sabato 11 settembre 2021

Ricordi

 11 settembre

(di Felice Celato)

In fondo, per nostra somma fortuna, noi nati nell’ultimo tratto della prima metà del secolo scorso, non abbiamo ricordo alcuno (né potremmo averlo) delle tragedie immani dell’ultima guerra; solo qualche racconto dei nostri genitori, che ascoltavamo con interesse e comprensione ma forse senza cogliere appieno il dramma del loro personale coinvolgimento (del resto i miei genitori avevano un certo pudore dei loro sentimenti e spesso si ritraevano sulla soglia di questi). 

Ma, come sempre, i ricordi di fatti non vissuti direttamente godono del beneficio del tempo passato senza ferite ancora aperte. Poi, per chi ha una visione religiosa della vita, soccorre il conforto della “memoria credente” (ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, Deut. 8,2), alla quale dovremmo più spesso rivolgerci quando consideriamo la nostra vita.

Eppure, quando – come accade ad una certa età – si va indietro col pensiero, non mancano i ricordi di come abbiamo vissuto l’attraversamento del nostro tempo, forse non affollato di tragedie immani (in fondo, è bene ricordarlo a tutti, il nostro mezzo secolo sta conoscendo una lunga fase di relativa pace, sconosciuta ai secoli scorsi, come si può facilmente costatare solo consultando le statistiche di OurWorldInData, al capitolo War and Peace), ma pur sempre segnata dalle follie della violenza di Caino.

Lungo questa linea, ricordo con diversa intensità (ma anche con diverso coinvolgimento) due diversi episodi che hanno segnato l’ultimo cinquantennio della mia vita con emozioni e patemi difficili da dimenticare (saranno gli omologhi dei ricordi di guerra dei nostri genitori?): il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro e la tragedia delle Twin Towers (di cui, appunto, oggi ricorre il ventennale e di cui oggi faccio – anch’io – personale memoria).

Ricordo di averlo vissuto, l’evento delle Twin Towers, quasi in diretta, insieme a persone che, come me e in ragione della loro attività, avevano modo di sentire quei drammatici eventi come direttamente incidenti sulla loro vita pur se lontani nello spazio. Stavo ricevendo, in quel pomeriggio dell’11 settembre 2001, gli esponenti di una grande banca d'affari americana per discutere delle prospettive del settore di cui allora mi occupavo (il trasporto aereo), quando la mia straordinaria assistente entrò nella sala delle riunioni, col volto molto turbato; e – senza profferire parola – accese il televisore. Al mio sguardo stupito, Laura rispose: DEVE vedere, anzi DOVETE vedere.

Subito cominciarono a scorrere le terribili immagini che ormai tutti conosciamo, e sulla faccia di ciascuno di noi lo sgomento si fece drammatico pallore, incredulo e commosso. Il nostro mondo stava improvvisamente conoscendo una svolta di proporzioni gigantesche, una cesura storica ed economica di cui di lì a poco avremmo conosciuto gli effetti; immediati (per la banca americana si trattava di un attentato ai suoi propri gangli vitali) e di lungo periodo (per il trasporto aereo fu l’inizio della crisi più lunga e profonda della sua non lunghissima storia; l’aereo civile da strumento di progresso veniva trasformato improvvisamente in strumento di morte, i passeggeri usati come micidiali componenti di proiettili impazziti dall’uomo).

Oggi, i giornali ed i media in generale ricordano l’evento, oltre che ovviamente per il suo tragico death toll, per il suo significato geo-politico, significato non certo minore; ma, rievocarlo per l’incidenza diretta che ebbe sulla mia vita professionale, mi è venuto spontaneo; e dunque lo faccio con i miei tenaci lettori, certo della loro comprensione per questa “personalizzazione”, da persona – diranno i più giovani di essi – a dir poco anziana.

Roma 11 settembre 2021

 

 

 

giovedì 2 settembre 2021

Segnalazioni

Due letture parallele

(di Felice Celato)

Intense letture hanno accompagnato questi ultimi giorni fra fine agosto ed inizio settembre; a parte la gestione di qualche baruffa polemica fra amici [che costituiscono il sale benedetto di questa mia prima (?) – direi: pensosa (?) – vecchiaia] sono stato assai preso da due volumi sullo stesso argomento e diversi fra loro ma entrambi certamente non tranquillizzanti. 

