domenica 17 giugno 2018

Interconnessioni

Le pubbliche opinioni
(di Felice Celato)
C’è, forse, nella concitata attività gesticolatoria di questi tempi, una dimensione sulla quale vale la pena di riflettere (sempreché questa attività non risulti ormai desueta e incompatibile con la galoppante fast democracy).
Mi riferisco all’importanza delle pubbliche opinioni ed alle loro (inevitabili) natura complessa  e interconnessa latitudine.
Come sanno i lettori di questo blog, chi scrive non ha una grande considerazione della pubblica opinione (e di quella italiana in particolare); ma certamente non perché ne sottovaluti l’importanza ai fini della determinazione della volontà democratica, importanza ovvia, naturalmente. Chi va a votare (diciamo, più o meno, attorno ai 2/3 degli aventi diritto) esprime, in forma sintetica (il voto per questo o per quello), valutazioni che riflettono certamente il punto di vista del singolo (costruito sulla base della diretta osservazione della realtà) ma, inevitabilmente, anche opinioni pre-aggregate da un partito o da un altro, sotto forma di agende, valutazioni, sensibilità, retoriche, narrazioni, scale di priorità, convinzioni generiche o specifiche su singoli temi ritenuti al momento rilevanti; complessivamente diciamo, per mera comodità, sulla base di narrazioni politiche (o, se siete affezionati ad un vecchio modo di esprimersi, di programmi politici). E fa ciò, grazie alla comunicazione che intermedia e veicola tali narrazioni-programmi politici, spesso con fedeltà, talora deformandoli (o ampliandone o riducendone il significato) sulla base delle inclinazioni, dei pre-giudizi o degli interessi dei veicolatore. Da questa catena (osservazione diretta, narrazioni politiche, veicolazione mediatica) deriva quel (spesso) disordinato guazzabuglio di percezioni e pulsioni che chiamiamo pubblica opinione (della cui fattuale rispondenza abbiamo più volte detto).
E dunque sarebbe veramente improprio sottovalutare l’importanza, appunto della pubblica opinione, ai fini della costruzione della cosiddetta volontà democratica. 
Ciò che invece sembra chiaramente sottovalutata, anzi, spesso, totalmente ignorata, è la dimensione internazionale della pubblica opinione; anzi, per i motivi che dirò subito, delle pubbliche opinioni. Chi legge abitualmente la stampa estera si può facilmente rendere conto come uno spostamento di accento che si determini in una pubblica opinione generi – nel contesto altamente interdipendente in cui viviamo –  un corrispondente (talora opposto) spostamento di accento nella pubblica opinione di un altro paese. Faccio un esempio estremo (perché estrema è la sua insensatezza): immaginiamo che prenda consistenza una qualsiasi delle varie narrazioni di tanto in tanto propinate agli Italiani sul trasferimento ad altri (in qualsivoglia forma) di parte del debito pubblico Italiano; ci sarà senz’altro, nelle opinioni pubbliche dei paesi ipotetici accollatari di questi debiti (contratti nel tempo per sostenere il benessere degli Italiani), chi si allarmerà al punto di attivare vivaci e  contrarie pulsioni miranti ad respingere in radice tali (fantasiose) soluzioni. E anche queste opinioni pubbliche, va da sé, votano, come vota la nostra; e non è azzardato prevedere che voterebbero orientando il proprio paese (o meglio: contribuendo ad orientarlo) verso una politica che tenda a prevenire e contrastare la balzana  prospettiva dell’esempio.
Tutto questo, forse troppo lungo, argomentare, serve solo a dire che – nel contesto altamente interdipendente in cui viviamo – la dinamica delle opinioni pubbliche va sempre rapportata alla dimensione della consociazione europea di cui, per grazia di Dio, siamo (ancora) parte.
Chiunque pensasse, sulla base di sovraeccitate narrative, che l’Italia possa recuperare, non solo una sovranità integrale (cioè indipendente dai trattati internazionali sottoscritti in forza di quella autolimitazione di sovranità normata dalla Costituzione, art. 11), ma anche una sovranità opinionale (nel senso che si possa, senza conseguenze, dire e far pensare qualsiasi cosa ci venga in mente) credo si sbagli profondamente (e pericolosamente). Non esiste più, almeno nell’ Europa di oggi, un confine valligiano per le nostre pubbliche opinioni. Tutto circola, tutto si muove, tutto muove; e, ovviamente, non sempre nelle direzioni che a noi più piacciono, magari suscitando reazioni ostili su argomenti diversi da quelli che hanno transitoriamente affascinato la nostra pubblica opinione. Sarebbe bene che i “formatori” delle pubbliche opinioni nostrane ne tengano conto; non occorre nemmeno innalzare il kagemusha del mercato (l’ombra del guerriero terribile di Akira Kurosawa) per far riflettere sul rapporto fra le parole  e le loro conseguenze.
Roma 17 giugno 2018

