domenica 8 marzo 2020

Cronache dal lazzaretto

Cercando di guardare avanti
(di Felice Celato)
Dunque, pare (cfr. Ourworldindata, v. link, sotto) che l’Italia sia il quarto paese al mondo per numero di casi da Coronavirus (dopo Cina, South Korea e Iran) ed il secondo per numero di morti (qui abbiamo largamente scavalcato     Iran e South Korea) [NB: i dati sono aggiornati a oggi].
E dunque la situazione, oltreché grave, è anche seria (coincidenza che da noi, si sa, è rara); e difatti il Governo ha emanato, notte tempo, misure di straordinaria rilevanza civica (sicuramente le più severe a mia memoria) che stanno trasformando il paese in un grande lazzaretto, come il nostro Premier Umanista paventava per paradosso solo qualche giorno fa. Rinviato il referendum (il che, dicevamo qualche post fa, è l'unico risvolto positivo della situazione), ma anche chiuse le scuole, le università, le attività culturali (musei, teatri, cinema, etc), drasticamente ridotta la mobilità interna (in alcune aree addirittura interdetta, salvo motivazione); persino le funzioni religiose, funerali, matrimoni, etc. e in generale tutte le manifestazioni che determinino assembramenti (ancorché non sediziosi), sono state limitate e talora precluse.
Non mi azzardo a fare considerazioni sull’utilità, l’adeguatezza e la proporzionalità delle misure adottate, trattandosi di emergenza per la quale è doveroso presumere (salvo prova contraria) la responsabilità (tecnica e politica) di chi le ha assunte. Se dovessi giudicare dalla quella recentemente mostrata dal Governo degli Umanisti in materia di civiltà giuridica del paese, dovrei solo tremare.
Più alla portata della mia debole vista è cercare di gettare uno sguardo sulle (prevedibili) implicazioni economiche di questa straordinaria lazzarettizzazione dell’Italia.
Cominciamo dalla finanza pubblica. Nessuno è tanto fesso da criticare l’adozione di misure economiche per fronteggiare (direi meglio: attutire) i disastrosi effetti dell’incidente che ci è capitato; semmai destano amarezza due considerazioni: la prima – contingente ma tipicamente nostrana – riguarda la gara al rialzo che si è aperta nell’invocare “stanziamenti” da parte di tutte le parti politiche (di governo e di opposizione); qui il coro è unanime: stanziam, stanziam, stanziamo, 5?, no! 10, no! 30, no! 50, no! 100 miliardi di € (tanto i soldi li prendiamo a prestito!). La seconda – permanente ma anch’essa nostrana – mi ha rimandato alla semplice morale di Esopo, quella della formica e della cicala: “Che cosa hai fatto durante l'estate, mentre noi faticavamo per prepararci all’ inverno?” “Io? Cantavo e riempivo del mio canto cielo e terra!” “Hai cantato?” replicò la formica: “adesso balla! Cari politici-cicale (che riempite del vostro vacuo canto cielo e terra), i conti in ordine (come dite voi e qualsiasi cosa voglia dire) si mantengono durante l’estate perché, appunto, l’inverno non ci sorprenda sprovvisti di mezzi per fronteggiarlo! Non vorrei che qualcuno (chessò, magari i famosi mercati) abbia a dirci: adesso ballate! Intendiamoci: non accadrà (o meglio: non prevedo che accadrà) durante questa contingenza. Ma accadrà, inevitabilmente prima o poi, con restrizioni della quantità o rialzi del costo del nostro accesso ai mercati. Ma ce lo ricorderemo? Tenderei a dubitarne (e comunque, di questi tempi, una nuova estate delle nostre condizioni economiche, per fare tesoro di quel che ci ha insegnato la sventura, mi pare lontana).
E veniamo, infine, all’economia reale del Paese: non occorre essere degli economisti per capire cosa sta accadendo sul piano della domanda: gli alberghi sono vuoti, negozi, bar e ristoranti quasi vuoti, le strade urbane sono percorribili come fosse ferragosto; l’Italia è indicata fra i paesi a rischio [NB: fra impatto diretto ed indiretto, il turismo vale più o meno il 13-14% del nostro PIL]. I negozi sono semi vuoti, supermercati a parte. Facile prevedere una forte flessione (speriamo temporanea) del PIL, da contrazione della domanda (non foss’altro quella legata al turismo).
Più difficile invece, per il momento, mi è la percezione degli effetti della “peste” (o meglio: della dimensione dei suoi effetti) sul piano dell’offerta: certamente, a parte le ubbìe di un subitaneo re-shoring (che avrebbe anche poco a che fare con la natura del problema che ci occupa), il colpo alla produzione (e alla produttività) ci sarà e sarà duro. Dunque facile attendersi, anche sul lato dell’offerta, un effetto pesante sull’occupazione e sul PIL (e, come noto, se cala il PIL ma aumenta il debito….).
Fin qui quello che con i miei occhiali (appannati) riesco a vedere davanti. Da cittadino e da cattolico mi sembrerebbe appropriata qualche novena; ma le funzioni sono sospese …fino a nuovo ordine del Governo degli Umanisti, si intende.
Roma 8 marzo 2020 (Festa delle Donne, ma non ho visto in giro molte mimose)
N.B. I dati di ourworldindata sono in continuo aggiornamento; il sito, visitato nuovamente alle 20,30 di oggi 8 marzo, ci pone ora secondi anche nel numero dei casi rilevati.
https://ourworldindata.org/coronavirus

