessità di opporsi alla perversità - vi descriverà, con dovizia di argomentazioni, quelli che (forse) sono stati gli errori della NATO, dell’UE, dell’ONU o di ogni altro omone “tenuto” all’ infallibilità.

Roma 12 aprile 2022

 

 

 

sabato 9 aprile 2022

Il C.U.R., Isocrate

…e i benefici della pace

(di Felice Celato)

Isocrate: …. Se faremo la pace, abiteremo la terra con molta sicurezza. Essendoci allontanati sia dalla guerra sia dai pericoli sia dal tumulto, procederemo ogni giorno verso l'abbondanza, esentandoci sia dalle tasse per la trierarchia [in sostanza: il finanziamento della guerra ] sia dalle altre liturgie compiute per la guerra.

 

Da molto tempo ormai, il “vostro” Camminatore Urbano Rimuginante (C.U.R.) ha smesso di rimuginare camminando per la città e guardandosi attorno. Del resto il contesto di questi ultimi due anni più che rimuginazioni sembrava suggerire di solamente camminare senza pensare troppo a quel che quotidianamente ci scorre accanto, magari piuttosto cercando di allineare qualche preghiera mentale per affidare al Padrone di casa gli sconforti del nostro abitare (o qualche lamentela sui nostri coinquilini, specie in questi ultimi tempi). 

Invece, proprio ieri, qualcosa di “antico” mi è scattato nella mente, mentre - costretto da un banale accidente automobilistico – mi sono trovato a vagare per due ore in un quartiere molto popolare di Roma (più noto per la sua nominata malavita che per le sue invisibili bellezze) in attesa che mi venisse restituita la macchina col “parabrezza” sostituito: era il titolo di un vecchio brano che tutti quelli che hanno fatto il liceo classico hanno dovuto almeno una volta tradurre dal greco: I benefici della pace, da Isocrate (educatore greco del IV sec a.C.). E ad ispirarmi la lontana memoria è stato, certamente, il contrasto fra l’angoscia per la guerra alle nostre porte e il sereno svolgimento della vita quotidiana lungo le larghe strade di quel quartiere. Provo a darvene un’idea: sui vasti marciapiedi bancarelle di immigrati pacificamente fieri delle loro mercanzie, con qualche acquirente in vena di scherzare (ma anche di comprare qualcosa); davanti ai bar, tavolini popolati di lavoratrici multicolori (bianche, nere, marroncine, gialle, tutti i colori dell’umanità) in pausa da chissà quale occupazione, pacificamente dialoganti in quella che doveva essere diventata la loro lingua comune (l’italiano, per quanto non purissimo toscano); un paio di giardinetti volanti con panchine di travertino occupate da vecchietti in vena di godersi qualche sprazzo di aria di primavera, in tranquilli conversari sul passato; quattro o cinque supermercati enormi, traboccanti di merci (in uno, ho contato 12 passi di lunghezza dello scaffale per il pet-food, in un altro 26 – diconsi ventisei – diversi modelli di forni a microonde) di fronte alle quali decine e decine di persone, spingendo carrelli riempiti in varia misura, esercitavano la loro personale signoria della scelta, compatibile con le risorse di ciascuno; un enorme store di scarpe sportive con un apposito reparto per numeri dal 46 al 48; giovani madri con bambini in carrozzina, sorridenti entrambi; padri in scorta a ridenti frugoletti con monopattino. E così via, con il segno dei benefici della pace iscritti sui volti di tutti.

Per carità, so bene che i benefici della pace non sono solo quelli generati dall’ “immorale” consumismo (che però fa girare migliaia di fabbriche dove lavorano centinaia di migliaia di lavoratori; e che, in fondo, sarebbe tutt’altra cosa rispetto alla pacifica fruizione dei frutti della terra, dell’impresa, dei suoi finanziatori e dell’organizzazione del lavoro dell’uomo). Come pure credo di saper bene che i benefici della pace hanno (anche e soprattutto) una mite natura umana e spirituale che travalica la materialità del moderato benessere (comunque necessario) di un semplice quartiere popolare di Roma. E tuttavia questi poveri segni di un pacifico andamento della vita quotidiana mi sono sembrati l’emblema dei benefici della pace, come plastico contraltare delle immagini di disperazione, dolore, sconforto e miseria che da oltre 40 giorni ci scorrono davanti agli occhi, senza che alcuno abbia trovato – non ostanti le tante verbose "saggezze" – la magica formula per farli cessare.

