domenica 2 febbraio 2020

Segnalazioni parallele

Due libri didascalici
(di Felice Celato)
Nel giorno della data palindroma (02.02.2020, palindroma sia nel format Italiano gg/mm/aaaa che in quello nord-americano mm/dd/yyyy; e – pare – che in tale duplice veste sia proprio una rarità) eccomi con la segnalazione (non abbinata casualmente) di due piccoli libri, a mio giudizio, di grande valore didascalico; e uno, anzi, il secondo, didascalico ed educativo, come spiegherò più avanti.
Il primo: di Albert Weale: Il mito della volontà popolare (Luiss University Press, 2020). Si tratta di un breve saggio di un eminente politologo inglese che spiega bene, con abbondanza di argomentazioni anche logico-matematiche, come il fondamento di ogni democrazia sia, in fondo, costituito da un mito, un mito – in qualche modo – anche particolarmente pericoloso: esso si basa – in sostanza – sulla surrettizia sostituzione di un plurale (gli individui) con un singolare (il popolo), che, per sua natura, è ben lungi dall’avere il significato unitario che si vorrebbe attribuirgli. Da questa sostituzione deriva tutta una serie di equivoci che alimentano il mito. Come cittadini di un paese democratico – ammonisce Weale – iniziate a preoccuparvi se un partito politico – qualunque partito politico – dichiara di rappresentare la volontà del popolo. Un solo popolo, una sola volontà popolare, uno Stato con un solo partito.
L’analitico argomentare di Weale non si presta facilmente a riassunti; e del resto – lo dico senza iattanza alcuna – personalmente da tempo avevo identificato questo sostrato mitologico della retorica democratica, senza, peraltro, ovviamente, mettere in discussione la superiorità storica della democrazia rispetto ad ogni altra forma di governo: il fatto è – dice Weale – che abbiamo bisogno di una democrazia senza miti, dove il pluralismo che rappresenta il cuore pulsante della democrazia diventi una virtù, non che si trasformi in un vizio: ….qualunque sistema democratico degno del suo nome risponderà [al lamento degli oppressi]… non basandosi sul mito ma su una valutazione realistica delle alternative.
In estrema sintesi: una lettura che, anche per la non banale semplicità delle argomentazioni, si raccomanda a chi si accosti, magari riluttante o perplesso, alla demitizzazione del popolo.
Del secondo libro (di Ferruccio De Bortoli e Salvatore Rossi: La ragione e il buonsenso, Il Mulino, 2020, anch’esso di non troppe pagine) ho apprezzato, prima di tutto, la struttura: il volume, infatti, contiene una raccolta di – uso qui un  termine mio a cui sono molto affezionato –  conversazioni asincrone, cioè di scambi di mail in cui i due autori, appunto, conversano tra loro, pianamente, pensosamente  e con ricchezza di argomentazioni (da credenti nella ragione), sull’Italia e sul suo futuro, alla luce sia del passato sia delle difficoltà del presente.
Nulla di particolarmente nuovo nei temi: in fondo l’importante giornalista e l’ex banchiere centrale non fanno altro che spiegare (didascalicamente) i loro punti vista su materie che sono (o dovrebbero essere) quotidianamente al centro delle ansie dei cittadini più consapevoli, delle preoccupazioni dei politici e delle attenzioni di ogni giornale che si rispetti (sottolineo: che si rispetti!); per concludere, l’uno (De Bortoli), che nonostante tutto si sente ottimista (qualunque cosa voglia dire questa parola abusata) perché siamo migliori di quanto non crediamo; l’altro (Salvatore Rossi), più cautamente, che il futuro non contiene solo minacce, anche promesse, se le si sa cogliere.
Ma al di là dei contenuti (ripeto: attuali e ben argomentati), il significato maggiore del libro mi è parso quello lato sensu educativo: perché lo schema dialogico e la articolazione delle argomentazioni rende conto – concretamente –  della complessità del reale (una dimensione, questa, che, da noi, sfugge a molti incoscienti semplificatori di questioni complesse, e anche a molti sedicenti cittadini, forse solo individui di una indistinta moltitudine); e lo fa attraverso un dibattito pacato e ragionante come può solo essere quello che avviene per iscritto (le famose mail) e di cui ogni quotidiano talk-show aumenta la nostalgia.
Sempre in estrema sintesi: anche questo libro merita di essere letto, per rammentare a sé stessi che l’umiltà della conoscenza è il fondamento anche della cittadinanza; non tanto per potersi (forse futilmente) proclamare ottimisti o pessimisti, ma semplicemente per non avere paura della verità (e per saperla cercare, coi nostri poveri mezzi).
Roma, 2 febbraio 2020, festa della Candelora



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