venerdì 13 marzo 2020

Cronache dal lazzaretto /3

Cupe attività motorie
(di Felice Celato)
“Forte” della prescrizione OMS di fare almeno 10.000 passi al giorno a tutela della salute; rassicurato in ordine alla piena liceità dell’attività motoria (quand’anche estranea a nobili finalità fisiologico-canine); bardato con burka regolamentare (lo scalda-collo di cui ho già detto); attento alle norme sulle distanze di sicurezza; insofferente, invece, ai meri consigli di stampo paternalista, quand’anche di buon senso; refrattario ad ogni simulazione (tipo: portati con te un pacco di riso, per poter giustificare l’uscita con ragioni alimentari) e tuttavia pronto – se necessario, dato il luogo – ad assumere un pesante passo da anziano praticante di jogging, mi sono impavidamente avviato, stamane, per una lunga camminata dentro Villa Pamphili, bella come sempre anche se – romanamente – tenuta molto male. 
Non so valutare se la frequentazione della villa sia stata in linea con quella di una normale giornata feriale (già, ma oggi è davvero una giornata feriale? Comunque non normale!), ma certamente non era deserta; c’era anche una pattuglia motorizzata della Polizia Municipale che – per quanto posso aver osservato – sembrava saggiamente intenzionata a non avviare controlli sulla natura autenticamente motoria dei numerosi cittadini in relax (né ad esigere autodichiarazioni di legalità).
L’occasione si prestava ad un “rimuginamento” da Camminatore Urbano, ancorché in versione da parco pubblico. Ed è stato inevitabile che mi avvitassi in ragionamenti (sconsolati) sul terribile conto di questa esperienza che certamente nessuno di noi avrebbe voluto fare. Si può grossolanamente stimare che questo nostro leggiadro paese produca ogni giorno, mediamente, 5 miliardi di Prodotto Interno Lordo (il famoso PIL); e siccome il PIL è la sommatoria dei valori aggiunti di tutta la baracca (ricavi meno costi esterni, quindi quanto "rimane" per remunerare lavoro e capitale), si può (sempre grossolanamente) stimare che una parte non secondaria di questa ricchezza quotidianamente prodotta stia andando in fumo, per lo meno per quanto riguarda le tante attività “sospese” (si pensi, a Roma,  al commercio e ai sevizi turistici) o gravemente limitate. 5 miliardi per 20 giorni fanno 100 miliardi di PIL; a ciò - senza contare il riflesso industriale della situazione - è ragionevole aggiungere l’effetto della caduta delle prenotazioni turistiche almeno per l’estate che arriva. La “botta”, insomma,  si avvia a superare molto probabilmente quella che l’economia italiana subì nell’ormai lontano 2008 (quando il PIL, su base annua, calò di una settantina di miliardi).
Di fronte a questa mezza catastrofe (economica, finanziaria ed occupazionale), come mi è parsa la reazione degli Italiani, per come la si può giudicare solo guardandosi intorno? Direi seria, nel complesso: cautele quasi ovunque rispettate, talora con vaghe ironie ma con insolita serietà complessiva; che tuttavia non ha impedito (e anche questo è un dato positivo) la consueta esplosione dell’innata (e gradevole) nostra capacità di sorridere, che si è manifestata in una pletora di video e di battute (più o meno spiritose) per sdrammatizzare, nei limiti del possibile. Meno adeguata alla circostanza, invece, mi è risultata la congerie di retoriche consunte sulle capacità del paese di uscire dalle difficoltà del presente, quasi come per appropriarsi di una virtù (la resilienza) che certamente non ci è esclusiva.
Meno chiara mi pare ancora la percezione della gravità delle conseguenze di quel che ci accade, col consueto spostamento dell’ottica dall’economia alla finanza (stanziamenti, sforamenti, deroghe, etc): non sarà la finanza (che pure è una leva da attivare) a salvare il futuro se non ci sarà una svolta economica, che – per la verità – non mi pare nelle corde della nostra autocoscienza, almeno per come da diversi anni ormai essa si è manifestata nella percezione politica della natura dei nostri problemi. Purtroppo non servirà a nulla cantare a squarciagola l’inno di Mameli.
Ma è sicuramente troppo presto per tirare le somme di queste vaghe sensazioni: in fondo il morbo infuria ancora e con ritmi di crescita impressionanti (negli ultimi 5 giorni i casi e i decessi sono, rispettivamente, più che raddoppiati e più che triplicati, anche nelle zone rosse istituite per prime). Vedremo nei prossimi giorni, con speranza ma con grande ansia.
In questo blue mood, mi ha commosso che alcuni (non molti, per la verità) abbiano fatto notare che io resto a casa vale solo per chi la casa ce l’ha.
Roma 13 marzo 2020