Sul finire della lunga camminata e sempre sull’onda della memoria, mi è tornata alla mente anche una frase che un vecchio prete di tanti, tanti anni fa premetteva ad ogni preghiera, anche talora suscitando qualche celia incosciente di noi ragazzetti: Signore, ti ringrazio sempre di tutti i tuoi benefici. Per vederne, ieri, in plastica contrapposizione al non lontano presente di non lontani territori, mi è stata utile una passeggiata alla Magliana; ma, lo confesso, da quando sono vecchio (o solo invecchiato?), per mio conforto, non ne ho sempre bisogno. Mi permetto di consigliare di meditare ogni mattina quella decina di parole del mio vecchio prete.

Roma  9 aprile 2022

 

 

 

venerdì 25 marzo 2022

La complessità del reale

….e gli incomprimibili iati

(di Felice Celato)

Come, credo, tutti noi, seguo – con ansia, compassione, fatica, sdegni per quel che vedo e timori per quel che presagisco – l’evoluzione e l’involuzione della crisi Ucraina. Quando questo orribile squarcio di Novecento si è aperto davanti a noi nel nostro secolo, non ho avuto pudore (cfr. Tragiche emozionipost del 27 febbraio u.s.) nel confessarmi emozionato e confuso (ma, forse, l’emozione non è già una forma di confusione della ragione?) nel considerare gli eventi, mentre ci scorrono davanti, nella guerra in diretta, le immagini tragiche di morti, distruzioni insensate, sofferenze indicibili e convogli di profughi. 

Ancorché ormai provvisto di molte verità dei tanti virologi della guerra (professionisti e dilettanti) che hanno allineato articoli su articoli per esternare opinioni, radiografare le cause degli eventi (dichiaratamente note), individuare presunte certezze e formulare argomentate aspettative, a distanza di un mese non mi sento,  per la verità, meno confuso ed emozionato; forse – come è stato brillantemente notato (Lorenzo Tomasin, Ostinati meteorologi della storia, in Ucraina, una ferita al cuore dell’Europa, Il Mulino, 2022) –  uno dei grandi guasti prodotti dalla guerra – vero scacco della ragione - è che quando essa incombe non è possibile, forse né tacere giudiziosamente né parlare saggiamente

Del resto, anche la comprensione (intesa come acquisizione di una affidabile lettura della genesi e della manifestazione dei fatti), mai come quando scendono in campo anche drammatiche passioni è naturalmente soverchiata dalla inestricabile complessità del reale; anche quando ad esporla – la presunta comprensione – sono impegnati i virologi o i meteorologi di cui dicevamo poc’anzi. Se possibile, infine, lo scenario si complica enormemente quando la comprensione è “guidata” da letture ideologiche (coscienti o incoscienti) della storia. 

D’altra parte, non credo che i sei milioni di ebrei, mentre camminavano verso l'olocausto, possano  aver trovato ragioni di assoluzione dello sterminatore (o magari solo di conforto intellettuale) nella lettura del notissimo libro di J.M. Keynes (The economic consequences of the peace) sugli errori commessi dai vincitori della I guerra mondiale con le durissime riparazioni dei danni di guerra imposte ad Austria e Germania, dalle quali forse è stato generato il mostro nazista.

Ancora di più, l’inestricabile complessità della storia mentre si fa entra in stridente conflitto con la semplificazione del reale che è naturalmente  - direi: ontologicamente - sottesa ad ogni pur necessaria ricerca di vie d'uscita. Chiunque abbia operato qualcosa in contesti complessi, quand'anche non così drammatici come i presenti, ha sperimentato come ogni azione concreta implichi di per sé una (rischiosa) semplificazione del reale, non foss’altro per solo classificare (fra decisivi, rilevanti o irrilevanti nel concreto dell'azione) gli elementi che la comprensione del reale ci pone davanti; senza con ciò esimerci dall'azione quando questa è, anche solo moralmente, doverosa; né sottrarci ai rischi dell'agire.