[Visto che si tratta di due segnalazioni, mi prenderò qualche libertà sul limite delle 750 parole che ho (quasi) sempre rispettato]. 

Il primo: di Anne Applebaum, Il tramonto della democrazia – Il fallimento della politica ed il fascino dell’autoritarismo (Mondadori 2021).  Si tratta di un saggio intenso ed informato, scritto da una giornalista e  saggista statunitense naturalizzata polacca che svolge un’ampia ed assai interessante rassegna dei sintomi della crisi profonda delle democrazie, muovendo da quelle dell’Europa orientale (Polonia ed Ungheria), per giungere infine a quella statunitense, passando per il Regno Unito della Brexit, per la Spagna di Vox, etc. La tesi di fondo  mette in evidenza come alle Grandi Bugie del XX secolo (le grandi costruzioni ideologiche del comunismo e del fascismo) siano succedute – nel pavimentare la strada agli autoritarismi – le Bugie di Media Grandezza (la realtà alternativa sviluppata organicamente, …spesso costruita con cura, con l’aiuto delle moderne tecniche di marketing, della segmentazione del pubblico e di campagne sui social media); e ciò, per fare della rabbia un’abitudine e della divisività la normalità, per modo che la polarizzazione venga trasferita dal mondo on-line alla realtà…Il mezzo, il veicolo potente di tale canalizzazione verso la pubblica opinione delle Bugie di Media Grandezza, è ovviamente l’on-line… dove nessuno è costretto ad assumersi la responsabilità di ciò che dice… dove l'ironia, la parodia e meme cinici vengono posti a disposizione della cosiddetta pubblica opinione, per “informarsi” e, allo stesso tempo, divertirsi. Il disarmonico stridore che caratterizza la politica moderna; gli accessi d'ira a cui si assiste sulle televisioni via cavo e al telegiornale della sera; il ritmo veloce dei social media; i titoli dei giornali che, a scorrerli, cozzano l'uno contro l'altro; l'esasperante lentezza, al contrario, di burocrazia e tribunali: tutto ciò ha snervato quella parte della popolazione che predilige (o si è convinta di prediligere) l'unità e l'omogeneità. La democrazia è sempre stata chiassosa e turbolenta, ma quando le sue regole vengono seguite finisce per creare consenso. Il dibattito moderno no. Esso, invece, suscita in alcuni il desiderio di tacitare a forza gli altri.

Il secondo, invece, è un corposo saggio, più strutturato dal punto di vista concettuale ma non meno preoccupante (ancorché prevalentemente “ambientato” nella democrazia statunitense): si tratta del volume di Tom Nichols (autore già segnalato su queste pagine in Letture, del 14 12 2018, per l’ottimo saggio su La conoscenza e i suoi nemici, Luiss press, 2018) intitolato Our own worst enemy – The assault from within on modern democracy (Oxford University Press, 2021, disponibile in e-book, per ora in lingua originale). In esso l’autore, un brillante saggista ed accademico statunitense, svolge un’analisi disarmante e appassionata…. sui “tumori” che, dall’interno, corrodono l’organismo democratico (nel senso della liberal democracy), un organismo (a durable edifice of institutions) che esige l’esercizio di squisite virtù civiche (tolleranza, fiducia  nei diritti individuali, senso del responsabilità, spirito di sacrificio di ogni personale egoismo, cooperazione, etc); virtù civiche che a loro volta rimandano ad un complesso di virtù personali senza le quali nessuna forma di governo può assicurare libertà e benessere per tutti: in the modern democracies …. that edifice is now being washed away by the citizens themselves, as civic virtue drowns in narcissism, anger… resentment… choleric nostalgia.

Sono questi (narcisismo pandemico, rabbia, risentimento e confusa nostalgia di un passato immaginato come migliore del presente) i “nemici interni” della democrazia: when an entire population slides after years of peace and plenty into narcissism and resentment and entertains itself with comforting lies about the past in order to avoid the responsibilities of the present, the political environment sinks into a corrosive slurry that eats away at the foundations of democracy.