mercoledì 4 marzo 2020

Lettura per due letture

I Gesuiti
(di Felice Celato)
Si presta ad una duplice lettura il corposo volume che segnalo oggi e che mi ha occupato, per molte ore, in questi ultimi giorni, fortunatamente in gran parte piovosi (di Gianni La Bella: I Gesuiti – Dal Vaticano II a papa Francesco, Guerini editore, 2019): la prima è ovviamente quella che ne ho fatto come cattolico e “amico” della Compagnia di Gesù; la seconda è quella che ne ho fatto come appassionato del nostro tempo, pur così difficile da interpretare e (spesso, almeno per me) da amare.
Forse la duplice lettura di cui sto per dire corrisponde al profilo culturale dell’autore, cattolico appassionato, sì, ma soprattutto storico di professione; o forse (anche) al profilo vocazionale dei pp. Gesuiti, al loro essere contemplativi nell’azione nel mondo e immersi in una missione per sua natura di frontiera (fisica e culturale), radicata profondamente (come del resto voluto dal loro fondatore) nella realtà in cui esercitano il loro apostolato nell’ambito della Chiesa Cattolica.
Fatto sta che – in questo volume – la scansione dell’inquietudine, storicamente tipica della storia dei Gesuiti, riflette chiaramente – nello scorcio di tempo considerato dall’autore – l’inquietudine dei nostri giorni, così convulsi nelle loro dinamiche  culturali e così vasti nelle loro connessioni; e perciò ne risulta, in qualche modo, l’espressione in corpore vili.
E, dunque la lettura del volume di La Bella finisce per essere, allo stesso tempo, quella di un testo specialistico sulla storia recente della Compagnia (documentato, attento, intelligente, nel senso etimologico della parola, ma anche di gradevole lettura, merito non secondario per un denso libro di oltre 350 pagine) e quella di una rassegna dei tempi, geo-politici e culturali, che hanno fatto da pro-vocatoria controparte alle vicende della Compagnia.
Scrivere un libro di storia recente è talora un rischio per l’autore, perché, magari, non sempre o non del tutto si sono depositate le scorie del tempo che possono offuscare la vista dell’analista; ma leggerlo è spesso un vero piacere perché, in fondo, nelle vicende rassegnate finiamo per rileggere parte della nostra diretta esperienza (in questo caso, di cattolici e di cittadini del mondo). E anche sotto questo punto di vista il libro mi è risultato molto interessante.
Veniamo brevemente al nostro consueto (in queste segnalazioni) tentativo di tracciare una (abusiva e mortificante) super-sintesi del libro. La storia della Compagnia di Gesù è – come sanno gli appassionati – costellata di “incidenti”, anche gravi, credo assai più della storia di ogni altro Ordine Religioso: espulso da diversi paesi europei nel corso del 1700, l’Ordine fu addirittura soppresso, nel 1773, dal papa (francescano!) Clemente XIV e ricostituito da Pio VII nel 1814. Nel periodo post-conciliare (e dunque poco dopo l’inizio delle vicende raccontate nel libro), la Compagnia di Gesù conobbe diverse difficoltà nei rapporti coi vertici della Chiesa (preoccupati di molti indirizzi teologici e disciplinari della Compagnia), sotto Paolo VI e – ancora di più – sotto Giovanni Paolo II che, fra il 1981 e il 1983, la affidò ad un suo delegato (p.Dezza), non fidandosi degli indirizzi che la Compagnia avrebbe potuto assumere per la successione di padre Arrupe, il Preposito Generale (il papa nero nella vulgata giornalistica) gravemente ammalatosi nell’agosto del 1981.
Da allora, per opera dei Prepositi Generali succedutisi, la Compagnia di Gesù ricostituì progressivamente la piena consonanza coi vertici della Chiesa (del resto naturalmente implicata dal famoso IV voto dei pp. Gesuiti), fino al 2013 quando, addirittura, per la prima volta nella storia, un gesuita fu eletto papa (Francesco, succeduto a Benedetto XVI), a chiusura (auspicabilmente) del tumultuoso periodo post-conciliare analizzato nel libro.
Una bella storia, nel suo complesso, quella della Compagnia di Gesù dei nostri anni; e anche appassionante, non ostanti le sofferte vicende; un ruolo fondamentale nella vita della Chiesa nel mondo, costellata di pagine di grande spessore apostolico  e culturale, come pure di confuse pulsioni lungo i margini della frontiera fra "mondo" e Santa Madre Chiesa; pulsioni, come accennavo sopra, anche indotte dalla complessa storia dei nostri tempi e dall’ampiezza degli scenari geo-politici nei quali si è sempre radicata l’opera missionaria dei Gesuiti.
Il libro dunque merita di essere letto, anche da chi non condivida la principale delle chiavi di lettura (quella ecclesiale); l’unico appunto che, da anziano, mi sento di fare è verso l’edizione fisica del libro, denso per contenuti ed idee ma anche di caratteri troppo chiari e minuti.
Roma 4 marzo 2020