mercoledì 11 marzo 2020

Cronache dal lazzaretto / 2

Il C.U.R. nella peste
(di Felice Celato)
Dal capitolo XXXV dei Promessi sposiS’immagini il lettore il recinto del lazzeretto, popolato di sedici mila appestati; quello spazio tutt’ingombro, dove di capanne e di baracche, dove di carri, dove di gente; quelle due interminate fughe di portici, a destra e a sinistra, piene, gremite di languenti o di cadaveri confusi, sopra sacconi, o sulla paglia; e su tutto quel quasi immenso covile, un brulichìo, come un ondeggiamento; e qua e là, un andare e venire, un fermarsi, un correre, un chinarsi, un alzarsi, di convalescenti, di frenetici, di serventi. Tale fu lo spettacolo che riempì a un tratto la vista di Renzo, e lo tenne lì, sopraffatto e compreso. Questo spettacolo, noi non ci proponiam certo di descriverlo a parte a parte, né il lettore lo desidera; solo, seguendo il nostro giovine nel suo penoso giro, ci fermeremo alle sue fermate, e di ciò che gli toccò di vedere diremo quanto sia necessario a raccontar ciò che fece, e ciò che gli seguì.
Dunque il “vostro giovine” oggi si è avventurato nel "lazzaretto romano" (per la buona ragione che considera un libro come bene di prima necessità e la camminata come attività motoria consentita; e dunque passeggiata – SOLITARIA e munito di uno “scaldacollo” tirato su a mo’ di mascherina – fino alla libreria Feltrinelli di Piazza Argentina – regolarmente aperta –, con fugace affaccio nella Chiesa del Gesù, anch’essa aperta ma con ingresso laterale, monitorato da sagrestano con “mascherina”).
Se il “vostro giovine” fosse un “buon” giornalista, parlerebbe di città spettrale o di scenari surreali; ma essendo solo un modesto raccontatore di camminate eccolo a dirvi che, in giro, non c’era una cane (si fa per dire, perché qualche passante mascherato e con cane al guinzaglio in – lecita – missione fisiologica c’era); qualche piccola fila (esterna) alle farmacie e ai supermercati; tram del ritorno (l’8) vuoto (3 persone con mascherina in aggiunta al “vostro giovane” mascherato – come sopra detto – con lo “scaldacollo” usato come un burka, in altri tempi additato come pericolo per la sicurezza).
In libreria (di solito gremita a tutte le ore) 5 clienti a distanza regolamentare, anch’essi con mascherina; alle casse, un apposito cordone garantisce la distanza fra cassiere (con mascherina) e l’eventuale cliente.
Il caffè di mezza mattina – solo al tavolo (il servizio al banco è proibito), servito dal barman con mascherina – è stato bevuto in assoluta solitudine, l’inutile cucchiaino accostato alla tazzina e immerso in un bicchierino colmo d’acqua.
La Chiesa vuota (o meglio, a distanza di super-sicurezza – una dozzina di metri – c’era una fedele ) risplendeva di luce solare, per la bellissima giornata; ma alle 12 veniva chiusa e i due fedeli (il “vostro giovine” e l’altra fedele) invitati a sgombrare, quasi subito. Lo Spirito Santo, ha immaginato il “vostro giovine”, sorrideva benevolo, forse rassicurato dalla pronta adesione dei Vescovi Italiani alla sospensione delle messe nel tempo della peste.
Al ritorno ho attraversato (sempre con lo “scaldacollo” indossato a mo’ di burka) un mercatino di quartiere, di solito affollato ma oggi vuoto, coi commercianti tristemente presi dall’attività di riporre il largo invenduto.
Speriamo solo che serva (e che le conseguenze non siano disastrose come ora ci pare). Ciò che ne seguirà, a noi (differentemente da quanto accadeva al Manzoni  al momento della narrazione del penoso giro di Renzo) non è noto.
Roma, 11 marzo 2020