martedì 12 giugno 2018

Il popolo e le élites tecnocratiche

Domande in attesa di risposta
(di Felice Celato)
Pare che il Primo Governo della cosiddetta Terza Repubblica abbia cominciato la sua fatica…di governo forse meglio di come esso stesso Governo ama annunciarsi agli Italiani: un discreto esordio internazionale del Presidente del Consiglio, una buona intervista “governante” (Corriere della sera di domenica) del Ministro dell’Economia, un primo sbarco di profughi digerito con parole sbagliate ma con azioni non criticabili, un secondo tentato sbarco efficacemente gestito, invece, ma con parole sbagliate (e le parole sono pietre!) e con azioni criticabili. Se lo iato fra parole ed azioni è il prezzo da pagare per sperare in meglio, mi pare che sia, nel breve periodo, un prezzo tollerabile (in fondo basta solo tapparsi le orecchie). E dunque – salvo emergenze – per un po' eviteremo di occuparci di politica gridata (come abbiamo fatto, con ansia, forse con angoscia, in queste ultime settimane per più di quanto avremmo voluto), tornando ad occuparci, nelle nostre chiacchierate, di cose un po' più profonde del parlare al vento.
Ma, sembrandomi impossibile, agli albori della cosiddetta Terza Repubblica, tacere della nostra società, vorrei tentare un breve ragionamento, prendendomi il rischio di suscitare qualche sdegno, sicuramente civile (ratione loci) ma non per questo meno netto. Proviamo.
Dunque prendiamo le mosse da un assunto che, anch’esso, non sarà largamente condiviso ma del quale sono convinto (e, del resto, qui ne abbiamo accennato più volte): il nostro essere “popolo” ha attraversato negli ultimi decenni una fase di relativo degrado antropologico che vede l’impasto umano che sta alla base della nostra società risultare ad un tempo: ignorante (non è il caso di tornare sui nostri sconsolanti livelli di istruzione), invecchiato (l’Italia – dati Istat al 1° gennaio 2018 – è il secondo paese più vecchio al mondo, con una stima di 168 anziani ogni 100 giovani), mal informato (l’Italia – vedasi l’annuale studio Ipsos MORI The perils of perception, 2017, disponibile in rete – è, fra quelli censiti, il paese Europeo con maggiore scostamento fra percezioni e realtà, il Misperception Index), rancoroso (vedasi Censis, Rapporto sulla situazione sociale del Paese, 2017) e sfiduciato (sempre il Censis, ibidem, col suo linguaggio raffinato, parla di consumo, senza sostituzione di quella passione per il futuro che esorta, sospinge, sprona ad affrettarsi, senza volgersi indietro).
Si potrebbe a lungo discettare sulle modalità attraverso le quali questo degrado è stato accompagnato e favorito dalla “dieta mediatica” offerta dai tempi (e dai media nostrani), fatta apposta – così si direbbe – per sollecitare pulsioni negative e regressive; come pure si potrebbero analiticamente ricostruire le dinamiche politiche di tale corrosione progressiva. Ma sarebbero discorsi vòlti al passato (e l’esame di coscienza l’abbiamo già abbozzato col post Consenso democratico del 3 giugno u.s.) e, qui, invece, vorrei occuparmi di futuro.
Quali sono le ragionevoli vie d’uscita dal presente? De Rita, nel presentare, ieri, alcune sue riflessioni (Per una cultura del governare, nell’ambito dei tradizionali incontri del Censis di metà anno), tenacemente individua possibili strade: tre, intanto, per rifare l’establishment (le élites tecnocratiche, in altre parole) che abbiamo sistematicamente decostruito negli anni (prepararsi a vivere con cultura alta le grandi sfide imposte dai processi di globalizzazione e dai poteri sovranazionali, rivitalizzare senza complessi le appartenenze collettive, ripartire dal territorio); altre, poi, ancora tenere, per mettere a frutto la disarticolazione del welfare state, facendo rotta verso le forme (aziendali, comunitarie, integrative, categoriali, personalizzate, etc.) che hanno via via cominciato a compensare gli scricchiolii del welfare state.
Per parte mia, per quanto mi affascini tutto ciò che mira ad un salutare restringimento dello Stato, non riesco a vedere che cosa potrebbe affermare questi processi che, pure, appassionatamente De Rita identifica (forse un po' trascurando la dimensione Europea del nostro essere popolo). Dunque la mia domanda di poche righe fa (quali sono le ragionevoli vie d’uscita dal presente?) per ora mi rimane senza sicura risposta. Solo in parte mi conforta il pensiero che i processi di adattamento che il nostro Paese pur conosce (De Rita stesso ne è stato, in passato, il “cantore”) richiedono tempi lunghi e lavoro intenso; il secondo, storicamente alla nostra portata; i primi, compromessi, invece, dal nostro presentismo (l’espressione è anch’essa di De Rita, maestro del nuovo lessico sociologico, cfr. G. De Rita e A. Galdo: Prigionieri del presente, Einaudi, 2018) o, se volete rifarvi al meno ottimista Orsina, dal narcisismo delle nuove cittadinanze (in fondo i due concetti sono molto vicini). Vedremo, come pure vedremo se quelle sono le vie giuste per uscire dal presente, che mi pare necessiti di azioni.
Roma 12 giugno 2018.