sabato 29 febbraio 2020

Il virus e le corone

Debolezze dello spirito cooperativo
(di Felice Celato)
Ai lettori più attenti di queste povere note non sarà sfuggito che, nel segnalare il bel libro di Salvatore Rossi (la Segnalazione “triste” di qualche giorno fa), avevo fatto cenno al fil-rouge sociologico/istituzionale che l’autore tracciava per spiegar(si) la tara che rode dall’interno la politica economica italiana (la debolezza dello spirito cooperativo, insita persino nella carta costituzionale, probabilmente – aggiungeva Rossi – sin dal momento fondativo originario della repubblica).
Sono troppo lontani i miei studi di diritto costituzionale e di storia della Costituzione per poter maturare una personale opinione su questa audace spiegazione degli atavici problemi della nostra politica economica; e poi, io sono spesso propenso a darmi spiegazioni culturali ed antropologiche più che istituzionali, anche se so bene che la buona natura delle istituzioni aiuta a contenere le inclinazioni di coloro che le incarnano o ne sono governati; però mi pare più facile pensare che cittadini e governanti saggi sappiano far funzionare istituzioni imperfette (magari via via aggiornandole e migliorandole), piuttosto che cittadini e governanti fatui sappiano ben servirsi di istituzioni perfette (quand’anche ne esistano).
E tuttavia confesso che la considerazione di Salvatore Rossi mi è tornata alla mente mentre cercavo di dipanarmi nella furiosa confusione di queste giornate da quasi-appestati che il Governo Umanista e le regioni quasi-appestate hanno confezionato per il nostro Paese, del resto così proclive ad ogni emotiva esaltazione di ciò che lo distrae dai suoi veri problemi. 
Ciò che più mi ha colpito della vicenda coronavirus/Italia è il concorso verso l’apparire della determinazione, intesa come evidenza di vigoroso operare e, allo stesso tempo, come disclaimer contro ogni possibile accusa di colpevole inerzia, con l’occhio fisso sui possibili utilizzi (che ovviamente non sono mancati) a fini politicanti sui quadranti più disparati (c’è stato persino chi ha colto l’occasione per invocare la chiusura delle frontiere con l’Africa; così, per cautela).
Senza alcuna considerazione degli effetti propri di ogni allarme sociale, Governo, Regioni e, talora, Comuni, hanno operato per drammatizzare ciò che contemporaneamente proclamavano non meritevole di suscitare inutili allarmismi, in una rincorsa verso la radicalità dei provvedimenti che talora ha suscitato serie perplessità (non prive, talora, di effetti comici); in ciò potentemente aiutati dalla info-demia che ha assorbito ogni spazio dell’informazione per distribuire l’ossimoro dell’allarme non allarmante. Non a caso qualcuno sta già giustamente parlando di piromani improvvisamente convertitisi in pompieri, a mano a mano che risultavano evidenti le ovvie implicazioni (per noi disastrose) che ogni allarme sociale diffuso crea, non solo fra i cittadini destinatari di contraddittori messaggi ma anche, inevitabilmente, in chi col nostro turbato Paese intrattiene quotidiani rapporti di interscambio, economico e relazionale, fatti di circolazione di persone, beni, servizi e capitali.
Senza sottovalutare in alcun modo l’importanza relativa del problema che tutto il mondo, in forme diverse, probabilmente si avvia a vivere per qualche tempo, mi vengono in mente due provvisorie osservazioni. La prima: l’Italia ha mostrato una fragilità emotivo-istituzionale cui ben si attaglia il sospetto di debolezza (grave) dello spirito cooperativo di cui parlava Rossi nel rassegnare i fallimenti della politica economica dell’ultimo cinquantennio (e, in materia sanitaria, l’art. 117 della Costituzione è certamente più “concorrente” che in materia di politica economica); che si tratti poi di una evidenza connessa alla natura delle sue istituzioni o alla struttura antropologico-culturale del suo capitale umano è cosa, in fondo, al momento, di minore importanza. La seconda: la natura di problemi come il presente (o come altri analoghi che potrebbero sorgere) è tale da ribadire con forza che il mondo in cui viviamo necessita – invece che di “corone” per improbabili sovranismi nazionali (anche in funzioni antivirali) – di un salto ulteriore nella dimensione globale (starei per dire: sovranazionale) del nostro vivere contemporaneo, dove problemi e soluzioni siano adeguate alla “densità” della popolazione del mondo (siamo quasi 8 miliardi di umani, più del doppio di quanti eravamo cinquant’anni fa!) ed alla (per fortuna!) inevitabile circolarità delle sue interrelazioni.
Roma 29 febbraio 2020