Fin qui le sconfortate analisi di contesto dei due autori, largamente sovrapponibili ancorché basate su campi di osservazione parzialmente diversi, argomentate diversamente  e “accentate” diversamente (la Applebaum sottolinea forse di più la maliziosa manipolabilità e Nichols la naturale endemicità dei fenomeni osservati). In entrambe, tuttavia, (come sopra visto per la Applebaum) i media (nella loro odierna indomabile ed indiscreta iper-connettività senza mediazione critica) svolgono un ruolo decisivo: Our ability to communicate instantly, anonymously, and without reflection has immortalized moments of stupidity …..that in an earlier time would have rightly gone unnoticed, scrive Nichols; …the sheer size of our interaction with the virtual world, and the speed with which that world has enveloped all of us, has created a vast and yet lonely space, where we are both too connected and too isolated at the same time.

Sui rimedi anche, i due autori diversamente convergono: la resistenza liberale, sinteticamente invocata da Applebaum, diventa, in Nichols, una più articolata proposta che si può anche condividere solo in parte ma che, in fondo, si richiama ai valori fondamentali di una democrazia liberale, senza nascondersi la difficoltà del percorso di riscoperta ma sottolineandone la decisiva inevitabilità.

Concludendo: due letture interessanti, urticanti e certo non confortanti, anche per noi, specie se si applicano questi scenari internazionali a quelli italiani che osserviamo ogni giorno. Consiglio ai miei asincroni corrispondenti la lettura di almeno uno dei due volumi (entrambi gradevoli nello stile dell’esposizione); il primo soprattutto per la ricchezza degli aggiornamenti su realtà politiche forse meno note (almeno a me) ma non lontane dalle nostre (non solo geograficamente!); il secondo (in ottobre la Luiss Press ne farà uscire la traduzione italiana) per la ricchezza e l’estensione delle argomentazioni.

Roma, 2 settembre 2021.

domenica 22 agosto 2021

Sui giornali d'agosto

 Nostalgia dei virologi

(di Felice Celato)

In questo (sotto molti profili) caldissimo periodo agostano ho sentito una grande nostalgia dei virologi. Mi ero così tanto abituato a leggere ogni giorno una nuova provvisoria profezia ed una confusa rivendicazione di quelle già fatte, che vedere i virologi soppiantati – sulle pagine dei giornali – dagli afganistologi e dai geopolitical strategists mi è quasi dispiaciuto. Ma, come dicevano i romani, majora premunt.

Nella congerie delle analisi sui fatti afgani, mi ha colpito particolarmente l’attenzione dedicata alla questione - tutto sommato laterale - dell’esportabilità (o della inesportabilità) della democrazia, quasi come se tutte le guerre (grandi o piccole) in cui l’Occidente si è coinvolto negli ultimi 30 anni fossero state motivate dal tentativo di, appunto, esportare la democrazia; insomma una sorta di marketing istituzionale dimentico di ogni altro e più complesso contesto. Quasi come se – per andare a qualche decennio prima – le motivazioni della II guerra mondiale fossero state quelle di insediare (o re-insediare) la democrazia in Germania o in Italia e non piuttosto la necessità di fronteggiare la folle aggressività nazi-fascista.

Allora sono andato a ripercorrere alcune fra le (non recenti e non abbondanti) letture nelle quali il tema è stato direttamente affrontato o almeno indirettamente implicato; cito in particolare il (più volte lodatissimo) volume di Fareed Zakaria The future of freedom – Liberal democracy at home and abroad (del 2003) e il poco noto Esportare la democrazia - State-building e ordine mondiale nel XXI secolo (del 2004) di Francis Fukuyama.

Senza essere uno specialista della materia, ho maturato queste personalissime (e quindi più che mai discutibili) opinioni che mi hanno aiutato almeno ad inquadrare il tema (e anche a convincermi della confusione che regna nelle opinioni che si leggono su molti giornali).

Prima di tutto farei una distinzione lessicale: quando si afferma che la democrazia non si esporta, a quale accezione della democrazia ci si riferisce? Alla democrazia funzionale (in buona sostanza al suffragio universale) o – per dirla con Zakaria - al costituzionalismo liberale (in buona sostanza al sistema valoriale che ha a che fare con i diritti liberali, il vero succo della democrazia: rule of law, limitazioni del potere, libertà individuali, economiche, politiche, religiose, di pensiero, di parola, eguaglianza di fronte alla legge, etc.)?

