mercoledì 29 settembre 2021

I muti e i dinosauri

Il paradosso di Franceschino

(di Felice Celato)

L’altro giorno il mio nipotino di sette anni (Franceschino, appunto, grande appassionato di dinosauri), con l’aria furba di chi sa di dire qualcosa di paradossale, ci ha fatto questo “ragionamento”: i muti sono pericolosi! Al nostro stupore per tale apodittica affermazione, ha sciorinato la sua argomentazione: Sì, perché non potendo parlare, se devono dire qualcosa la scrivono; e per scriverla consumano fogli di carta; ma la carta si fa col legno, e così si distruggono gli alberi; e se gli alberi scompaiono, gli erbivori rimangono privi di foglie e muoiono di fame; ma se muoiono gli erbivori, anche i carnivori rimangono senza cibo! E’ così che sono scomparsi i dinosauri!

Beh! L’ilarità mia e di mia moglie è stata inevitabile (e anche Franceschino ne ha riso con noi, senza nascondere però la sua soddisfazione per il “rigoroso” filo del suo “ragionamento”).

Ripensandoci sopra, ho cercato di trarre dal suo “ragionamento” qualche riflessione. La prima è di natura pedagogica: anzitutto è chiaro che i nostri bambini sono bombardati, a scuola, di elementari concetti ecologistici; il che non è certo un male, a condizione che, nel tempo, tali concetti vengano doverosamente affinati; e - visto l’ambiente di questi tempi – la missione di nonni e genitori che si vogliano concettualmente attenti al significato di ciò che si dice, si fa carica di responsabilità. La seconda riflessione, invece, ha preso – per me, inevitabilmente – il filone sociologico; e contrasta, naturalmente e in modo radicale, il punto di partenza di Franceschino: ad essere pericolosi non sono i muti (spesso naturalmente più saggi dei parlanti); e non certo perché devono scrivere per dire la loro: la scrittura, infatti, aggiunge – o dovrebbe aggiungere, con buona pace dei twitt dilaganti –  tempo al fluire delle parole; e questa sarebbe una cosa di per sé altamente benefica (assumendo che ogni cinguettatore debba essere comunque titolare di una testa, ancorché appisolata sopra alla tastiera). Ad essere pericolosi sono invece i ciarlieri (cioè i parlanti che non hanno nulla da dire; l’abbondanza è, alle volte, l’unica risorsa di chi non ha niente da dire, diceva Rostand): nella vita quotidiana (perché innervosiscono); e in quella pubblica perché forniscono linfa vitale a quella cachistocrazia parlamentare che toglie respiro alla democrazia parlamentare, di costituzionale memoria. I rappresentanti del popolo – secondo una fortunata vulgata corrente – dovrebbero parlare (e perciò se ne sforzano) la lingua del popolo, praticandone – ahinoi! – spesso la misura e i sensi; col risultato che la “mediazione” politica diventa un inutile orpello e che la rincorsa a chi la dice più “popolare” diventa la cifra della vita politica.

Talora mi “diverto” ascoltando su Radio Radicale le dirette dalle aule parlamentari e spesso mi sorprendo della banalità, della convenzionalità, della vacuità delle opinioni che sento affermare con tanto vigore retorico (la parte autenticamente comica arriva quando vengono sciorinati numeri, con milioni e miliardi spesso confusi, o con percentuali delle quali talora è evidente la sconoscenza di numeratori e denominatori).

Per seguire, però, il filo del “ragionamento” di Franceschino (il "destino" dei dinosauri), devo immaginare che i suoi amati animali mesozoici – nell’edizione contemporanea – traggano molto vantaggio proprio dai ciarlieri (e non abbiano proprio nulla da temere dai muti). Non ci credete? Leggete attentamente le cronache “politiche” di questi giorni; e vi convincerete di quanti dinosauri circolino ancora in questo ciarliero paese. Se, invece, veramente avesse ragione Franceschino e i muti fossero veramente nocivi per i dinosauri, non ci sarebbe che da erigere loro un monumento!

Roma 29 settembre 2021 (compleanno di Franceschino)

domenica 19 settembre 2021

La "farmacia nazionale"

I leaders-pomata

(di Felice Celato)

E’ curioso come nel lessico familiare certe parole finiscano per assumere significati del tutto particolari, piegate ad un uso spesso ironico, qualche volta affettuoso, talora sarcastico ma sempre strettamente convenzionale; cioè destinato a “funzionare” come significante solo in ambiti molto ristretti, magari solo quello familiare.