domenica 10 giugno 2018

Anniversario triste

10 giugno 1940
(di Felice Celato)
“Combattenti di terra, di mare, dell'aria. Camicie nere della rivoluzione e delle legioni. Uomini e donne d'Italia, dell'Impero e del Regno d'Albania. Ascoltate! Un'ora, segnata dal destino, batte nel cielo della nostra patria. L'ora delle decisioni irrevocabili.
La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell'Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia e spesso insidiato l'esistenza medesima del popolo italiano….
È la lotta dei popoli fecondi e giovani contro i popoli isteriliti e volgenti al tramonto….
E salutiamo alla voce il Führer, il capo della grande Germania alleata. L'Italia, proletaria e fascista, è per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta come non mai.
La parola d'ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all'Oceano Indiano: vincere! E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all'Italia, all'Europa, al mondo.”
Così tuonava il Duce, quel fatidico giorno di 78 anni fa, di fronte al popolo plaudente, entusiasta di tanto vigore che finalmente erompeva dai petti, mai come allora così distanti dalle teste.
Quella stessa sera, il Conte Galeazzo Ciano, Ministro degli Esteri e genero del Duce, dopo aver consegnato agli Ambasciatori di Francia e di Inghilterra la formale dichiarazione di guerra, annotava scettico, su quello che divenne poi il suo famoso Diario: Io sono triste, molto triste. L’avventura comincia. Che Dio assista l’Italia.
Come andò a finire, lo sappiamo tutti e non è il caso di tornarci sopra.
Il controverso personaggio del Conte Galeazzo Ciano incarnava la faccia mondana, garbata, salottiera, certamente non violenta, vanitosa e un po' snob  del fascismo (così scrive di lui Montanelli – che ben lo conosceva anche personalmente – in una sua rubrica sul Corriere della sera del 22 settembre del 2000). Un tipo di profilo umano e storico che – per la verità – personalmente non amo troppo, ancorché diffusissimo, specialmente nelle stanze del potere romano (ovviamente, quelle della prima e seconda Repubblica, s’intende). Eppure, bisogna riconoscerlo a merito di Ciano, anche lui, qualche anno dopo, riscattava la sua pavida soggezione al suocero, pagando con la vita la propria tardiva presa di distanza dal Duce, firmando (e alcuni dicono addirittura promuovendo)il famoso ordine del giorno Grandi che, il 24 luglio del 1943, accelerò la caduta del fascismo: processato a Verona dai “giudici” della Repubblica di Salò, fu condannato per alto tradimento e fucilato non ostanti le intercessioni della moglie Edda Mussolini e la domanda di grazia che, pare, venne addirittura tenuta celata al Duce da coloro che in tanti anni, al Conte, avevano invidiato la posizione di presunto delfino del Duce. Morì dignitosamente, come scrive Montanelli; come, forse, fino al 25 luglio, non era vissuto, per il troppo amore del suo ruolo e per un certo suo spirito cortigiano, che – dove alligna – nuoce persino a chi il cortigiano lusinga.
Così va il mondo; o meglio (per dirla con Alessandro Manzoni) così andava ai tempi di Mussolini e del Conte Ciano. Per fortuna, oggi di petti arditi non ce n’è (quanto meno in orbace); di decisioni irrevocabili nemmeno (anzi, si proclama tutto e il contrario di tutto); è vero, l’Italia è sempre forte, fiera e compatta, ma dal balcone di piazza Venezia non si vedono più adunate oceaniche (semmai  solo buche diffuse, ma nessuna camicia nera); e, quanto alle folle plaudenti in tutto il Paese, oggi c’è la rete, un succedaneo meno rumoroso e - ne sono certo - più pensoso: il popolo è al riparo da abbagli clamorosi, il suo alleato non è più il perfido Führer, il capo della grande Germania; anzi, oggi, la Germania è la nostra vera nemica, oggi abbiamo con noi Trump e Orban, perbacco! E la Russia non è più quella di Stalin, oggi c’è l’amico Putin. E dunque non abbiamo ragione di temere la rievocazione di questo triste anniversario; ci basti solo sperare, col Conte, che Dio assista l’Italia.
Roma 10 giugno 2018