domenica 23 febbraio 2020

Stupi-diario delle emergenze

Non tutto il male viene per nuocere 
(di Felice Celato)
Premessa: i lettori di questo blog sanno bene che lo spazio di questa rubrichetta (lo stupi-diario, cioè il diario dello stupore che talora suscitano le cose del mondo) è dedicato alle note più leggere – direi: divertenti, almeno nelle intenzioni di chi scrive - con le quali mi sforzo di (appunto) alleggerire i toni di quelle più malinconiche (l’ultimo post è davvero triste!), senza nessuna intenzione di dare dello stupido a nessuno (stupi, infatti, è una libera contrazione della parola stupore, non di stupido, aggettivo che non userei con nessuno…quasi mai).

Dunque, immerso da qualche giorno nella lettura di un corposo volume curato dal card. Ravasi sull’Antico Testamento, dovevo essermi perso qualcosa dell’emergenza Coronavirus; ma l’improvvisa cancellazione di ogni evento sportivo in Lombardia e Veneto mi ha bruscamente risvegliato. Caspita! Mi sono detto: allora la situazione deve essere proprio grave! Così, con il disgusto che in questi ultimi tempi mi suscita la lettura dei giornali, ho aperto stamane il Corriere.it per dare un’occhiata alla situazione, evidentemente sfuggita alla mia debole attenzione per le cose nostrane di questi giorni. E, con un sussulto, ho appreso della conferenza stampa di ieri sera del nostro Premier Umanista, nella quale si annuncia l’allarme alle forze armate in missione antivirus. “Nelle zone dei focolai – così titola il Corriere.it – stop ad entrate ed uscite”. Nel corpo dell’articolo leggo, poi, di scuole, musei e “luoghi di aggregazione” chiusi, di Carnevale di Venezia annullato, di informazione data “alle opposizioni” come è d’uso fare dai veri statisti nei momenti gravi, di comuni bloccati, di divieti di accesso “ai servizi pubblici essenziali e agli esercizi commerciali per l’acquisto di beni di prima necessità” (dunque niente succhi di frutta o dopobarba!) a meno che non sia effettuato (l’accesso) con l’uso “di dispositivi di protezione individuale”.
Il mio pensiero è corso subito ai miei amici in vacanza nell’area occidentale del Friuli, dei quali immaginavo impedito il ritorno al domicilio romano dove almeno godo della loro vicinanza (in fondo Pordenone è così vicino al Veneto che potrebbe essere incluso, per motivi precauzionali, nell’area Veneta interessata dal blocco); ho cercato se c’era la notizia della interruzione (“sigillatura” direbbe qualcuno) dall’A1 all’altezza di Piacenza (l’Emilia Romagna, pare, è zona sicura, ancorché confinante con la Lombardia), ma per fortuna non c’è (ancora).
Poi però mi sono rassicurato perché ho inteso che Di Battista (in vacanza di studio in Iran, per mettere a punto – nel Paese adatto – un nuovo Manifesto del suo Partito) è sulla strada del ritorno (senza che ne sia prevista una breve quarantena allo Spallanzani, visto che anche in Iran il morbo infuria).
E poi – copio sempre dal Corriere.it – il Premier Umanista ha lui stesso gettato acqua sul fuoco: “Dobbiamo essere flessibili anche perché non è detto che le misure prese oggi siano utili domani [giusto] e non ci sarà (….) la sospensione di Shenghen come aveva chiesto Matteo Salvini (….) [anche perché i virus hanno spesso il passaporto!] “Adotteremo sempre misure nel segno dell’adeguatezza e della proporzionalità – ha spiegato Conte –. Ora non ci sono i presupposti per chiedere la sospensione della libera circolazione delle persone. E’ una misura draconiana e sproporzionata rispetto alla necessità di contenere il contagio. E poi che cosa vogliamo fare dell’Italia, un lazzaretto? Non ci sono le condizioni”, ha detto chiaramente Conte rivendicando come il governo intero si assume “la piena responsabilità politica” delle scelte fatte. Il premier ha anche annunciato che nei prossimi giorni il governo varerà un altro decreto contenente però le misure economiche di ristoro che dovranno essere messe in campo per far fronte alla sospensione di tutte le attività nelle aree focolaio [giusto!].
Dunque, senza rifare il verso a Flaiano, direi che la situazione è (sì, certamente) grave ma (forse) non (ancora) del tutto seria.
Però, un’idea mi è venuta: supponiamo che la situazione diventi seria (che Dio non voglia!), perché non sospendere il referendum costituzionale previsto (mi pare di ricordare anche se in pochi ne parlano) di qui ad un mese?
Sarebbe, forse, la classica conferma che non sempre tutto il male viene per nuocere!
Roma 23 febbraio 2020, domenica di Carnevale (mercoledì comincia la Quaresima!)










mercoledì 19 febbraio 2020

Segnalazione "triste"