E’ il caso di un’innocua paroletta di uso cosmetico o farmaceutico (pomata, appunto) che nel nostro lessico familiare (quello mio e della mia famiglia) ha finito per assumere il senso unguentoso di qualcosa o qualcuno banale (semisolido e per uso esterno, direbbe il Dizionario Treccani), dolciastro e accattivante ma appiccicoso e sostanzialmente assai poco efficace e semmai solo lenitivo e superficiale.

Se scavo nella memoria, la nascita di questo uso del tutto familiare risale alla mia esperienza di giovane capo-famiglia che, diligentemente, accompagnava i figli alla messa domenicale in un convento dove ricevevano la loro catechesi ecclesiale a cura di ottimi frati, anche svegli e simpatici; però, nelle feste più importanti, compariva sempre un Padre Superiore (bisogna dirlo: molto ben pettinato, anche per vistose insofferenze verso una non più incipiente calvizie!) che “erogava” omelie banali e dolciastre con un tono un po' appiccicoso che ci lasciava sempre addosso il senso di untuoso che emanava dalla sua …scarsa ma ben curata chioma. Ricordo così che una volta, nel recarci a messa in una qualche solennità, ebbi a chiedere a mia figlia se fosse prevista la predica di Padre…; lì per lì, non ricordandomene il nome, dissi di Padre Pomata. Tutti ne ridemmo; ma al povero Padre questo nomignolo rimase così appiccicato che finimmo per usarlo anche quando ne ricordavamo perfettamente il nome. Anzi, finimmo per estendere l’uso dell’affisso “pomata” ai tanti personaggi – non più e non solo di ambiente chiesastico – che, per vari motivi, ci sembravano meritare il nomignolo, talora anche vagamente vezzeggiativo.

Questa – forse buffa – accezione familiare della parola pomata non manca di suggerirmi irrispettose applicazioni anche quando osservo l’oratoria mediatica di alcuni nostri leaders politici, ossessionati dalla preoccupazione di erogare lenimenti ed unguenti al loro popolo e in generale al pubblico televisivo, che, stando agli stilemi della nostra cosiddetta comunicazione (specie se di Stato), sembrerebbe necessitarne. Per carità, talvolta l’unguento è magari destinato a suscitare effetti revulsivi (cioè a provocare afflussi sanguigni ai tessuti superficiali, anche suscitando irritazione locale); ma pur sempre di pomate si tratta, untuose e spesso maleodoranti, che spesso – come gran parte delle pomate appena applicate – se ne vanno con un accurato lavaggio, si tratti di mani, di volto o di altra parte del corpo (magari della testa!). 

Bene. Poiché ognuno di noi ha le sue idiosincrasie (anche politiche), non tenterò nemmeno (anche se avrei molte idee al riguardo!) di applicare nominativamente l’appellativo di leader-pomata a nessuno dei correnti (solo per dire attuali) leaders politici di questo paese che pure di cure urgenti e profonde ha bisogno, certamente non sostituibili con l' applicazione di semplici pomate, né lenitive né revulsive. Mi pare però che i leaders-pomata non manchino (direi anzi che abbondino); che i tubetti dei loro medicamenti ingombrino il bancone della nostra “farmacia nazionale”, spesso inscatolati senza risparmio di colori sgargianti e accompagnati da bugiardini (mai una parola mi è sembrata più adatta!)  che promettono mirabilia senza contro-indicazioni e che tacciono sugli effetti collaterali, magari suscitando – quando ce ne porge una scatola – lo sguardo ironico del farmacista che conosce malattie e cure (vere) per averle a lungo studiate. 

Forse non sarebbe male se ciascuno di noi (specie quando esercita la sua coscienza di cittadino), prima di affidarsi alle pomate (e ai loro "spacciatori"politici), sentisse un medico competente e soprattutto non pietoso, perché, come dicevano i nostri nonni, il medico pietoso fa la piaga verminosa (e noi di piaghe aperte ne abbiamo molte).