Capisco che solo l’uso della parola liberale possa turbare le “menti” di molti dei nostri politicanti (specie se geneticamente ossessionati dalla ricerca del consenso), ma credo che nemmeno a loro dovrebbe sfuggire che l’esportazione della sola democrazia funzionale – ove fosse la motivazione vera di tanti dei recenti eventi guerreschi e non un loro sottoprodotto forse propagandisticamente fascinoso – sarebbe un esercizio vacuo ed anzi, in sé, potenzialmente dannoso: sarebbe cioè l’applicazione di un metodo (di selezione della classe dirigente) senza alcun riferimento ad un fine (quello, appunto, liberale, come sopra molto sommariamente declinato); un po' come applicare il metodo del pedalare senza poter controllare il manubrio della bici: si pedala (e può anche far bene) ma non si sa in quale direzione.

Poi c’è la questione dei pilastri dello stato (su questo Fukuyama si diffonde ampiamente): le funzionalità economiche e quelle della pubblica amministrazione, la struttura (accentrata o decentrata) di questa, l’autonomia della amministrazione della giustizia, il sistema fiscale e quello di welfare, etc..

Senza questi pilastri lo stato – liberale nei fini e democratico nei mezzi – facilmente vacilla; e né il costituzionalismo democratico né – tantomeno – la democrazia funzionale diverrebbero efficaci (senza por mano alla solidità di almeno alcuni di questi pilastri, nei tempi che una riforma dello stato può implicare).

Dunque, per non dilungarmi troppo, mi parrebbe di poter dire che la democrazia che l’Occidente potrebbe anche aspirare ad esportare (o che ha concretamente aspirato ad esportare nel contesto di altre – e più cogenti – ragioni per l’uso della forza) non è certamente quello della sola democrazia funzionale. Ciò che – a mio debole parere – l’Occidente non solo potrebbe ma dovrebbe porre a base del suo ….marketing istituzionale è la grandezza dei valori liberali che costituiscono il fine della democrazia (e rispetto ai quali la democrazia funzionale è un semplice metodo, da solo assolutamente cieco, almeno nel breve e medio termine). E lo dovrebbe perché l’Occidente avrebbe ragione di essere orgoglioso di tali valori che, a partire dalla rivoluzione del Cristianesimo (che Fareed Zakaria pone all’origine della storia della libertà), hanno fatto sviluppare, pur in mezzo a tante cadute, la sua civiltà.

Che poi il metodo di questo marketing istituzionale (e valoriale) non possa né debba essere quello delle armi è cosa che nessuna persona di minimo buon senso potrebbe negare. Ma  – come dicevo e checché possa essere anche stato detto a supporto di interventi militari – non credo che il marketing istituzionale (e men che meno valoriale) sia mai stato il vero fine del ricorso alla forza (che talora, non dimentichiamolo, può di fatto risultare inevitabile).

Roma 21 agosto 2021

 

 


 

domenica 8 agosto 2021

Emozioni estive

 La messa di Neghelli

(di Felice Celato)

Oggi, essendo domenica ed avendone – grazie a Dio – l’abitudine, ho partecipato ad una Messa…. in provincia. Dopo forse un anno continuato (complice il Covid ma anche una certa senile odofobia, il fastidio per i viaggi, Reiseangst, credo direbbe Freud), dopo forse un anno continuato, dicevo, di solenni Messe nella magnifica Chiesa Romana del Gesù (con tutto il contorno solenne, misurato, curato e colto dell’ambiente Gesuita) ho partecipato ad una messa…in provincia, a Neghelli, piccolo sobborgo di Orbetello, piccolo paese (una volta di pescatori, oggi forse prevalentemente di operatori del turismo) sulla laguna di fronte al Monte Argentario. Il “contorno” qui non poteva essere più diverso da quello per me abituale da quasi un ventennio. Una chiesa moderna, direi semplice e quasi spoglia; un ambiente umano assai differente da quello “colto” e forse “borghese” (o, se si vuole, “radical chic”) dei “clienti dei Gesuiti” (ironico o forse sarcastico copyright di matrice gesuita, naturalmente), che confluiscono ogni domenica al centro per ascoltare il predicatore – diciamo – “famoso” e, comunque, sempre interessante (anche quando fustiga con furia i fedeli); un “pretino” giovane (non credo abbia 30 anni!); una predica breve e sensata (un solo concetto nient’affatto banale: il miracolo come forma quotidiana della “conoscenza” di Dio); un uditorio piccolo (una quarantina di persone), tutto di residenti (io e mia moglie eravamo forse gli unici “ospiti” della comunità locale); un piccolo coro (due uomini e due donne, bravissimi!); tante comunioni quanti erano i fedeli.