Storie economiche
(di Felice Celato)
Può sembrare singolare raccomandare una lettura avvertendo, nel contempo, che trattasi di una lettura triste. Ma francamente non ho saputo trovare altro sentimento per rappresentare il senso di un denso libro, a metà fra la storia e l’economia, di un autore qui più volte citato e sempre apprezzato per competenza, chiarezza e lucidità delle analisi: si tratta di La politica economica Italiana dal 1968 ad oggi, di Salvatore Rossi, edito da Laterza (2020).
Come si capisce dal titolo, si tratta di una breve storia (poco più di 200 pagine) di un lungo malessere (e del conseguente lungo mal fare) della nostra politica economica nell’ultimo cinquantennio; una storia ragionata, che solo in alcuni brevi tratti richiede qualche conoscenza tecnica delle materie trattate. Mi fermo allora brevemente su  quello che mi pare il senso ultimo del libro (anche perché l’analisi delle varie fasi politico-istituzionali mal si presta ad essere riassunta anche a grandi tratti); dice, in sintesi, Salvatore Rossi: Le disparate vicende della politica economica italiana dal 1968 ne mostrano la ricorrente condizione di ritardo, di affanno, di incoerenza, di inefficacia, in casi non rari di dannosità. Questo, nel giudizio a posteriori. Quanto alle valutazioni dei contemporanei, avvertimenti che si stesse procedendo su strade sbagliate sono spesso venuti solo da poche, sparute cassandre. Le politiche praticate hanno sempre raccolto il consenso della maggioranza dei cittadini, espresso nelle forme compiute della democrazia rappresentativa. Nessun dittatore cieco o malevolente può essere incolpato degli errori commessi. Tuttavia, il tasso di inefficacia/ dannosità delle politiche economiche osservato in Italia è visibilmente più alto di quello rilevabile nello stesso periodo in molte democrazie a economia di mercato. Si annida in Italia un peculiare malfunzionamento del sistema di governo dell’economia che va portato allo scoperto, capito, spiegato.
Per questo malessere ( e conseguente mal fare), l’autore trova, nel lungo periodo considerato, anche un fil-rouge sociologico/ istituzionale (o costituzionale, in senso lato) che costituisce, alla fine, l’elemento più preoccupante del libro: la debolezza dello spirito cooperativo, insita persino nella carta costituzionale, che ha finito per “bacare” con equanime intensità governi di qualunque segno politico; da noi (ed è questo il malessere, questa la tara, che rodono dall’interno la politica economica italiana)…le istituzioni dell’economia e della politica, dalla più piccola alla più grande, si concatenano in modo tale da fornire sempre gli incentivi sbagliati, cioè quelli contrari all’obbiettivo benessere sociale che pure ci si prefigge. A ciò si aggiungono: un’amministrazione figlia di certa cultura giuridica degenere, illiberale, incentrata sul formalismo, sulla negazione del mercato, sulla noncuranza per la dimensione dell’efficienzae un capitale sociale disponibile – cioè quel patrimonio culturale fatto di civismo, fiducia e attitudine alla cooperazione nella società che può facilitare il mutamento istituzionale continuo – …relativamente basso, o almeno distribuito difformemente sul territorio.