Roma, 19 settembre 2021 (Festa di San Gennaro)

 

 

sabato 11 settembre 2021

Ricordi

 11 settembre

(di Felice Celato)

In fondo, per nostra somma fortuna, noi nati nell’ultimo tratto della prima metà del secolo scorso, non abbiamo ricordo alcuno (né potremmo averlo) delle tragedie immani dell’ultima guerra; solo qualche racconto dei nostri genitori, che ascoltavamo con interesse e comprensione ma forse senza cogliere appieno il dramma del loro personale coinvolgimento (del resto i miei genitori avevano un certo pudore dei loro sentimenti e spesso si ritraevano sulla soglia di questi). 

Ma, come sempre, i ricordi di fatti non vissuti direttamente godono del beneficio del tempo passato senza ferite ancora aperte. Poi, per chi ha una visione religiosa della vita, soccorre il conforto della “memoria credente” (ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, Deut. 8,2), alla quale dovremmo più spesso rivolgerci quando consideriamo la nostra vita.

Eppure, quando – come accade ad una certa età – si va indietro col pensiero, non mancano i ricordi di come abbiamo vissuto l’attraversamento del nostro tempo, forse non affollato di tragedie immani (in fondo, è bene ricordarlo a tutti, il nostro mezzo secolo sta conoscendo una lunga fase di relativa pace, sconosciuta ai secoli scorsi, come si può facilmente costatare solo consultando le statistiche di OurWorldInData, al capitolo War and Peace), ma pur sempre segnata dalle follie della violenza di Caino.

Lungo questa linea, ricordo con diversa intensità (ma anche con diverso coinvolgimento) due diversi episodi che hanno segnato l’ultimo cinquantennio della mia vita con emozioni e patemi difficili da dimenticare (saranno gli omologhi dei ricordi di guerra dei nostri genitori?): il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro e la tragedia delle Twin Towers (di cui, appunto, oggi ricorre il ventennale e di cui oggi faccio – anch’io – personale memoria).

Ricordo di averlo vissuto, l’evento delle Twin Towers, quasi in diretta, insieme a persone che, come me e in ragione della loro attività, avevano modo di sentire quei drammatici eventi come direttamente incidenti sulla loro vita pur se lontani nello spazio. Stavo ricevendo, in quel pomeriggio dell’11 settembre 2001, gli esponenti di una grande banca d'affari americana per discutere delle prospettive del settore di cui allora mi occupavo (il trasporto aereo), quando la mia straordinaria assistente entrò nella sala delle riunioni, col volto molto turbato; e – senza profferire parola – accese il televisore. Al mio sguardo stupito, Laura rispose: DEVE vedere, anzi DOVETE vedere.

Subito cominciarono a scorrere le terribili immagini che ormai tutti conosciamo, e sulla faccia di ciascuno di noi lo sgomento si fece drammatico pallore, incredulo e commosso. Il nostro mondo stava improvvisamente conoscendo una svolta di proporzioni gigantesche, una cesura storica ed economica di cui di lì a poco avremmo conosciuto gli effetti; immediati (per la banca americana si trattava di un attentato ai suoi propri gangli vitali) e di lungo periodo (per il trasporto aereo fu l’inizio della crisi più lunga e profonda della sua non lunghissima storia; l’aereo civile da strumento di progresso veniva trasformato improvvisamente in strumento di morte, i passeggeri usati come micidiali componenti di proiettili impazziti dall’uomo).

Oggi, i giornali ed i media in generale ricordano l’evento, oltre che ovviamente per il suo tragico death toll, per il suo significato geo-politico, significato non certo minore; ma, rievocarlo per l’incidenza diretta che ebbe sulla mia vita professionale, mi è venuto spontaneo; e dunque lo faccio con i miei tenaci lettori, certo della loro comprensione per questa “personalizzazione”, da persona – diranno i più giovani di essi – a dir poco anziana.

Roma 11 settembre 2021

 

 

 

giovedì 2 settembre 2021

Segnalazioni

Due letture parallele

(di Felice Celato)

Intense letture hanno accompagnato questi ultimi giorni fra fine agosto ed inizio settembre; a parte la gestione di qualche baruffa polemica fra amici [che costituiscono il sale benedetto di questa mia prima (?) – direi: pensosa (?) – vecchiaia] sono stato assai preso da due volumi sullo stesso argomento e diversi fra loro ma entrambi certamente non tranquillizzanti. 

[Visto che si tratta di due segnalazioni, mi prenderò qualche libertà sul limite delle 750 parole che ho (quasi) sempre rispettato]. 