domenica 8 marzo 2020

Cronache dal lazzaretto

Cercando di guardare avanti
(di Felice Celato)
Dunque, pare (cfr. Ourworldindata, v. link, sotto) che l’Italia sia il quarto paese al mondo per numero di casi da Coronavirus (dopo Cina, South Korea e Iran) ed il secondo per numero di morti (qui abbiamo largamente scavalcato     Iran e South Korea) [NB: i dati sono aggiornati a oggi].
E dunque la situazione, oltreché grave, è anche seria (coincidenza che da noi, si sa, è rara); e difatti il Governo ha emanato, notte tempo, misure di straordinaria rilevanza civica (sicuramente le più severe a mia memoria) che stanno trasformando il paese in un grande lazzaretto, come il nostro Premier Umanista paventava per paradosso solo qualche giorno fa. Rinviato il referendum (il che, dicevamo qualche post fa, è l'unico risvolto positivo della situazione), ma anche chiuse le scuole, le università, le attività culturali (musei, teatri, cinema, etc), drasticamente ridotta la mobilità interna (in alcune aree addirittura interdetta, salvo motivazione); persino le funzioni religiose, funerali, matrimoni, etc. e in generale tutte le manifestazioni che determinino assembramenti (ancorché non sediziosi), sono state limitate e talora precluse.
Non mi azzardo a fare considerazioni sull’utilità, l’adeguatezza e la proporzionalità delle misure adottate, trattandosi di emergenza per la quale è doveroso presumere (salvo prova contraria) la responsabilità (tecnica e politica) di chi le ha assunte. Se dovessi giudicare dalla quella recentemente mostrata dal Governo degli Umanisti in materia di civiltà giuridica del paese, dovrei solo tremare.
Più alla portata della mia debole vista è cercare di gettare uno sguardo sulle (prevedibili) implicazioni economiche di questa straordinaria lazzarettizzazione dell’Italia.
Cominciamo dalla finanza pubblica. Nessuno è tanto fesso da criticare l’adozione di misure economiche per fronteggiare (direi meglio: attutire) i disastrosi effetti dell’incidente che ci è capitato; semmai destano amarezza due considerazioni: la prima – contingente ma tipicamente nostrana – riguarda la gara al rialzo che si è aperta nell’invocare “stanziamenti” da parte di tutte le parti politiche (di governo e di opposizione); qui il coro è unanime: stanziam, stanziam, stanziamo, 5?, no! 10, no! 30, no! 50, no! 100 miliardi di € (tanto i soldi li prendiamo a prestito!). La seconda – permanente ma anch’essa nostrana – mi ha rimandato alla semplice morale di Esopo, quella della formica e della cicala: “Che cosa hai fatto durante l'estate, mentre noi faticavamo per prepararci all’ inverno?” “Io? Cantavo e riempivo del mio canto cielo e terra!” “Hai cantato?” replicò la formica: “adesso balla! Cari politici-cicale (che riempite del vostro vacuo canto cielo e terra), i conti in ordine (come dite voi e qualsiasi cosa voglia dire) si mantengono durante l’estate perché, appunto, l’inverno non ci sorprenda sprovvisti di mezzi per fronteggiarlo! Non vorrei che qualcuno (chessò, magari i famosi mercati) abbia a dirci: adesso ballate! Intendiamoci: non accadrà (o meglio: non prevedo che accadrà) durante questa contingenza. Ma accadrà, inevitabilmente prima o poi, con restrizioni della quantità o rialzi del costo del nostro accesso ai mercati. Ma ce lo ricorderemo? Tenderei a dubitarne (e comunque, di questi tempi, una nuova estate delle nostre condizioni economiche, per fare tesoro di quel che ci ha insegnato la sventura, mi pare lontana).
E veniamo, infine, all’economia reale del Paese: non occorre essere degli economisti per capire cosa sta accadendo sul piano della domanda: gli alberghi sono vuoti, negozi, bar e ristoranti quasi vuoti, le strade urbane sono percorribili come fosse ferragosto; l’Italia è indicata fra i paesi a rischio [NB: fra impatto diretto ed indiretto, il turismo vale più o meno il 13-14% del nostro PIL]. I negozi sono semi vuoti, supermercati a parte. Facile prevedere una forte flessione (speriamo temporanea) del PIL, da contrazione della domanda (non foss’altro quella legata al turismo).
Più difficile invece, per il momento, mi è la percezione degli effetti della “peste” (o meglio: della dimensione dei suoi effetti) sul piano dell’offerta: certamente, a parte le ubbìe di un subitaneo re-shoring (che avrebbe anche poco a che fare con la natura del problema che ci occupa), il colpo alla produzione (e alla produttività) ci sarà e sarà duro. Dunque facile attendersi, anche sul lato dell’offerta, un effetto pesante sull’occupazione e sul PIL (e, come noto, se cala il PIL ma aumenta il debito….).
Fin qui quello che con i miei occhiali (appannati) riesco a vedere davanti. Da cittadino e da cattolico mi sembrerebbe appropriata qualche novena; ma le funzioni sono sospese …fino a nuovo ordine del Governo degli Umanisti, si intende.
Roma 8 marzo 2020 (Festa delle Donne, ma non ho visto in giro molte mimose)
N.B. I dati di ourworldindata sono in continuo aggiornamento; il sito, visitato nuovamente alle 20,30 di oggi 8 marzo, ci pone ora secondi anche nel numero dei casi rilevati.
https://ourworldindata.org/coronavirus