Credo sia questo incomprimibile iato, fra complessità del reale ed azioni concretamente avviate o da avviare per evitare il disastro, che mi porta però a sospendere ogni (personale e definitivo) giudizio sulle reazioni che il mondo occidentale sta mettendo in campo per contenere (e anche reprimere!) questa terrifica mossa della Russia, le cui disastrose e inumane conseguenze ci scorrono quotidianamente davanti agli occhi attoniti. Quindi non entro nella competizione fra le diverse qualificazioni delle “pazzie” delle reazioni, con cui quotidianamente alimentiamo ogni eccesso delle parole.

Nel giorno della festa cardine della religione cattolica (l’Annunciazione e il concepimento del Salvatore), mentre scorro la bella preghiera papale di affidamento della Russia e dell’Ucraina allo sguardo misericordioso della Regina pacis, mi tornano anche in mente – come fossero un grido che viene da Mariupol – le ultime righe di quel disperato e capitale messaggio a Dio raccontato dall’ebreo Lituano Zvi Kolitz (Yossl Rakover si rivolge a Dio, qui segnalato in Letture del 7 febbraio 2013), e scritto nel ghetto di Varsavia il 28 aprile del 1943 tra cumuli di pietre carbonizzate e ossa umane: …. Hai fatto di tutto perché non avessi più fiducia in Te, perché non credessi più in Te. Io invece muoio così come sono vissuto, pervaso di un'incrollabile fede in Te. Sia lodato in eterno il Dio dei morti, il Dio della vendetta, della verità e della giustizia, che presto mostrerà di nuovo il Suo volto al mondo e ne scuoterà le fondamenta con voce onnipotente. Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno. Nella tua mano, Signore, affido il mio spirito.

Roma, 25 marzo 2022

 

 

domenica 6 marzo 2022

Un profilo del tempo

 La dignità di un nazionalismo culturale

(di Felice Celato)

Devo all’ansia di evasione di questi giorni para-bellici (nel senso già detto l’altro giorno) la lettura di un breve saggio di George Orwell Sul nazionalismo (Lindau, 2022, ma l’originale ovviamente è di molti anni fa, del 1945). Per nazionalismo – scrive Orwell – intendo soprattutto quell'abitudine a pensare che gli esseri umani possano essere classificati come insetti e che interi blocchi di milioni o decine di milioni di persone possano tranquillamente essere etichettati come “buoni” o “cattivi”…. Il nazionalismo non deve essere confuso con il patriottismo. Entrambe le parole sono normalmente utilizzate in modo così vago che ogni loro definizione può essere messa in dubbio, ma è necessario distinguerle dal momento che esprimono due idee differenti o addirittura opposte. Per “patriottismo” intendo la devozione a un luogo o a uno stile di vita particolari, che vengono considerati i migliori al mondo ma che non si ha il desiderio di imporre ad altri. Il patriottismo è per sua natura difensivo, tanto militarmente quanto culturalmente. Al contrario, il nazionalismo è inseparabile dal desiderio di potere. L'obiettivo costante di ogni nazionalista è quello di assicurarsi maggior potere, maggior prestigio, non per sé stesso, ma per la nazione o per quell'altra unità nella quale ha deciso di dissolvere la propria individualità.

Fin qui la citazione; dico subito che il saggio per molti aspetti non mi ha convinto, ma mi ha fatto riflettere, soprattutto quando considera il nazionalismo nella sua dimensione meta-patriottica, cioè riferendolo ad entità più vaghe o (per meglio dire) più ampie del proprio “paese” o “paesello” che sia.

Bene: posto che considero il patriottismo (secondo l’accezione Orwelliana: la devozione a un luogo o a uno stile di vita particolari, che vengono considerati i migliori al mondo) come un residuo di mentalità otto-novecentesca, provinciale e ormai del tutto fuori del tempo nella sua dimensione territoriale e quasi valligiana, mi domando se, oggi, hic et nunc, non abbia, invece, senso un nazionalismo culturale, inteso come profondo senso di appartenenza ai valori ed al pensiero che permeano la nostra civiltà Europea e lato sensu occidentale; un senso di appartenenza che, tuttavia, non implica (e, per sua natura, non potrebbe implicare), come sembrerebbe pensare Orwell, alcun desiderio di potere.

