lunedì 15 dicembre 2014

Proviamo a fare una proposta

Per non restare solo deprecatori
(di Felice Celato)
Il potere può rendere dei buoni a nulla capaci di tutto, purtroppo l’abbiamo constatato tante volte e non solo in politica; e i meccanismi selettivi della nostra politica non riescono ad escludere dei buoni a nulla dal potere e quindi rischiano di innescare, anche quando sono privi di male intenzioni, l’attività distruttiva di chi è capace di tutto.
Queste sconsolanti affermazioni che sembrano suggerite dalle cronache più o meno colorate di questi giorni grigi, per essere  - come  sono - fattualmente dannose, hanno bisogno di un importante corollario: occorre che il potere, reso accessibile anche a  figuri senza scrupoli, occupandosi di tutto riesca a diventare, come ha scritto qualcuno, la risorsa indispensabile per fare qualsiasi cosa.
Ora, poiché non riusciamo a tenere lontani dal potere dei buoni a nulla, dobbiamo agire sul possibile detonatore del danno: dobbiamo fare in modo che il potere non si occupi di tutto. In altri termini dobbiamo destatalizzare quanto più è possibile la nostra società.
Ma, mentre questo concetto è facile da intendersi (non dico necessariamente da condividersi, ma solo da intendersi) quando ci si riferisce alle attività economiche, viene assai più difficile applicarlo ad attività per loro natura – almeno apparentemente – non economiche, quali ad esempio le attività assistenziali. Qui non si tratta, secondo me, di cadere nella abusata demonizzazione del denaro (che sa un po’ di utopico: senza denaro come posso aiutare/assistere chi non ha mezzi economici per sostentarsi?); si tratta invece di allontanare per quanto possibile il “maneggio” del denaro dallo Stato (e dai suoi “delegati” locali). Anche qui, come del resto nelle attività economiche, occorre riportare lo Stato alla sua attività di regolatore (con incentivi e disincentivi) allontanandolo da quella di erogatore diretto (NB: diretto, perché anche attraverso incentivi alla fine lo Stato eroga, sia pure indirettamente; però non “maneggia” denaro ma norme!). Provo a fare un esempio, che – come tale – avrà tutti i difetti degli esempi (tipicamente quello di semplificare, magari troppo; quello di esaltare i pro di una soluzione diminuendo la rilevanza dei contra; etc) ma che spero possa essere utile per riflettere: immaginiamo che lo Stato emani una norma in base alla quale gli imprenditori debitori di imposta possono pagare una parte predefinita (chessò, il 5%?) delle loro imposte attraverso una donazione, integralmente deducibile appunto dalle tasse dovute, ad un’organizzazione no-profit a condizione che questa abbia i bilanci certificati, che non ci siano rapporti cosiddetti fra parti correlate e che rientri in un apposito registro delle organizzazioni no-profit riconosciute degne di questo tipo di assistenza. E che inoltre, per incentivare l’uso di questo doppio canale di pagamento del debito tributario, il debitore d’imposta che vi ricorre abbia diritto a “fregiarsi” del titolo di “impresa aperta alla solidarietà” al quale connettere alcuni vantaggi da definire (per esempio: priorità, a parità di condizioni economiche, nelle gare di appalto pubbliche; oppure: diritto ad una decontribuzione previdenziale dello 0,5%; oppure: qualsiasi altra idea possa venire in mente a chi ha più fantasia di me e che abbia un limitatissimo impatto sulle finanze dello stato, delle quali conosciamo le condizioni). Potrebbe funzionare?
E’ del tutto chiaro che il passaggio da uno stato erogatore di welfare a stato incentivatore di welfare richiede tempi lunghi e visioni non anguste. Ma se si preferisce solo deprecare (anche giustamente, come è fin troppo ovvio) si può continuare semplicemente a leggere con disgusto le cronache di tutti i giorni e magari ad invocare nuovi inasprimenti di pena per vecchi reati o a immaginarne dei nuovi; salvo poi constatare che ulteriori inasprimenti sono necessari.
Roma, 15 dicembre 2014