Mi fermo qui, in questa supersintesi del senso del libro, che non può  non risultare mortificante per la ricchezza del testo (e di questo dovrei chiedere scusa all’autore); credo, comunque, di aver spiegato a sufficienza perché questa è, inevitabilmente, una segnalazione “triste”; di un libro, peraltro, che trovo doveroso raccomandare ai miei venticinque lettori in cerca di spiegazioni.
Roma, 19 febbraio 2020

P.S.Per mitigare la tristezza della storia e dei suoi significati, anche sforando ampiamente il limite delle 750 parole, riporto volentieri due belle citazioni che ho trovato nel testo, entrambe ricche di insegnamenti.
La prima è di Luigi Einaudi, dal Corriere della sera del 16 aprile 1961, e costituisce una magistrale sintesi del sentire liberale di questo grande statista così tanto dimenticato (e costituisce anche, forse, la mappa della strada che non abbiamo percorso): Noi uomini politici non siamo stati educati a fare il mestiere degli agricoltori, degli industriali, dei commercianti. Il nostro mestiere è un altro: quello di costruire l’edificio giuridico entro il quale e nei limiti del quale agricoltori, industriali e commercianti debbono operare e muoversi affinché l’opera dei singoli sia feconda di beni ad essi e alla collettività e contribuisca all’elevazione dei meno fortunati […]. Costruire la cornice dell’azione economica e sociale degli uomini è per sé sola già troppo ardua impresa, assai più difficile dell’agire, perché se ne possano aggiungere altre.

La seconda citazione invece – più curiosa – è da un non meglio identificato scritto di John Maynard Keynes, nientemeno del 1919, quando non avevamo ancora imparato ad usare il tanto vituperato termine di globalizzazione credendo che si tratti di una perniciosa novità “inventata” nei nostri ultimi decenni:
Chi straordinario episodio del progresso dell’uomo è stata quella età che si chiusa nell’agosto del 1914 […]: un abitante di Londra poteva ordinare per telefono, sorseggiando a letto il suo tè del mattino, i più vari prodotti dell’intero pianeta [….]. Allo stesso tempo, e con lo stesso mezzo, egli poteva avventurarsi a investire le sue sostanze in risorse naturali o in nuove iniziative imprenditoriali di ogni angolo del mondo […]. Poteva anche, se lo desiderava, cambiare prontamente paesaggio  o clima, con mezzi di trasporto confortevoli e a buon mercato, senza passaporto o altre formalità.