giovedì 7 giugno 2018

Le disavventure del C.U.R./ 2

Pedagogia del perdono
(di Felice Celato)
Dunque eccomi qui con una nuova disavventura del vostro Camminatore Urbano Rimuginante (dopo quella del 15 novembre scorso, raccontatavi a caldo col titolo gaddiano Quer pasticciaccio de piazza di Spagna).  L’altra sera, mancandomi solo 1.800 passi per raggiungere il mio target quotidiano (10.000 passi), poco prima di cena ho deciso di fare una passeggiata integrativa del moto pregresso. E così mi sono avviato lungo una strada alberata nel quartiere dove abito; e, mentre camminavo,  ovviamente rimuginavo, stavolta su un libro appena finito di leggere, di uno degli scrittori contemporanei che più amo: Eric Emmanuel Schmitt. Il libro (La vendetta del perdono) è appena uscito per i tipi delle Edizioni e/o e sviluppa, in quattro lunghi racconti, una tesi paradossale: come, cioè, il perdono possa, in certe situazioni, finire per costituire una raffinata forma di vendetta.
Mentre ragionavo sul tema, passando sotto un albero rivestito di denso fogliame, davo una solenne craniata su un ramo nascosto fra le foglie a distanza da terra non compatibile col mio quasi un metro e novanta (coi tacchi), sconciandomi orrendamente il cranio, per il quale – per prevalenti ragioni non estetiche – ho di solito molta cura. Confesso di essermi, lì per lì, abbandonato ad espressioni poco lusinghiere (e forse anche poco urbane) nei confronti dell’Amministrazione Comunale di Roma, impersonificata – come ormai è deplorevole uso nella nostra città – dalla nostra (poco amata ma graziosa) sindaca Virginia Raggi.
Dopo tale traumatico impatto con la realtà dell’ordinaria incuria cittadina, tamponandomi con un fazzoletto il sangue, ho accorciato il programmato percorso è ho fatto di nuovo vela verso casa (per almeno disinfettarmi). Con l’attenuarsi del dolore ed il placarsi del verboso sdegno, mentre camminavo mi sono tornate in mente le considerazioni che stavo facendo sul libro di Schmitt e – da (aspirante) buon cattolico – ho cercato dentro di me le ragioni per perdonare l’ottima Virginia.
E, effettivamente, le ho trovate (confesso: attingendo più alla ragione che al dettato evangelico; che però coincidono, ma sarebbe lungo discettare al riguardo). Insomma, mi sono detto, povera Virginia! Mentre stanno ancora arrivando i branchi di pecore che – nella sua squisita sensibilità ecologica – ha destinato alla tosatura dei giardini pubblici, come volete che possa ancora aver attuato l’altra parte del suo geniale programma: l’acquisizione di giraffe per la potatura dei rami più alti! Le giraffe non si trovano facilmente da noi, le avrà ordinate dall’Africa, le staranno ancora imbarcando in diverse giraffe-carriers, le apposite navi che riforniscono tutti i paesi europei dei preziosi mammiferi artiodattili per curare le piante di mezzo continente! Ci vuole un po' di pazienza, i romani possono aspettare ( e poi quelli alti quasi uno e novanta non sono molti, andiamo! E non tutti sono pelati!), e dunque: pazienza e perdono!
Nei pochi passi che mi separavano da casa, poi, mentre mettevo un piede in fallo su una delle numerosissime buche che hanno trasformato ogni camminata romana in un percorso di guerra, ho sviluppato un’altra applicazione della nuova policy mammifero-centrica: le deiezioni, le (inutile nasconderselo) inevitabili deiezioni delle giraffe, non potrebbero essere utilmente applicate alla copertura delle buche? Prima di passare l’idea alla nostra solerte Virginia, però, ho voluto mettervi a parte delle mie riflessioni, perché, magari, qualche altra idea viene anche voi (per esempio: delle nutrie, che uso se ne potrebbe fare?) e, insieme, potremmo mettere a punto il piano di salvataggio di Roma di cui anche l’ottima sindaca potrebbe avvantaggiarsi nella seconda parte della sua sovrana reggenza dell’Urbe. Se vi vengono idee, non esitate a segnalarmele, voglio farmi perdonare le espressioni usate nell’immediatezza dello sfregio del capo, fornendo un contributo di pensiero di umili cittadini.
Roma 7 maggio 2018