Il primo: di Anne Applebaum, Il tramonto della democrazia – Il fallimento della politica ed il fascino dell’autoritarismo (Mondadori 2021).  Si tratta di un saggio intenso ed informato, scritto da una giornalista e  saggista statunitense naturalizzata polacca che svolge un’ampia ed assai interessante rassegna dei sintomi della crisi profonda delle democrazie, muovendo da quelle dell’Europa orientale (Polonia ed Ungheria), per giungere infine a quella statunitense, passando per il Regno Unito della Brexit, per la Spagna di Vox, etc. La tesi di fondo  mette in evidenza come alle Grandi Bugie del XX secolo (le grandi costruzioni ideologiche del comunismo e del fascismo) siano succedute – nel pavimentare la strada agli autoritarismi – le Bugie di Media Grandezza (la realtà alternativa sviluppata organicamente…spesso costruita con cura, con l’aiuto delle moderne tecniche di marketing, della segmentazione del pubblico e di campagne sui social media); e ciò, per fare della rabbia un’abitudine e della divisività la normalità, per modo che la polarizzazione venga trasferita dal mondo on-line alla realtà…Il mezzo, il veicolo potente di tale canalizzazione verso la pubblica opinione delle Bugie di Media Grandezza, è ovviamente l’on-line… dove nessuno è costretto ad assumersi la responsabilità di ciò che dice… dove l'ironia, la parodia e meme cinici vengono posti a disposizione della cosiddetta pubblica opinione, per “informarsi” e, allo stesso tempo, divertirsi. Il disarmonico stridore che caratterizza la politica moderna; gli accessi d'ira a cui si assiste sulle televisioni via cavo e al telegiornale della sera; il ritmo veloce dei social media; i titoli dei giornali che, a scorrerli, cozzano l'uno contro l'altro; l'esasperante lentezza, al contrario, di burocrazia e tribunali: tutto ciò ha snervato quella parte della popolazione che predilige (o si è convinta di prediligere) l'unità e l'omogeneità. La democrazia è sempre stata chiassosa e turbolenta, ma quando le sue regole vengono seguite finisce per creare consenso. Il dibattito moderno no. Esso, invece, suscita in alcuni il desiderio di tacitare a forza gli altri.

Il secondo, invece, è un corposo saggio, più strutturato dal punto di vista concettuale ma non meno preoccupante (ancorché prevalentemente “ambientato” nella democrazia statunitense): si tratta del volume di Tom Nichols (autore già segnalato su queste pagine in Letture, del 14 12 2018, per l’ottimo saggio su La conoscenza e i suoi nemici, Luiss press, 2018) intitolato Our own worst enemy – The assault from within on modern democracy (Oxford University Press, 2021, disponibile in e-book, per ora in lingua originale). In esso l’autore, un brillante saggista ed accademico statunitense, svolge un’analisi disarmante e appassionata…. sui “tumori” che, dall’interno, corrodono l’organismo democratico (nel senso della liberal democracy), un organismo (a durable edifice of institutions) che esige l’esercizio di squisite virtù civiche (tolleranza, fiducia  nei diritti individuali, senso del responsabilità, spirito di sacrificio di ogni personale egoismo, cooperazione, etc); virtù civiche che a loro volta rimandano ad un complesso di virtù personali senza le quali nessuna forma di governo può assicurare libertà e benessere per tutti: in the modern democracies …. that edifice is now being washed away by the citizens themselves, as civic virtue drowns in narcissism, anger… resentment… choleric nostalgia.

Sono questi (narcisismo pandemico, rabbia, risentimento e confusa nostalgia di un passato immaginato come migliore del presente) i “nemici interni” della democrazia: when an entire population slides after years of peace and plenty into narcissism and resentment and entertains itself with comforting lies about the past in order to avoid the responsibilities of the present, the political environment sinks into a corrosive slurry that eats away at the foundations of democracy.

Fin qui le sconfortate analisi di contesto dei due autori, largamente sovrapponibili ancorché basate su campi di osservazione parzialmente diversi, argomentate diversamente  e “accentate” diversamente (la Applebaum sottolinea forse di più la maliziosa manipolabilità e Nichols la naturale endemicità dei fenomeni osservati). In entrambe, tuttavia, (come sopra visto per la Applebaum) i media (nella loro odierna indomabile ed indiscreta iper-connettività senza mediazione critica) svolgono un ruolo decisivo: Our ability to communicate instantly, anonymously, and without reflection has immortalized moments of stupidity …..that in an earlier time would have rightly gone unnoticed, scrive Nichols; …the sheer size of our interaction with the virtual world, and the speed with which that world has enveloped all of us, has created a vast and yet lonely space, where we are both too connected and too isolated at the same time.