mercoledì 4 marzo 2020

Lettura per due letture

I Gesuiti
(di Felice Celato)
Si presta ad una duplice lettura il corposo volume che segnalo oggi e che mi ha occupato, per molte ore, in questi ultimi giorni, fortunatamente in gran parte piovosi (di Gianni La Bella: I Gesuiti – Dal Vaticano II a papa Francesco, Guerini editore, 2019): la prima è ovviamente quella che ne ho fatto come cattolico e “amico” della Compagnia di Gesù; la seconda è quella che ne ho fatto come appassionato del nostro tempo, pur così difficile da interpretare e (spesso, almeno per me) da amare.
Forse la duplice lettura di cui sto per dire corrisponde al profilo culturale dell’autore, cattolico appassionato, sì, ma soprattutto storico di professione; o forse (anche) al profilo vocazionale dei pp. Gesuiti, al loro essere contemplativi nell’azione nel mondo e immersi in una missione per sua natura di frontiera (fisica e culturale), radicata profondamente (come del resto voluto dal loro fondatore) nella realtà in cui esercitano il loro apostolato nell’ambito della Chiesa Cattolica.
Fatto sta che – in questo volume – la scansione dell’inquietudine, storicamente tipica della storia dei Gesuiti, riflette chiaramente – nello scorcio di tempo considerato dall’autore – l’inquietudine dei nostri giorni, così convulsi nelle loro dinamiche  culturali e così vasti nelle loro connessioni; e perciò ne risulta, in qualche modo, l’espressione in corpore vili.
E, dunque la lettura del volume di La Bella finisce per essere, allo stesso tempo, quella di un testo specialistico sulla storia recente della Compagnia (documentato, attento, intelligente, nel senso etimologico della parola, ma anche di gradevole lettura, merito non secondario per un denso libro di oltre 350 pagine) e quella di una rassegna dei tempi, geo-politici e culturali, che hanno fatto da pro-vocatoria controparte alle vicende della Compagnia.
Scrivere un libro di storia recente è talora un rischio per l’autore, perché, magari, non sempre o non del tutto si sono depositate le scorie del tempo che possono offuscare la vista dell’analista; ma leggerlo è spesso un vero piacere perché, in fondo, nelle vicende rassegnate finiamo per rileggere parte della nostra diretta esperienza (in questo caso, di cattolici e di cittadini del mondo). E anche sotto questo punto di vista il libro mi è risultato molto interessante.
Veniamo brevemente al nostro consueto (in queste segnalazioni) tentativo di tracciare una (abusiva e mortificante) super-sintesi del libro. La storia della Compagnia di Gesù è – come sanno gli appassionati – costellata di “incidenti”, anche gravi, credo assai più della storia di ogni altro Ordine Religioso: espulso da diversi paesi europei nel corso del 1700, l’Ordine fu addirittura soppresso, nel 1773, dal papa (francescano!) Clemente XIV e ricostituito da Pio VII nel 1814. Nel periodo post-conciliare (e dunque poco dopo l’inizio delle vicende raccontate nel libro), la Compagnia di Gesù conobbe diverse difficoltà nei rapporti coi vertici della Chiesa (preoccupati di molti indirizzi teologici e disciplinari della Compagnia), sotto Paolo VI e – ancora di più – sotto Giovanni Paolo II che, fra il 1981 e il 1983, la affidò ad un suo delegato (p.Dezza), non fidandosi degli indirizzi che la Compagnia avrebbe potuto assumere per la successione di padre Arrupe, il Preposito Generale (il papa nero nella vulgata giornalistica) gravemente ammalatosi nell’agosto del 1981.
Da allora, per opera dei Prepositi Generali succedutisi, la Compagnia di Gesù ricostituì progressivamente la piena consonanza coi vertici della Chiesa (del resto naturalmente implicata dal famoso IV voto dei pp. Gesuiti), fino al 2013 quando, addirittura, per la prima volta nella storia, un gesuita fu eletto papa (Francesco, succeduto a Benedetto XVI), a chiusura (auspicabilmente) del tumultuoso periodo post-conciliare analizzato nel libro.
Una bella storia, nel suo complesso, quella della Compagnia di Gesù dei nostri anni; e anche appassionante, non ostanti le sofferte vicende; un ruolo fondamentale nella vita della Chiesa nel mondo, costellata di pagine di grande spessore apostolico  e culturale, come pure di confuse pulsioni lungo i margini della frontiera fra "mondo" e Santa Madre Chiesa; pulsioni, come accennavo sopra, anche indotte dalla complessa storia dei nostri tempi e dall’ampiezza degli scenari geo-politici nei quali si è sempre radicata l’opera missionaria dei Gesuiti.
Il libro dunque merita di essere letto, anche da chi non condivida la principale delle chiavi di lettura (quella ecclesiale); l’unico appunto che, da anziano, mi sento di fare è verso l’edizione fisica del libro, denso per contenuti ed idee ma anche di caratteri troppo chiari e minuti.
Roma 4 marzo 2020