martedì 5 giugno 2018

Risfogliando

Ortega y Gasset
(di Felice Celato)
Il libro di Giovanni Orsina di cui abbiamo accennato negli ultimi due post mi ha suscitato la curiosità di riprocurarmi il libro di Josè Ortega y Gasset, La ribellione delle masse, che avevo letto tanti, tanti anni fa (ne sono certo, perché ce lo "prescrisse" un nostro professore: primo anno di Università, dunque cinquant'anni fa). E risfogliandolo a caso, mi è balzata agli occhi la pagina che vi trascrivo, presa dal capitolo Il maggior pericolo: lo Stato.
Prima, però, per coloro che non conoscano Ortega, giova spendere due parole sul personaggio: nato a Madrid sul finire dell’800 e morto nel 1955, il filosofo spagnolo, visse, in gioventù, sotto la dittatura di de Rivera, assistette alla salita al potere di Mussolini (1922) e, scrivendo il suo libro fra il 1927 e il 1930, fiutò nell’aria la strada che avrebbe preso la Germania (dove, fra l’altro, studiò ed insegnò). Cattolico di formazione (studiò dai Gesuiti), è stato uno dei maggiori intellettuali della prima metà del secolo scorso. Non occorre leggere [La ribellionecon troppa attenzione (scrive Orsina) per constatare come, se in effetti [Ortega] è fermamente convinto che nessuna società possa vivere senza aristocrazie, egli riconduca la crisi di cui è testimone al fallimento delle élite.
E’ stata proprio questa citazione ad indurmi a ri-sfogliare il libro, sulla scia di quanto mi pare implicato dal nostro presente; so che alcuni di voi non mi crederanno: è stata solo una fortunata coincidenza che vi abbia trovato questo brano, che mi pare ”scolpisca” con grande efficacia il senso di una parola (statolatria) che, qui, mi è capitato di usare più volte riferendomi ai nostri (non recenti) mali. Ecco che cosa scrive Ortega: Nel nostro tempo, lo Stato è giunto a essere una macchina formidabile che funziona prodigiosamente, di una meravigliosa efficienza per la quantità e la precisione dei mezzi impiegati. Piantata nel mezzo della società, basta schiacciare un bottone perché agiscano le sue enormi leve e operino fulmineamente sopra qualsiasi parte del corpo sociale. Lo Stato contemporaneo è il prodotto più visibile e clamoroso della civiltà. Ed è particolarmente interessante, e rivelatore, capire l’atteggiamento che dinanzi ad esso assume l’uomo-massa. Costui vede lo Stato, lo ammira, sa che c’è, perché gli assicura la vita; ma non ha coscienza che è una creazione umana, sostenuta da determinate virtù, da determinati presupposti che ieri vissero nel cuore degli uomini e che domani potrebbero svanire.
D’altra parte, l’uomo-massa vede nello Stato un potere anonimo, e sente anche se stesso come anonimo - volgo - e crede che lo Stato gli appartenga. Immaginiamo che nella vita pubblica di un paese qualsiasi nasca una difficoltà, un conflitto, un problema: l’uomo-massa pretenderà che immediatamente se lo assuma lo Stato, che si incarichi direttamente di risolverlo con i suoi giganteschi e invincibili mezzi.
Questo è il maggior pericolo che oggi minaccia la civiltà: la statificazione della vita, l’interventismo dello Stato, il suo assorbimento di ogni spontaneità sociale, ossia l’annullamento della spontaneità storica che in definitiva sostiene, nutre, vivifica il destino degli uomini. Quando la massa avverte l’incombere di qualche sventura, o semplicemente quando nutre qualche forte appetito, subisce la grande tentazione di questa permanente, sicura possibilità di avere tutto - senza sforzo né lotta, né dubbio, né rischio - senza far altro che premere un bottone e far funzionare la portentosa macchina. La massa dice a se stessa: “ lo Stato sono io”, e questo è un clamoroso errore. Lo Stato coincide con la massa soltanto nel senso in cui può dirsi che due uomini sono identici per il semplice fatto che nessuno dei due si chiama Giovanni. Stato contemporaneo e massa coincidono solo nel loro essere anonimi. Ma l’uomo-massa crede effettivamente di essere lo Stato, e tenderà sempre più a farlo funzionare, con qualsiasi pretesto, per schiacciare ogni minoranza creatrice che possa perturbarlo nella politica, nelle idee, nell’industria.
[Per chi fosse preso da curiosità, l’ultima riedizione italiana de La ribellione delle masse, credo sia quella edita da SE nel 2001, dalla quale ho copiato il brano, pg 143-144, nella traduzione di Salvatore Battaglia e Cesare Greppi]
Roma 5 giugno 2018