sabato 15 febbraio 2020

Spigolature di pubblicità

L’intelligenza ama i problemi
(di Felice Celato)
Come sanno i miei amici, da tempo uso la televisione (quasi) solo per vedere partite di calcio, di golf e di snooker (purtroppo l’altro preferito svago – il sumo – trova poco spazio nei palinsesti sportivi); mi preservano dal disgusto dei telegiornali (per quello che raccontano e per come lo raccontano), dalla nausea civile che mi suscitano tutti i cosiddetti talk-show, dalla nebbia che avvolge i nostri cervelli di un triste Zeitgeist.
Pochi, invece, fra i miei amici, sanno che (anche in TV) seguo con curiosità ed interesse la pubblicità; che, paradossalmente, mi pare la forma più sincera per la veicolazioni di messaggi diffusi; intanto perché so bene – per essermene in qualche modo occupato quando lavoravo – quanto sforzo (non solo intellettuale ma anche economico) costi la canalizzazione in pochi secondi o minuti di un messaggio che possa risultare, ad un tempo, efficace, gradevole e, se possibile, intelligente; poi – e soprattutto – perché l’interesse di chi propone un messaggio pubblicitario è trasparente: spende (e anche tanto) per poterti dare, anche attraverso suggestioni, un consiglio d’acquisto evidentemente interessato, esponendosi in pieno al rischio che – a valle dell’acquisto promosso – la tua scelta ti risulti sbagliata e comunque da non ripetere.
E vi assicuro che non mancano occasioni in cui il messaggio pubblicitario, oltre a conseguire la suggestione cui mira, finisce per veicolare anche qualche pillola di saggezza, ben utilizzabile al di là del recinto banalmente promozionale.
E’ il caso del bellissimo slogan (l’intelligenza ama i problemi) col quale si apre una breve pubblicità della IBM (credo facilmente rintracciabile anche su YouTube): pensate se solo riuscissimo a farne una filosofia della politica (italiana)!? Che cosa vedremmo? E che cosa (forse) non vedremmo più?
Vedremmo una sfilata di politici (intelligenti) che snocciolano davanti ai cittadini i problemi che abbiamo difronte (diciamolo: ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta!); e che, intelligentemente, promettano di lambiccarsi il cervello per risolverli e a ciò si dedichino con competenza e costanza. Vedremmo i cittadini, intelligentemente e finalmente, coscienti delle difficoltà in cui si dibatte da anni la società italiana e ansiosi di vederli finalmente misurati (nella loro dimensione ed importanza) e, possibilmente, risolti; ed anche coscienti del potere che dà loro la democrazia (scegliere chi conosce ed affronta i problemi anziché chi li nega) e decisi ad utilizzarlo. Non vedremmo più tutto il resto, che ci scolora il reale e ci appanna i suoi veri problemi.
Sarebbe una radicale trasformazione del nostro ambiente socio-culturale, se solo l’intelligenza scoprisse di poter amare, con spirito prometeico, i problemi che è chiamata a risolvere!
Temo, però, che ci siamo troppo assuefatti al presente per poter sognare tanto. 
In fondo – confessiamolo – ci siamo accomodati (così, almeno, dicono i sondaggi) alle sfilate di funambolici semplificatori, applicati ad elaborare nuovi slogan per meglio propinarci retoriche decettive e banalizzanti, e per dissolvere i problemi (quelli veri) come farebbe il mago Silvan con la carta che fa sparire dietro al palmo della mano; e anche, ci siamo accomodati, alle loro fedeli schiere di commentatori (i tanti Simei di Umberto Eco), pronti a giurare che la realtà percepita (o fatta percepire?) è più importante di quella misurata e modificabile; e che – anche prendendo per buono lo slogan dell’IBM – se non vediamo fluire i fiumi di intelligenza (di cui, notoriamente, disponiamo per previlegio razziale) è solo perché ci mancano i problemi da amare.
Roma, 15 febbraio 2020 