NB: per alcune delle idee sopra utilizzate, sono debitore di spunti al documento Democrazia Partecipativa, dell’omonima organizzazione e al libro di Jeremy Rifkin La società a costo marginale 0)

1 commento:

  1. Gentile Signor Celato,
    abbiamo letto con grande interesse il suo ultimo post e abbiamo provato a ragionare sulle difficili sollecitazioni che ci propone.
    Sicuramente – dal basso della nostra esperienza di operatori sul campo in una piccola realtà no profit- non esiste una strada migliore di quella da lei indicata: lo Stato diventi regolatore e non più erogatore diretto (abbiamo visto spesso con quali esiti) di servizi.
    A nostro parere, il vero punto critico della sua proposta, così come quella di Democrazia Partecipativa (critico perché vorremmo che fosse risolto, non per archiviare tutto e dormirci su!) è:
    Come verificare che le organizzazioni no profit iscritte nel registro delle virtuose - ammesso che lo siano per merito effettivo – coprano realmente tutte le aree del bisogno?
    E che gli specialisti dell’emergenza… di strada non facciano il pieno, tutto a discapito magari degli anziani afflitti da qualche dolorosissima malattia degenerativa, ma – ahimè – poco fotogenica?
    Il meccanismo fiscale del credito di imposta sembra quello che nel modo più efficace può riflettere il giudizio e la richiesta del cittadino: ma siamo sicuri che le donazioni non finiscano per impinguare piuttosto le casse di chi riesce a esporre la foto più struggente o ad accaparrarsi lo spazio televisivo nella fascia oraria più ambita?
    E se i contribuenti più doviziosi decidessero malauguratamente di sostenere - per le più varie ragioni – un numero esiguo di cause, mentre le più diffuse fossero scelte da un’ampia fascia di contribuenti, ma con scarse disponibilità di reddito?
    E ancora, chi potrebbe garantire che i soldi destinati pur in modo equo e coscienzioso a sostenere uno scopo siano poi realmente impiegati in modo efficiente? Abbiamo visto ad esempio i risultati prodotti dal meccanismo pro capite/pro die nella gestione della accoglienza a Roma. Un vero e proprio veicolo per il malaffare.
    Chi può farsi dunque carico di monitorare l’insieme ed eventualmente “aggiustare il tiro”?
    Non finiremmo mica, anche in questo caso, per creare l’ennesima, inutile, Authority?
    Anche perché, sempre dal basso del nostro punto di osservazione, abbiamo riscontrato che se la deterrenza affinché non sia commesso un illecito è il semplice controllo e la minaccia di una sanzione, si ottiene pochino (e si finisce sempre a carte quarantotto).
    Democrazia partecipativa parlava di una “infrastruttura sociale sul territorio” che, per essere realmente credibile e sul territorio, immaginava – tra le varie proposte - sovrapponibile al corpo dell’Arma dei Carabinieri.
    Seduti al tavolino e senza dubbio un bel po’ miopi, ci è difficile pensare alla realizzazione di un simile soggetto che non ricada nella logica dello Stato onnipresente.
    Il rischio però è che questa difficoltà ad atterrare sula piano della concretezza finisca per trasformarsi nella porta laterale dalla quale rientrano in scena i vari nibbi e masnadieri assortiti.
    La nostra non vuole essere sfiducia nella capacità di scelta dell’individuo o una esaltazione nostalgica dello Stato paternalista che decide (spesso male) per tuo conto.
    Crediamo con convinzione – come si dice nel manifesto di Democrazia Partecipativa - nella “superiorità etico-pratica dell’azione individuale sull’azione statale, anche nel variegato campo del sociale”.
    Ma il buon funzionamento della cinghia di trasmissione tra idee e vita di ogni giorno, il farsi carico della definizione del dettaglio concreto nel quadro di insieme, ci sembra proprio l’unico modo per non macinare nessuno e cercare di arginare quei famosi buoni a nulla capaci si tutto di cui parla nel suo bel post.
    Silvia e Gianni

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