La Messa, come sa bene ogni pio cattolico, è la stessa – nel suo significato intrinseco – ovunque la si partecipi; ma la messa di Neghelli sul finire mi ha lasciato un’emozione particolare, forse “scandalosa” se giudicata secondo correnti (e talora interessate) vulgate: la Chiesa c’è! C’è, forse di nuovo pusillus grex di fronte allo Zeitgeist, frammezzo al suo popolo, col suo eterno messaggio (al riparo dalle mode dei tempi, più piccola e nascosta di un tempo ma non meno “fedele”), con la sua capacità di parlare ai milieux sociologici più diversi, con messaggi profondi, con sensi perenni e preziosi per tutti, sottratti alla “logica democratica” dei numeri ed ascritti all’ “economia della salvezza”!

Confesso che – se è consentito così esprimersi – la Messa di Neghelli mi è stata emozionalmente “utile”; mi ha consolato e sottratto alle mie meditazioni sconfortate di questi tempi: pensate che – complice una ennesima rilettura di un paio di libri del “ciclo americano” di Isaac B. Singer, Ombre sull’Hudson e Anime perdute – mi ero abbandonato alla ruminazione di un noto “aforisma” di Kant: “dal legno storto di cui è fatto l’uomo non si può fabbricare nulla che sia veramente dritto”; concetto forse “triste”, specie se misurato sulla scala dei nostri orgogli di specie, ma in fondo non molto lontano da quello incastonato al centro di un antico inno allo Spirito Santo: sine Tuo numine, nihil est in homine, nihil est innoxium. 

E – se posso esprimermi così in un “luogo” anche minimamente mediatico ma frequentato anche da “laici” – lo Spirito Santo mi è parso presente nella chiesa di Neghelli, in una piccola comunità di fedeli di un piccolo paese della Maremma, a ricordarci che senza di Lui non possiamo fare nulla (o, per venire alle mie ruminazioni, senza di Lui possiamo solo fare il nulla, come è del resto naturale per il legno storto della nostra umanità). 

Orbetello, 8 agosto 2021, san Domenico Guzman

 

martedì 20 luglio 2021

Pensieri di un anziano

La pausa della pausa

(di Felice Celato)


Dopo oltre tre mesi di pausa, questo sito di conversazioni asincrone un po' mi manca; e, senza promettere a me stesso un altro “decennio” di esse (dopo quello che finiva appunto il 16 aprile scorso), oggi faccio un misero bilancio di questa pausa e una (provvisoria?) incursione nelle attenzioni di coloro che mi corrispondevano (per dirla alla Ungaretti) e che, fortemente, spero seguitino a corrispondermi.