domenica 3 giugno 2018

Consenso democratico

Esame di coscienza
 (di Felice Celato)
Il consenso è l’essenza della democrazia. E – credo di poter dire – pochi governi nella storia Italiana più recente hanno goduto di un consenso così robusto come quello di cui si giova l’attuale governo. Robusto non tanto in senso numerico (che pure lo è, in Parlamento e, quel che è più importante, nel Paese); quanto, piuttosto, nel senso etimologico della parola [robusto = dal latino robustus, derivato da robur, cioè quercia; e quindi: vigoroso, duro, forte, sodo] che rimanda, appunto, alle radici primigenie del vigore (che su noi Italiani hanno spesso suscitato entusiasmi; del resto, non c’era di questo anche nel fascismo?), magari a discapito delle complicate alchimie liberali del “comprendere per deliberare”, che – da noi – hanno spesso assunto un flavour…poco virile, finendo per apparire indugio dell’azione risoluta.
Torniamo alla robustezza del consenso di cui sembra godere l’attuale governo: vigore nel consenso e consenso nel vigore. Il consenso, si sa, per sua natura, ha bisogno anzitutto di una sua larga base (il cosiddetto popolo, che poi, nel caso concreto, è duplice, il popolo del Sud e il popolo del Nord, ciascuno con le proprie istanze, in parte sovrapponibili, non foss’altro per il metodo di dragaggio del consenso su cui sono costruite; in parte “filosoficamente” contraddittorie); ed ha anche bisogno di un suo durevole supporto: i media e soprattutto la TV lo hanno “culturalmente” assicurato da tempo (vedasi l’articolo di Andrea Minuz su Il Foglio del 2/3 giugno, che ben descrive quel che è “passato” nelle televisioni Italiane nei tempi recenti; la crisi antropologica del paese affonda le sue radici anche in questo). Ma – inutile negarlo – il consenso postula anche un suo fondamento diffuso, un suo punto di appoggio: nel nostro caso, credo di poter dire, il disagio socio-economico, effettivo (basta guardare i dati sulla povertà in Italia, di cui, qui, al post Defendit numerus/17 del 21 gennaio u.s.) o percepito che sia ( Der Spiegel, l’altro giorno, metteva a malizioso raffronto la ricchezza media delle famiglie Italiane con quella delle famiglie tedesche, facendo notare come, in realtà, siamo messi meglio, noi che ci professiamo vessati dal rigore tedesco sulle regole del bilancio pubblico); è un fatto però che non ci sarebbe il diffuso rancore che pervade la società Italiana (De Rita) se non ci fosse disagio mal curato (e magari mal capito)  e anche oscura paura, del presente o del futuro; anche questa: relativamente fondata o infondata che sia. E non c’è dubbio che la questione immigrazione (a torto o a ragione connessa col confuso concetto di globalizzazione, come del resto avviene non solo da noi) abbia decisivamente concorso a coagulare questa oscura paura, naturalmente (perché il fenomeno è comunque serio) o mediaticamente (perché la percezione che se ne è creata deforma largamente il senso dei numeri e della sostanza).