Giova qui, forse, per meglio delineare il concetto, citare la premessa a firma congiunta dei due autori (Angelo Panebianco e Sergio Belardinelli) dell’ottimo saggio (All’alba di un nuovo mondo, Il Mulino 2019) già segnalato su queste pagine in Letturepost del 15 maggio 2019. Scrivono i due nostri (sottolineature mie): condividiamo, in primo luogo, l'idea che la civiltà liberale, coi suoi principi, con le sue istituzioni, con le sue regole, sia il più importante “dono” dell'Europa moderna al mondo. Per entrambi, si tratta del frutto maturo della tradizione cristiana. È nata in Europa, e poteva nascere solo in Europa, proprio in ragione delle sue origini cristiane. La civiltà liberale – ne siamo ben consapevoli – non ha mai trovato piena realizzazione, nemmeno nella sua culla europea. L'Europa resta ben lontana dall'aver dato compiuta attuazione a quell'insieme di ideali ed istituzioni. Tuttavia, pur con tante gravi imperfezioni e limiti, l'Europa, unitamente a quel mondo occidentale che ne una diretta filiazione, ha dato comunque vita, ispirandosi a quegli ideali, a società più vivibili di altre, ove “libertà” e “dignità” non sono solo parole vuote.

La mente mi corre inevitabilmente all’immagine Ratzingeriana dei tre colli (quelli emblematici di Atene, di  Gerusalemme e di Roma), fonti dell’identità spirituale e culturale Europea. Ma allo stesso tempo mi sorge la domanda se, dei valori di tale identità, ci siano, nei nostri animi e nelle nostre menti, la piena e diffusa coscienza e la mite fierezza che questa merita di suscitare.  I tragici eventi di questi giorni ci dicono con chiarezza che, ai “confini” del nostro mondo, essi costituiscono, sui due fronti, rispettivamente l’agognato modello ed il vero nemico. L’eroica resistenza dell’Ucraina ci sta forse mostrando quello che, di noi, assai più dovremmo apprezzare.

Roma  6 marzo 2022

venerdì 4 marzo 2022

Segnalazioni

Letture per evadere

(di Felice Celato)

Come spesso mi accade in periodi di angoscia collettiva, anche stavolta – in mezzo ai rumori assordanti di follie novecentesche risuscitate improvvisamente nel nostro secolo e impietosamente rimbalzate dai media – ho tentato di astrarmi tuffandomi in una difficile lettura per evadere; non, però, una lettura di evasione (come pure verrebbe naturale, prendendo in mano, chessò, un giallo o magari un libro di Murakami) ma una impegnativa lettura per evadere verso il mondo – di pensieri e sentimenti - che abbiamo amato e coltivato prima che il tempo avesse cominciato il suo tentativo di scorrere all’indietro, sospinto dai passi dei fanti e dai cingoli dei carrarmati. Eccomi, dunque, a segnalare il frutto (felice) di questa tentata evasione dal presente.

Si tratta di un volumetto (di Flavio Felice, Michael Novak, IBL Libri, 2022) che il brillantissimo storico delle dottrine politiche, cattolico e liberale (Flavio Felice) dedica al pensiero di un suo maestro, Michael Novak, appunto, politologo e teologo americano, anche lui cattolico, scomparso un lustro fa. (Ai lettori più tenaci di questo blog, potrebbe sovvenire una lettura qui segnalata, non senza qualche iniziale perplessità, nel luglio del 2018, Verso una teologia dell’impresa, edita da Il Foglio proprio nel 2018).

Il libro di Felice (…non Celato, questa volta, anche se con questo pienamente consentaneo) ricostruisce con passione il pensiero di Novak lungo il crinale della cosiddetta dottrina sociale della Chiesa (dalla Rerum novarum ai giorni nostri) per illustrarne le coerenze profonde (ma non sempre evidenti alla lettura superficiale) col moderno concetto di capitalismo democratico; centrato sull’impresa (come risposta concreta al dramma della povertà), sulle virtù cardinali dell’imprenditore (creatività, realismo e senso del valore sociale dell’agire imprenditivo), sul capitale umano (inteso come caput, ossia il luogo nel quale hanno sede le virtù e le abilità umane: l'inventiva, la creatività, la responsabilità, la comunione, la reciprocità, la laboriosità, in una parola: la persona), sull’inappellabile critica allo statalismo (qui di solito definito come statolatria), sul pluralismo politico e sociale, sulla internazionalizzazione dell’economia (che integra la dimensione economica con quella politica ed entrambe con quella culturale).