E’ stata (ed è) una pausa salutare, perché – lo vedo da solo senza che me lo facciano notare i miei amici più cari – in fondo non avrei altro da dire che il mio sconforto (senile?) per molto di quanto mi vedo dattorno: mi pare che, non ostante il nostro paese abbia da poco ripreso a darsi un governo degno di questo nome per tempi difficili come questi, il sostrato di fatuità, incoscienza e pusillanimità che costituisce lo sfondo del nostro “sentimento” collettivo resti ancora troppo solido per nutrire soverchie speranze di una (necessaria) palingenesi. Il “dibattito politico” seguita a nutrire “le pubbliche opinioni” di slogan vacui e perniciosi o di illusioni, sicuramente foriere di guai. Ne faccio qualche esempio: il dibattito sull’”immodificabile” progetto di legge Zan (e chi se ne frega della qualità del testo che si approva!); la riforma della giustizia – ce lo doveva “chiedere l’Europa” di prendere atto che in un paese dove non funziona la giustizia non può funzionare né l’economia né la vita civile? – fa riemergere le mucillagini del non-pensiero (c’è stato pure chi, drammaticamente a corto di idee, ha coniato per sé la nuova etichetta di “antiimpunitista”); la garrula incoscienza con cui tutti plaudiamo alla rivoluzione verde (si badi bene: necessaria ed urgente, anzi urgentissima!) senza porci il problema dei costi di transizione, che continuiamo ad affidare, nelle nostre fervide “menti”, all’intervento di San Patrizio (titolare del noto “pozzo” Orvietano, divenuto -ahinoi!- l’ eponimo del debito di stato), come distorcendo in favore di telecamera il senso della iscrizione sulla moneta che ne celebrava l’ingegnosa realizzazione (ut popolus bibat); la corale invocazione di assunzioni (anzi, di “assunzioni facili”) in ogni ganglio della macchina statale, come rimedio alla generalizzata inefficienza della macchina stessa (e forse come succedaneo perenne di ogni stimolo a creare nuove occasioni di lavoro e di efficientamento produttivo; detto in altre parole: a lavorare di più e meglio); la frana di ogni tentativo di affrontare temi decisivi ma “divisivi” (primo fra tutti l’immigrazione) a vantaggio di quelli evidentemente classificati “unificanti” (come si constata ogni giorno leggendo i giornali); la belluina contrapposizione fra vaccinisti e anti-vax (diventati persino oscuro simbolo di libertà, anche presso gli statolatri  che della libertà non hanno mai fatto la loro bandiera) o fra fautori del green-pass e fautori della libertà di pizzeria (no al green-pass se mette in questione l’illimitato accesso alla capricciosa!).

Bene, per così dire: potevo sfogarmi ogni giorno su temi come questi che suggerirebbero solo cupo silenzio (e preghiera, per chi vi è avvezzo o ne sente un nuovo bisogno)? No, il silenzio mi è parso salutare (e la preghiera doverosa); e tale continuo a considerarlo, non ostante la nostalgia per le nostre chiacchierate. Ma, per consolarmi (e forse consolarvi) con una (lontana) prospettiva palingenetica, voglio lasciarvi con questo passo che traggo da un libro del premio Nobel per la letteratura Kazuo Ishiguro (Quando eravamo orfani, Einaudi, 2017) e che riporto per intero (si tratta di un colloquio fra due bambini, narrato appunto da uno di essi ormai adulto): poi si mise a sedere e mi indicò una delle persiane avvolgibili in quel momento abbassata a metà su una finestra. Noi bambini, mi disse, eravamo come lo spago che tiene unite le lamelle della persiana. Glielo aveva detto tempo prima un Monaco giapponese. Spesso non ce ne accorgevamo, ma eravamo noi a tenere insieme non solo la famiglia, ma il mondo intero. Se non facevamo la nostra parte, le lamelle sarebbero finite a terra tutte sparpagliate.

Speriamo che i nostri nipoti facciano la loro parte. Ormai non ci resta che sperare su di loro! Magari, noi, facciamoli studiare!

Roma 20 luglio 2021 (Sant’Elia, profeta e taumaturgo)

giovedì 15 aprile 2021

10 anni!

Arrivederci!

(di Felice Celato)

Eccomi qua, a “celebrare” il 10° anniversario di questo strano e consolante blog (avviato il 16 aprile del 2011); strano perché essenzialmente e programmaticamente monodirezionale (cioè sono io che scrivo, in vista, ovviamente, di commenti e reazioni dirette ma espresse privatamente, per evitare le trappole tipiche di ogni social media, di solito intasati da commenti frettolosi, apodittici e spesso rozzi: molto meglio i nostri piccoli dibattiti personalizzati  via mail o attorno ad una pizza!); consolante perché, attraverso di esso, riesco ad esorcizzare il decorso del tempo e a riempirlo di personali osservazioni della realtà che mi fa piacere condividere con gli amici (e anche archiviare nel tempo, per utili riletture di auto-monitoraggio).