E’ doveroso, allora, domandarsi chi abbia favorito il nascere di questa profonda inquietudine che ha trasformato in pochi anni, tanto per fare un esempio eloquente, la quarta regione rossa d’Italia (le mie Marche) in una roccaforte della Lega e del Movimento 5 Stelle. Non può non balzare agli occhi la responsabilità di coloro che, magari proclamandosi popolo, hanno finto di essere élites senza esserlo, né dal punto di vista intellettuale né da quello fattuale; che, fingendosi europeisti, hanno minato con parole, opere ed omissioni il nostro senso dell’Europa; che fingendosi guide non hanno saputo esercitare nessuna solida leadership: per intenderci, i  Renzi e i Berlusconi degli ultimi anni. Se ci troviamo a vivere, come notava Panebianco sul Corriere della sera di ieri, una variante italica delle “forti” esperienze politiche del Sud America, la responsabilità politica del presente non può che ricondursi al loro futile dominio delle polarità italiane negli anni scorsi; ma anche al mancato, tempestivo e deciso smarcamento delle cosiddette élites dalle pretese di ricomprenderle in quelle polarità.
Da questo esame di coscienza, certamente da approfondire e da affinare (e non ne mancherà il tempo, visto che il presente ha tutta l’aria di non essere transitorio, perché l’esercizio del potere può anche diluire le differenze “filosofiche”), da questo esame di coscienza, dicevo, dipende largamente, secondo me, la possibilità di un riequilibrio dei sensi e delle ragioni e – quel che è essenziale nel presente dell’Europa – di un recupero di una vocazione Europea che – perbacco! – non può essersi dissolta nel rancore per la nostra stessa incapacità di gestire la nostra appartenenza e nei nostri complessi cisalpini.
Scrive Orsina - nel libro qui segnalato con l’ultimo post – che occorre un certo ottimismo antropologico per coltivare la speranza che quanti abitano le democrazie conservino un patrimonio sufficientemente consistente di realismo, ragionevolezza, pazienza e moralità. Non mi viene naturale appoggiarmi su tale ottimismo antropologico, che vale – beninteso – anche per le forze che si apprestano a governare il paese, auspicabilmente deponendo per un po' i loro slogan di bandiera. Ma è necessario. E forse non impossibile. 
Roma, 3 giugno 2018