sabato 29 febbraio 2020

Il virus e le corone

Debolezze dello spirito cooperativo
(di Felice Celato)
Ai lettori più attenti di queste povere note non sarà sfuggito che, nel segnalare il bel libro di Salvatore Rossi (la Segnalazione “triste” di qualche giorno fa), avevo fatto cenno al fil-rouge sociologico/istituzionale che l’autore tracciava per spiegar(si) la tara che rode dall’interno la politica economica italiana (la debolezza dello spirito cooperativo, insita persino nella carta costituzionale, probabilmente – aggiungeva Rossi – sin dal momento fondativo originario della repubblica).
Sono troppo lontani i miei studi di diritto costituzionale e di storia della Costituzione per poter maturare una personale opinione su questa audace spiegazione degli atavici problemi della nostra politica economica; e poi, io sono spesso propenso a darmi spiegazioni culturali ed antropologiche più che istituzionali, anche se so bene che la buona natura delle istituzioni aiuta a contenere le inclinazioni di coloro che le incarnano o ne sono governati; però mi pare più facile pensare che cittadini e governanti saggi sappiano far funzionare istituzioni imperfette (magari via via aggiornandole e migliorandole), piuttosto che cittadini e governanti fatui sappiano ben servirsi di istituzioni perfette (quand’anche ne esistano).
E tuttavia confesso che la considerazione di Salvatore Rossi mi è tornata alla mente mentre cercavo di dipanarmi nella furiosa confusione di queste giornate da quasi-appestati che il Governo Umanista e le regioni quasi-appestate hanno confezionato per il nostro Paese, del resto così proclive ad ogni emotiva esaltazione di ciò che lo distrae dai suoi veri problemi. 
Ciò che più mi ha colpito della vicenda coronavirus/Italia è il concorso verso l’apparire della determinazione, intesa come evidenza di vigoroso operare e, allo stesso tempo, come disclaimer contro ogni possibile accusa di colpevole inerzia, con l’occhio fisso sui possibili utilizzi (che ovviamente non sono mancati) a fini politicanti sui quadranti più disparati (c’è stato persino chi ha colto l’occasione per invocare la chiusura delle frontiere con l’Africa; così, per cautela).
Senza alcuna considerazione degli effetti propri di ogni allarme sociale, Governo, Regioni e, talora, Comuni, hanno operato per drammatizzare ciò che contemporaneamente proclamavano non meritevole di suscitare inutili allarmismi, in una rincorsa verso la radicalità dei provvedimenti che talora ha suscitato serie perplessità (non prive, talora, di effetti comici); in ciò potentemente aiutati dalla info-demia che ha assorbito ogni spazio dell’informazione per distribuire l’ossimoro dell’allarme non allarmante. Non a caso qualcuno sta già giustamente parlando di piromani improvvisamente convertitisi in pompieri, a mano a mano che risultavano evidenti le ovvie implicazioni (per noi disastrose) che ogni allarme sociale diffuso crea, non solo fra i cittadini destinatari di contraddittori messaggi ma anche, inevitabilmente, in chi col nostro turbato Paese intrattiene quotidiani rapporti di interscambio, economico e relazionale, fatti di circolazione di persone, beni, servizi e capitali.
Senza sottovalutare in alcun modo l’importanza relativa del problema che tutto il mondo, in forme diverse, probabilmente si avvia a vivere per qualche tempo, mi vengono in mente due provvisorie osservazioni. La prima: l’Italia ha mostrato una fragilità emotivo-istituzionale cui ben si attaglia il sospetto di debolezza (grave) dello spirito cooperativo di cui parlava Rossi nel rassegnare i fallimenti della politica economica dell’ultimo cinquantennio (e, in materia sanitaria, l’art. 117 della Costituzione è certamente più “concorrente” che in materia di politica economica); che si tratti poi di una evidenza connessa alla natura delle sue istituzioni o alla struttura antropologico-culturale del suo capitale umano è cosa, in fondo, al momento, di minore importanza. La seconda: la natura di problemi come il presente (o come altri analoghi che potrebbero sorgere) è tale da ribadire con forza che il mondo in cui viviamo necessita – invece che di “corone” per improbabili sovranismi nazionali (anche in funzioni antivirali) – di un salto ulteriore nella dimensione globale (starei per dire: sovranazionale) del nostro vivere contemporaneo, dove problemi e soluzioni siano adeguate alla “densità” della popolazione del mondo (siamo quasi 8 miliardi di umani, più del doppio di quanti eravamo cinquant’anni fa!) ed alla (per fortuna!) inevitabile circolarità delle sue interrelazioni.
Roma 29 febbraio 2020

domenica 23 febbraio 2020

Stupi-diario delle emergenze

Non tutto il male viene per nuocere 
(di Felice Celato)
Premessa: i lettori di questo blog sanno bene che lo spazio di questa rubrichetta (lo stupi-diario, cioè il diario dello stupore che talora suscitano le cose del mondo) è dedicato alle note più leggere – direi: divertenti, almeno nelle intenzioni di chi scrive - con le quali mi sforzo di (appunto) alleggerire i toni di quelle più malinconiche (l’ultimo post è davvero triste!), senza nessuna intenzione di dare dello stupido a nessuno (stupi, infatti, è una libera contrazione della parola stupore, non di stupido, aggettivo che non userei con nessuno…quasi mai).