Già, perché in fondo, come confermano i pochi numeri che darò subito, è evidente l’affezione di pochi amici (potrei quasi tutti identificarli per nome) e la (gradita) indifferenza dei più. Si può dire che l’utilizzo del blog per queste che ho chiamato conversazioni asincrone sia un classico esempio di uso privato di un mezzo pubblico; se fossimo in materia venale, sarebbe una specie di peculato mediatico, un uso lecito – almeno spero, ma qui da noi non si sa mai bene con certezza! – ma non disinteressato, perché le opinioni – e le rampogne – dei miei amici mi interessano veramente!

Dicevo dei numeri: 3653 giorni con un post ogni 4/5 giorni e poco meno di 100 “visite” al giorno per ogni post, delle quali – a stima grossolana – circa due terzi “visite” di origine casuale, tipico effetto della rete e magari indotto da qualche titolo di (involontario) interesse diffuso.

Dunque numeri di cui essere soddisfatti, per la pochezza dei leaks e per la sostanza dei contatti mantenuti con quei pochi più preziosi. Ma 10 anni (e 860 post) sono comunque tanti (troppi?) e forse una nuova pausa è necessaria (già, del resto, in questi 10 anni di pause ne avevo fatte un paio). Forse, anche stavolta, magari sarà una pausa e non un’archiviazione definitiva  perché in fondo scrivere mi piace, specie se posso pensare a chi legge come ad un non-indistinto; ma sicuramente una pausa salutare perché comincio a fare fatica a contenere le negative percezioni che ho del nostro presente: c’è troppa bieca malevolenza in questa nostra società del rancore. Intendiamoci: il bellum omnium contra omnes non l’hanno inventato i nostri media e i nostri politicanti (anche se si danno molto da fare per esercitarlo!). Thomas Hobbes lo riferiva, però, ad uno stato di natura pre-razionale (…pre-contrattuale, si direbbe, pensando ad Hobbes come un esponente del contrattualismo sociale); ora lo stiamo vivendo come irrazionale regressione ad un modello esistenziale nel quale è legittimo (anzi doveroso) presumere il male da tutto e volerlo per tutto, in una corsa alla lacerante mordacità che, francamente, mi stanca moltissimo osservare; e dalla quale non mi attendo nulla di buono; tanto più perché – per certi suoi aspetti straordinari – questo nostro tempo potrebbe invece essere foriero di un operoso ravvedimento psico-sociale, se non fossimo intenzionati a sprecarlo.

Mi viene da mutuare da uno dei più terribili sintomi di questa nostra pandemia l’espressione fame d’aria, per dire dello sconforto che mi prende ogni mattina quando leggo i giornali o ascolto la relativa rassegna alla radio; e la dispnea non è lo stato ideale per abbandonarsi al piacere di una conversazione che, per quanto asincrona, è pur sempre una conversazione fra amici ai quali non si vorrebbe risultare deprimente (o addirittura sgradito); e men che meno disperante (noi abbiamo bisogno delle speranze –  più piccole o più grandi –  che, giorno per giorno, ci mantengono in cammino. Ma senza la grande speranza, che deve superare tutto il resto, esse non bastano. Questa grande speranza può essere solo Dio, che abbraccia l'universo e che può proporci e donarci ciò che, da soli, non possiamo raggiungere, BXVI, Spe salvi, 31). 

Dunque, cari amici, un affettuoso arrivederci a tempi migliori, sperando che la dispnea scompaia con la pandemia che ci ha reso avvezzi persino all’ homo homini virus, appena celato dietro alla mascherina d’ordinanza.

Se ci sarà, in tutto o in parte, un secondo decennio per questo blog lo diranno l’umore… e la natura: variabile, il primo; ineluttabile, la seconda.

Roma, 15 aprile 2021

 

 

 

 

venerdì 2 aprile 2021

Pasqua 2021

Auguri e buone letture

(di Felice Celato)

A.S. (ante scriptum): con questa pagina vorrei fare due cose, apparentemente ben distinte fra loro: la prima è farci gli auguri per Pasqua; la seconda è segnalarvi un libro che, con la premessa che dirò, considero un piccolo capolavoro.