Sui rimedi anche, i due autori diversamente convergono: la resistenza liberale, sinteticamente invocata da Applebaum, diventa, in Nichols, una più articolata proposta che si può anche condividere solo in parte ma che, in fondo, si richiama ai valori fondamentali di una democrazia liberale, senza nascondersi la difficoltà del percorso di riscoperta ma sottolineandone la decisiva inevitabilità.

Concludendo: due letture interessanti, urticanti e certo non confortanti, anche per noi, specie se si applicano questi scenari internazionali a quelli italiani che osserviamo ogni giorno. Consiglio ai miei asincroni corrispondenti la lettura di almeno uno dei due volumi (entrambi gradevoli nello stile dell’esposizione); il primo soprattutto per la ricchezza degli aggiornamenti su realtà politiche forse meno note (almeno a me) ma non lontane dalle nostre (non solo geograficamente!); il secondo (in ottobre la Luiss Press ne farà uscire la traduzione italiana) per la ricchezza e l’estensione delle argomentazioni.

Roma, 2 settembre 2021.

domenica 22 agosto 2021

Sui giornali d'agosto

 Nostalgia dei virologi

(di Felice Celato)

In questo (sotto molti profili) caldissimo periodo agostano ho sentito una grande nostalgia dei virologi. Mi ero così tanto abituato a leggere ogni giorno una nuova provvisoria profezia ed una confusa rivendicazione di quelle già fatte, che vedere i virologi soppiantati – sulle pagine dei giornali – dagli afganistologi e dai geopolitical strategists mi è quasi dispiaciuto. Ma, come dicevano i romani, majora premunt.

Nella congerie delle analisi sui fatti afgani, mi ha colpito particolarmente l’attenzione dedicata alla questione - tutto sommato laterale - dell’esportabilità (o della inesportabilità) della democrazia, quasi come se tutte le guerre (grandi o piccole) in cui l’Occidente si è coinvolto negli ultimi 30 anni fossero state motivate dal tentativo di, appunto, esportare la democrazia; insomma una sorta di marketing istituzionale dimentico di ogni altro e più complesso contesto. Quasi come se – per andare a qualche decennio prima – le motivazioni della II guerra mondiale fossero state quelle di insediare (o re-insediare) la democrazia in Germania o in Italia e non piuttosto la necessità di fronteggiare la folle aggressività nazi-fascista.

Allora sono andato a ripercorrere alcune fra le (non recenti e non abbondanti) letture nelle quali il tema è stato direttamente affrontato o almeno indirettamente implicato; cito in particolare il (più volte lodatissimo) volume di Fareed Zakaria The future of freedom – Liberal democracy at home and abroad (del 2003) e il poco noto Esportare la democrazia - State-building e ordine mondiale nel XXI secolo (del 2004) di Francis Fukuyama.

Senza essere uno specialista della materia, ho maturato queste personalissime (e quindi più che mai discutibili) opinioni che mi hanno aiutato almeno ad inquadrare il tema (e anche a convincermi della confusione che regna nelle opinioni che si leggono su molti giornali).

Prima di tutto farei una distinzione lessicale: quando si afferma che la democrazia non si esporta, a quale accezione della democrazia ci si riferisce? Alla democrazia funzionale (in buona sostanza al suffragio universale) o – per dirla con Zakaria - al costituzionalismo liberale (in buona sostanza al sistema valoriale che ha a che fare con i diritti liberali, il vero succo della democrazia: rule of law, limitazioni del potere, libertà individuali, economiche, politiche, religiose, di pensiero, di parola, eguaglianza di fronte alla legge, etc.)?

Capisco che solo l’uso della parola liberale possa turbare le “menti” di molti dei nostri politicanti (specie se geneticamente ossessionati dalla ricerca del consenso), ma credo che nemmeno a loro dovrebbe sfuggire che l’esportazione della sola democrazia funzionale – ove fosse la motivazione vera di tanti dei recenti eventi guerreschi e non un loro sottoprodotto forse propagandisticamente fascinoso – sarebbe un esercizio vacuo ed anzi, in sé, potenzialmente dannoso: sarebbe cioè l’applicazione di un metodo (di selezione della classe dirigente) senza alcun riferimento ad un fine (quello, appunto, liberale, come sopra molto sommariamente declinato); un po' come applicare il metodo del pedalare senza poter controllare il manubrio della bici: si pedala (e può anche far bene) ma non si sa in quale direzione.