Dunque, immerso da qualche giorno nella lettura di un corposo volume curato dal card. Ravasi sull’Antico Testamento, dovevo essermi perso qualcosa dell’emergenza Coronavirus; ma l’improvvisa cancellazione di ogni evento sportivo in Lombardia e Veneto mi ha bruscamente risvegliato. Caspita! Mi sono detto: allora la situazione deve essere proprio grave! Così, con il disgusto che in questi ultimi tempi mi suscita la lettura dei giornali, ho aperto stamane il Corriere.it per dare un’occhiata alla situazione, evidentemente sfuggita alla mia debole attenzione per le cose nostrane di questi giorni. E, con un sussulto, ho appreso della conferenza stampa di ieri sera del nostro Premier Umanista, nella quale si annuncia l’allarme alle forze armate in missione antivirus. “Nelle zone dei focolai – così titola il Corriere.it – stop ad entrate ed uscite”. Nel corpo dell’articolo leggo, poi, di scuole, musei e “luoghi di aggregazione” chiusi, di Carnevale di Venezia annullato, di informazione data “alle opposizioni” come è d’uso fare dai veri statisti nei momenti gravi, di comuni bloccati, di divieti di accesso “ai servizi pubblici essenziali e agli esercizi commerciali per l’acquisto di beni di prima necessità” (dunque niente succhi di frutta o dopobarba!) a meno che non sia effettuato (l’accesso) con l’uso “di dispositivi di protezione individuale”.
Il mio pensiero è corso subito ai miei amici in vacanza nell’area occidentale del Friuli, dei quali immaginavo impedito il ritorno al domicilio romano dove almeno godo della loro vicinanza (in fondo Pordenone è così vicino al Veneto che potrebbe essere incluso, per motivi precauzionali, nell’area Veneta interessata dal blocco); ho cercato se c’era la notizia della interruzione (“sigillatura” direbbe qualcuno) dall’A1 all’altezza di Piacenza (l’Emilia Romagna, pare, è zona sicura, ancorché confinante con la Lombardia), ma per fortuna non c’è (ancora).
Poi però mi sono rassicurato perché ho inteso che Di Battista (in vacanza di studio in Iran, per mettere a punto – nel Paese adatto – un nuovo Manifesto del suo Partito) è sulla strada del ritorno (senza che ne sia prevista una breve quarantena allo Spallanzani, visto che anche in Iran il morbo infuria).
E poi – copio sempre dal Corriere.it – il Premier Umanista ha lui stesso gettato acqua sul fuoco: “Dobbiamo essere flessibili anche perché non è detto che le misure prese oggi siano utili domani [giusto] e non ci sarà (….) la sospensione di Shenghen come aveva chiesto Matteo Salvini (….) [anche perché i virus hanno spesso il passaporto!] “Adotteremo sempre misure nel segno dell’adeguatezza e della proporzionalità – ha spiegato Conte –. Ora non ci sono i presupposti per chiedere la sospensione della libera circolazione delle persone. E’ una misura draconiana e sproporzionata rispetto alla necessità di contenere il contagio. E poi che cosa vogliamo fare dell’Italia, un lazzaretto? Non ci sono le condizioni”, ha detto chiaramente Conte rivendicando come il governo intero si assume “la piena responsabilità politica” delle scelte fatte. Il premier ha anche annunciato che nei prossimi giorni il governo varerà un altro decreto contenente però le misure economiche di ristoro che dovranno essere messe in campo per far fronte alla sospensione di tutte le attività nelle aree focolaio [giusto!].
Dunque, senza rifare il verso a Flaiano, direi che la situazione è (sì, certamente) grave ma (forse) non (ancora) del tutto seria.
Però, un’idea mi è venuta: supponiamo che la situazione diventi seria (che Dio non voglia!), perché non sospendere il referendum costituzionale previsto (mi pare di ricordare anche se in pochi ne parlano) di qui ad un mese?
Sarebbe, forse, la classica conferma che non sempre tutto il male viene per nuocere!
Roma 23 febbraio 2020, domenica di Carnevale (mercoledì comincia la Quaresima!)










mercoledì 19 febbraio 2020

Segnalazione "triste"