Ce ne è abbastanza, credo, per spiegare, a chi è abituato a leggere le paginette di questo blog ed in sintesi estrema, il perché degli entusiasmi che mi ha suscitato questo libretto (di 150 pagine, molto dense ma chiare); e il perché della convinta segnalazione che ne faccio ai miei lettori, nell’intento di confortare quelli che condividono i miei sentimenti su questi temi e, magari, di convertire quelli (i più) che a quei sentimenti sono più resistenti.

Qualche parola ancora vorrei dedicare all’autore del libro, il prof. Flavio Felice che ho molto apprezzato come chiarissimo speaker in un webinar sul pensiero cattolico nella dottrina dello stato e che sto anche leggendo in un’opera (assai più corposa di quella su Novak) dedicata al pensiero politico di Luigi Sturzo, del quale il Felice è un profondissimo conoscitore (I limiti del popolo – Democrazia e autorità politica nel pensiero di Luigi Sturzo, Rubettino, 2020, disponibile anche in ebook). Su questa, magari, torneremo più in là; per ora – date le premesse evasive dalle quali sono partito – mi basta godere del pensiero che questo nostro mondo occidentale, che oggi sembra messo in discussione con la prepotenza e che forse ama sé stesso meno di quanto merita, in fondo, anche in periodi di storiche violenze, ha saputo custodire la tenacia di chi ha creduto di poter parlare ai suoi contemporanei come ad uomini liberi e forti.

Roma 4 marzo 2022

 

domenica 27 febbraio 2022

Tragiche emozioni

Scenari novecenteschi

(di Felice Celato)

Meno di due mesi fa, dando un’occhiata preoccupata all’imminente 2022 (post L’ambiguo 2022, del 29 dic. 21) avevo esplicitamente espresso la speranza di poter provvisoriamente prescindere dal considerare i preoccupanti scenari geo-politici che avevamo (ed abbiamo) di fronte. E, come spesso mi accade, sbagliavo. Dopo poco meno di due mesi, stiamo respirando l’alito fetido di venti di guerra a poco più di 1000 km dal nostro confine (la distanza fra Trieste e Leopoli – la più vicina delle grandi città Ukraine – è di 12 ore in auto, un’ora in aereo; più o meno la stessa di quella fra Trieste e Palermo).

I giornali sono pieni di analisi, talora anche autorevoli, su quanto sta accadendo in Ucraina perché io – che non posso certo dirmi un esperto di geopolitica – tenti di allineare la mia. 

A me pare chiara solo una cosa: che il nemico contro il quale il “denazificatore” Putin (con metodi non dissimili da quelli del “nazificatore” di qualche ventennio fa) sta portando un attacco spietato, è l’Europa; ai valori di questa (di cui essa stessa talora sembra immemore) che hanno indotto ed inducono un crescente numero di “pezzi” dell’ex-impero sovietico a desiderare di entrare a far parte dell'UE, sottraendosi anche al triste "protettorato" degli epigoni di quello. E la generazione di centinaia di migliaia di profughi verso ovest è una implicazione astuta dell’attacco (una bomba atomica politica, nei nostri paesi da tempo confusi e arrovellati sul problema delle accoglienze).

I media televisivi consentono oggi di vivere quasi in diretta il dramma di una giovane nazione che, con le fionde di Davide, si appresta a resistere al Golia che tanti ammiratori ha pure da noi (basta cercare su Internet per dotarsi di argomenti sufficienti per commiserarci della nostra classe politica): il breve video di un mezzo pesante Russo, che devia dalla sua strada per fagocitare una vettura privata di un cittadino del popolo “nemico”, resterà – temo – l’immagine vivida dell’operazione in atto.

Sono – lo confesso – emozionato e confuso. Le forze del male e le loro lunghe radici nell’animo umano mi hanno sempre spaventato; tanto più quando si alimentano del sonno della ragione che – come ha magistralmente illustrato Goya – genera mostri.