venerdì 1 giugno 2018

Letture con antidoto

2 giugno 2018
(di Felice Celato)
Nel giorno che precede il 72° compleanno della nostra Repubblica (che, non ostante l’età, continua a partorire figlie delle quali non potrà che essere… orgogliosa) e, appunto, nel 1° giorno di vita della sua terzogenita (la Terza Repubblica, perbacco!), parliamo di due libri, di natura e segno  completamente diversi fra loro ma entrambi “utili” – in diverso modo – in questi tempi turbati.
Cominciamo con La democrazia del narcisismo di Giovanni Orsina (Marsilio, 2018), una breve storia dell’antipolitica, come recita il sottotitolo: si tratta, secondo me, di un libro intelligente nel senso letterale della parola, che si sforza cioè di capire la degenerazione della nostra politica, anzi della nostra antropologia  politica, dai primi anni del ‘900 fino ai dì nostri. E lo fa, attraversando la storia politica di questi cent’anni nella “compagnia” di tre “monumenti” della cultura (quasi) contemporanea: La democrazia in America, di Alexis de Tocqueville (scritto fra il 1835 e il 1840), La ribellione delle masse di Josè Ortega y Gasset (scritto nel 1929) e, infine, Massa e potere di Elias Canetti (pubblicato nel 1960 ma scritto durante i quarant’anni precedenti) [NB: preciso per onestà culturale: non ho mai letto direttamente Tocqueville, ho letto con interesse Ortega e, invece, ho letto e molto amato il libro di Canetti, qui più volte citato]. Il “viaggio” di Orsina (lui stesso lo sintetizza nell’Epilogo) muove dalla “promessa” democratica del pieno controllo di ciascuno sulla propria esistenza, ne individua l’insita contraddizione (per far sì che gli individui controllino la loro esistenza…è necessario che la comunità alla quale essi appartengono governi la propria…di modo che chi ne fa parte rinunci ad una quota della propria autonomia) e la postulate condizioni (che parole quali “rinuncia” e “servizio” abbiano un senso; che vi sia una visione condivisa del futuroe che identità, ragione ed interessi non si chiudano esclusivamente dentro lo spazio isolato di ciascuna monade individuale). Ed arriva, infine, attraverso varie vicende che Orsina rivisita con grande acume, all’avvento del narcisista, al cittadino centrato su sé stesso, incapace di percepire la propria persona e la realtà come due entità separate e autonome l’una dall’altra, di distinguere il dentro dal fuori, l’oggettivo dal soggettivo, interessato solo a soddisfare le proprie urgenze psicologiche immediate, impotente e pauroso, ricco di tutti i talenti meno il talento di usarli. Il narcisista in conclusione – scrive Orsina– è un disgraziato: rifugiatosi dentro un “sé minimo”, il suo vero modesto scopo è la pura e semplice sopravvivenza, in un mondo che trova oramai del tutto privo di senso. Egli vive in un eterno presente: ha perduto il legame con le generazioni precedenti e, di conseguenza, non può che disinteressarsi di quelle successive.
Da qui alla decomposizione della politica, risoltasi in tutela delle aspettative del narcisista, il passo è breve; come è breve – ma vale la pena di leggere Orsina, anche su questi passaggi – quello che conduce al dilagare dell’antipolitica e alla conseguente dinamica delle masse di Canettiana memoria che tanti segni (non commendevoli)  ha lasciato nel nostro paese.
Un libro dunque (come dicevo) intelligente, colto e ben scritto; certo non consolante, come in fondo anche l’autore finisce per ammettere quando avanza quattro timidi possibili sbocchi. Ma, del resto, consolazioni dall’antropologia politica, di questi tempi, non ne aspettiamo.
E dunque, per affidare a pietose mani il nostro sconforto, eccoci alla seconda lettura, in qualche modo antidotica, questa, da gustarsi con lentezza perché il libro non sviluppa una tesi da cogliersi nella sua interezza, ma lancia bagliori di luce a vasto raggio, da leggere anche (ma non solo) con l’occhio della fede. Si tratta di una lunghissima intervista a Joseph Ratzinger raccolta da Peter Sewald nel 2000, quando il card. Ratzinger era ancora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e questa ancora non si occupava di high frequency trading, di securitizations, di compliance, di tassazione delle transazioni finanziare e di consimili banalità, ma di Dio, di Gesù Cristo e della Verità. Dio e il mondo (questo è il titolo del libro, pubblicato nel 2001 dalle edizioni san Paolo) è una testimonianza di una vita dedicata allo studio, alla riflessione e allo sviluppo della fede; non è un libro di teologia e può essere letto anche solo guidati dalla curiosità per questo grande cristiano che ha guidato la Chiesa, per un breve tratto della sua bi-millenaria storia,  con amore, cultura profonda e raffinata, mitezza, umiltà  e salda certezza che il Signore non abbandonerà la Sua Chiesa, anche se a volte – come ebbe a dire più tardi, da papa emerito – la barca di Pietro si è riempita fino quasi a capovolgersi.
Roma 1° giugno 2018

PS: Toh! non abbiamo parlato di quanto ci ha occupato, in Italia, negli ultimi cento giorni. In fondo però il libro di Orsina può aiutarci a capire il senso di quello che accade; e quello di Sewald a beneficamente distrarcene.