domenica 2 febbraio 2020

Segnalazioni parallele

Due libri didascalici
(di Felice Celato)
Nel giorno della data palindroma (02.02.2020, palindroma sia nel format Italiano gg/mm/aaaa che in quello nord-americano mm/dd/yyyy; e – pare – che in tale duplice veste sia proprio una rarità) eccomi con la segnalazione (non abbinata casualmente) di due piccoli libri, a mio giudizio, di grande valore didascalico; e uno, anzi, il secondo, didascalico ed educativo, come spiegherò più avanti.
Il primo: di Albert Weale: Il mito della volontà popolare (Luiss University Press, 2020). Si tratta di un breve saggio di un eminente politologo inglese che spiega bene, con abbondanza di argomentazioni anche logico-matematiche, come il fondamento di ogni democrazia sia, in fondo, costituito da un mito, un mito – in qualche modo – anche particolarmente pericoloso: esso si basa – in sostanza – sulla surrettizia sostituzione di un plurale (gli individui) con un singolare (il popolo), che, per sua natura, è ben lungi dall’avere il significato unitario che si vorrebbe attribuirgli. Da questa sostituzione deriva tutta una serie di equivoci che alimentano il mito. Come cittadini di un paese democratico – ammonisce Weale – iniziate a preoccuparvi se un partito politico – qualunque partito politico – dichiara di rappresentare la volontà del popolo. Un solo popolo, una sola volontà popolare, uno Stato con un solo partito.
L’analitico argomentare di Weale non si presta facilmente a riassunti; e del resto – lo dico senza iattanza alcuna – personalmente da tempo avevo identificato questo sostrato mitologico della retorica democratica, senza, peraltro, ovviamente, mettere in discussione la superiorità storica della democrazia rispetto ad ogni altra forma di governo: il fatto è – dice Weale – che abbiamo bisogno di una democrazia senza miti, dove il pluralismo che rappresenta il cuore pulsante della democrazia diventi una virtù, non che si trasformi in un vizio: ….qualunque sistema democratico degno del suo nome risponderà [al lamento degli oppressi]… non basandosi sul mito ma su una valutazione realistica delle alternative.
In estrema sintesi: una lettura che, anche per la non banale semplicità delle argomentazioni, si raccomanda a chi si accosti, magari riluttante o perplesso, alla demitizzazione del popolo.
Del secondo libro (di Ferruccio De Bortoli e Salvatore Rossi: La ragione e il buonsenso, Il Mulino, 2020, anch’esso di non troppe pagine) ho apprezzato, prima di tutto, la struttura: il volume, infatti, contiene una raccolta di – uso qui un  termine mio a cui sono molto affezionato –  conversazioni asincrone, cioè di scambi di mail in cui i due autori, appunto, conversano tra loro, pianamente, pensosamente  e con ricchezza di argomentazioni (da credenti nella ragione), sull’Italia e sul suo futuro, alla luce sia del passato sia delle difficoltà del presente.
Nulla di particolarmente nuovo nei temi: in fondo l’importante giornalista e l’ex banchiere centrale non fanno altro che spiegare (didascalicamente) i loro punti vista su materie che sono (o dovrebbero essere) quotidianamente al centro delle ansie dei cittadini più consapevoli, delle preoccupazioni dei politici e delle attenzioni di ogni giornale che si rispetti (sottolineo: che si rispetti!); per concludere, l’uno (De Bortoli), che nonostante tutto si sente ottimista (qualunque cosa voglia dire questa parola abusata) perché siamo migliori di quanto non crediamo; l’altro (Salvatore Rossi), più cautamente, che il futuro non contiene solo minacce, anche promesse, se le si sa cogliere.
Ma al di là dei contenuti (ripeto: attuali e ben argomentati), il significato maggiore del libro mi è parso quello lato sensu educativo: perché lo schema dialogico e la articolazione delle argomentazioni rende conto – concretamente –  della complessità del reale (una dimensione, questa, che, da noi, sfugge a molti incoscienti semplificatori di questioni complesse, e anche a molti sedicenti cittadini, forse solo individui di una indistinta moltitudine); e lo fa attraverso un dibattito pacato e ragionante come può solo essere quello che avviene per iscritto (le famose mail) e di cui ogni quotidiano talk-show aumenta la nostalgia.
Sempre in estrema sintesi: anche questo libro merita di essere letto, per rammentare a sé stessi che l’umiltà della conoscenza è il fondamento anche della cittadinanza; non tanto per potersi (forse futilmente) proclamare ottimisti o pessimisti, ma semplicemente per non avere paura della verità (e per saperla cercare, coi nostri poveri mezzi).
Roma, 2 febbraio 2020, festa della Candelora