Mi resta la fede che le porte degli inferi non prevarranno. Già, non praevalebunt; ma quanto sarà lungo il cammino di dolore che sarà necessario percorrere?

Roma 27 febbraio 2022

mercoledì 16 febbraio 2022

Spigolature classiche

 Scrivere, di questi tempi

(di Felice Celato)

Scrivere, anche solo per chiacchierare fra amici, di questi tempi mi è oltremodo faticoso: sono estremamente preoccupato per gli andazzi sociologici e psico-politici del nostro paese, che si frastorna di bonus, di slogan, di pre-elettoralismi dissennati, di isterie collettive amplificate da una stampa sempre meno pensosa, di una stanchezza delle menti e delle emozioni, che mi paiono – tutte insieme – sempre più pericolose (almeno per il prossimo futuro, quando questo governo sarà – temo – soverchiato da queste pulsioni).

Eppure, per mantenere una linea di comunicazione che valga a superare la noia angosciosa, mi rimetto alla tastiera, con qualcosa destinato – almeno nelle intenzioni – a far sorridere qualcuno.

Una premessa, ancora, prima di venire alla spigolatura di oggi: non sono così colto da intrattenere quotidiani conversari coi classici latini, pur amando molto il latino e quel mondo; per fortuna però ho anche una cognata molto colta e professionalmente versata nella materia, che ogni tanto mi gira qualche ritaglio su cui riflettere; da questo, quanto segue. 

L’autore è Caio Plinio, detto Plinio il Giovane, avvocato, scrittore e magistrato romano del I secolo d.C.; l’opera è il suo Epistolario, dalla cui edizione Utet (in ebook) copio questa lettera (IV libro, lettera n. 25) ad un (a me) ignoto Mesio Massimo, suo amico e corrispondente.

Caio Plinio invia i suoi saluti al caro Mesio Massimo. Ti avevo scritto che c’era da temere che dalle votazioni a scrutinio segreto scaturisse qualche guaio. Le previsioni si sono realizzate. Negli ultimi comizi in alcune schede si sono trovate molte barzellette e perfino sconcezze, in una poi invece dei nomi dei candidati c’erano quelli dei loro fautori. Il senato s’infiammò di sdegno e con urla minacciose invocò la collera dell’imperatore contro chi aveva scritto in quella maniera. Il responsabile però rimase incognito e nascosto, forse era addirittura tra quelli che manifestavano il loro crucciato risentimento. Che cosa non possiamo pensare che faccia, nella sua vita di cittadino privato, colui che in un affare di tanta importanza, in un momento così serio, si diverte con pagliacciate di questo genere, che, insomma, per riassumere tutto in breve, in senato vuol fare l’impertinente, lo spiritoso, lo scanzonato? Tanta è la sfrenatezza che ingenera nelle nature abiette la ben nota baldanza dell’«E chi lo saprà?». Domanda le schede, afferra lo stilo, abbassa il capo, non teme nessuno, disprezza sé stesso. Da questa disposizione d’animo provengono questi meschini scherni che starebbero bene sul palcoscenico di un teatro. Da che parte voltarsi? Che rimedi cercare? Dovunque i mali sono più potenti dei rimedi. Ma a tutto ciò penserà chi è al disopra di noi, a cui ogni giorno procura un aggravio di veglie ed un aggravio di fatiche questa nostra impudenza, sterile e tuttavia senza ritegno. Stammi bene.

Che dire? Dopo le saghe di Quirinalia – per fortuna almeno finite bene – questa lettera di sapore… italico e contemporaneo, per lo meno mi ha fatto sorridere. Che una certa voglia di non essere seri, fin da 20 secoli fa  (e anche da prima),  fosse una caratteristica del nostro lignaggio mi era noto (si parlava di Italum acetum, per dire però, anche, che lasciava un sapore amaro in bocca); e i latini ci fondarono la loro satura (satira) e ne sopravvissero, anche bene, per molti secoli. Solo che oggi – nei suoi omotipi contemporanei, a distanza di tanto tempo e con l’incombere di tanti problemi (…e senza un impero su cui prosperare) – mi pare una triste rappresentazione della nostra maturità.

Roma, 16 febbraio 2022