lunedì 9 luglio 2018

Una voce civile

….in un aspro contesto
(di Felice Celato)
Non ho difficoltà ad ammettere che il tema dei migranti non solo mi tocca profondamente dal punto di vista civile; ma anche mi commuove e mi agita. Perché mi commuove, è facile a dirsi: homo sum, humani nihil  a me alienum puto, diceva Terenzio. Perché mi agita, invece, è più spiacevole dirlo: perché lo vedo diventato un tema non solo moralmente usurante ma anche viralmente divisivo. Lo si può toccare con mano, ogni volta che se ne esplora la consistenza nelle opinioni di tanti coi quali, pure, in tante cose ci si trova d’accordo; con i quali, pure, si condividono metri di giudizio e giudizi su tante cose.
Alla radice di questa aporia c’è, almeno da noi (ma non solo) - questo l’abbiamo detto tante volte – anche una grave deformazione delle proporzioni del problema. Ma, forse, c’è anche qualcosa altro di più profondo; e su questo riflette da par suo Zygmunt Bauman, un maestro della sociologia moderna scomparso qualche mese fa, nel suo saggio Stranieri alle porte, del 2016, recentemente edito (anche in ebook) da Laterza.
I libri di Bauman non sono sempre di facile lettura; ma questo, pur nell’obbiettiva complessità dei molti riferimenti filosofici, mi è sembrato esemplarmente chiaro e, come al solito, estremamente acuto e profondo. Provo a sintetizzarne almeno il senso, usando la discutibile tecnica delle ampie citazioni di brani che mi sono sembrati la “chiave” del discorso del “nostro” (col rischio di “sconfinare” dalle canoniche 750 parole).
Dunque Bauman muove da una ricapitolazione del problema nelle sue prospettive epocali [per quanto ci affanneremo ad allontanare la sdraio dalla riva e ad inveire contro le onde, la marea non ci ascolterà, le acque non si ritireranno, scrive citando Robert Winder, storico dell’immigrazione in Gran Bretagna]; approda poi ai lidi della “securitizzazione” come ambiguo e pericoloso vessillo di diffuse narrazioni politiche [La “securitizzazione” è un ottimo stratagemma per dirottare l’ansia dai problemi che i governi non sanno (e non vogliono davvero) risolvere ad altri problemi, cui gli stessi governi possono quotidianamente, su migliaia di schermi, mostrarsi intenti a lavorare alacremente e (talvolta) con successo] e ne coglie le “ricadute” politiche, sia in ottica storica [le società in crisi che ripongono le speranze in un salvatore, in un uomo (o donna) della provvidenza, cercano qualcuno che propugni un nazionalismo massiccio, militante, bellicoso, promettendo di lasciar fuori il pianeta globalizzato, richiudendo le porte che da tempo hanno perso (o hanno visto infrangere) i loro cardini e sono ormai inservibili], sia in ottica “profetica” [non siamo ancora riusciti a innalzare la nostra consapevolezza, le nostre intenzioni e le nostre azioni alla dimensione globale già raggiunta (in modo quasi certamente irreversibile) dalla nostra interdipendenza di specie: a una situazione cioè in cui la scelta tra sopravvivenza ed estinzione dipende dalla nostra capacità di convivere fianco a fianco, in pace, solidarietà e collaborazione reciproca, con stranieri che possono avere (o non avere) opinioni e preferenze simili alle nostre]. Ed infine ne traccia le connotazioni morali [Ciò che ….è in linea di principio evitabile – e dunque, da un punto di vista etico, va respinto ed evitato con ogni mezzo – è la tendenza di tutte le società umane a…. circoscrivere il perimetro degli esseri umani verso cui si applicano le responsabilità morali, escludendo dalla sfera delle obbligazioni morali determinate categorie di (altri) esseri umani…..Per parlare chiaro e tondo: la tendenza a fermare e disconoscere la responsabilità morale per gli altri una volta raggiunto il confine tra “noi” e “loro” è totalmente e incondizionatamente estranea e contraria all’”essere morali”].
Da sociologo, infine, Bauman delinea una modernissima ipotesi interpretativa del quadro antropologico che sorregge questa deriva: ci siamo resi avvezzi a convivere con una duplice personalità: quella offline (dovespontaneamente o per costrizioni culturali, le mie pulsioni e le mie responsabilità sono sotto controllo) e quella on-line (dove sono io a stabilire l’agenda, a premiare chi obbedisce e punire i ribelli e a brandire l’arma temibile dell’ostracismo e dell’esclusione); e allora eccone la conseguenza, che facilita il virale contagio del disprezzo per l’altro e l’illusione del recinto: il mondo offline è irrimediabilmente eterogeneo, eteronomo e polivocale, richiede scelte continue; e non esiste praticamente scelta che non sia ambigua, che non rischi di essere “essenzialmente contestata”, che non comporti quasi certamente vaste conseguenze che eludono anche le più analitiche e meditate previsioni. A confronto l’alternativa online appare incantevolmente e piacevolmente semplice e priva di rischi, poiché consente di ridurre la complessità e di sfuggire alle controversie. Quanto più impenetrabile la complessità e irrisolvibili le controversie, tanto più allettante appare l’alternativa.
E la gestione morale e civile del problema migratorio è indubbiamente una questione complessa.
Roma 9 luglio 2018














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