Poi c’è la questione dei pilastri dello stato (su questo Fukuyama si diffonde ampiamente): le funzionalità economiche e quelle della pubblica amministrazione, la struttura (accentrata o decentrata) di questa, l’autonomia della amministrazione della giustizia, il sistema fiscale e quello di welfare, etc..

Senza questi pilastri lo stato – liberale nei fini e democratico nei mezzi – facilmente vacilla; e né il costituzionalismo democratico né – tantomeno – la democrazia funzionale diverrebbero efficaci (senza por mano alla solidità di almeno alcuni di questi pilastri, nei tempi che una riforma dello stato può implicare).

Dunque, per non dilungarmi troppo, mi parrebbe di poter dire che la democrazia che l’Occidente potrebbe anche aspirare ad esportare (o che ha concretamente aspirato ad esportare nel contesto di altre – e più cogenti – ragioni per l’uso della forza) non è certamente quello della sola democrazia funzionale. Ciò che – a mio debole parere – l’Occidente non solo potrebbe ma dovrebbe porre a base del suo ….marketing istituzionale è la grandezza dei valori liberali che costituiscono il fine della democrazia (e rispetto ai quali la democrazia funzionale è un semplice metodo, da solo assolutamente cieco, almeno nel breve e medio termine). E lo dovrebbe perché l’Occidente avrebbe ragione di essere orgoglioso di tali valori che, a partire dalla rivoluzione del Cristianesimo (che Fareed Zakaria pone all’origine della storia della libertà), hanno fatto sviluppare, pur in mezzo a tante cadute, la sua civiltà.

Che poi il metodo di questo marketing istituzionale (e valoriale) non possa né debba essere quello delle armi è cosa che nessuna persona di minimo buon senso potrebbe negare. Ma  – come dicevo e checché possa essere anche stato detto a supporto di interventi militari – non credo che il marketing istituzionale (e men che meno valoriale) sia mai stato il vero fine del ricorso alla forza (che talora, non dimentichiamolo, può di fatto risultare inevitabile).

Roma 21 agosto 2021

 

 


 

domenica 8 agosto 2021

Emozioni estive

 La messa di Neghelli

(di Felice Celato)

Oggi, essendo domenica ed avendone – grazie a Dio – l’abitudine, ho partecipato ad una Messa…. in provincia. Dopo forse un anno continuato (complice il Covid ma anche una certa senile odofobia, il fastidio per i viaggi, Reiseangst, credo direbbe Freud), dopo forse un anno continuato, dicevo, di solenni Messe nella magnifica Chiesa Romana del Gesù (con tutto il contorno solenne, misurato, curato e colto dell’ambiente Gesuita) ho partecipato ad una messa…in provincia, a Neghelli, piccolo sobborgo di Orbetello, piccolo paese (una volta di pescatori, oggi forse prevalentemente di operatori del turismo) sulla laguna di fronte al Monte Argentario. Il “contorno” qui non poteva essere più diverso da quello per me abituale da quasi un ventennio. Una chiesa moderna, direi semplice e quasi spoglia; un ambiente umano assai differente da quello “colto” e forse “borghese” (o, se si vuole, “radical chic”) dei “clienti dei Gesuiti” (ironico o forse sarcastico copyright di matrice gesuita, naturalmente), che confluiscono ogni domenica al centro per ascoltare il predicatore – diciamo – “famoso” e, comunque, sempre interessante (anche quando fustiga con furia i fedeli); un “pretino” giovane (non credo abbia 30 anni!); una predica breve e sensata (un solo concetto nient’affatto banale: il miracolo come forma quotidiana della “conoscenza” di Dio); un uditorio piccolo (una quarantina di persone), tutto di residenti (io e mia moglie eravamo forse gli unici “ospiti” della comunità locale); un piccolo coro (due uomini e due donne, bravissimi!); tante comunioni quanti erano i fedeli.