Storie economiche
(di Felice Celato)
Può sembrare singolare raccomandare una lettura avvertendo, nel contempo, che trattasi di una lettura triste. Ma francamente non ho saputo trovare altro sentimento per rappresentare il senso di un denso libro, a metà fra la storia e l’economia, di un autore qui più volte citato e sempre apprezzato per competenza, chiarezza e lucidità delle analisi: si tratta di La politica economica Italiana dal 1968 ad oggi, di Salvatore Rossi, edito da Laterza (2020).
Come si capisce dal titolo, si tratta di una breve storia (poco più di 200 pagine) di un lungo malessere (e del conseguente lungo mal fare) della nostra politica economica nell’ultimo cinquantennio; una storia ragionata, che solo in alcuni brevi tratti richiede qualche conoscenza tecnica delle materie trattate. Mi fermo allora brevemente su  quello che mi pare il senso ultimo del libro (anche perché l’analisi delle varie fasi politico-istituzionali mal si presta ad essere riassunta anche a grandi tratti); dice, in sintesi, Salvatore Rossi: Le disparate vicende della politica economica italiana dal 1968 ne mostrano la ricorrente condizione di ritardo, di affanno, di incoerenza, di inefficacia, in casi non rari di dannosità. Questo, nel giudizio a posteriori. Quanto alle valutazioni dei contemporanei, avvertimenti che si stesse procedendo su strade sbagliate sono spesso venuti solo da poche, sparute cassandre. Le politiche praticate hanno sempre raccolto il consenso della maggioranza dei cittadini, espresso nelle forme compiute della democrazia rappresentativa. Nessun dittatore cieco o malevolente può essere incolpato degli errori commessi. Tuttavia, il tasso di inefficacia/ dannosità delle politiche economiche osservato in Italia è visibilmente più alto di quello rilevabile nello stesso periodo in molte democrazie a economia di mercato. Si annida in Italia un peculiare malfunzionamento del sistema di governo dell’economia che va portato allo scoperto, capito, spiegato.
Per questo malessere ( e conseguente mal fare), l’autore trova, nel lungo periodo considerato, anche un fil-rouge sociologico/ istituzionale (o costituzionale, in senso lato) che costituisce, alla fine, l’elemento più preoccupante del libro: la debolezza dello spirito cooperativo, insita persino nella carta costituzionale, che ha finito per “bacare” con equanime intensità governi di qualunque segno politico; da noi (ed è questo il malessere, questa la tara, che rodono dall’interno la politica economica italiana)…le istituzioni dell’economia e della politica, dalla più piccola alla più grande, si concatenano in modo tale da fornire sempre gli incentivi sbagliati, cioè quelli contrari all’obbiettivo benessere sociale che pure ci si prefigge. A ciò si aggiungono: un’amministrazione figlia di certa cultura giuridica degenere, illiberale, incentrata sul formalismo, sulla negazione del mercato, sulla noncuranza per la dimensione dell’efficienzae un capitale sociale disponibile – cioè quel patrimonio culturale fatto di civismo, fiducia e attitudine alla cooperazione nella società che può facilitare il mutamento istituzionale continuo – …relativamente basso, o almeno distribuito difformemente sul territorio.