 

1. Gli auguri.

La Pasqua, si sa (o si dovrebbe sapere), è una festa religiosa, di radici anche più antiche del cristianesimo: anche la pesach dei nostri fratelli maggiori ebrei era (ed è) una festa di una liberazione, del passaggio liberatore di Dio, come, in fondo, lo è anche la Pasqua cristiana (la liberazione dalla “schiavitù” del peccato mediante la Grazia); e, allo stesso tempo, è la festa del compimento della Rivelazione (attraverso – ancora – il passaggio vittorioso del Figlio in mezzo alla storia dell’uomo) e della “stipula” di una nuova relazione con Dio fondata sul Calvario e sulla Resurrezione di N.S. Gesù Cristo e sul dono dello Spirito. E certamente solo questa sua (profonda ma ormai negletta) natura religiosa “giustifica” l’abitudine di scambiarci gli auguri; altrimenti, se fosse solo per il suo significato – per così dire –  stagionale, come festa del primo plenilunio di primavera, dell’equinozio, dei mandorli in fiore o …dell’ora legale, non staremmo qui a mormorarci, magari frettolosamente, dei banali “Buona Pasqua a te e famiglia”; come, del resto non lo facciamo per l’equinozio d’autunno o… per la maturazione delle castagne. 

Non c’è Pasqua, dunque, se non c’è una profonda coscienza del suo ricchissimo significato religioso; il resto sono uova di cioccolato e colombe e gite fuori porta (quando si poteva!).

C’è una domanda, nella pericope pasquale dal Vangelo secondo Marco, che sempre mi colpisce: Maria di Magdala e Maria di Giacomo e Salome si recano al sepolcro, di buon mattino, dopo l’angoscioso abisso di silenzio del sabato santo, il giorno del nascondimento di Dio, per ungere con oli aromatici il corpo sepolto del Cristo crocifisso. E mentre camminano si domandano preoccupate: “Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?” (Mc. 16, 3). Ecco la Pasqua, per noi cristiani, è la risposta a questa domanda; e per questo ci facciamo gli auguri: ci auguriamo vicendevolmente di riconoscerlo sempre in mezzo a noi, Colui che vive e che ha fatto rotolare via la pietra del sepolcro. L’oscurità divina del sabato santo nel giorno di Pasqua si fa segno chiaro di una speranza che non ha confini. 

E dunque ha veramente senso farci, di cuore, gli auguri di una cristiana Pasqua profonda, perché di speranza – credenti o non credenti che si sia – abbiamo comunque davvero bisogno, sempre e in questo tempo.


2. La segnalazione

Premetto che l’autore (Eric-Emmanuel Schmitt) è, per me, forse il più amato fra gli scrittori viventi, del quale credo di aver letto tutto (e, su queste pagine, ho segnalato e raccomandato diversi suoi libri). Francese di nascita (il cognome è, evidentemente, alsaziano), belga di cittadinanza ma cittadino del mondo, filosofo, saggista, autore teatrale e romanziere di fama internazionale, forse cattolico ma comunque cristiano (il racconto della sua “conversione” è nel bellissimo libro La notte del fuoco, Edizioni e/o, 2016), anche stavolta affronta un tema autobiografico (l’elaborazione del suo lutto per la morte della madre) con un taglio che – lo confesso – all’inizio del libro, mi era parso vagamente patologico (ma vale senz’altro la pena di superare questo superficiale fastidio andando avanti con la lettura). E lo fa con la sua scrittura raffinata e con una profondità di spunti che ho trovato spesso anche commoventi; e anche, una volta compiuta l’elaborazione del lutto, con un  entusiasmo per la vita che fa bene ripercorrere, in questo tempo un po' triste ma pur sempre pasquale. Il libro (da Edizioni e/o, 2021) è Diario di un amore perduto.

Lo segnalo con convinzione ai miei conversatori asincroni; e in particolare, forse, a quelli che, essendo stati, inevitabilmente, figli, si trovino anche ad essere genitori. 

Di più, in ragione del tessuto sentimentale e delicato del testo, non mi pare il caso di aggiungere. 

Roma 2 aprile 2021 (97° compleanno del mio defunto ed amato genitore, col quale forse non ho parlato abbastanza, almeno finché era in vita)