Mi fermo qui, in questa supersintesi del senso del libro, che non può  non risultare mortificante per la ricchezza del testo (e di questo dovrei chiedere scusa all’autore); credo, comunque, di aver spiegato a sufficienza perché questa è, inevitabilmente, una segnalazione “triste”; di un libro, peraltro, che trovo doveroso raccomandare ai miei venticinque lettori in cerca di spiegazioni.
Roma, 19 febbraio 2020

P.S.Per mitigare la tristezza della storia e dei suoi significati, anche sforando ampiamente il limite delle 750 parole, riporto volentieri due belle citazioni che ho trovato nel testo, entrambe ricche di insegnamenti.
La prima è di Luigi Einaudi, dal Corriere della sera del 16 aprile 1961, e costituisce una magistrale sintesi del sentire liberale di questo grande statista così tanto dimenticato (e costituisce anche, forse, la mappa della strada che non abbiamo percorso): Noi uomini politici non siamo stati educati a fare il mestiere degli agricoltori, degli industriali, dei commercianti. Il nostro mestiere è un altro: quello di costruire l’edificio giuridico entro il quale e nei limiti del quale agricoltori, industriali e commercianti debbono operare e muoversi affinché l’opera dei singoli sia feconda di beni ad essi e alla collettività e contribuisca all’elevazione dei meno fortunati […]. Costruire la cornice dell’azione economica e sociale degli uomini è per sé sola già troppo ardua impresa, assai più difficile dell’agire, perché se ne possano aggiungere altre.

La seconda citazione invece – più curiosa – è da un non meglio identificato scritto di John Maynard Keynes, nientemeno del 1919, quando non avevamo ancora imparato ad usare il tanto vituperato termine di globalizzazione credendo che si tratti di una perniciosa novità “inventata” nei nostri ultimi decenni:
Chi straordinario episodio del progresso dell’uomo è stata quella età che si chiusa nell’agosto del 1914 […]: un abitante di Londra poteva ordinare per telefono, sorseggiando a letto il suo tè del mattino, i più vari prodotti dell’intero pianeta [….]. Allo stesso tempo, e con lo stesso mezzo, egli poteva avventurarsi a investire le sue sostanze in risorse naturali o in nuove iniziative imprenditoriali di ogni angolo del mondo […]. Poteva anche, se lo desiderava, cambiare prontamente paesaggio  o clima, con mezzi di trasporto confortevoli e a buon mercato, senza passaporto o altre formalità.