La Messa, come sa bene ogni pio cattolico, è la stessa – nel suo significato intrinseco – ovunque la si partecipi; ma la messa di Neghelli sul finire mi ha lasciato un’emozione particolare, forse “scandalosa” se giudicata secondo correnti (e talora interessate) vulgate: la Chiesa c’è! C’è, forse di nuovo pusillus grex di fronte allo Zeitgeist, frammezzo al suo popolo, col suo eterno messaggio (al riparo dalle mode dei tempi, più piccola e nascosta di un tempo ma non meno “fedele”), con la sua capacità di parlare ai milieux sociologici più diversi, con messaggi profondi, con sensi perenni e preziosi per tutti, sottratti alla “logica democratica” dei numeri ed ascritti all’ “economia della salvezza”!

Confesso che – se è consentito così esprimersi – la Messa di Neghelli mi è stata emozionalmente “utile”; mi ha consolato e sottratto alle mie meditazioni sconfortate di questi tempi: pensate che – complice una ennesima rilettura di un paio di libri del “ciclo americano” di Isaac B. Singer, Ombre sull’Hudson e Anime perdute – mi ero abbandonato alla ruminazione di un noto “aforisma” di Kant: “dal legno storto di cui è fatto l’uomo non si può fabbricare nulla che sia veramente dritto”; concetto forse “triste”, specie se misurato sulla scala dei nostri orgogli di specie, ma in fondo non molto lontano da quello incastonato al centro di un antico inno allo Spirito Santo: sine Tuo numine, nihil est in homine, nihil est innoxium

E – se posso esprimermi così in un “luogo” anche minimamente mediatico ma frequentato anche da “laici” – lo Spirito Santo mi è parso presente nella chiesa di Neghelli, in una piccola comunità di fedeli di un piccolo paese della Maremma, a ricordarci che senza di Lui non possiamo fare nulla (o, per venire alle mie ruminazioni, senza di Lui possiamo solo fare il nulla, come è del resto naturale per il legno storto della nostra umanità). 

Orbetello, 8 agosto 2021, san Domenico Guzman

 

martedì 20 luglio 2021

Pensieri di un anziano

La pausa della pausa

(di Felice Celato)


Dopo oltre tre mesi di pausa, questo sito di conversazioni asincrone un po' mi manca; e, senza promettere a me stesso un altro “decennio” di esse (dopo quello che finiva appunto il 16 aprile scorso), oggi faccio un misero bilancio di questa pausa e una (provvisoria?) incursione nelle attenzioni di coloro che mi corrispondevano (per dirla alla Ungaretti) e che, fortemente, spero seguitino a corrispondermi.

E’ stata (ed è) una pausa salutare, perché – lo vedo da solo senza che me lo facciano notare i miei amici più cari – in fondo non avrei altro da dire che il mio sconforto (senile?) per molto di quanto mi vedo dattorno: mi pare che, non ostante il nostro paese abbia da poco ripreso a darsi un governo degno di questo nome per tempi difficili come questi, il sostrato di fatuità, incoscienza e pusillanimità che costituisce lo sfondo del nostro “sentimento” collettivo resti ancora troppo solido per nutrire soverchie speranze di una (necessaria) palingenesi. Il “dibattito politico” seguita a nutrire “le pubbliche opinioni” di slogan vacui e perniciosi o di illusioni, sicuramente foriere di guai. Ne faccio qualche esempio: il dibattito sull’”immodificabile” progetto di legge Zan (e chi se ne frega della qualità del testo che si approva!); la riforma della giustizia – ce lo doveva “chiedere l’Europa” di prendere atto che in un paese dove non funziona la giustizia non può funzionare né l’economia né la vita civile? – fa riemergere le mucillagini del non-pensiero (c’è stato pure chi, drammaticamente a corto di idee, ha coniato per sé la nuova etichetta di “antiimpunitista”); la garrula incoscienza con cui tutti plaudiamo alla rivoluzione verde (si badi bene: necessaria ed urgente, anzi urgentissima!) senza porci il problema dei costi di transizione, che continuiamo ad affidare, nelle nostre fervide “menti”, all’intervento di San Patrizio (titolare del noto “pozzo” Orvietano, divenuto -ahinoi!- l’ eponimo del debito di stato), come distorcendo in favore di telecamera il senso della iscrizione sulla moneta che ne celebrava l’ingegnosa realizzazione (ut popolus bibat); la corale invocazione di assunzioni (anzi, di “assunzioni facili”) in ogni ganglio della macchina statale, come rimedio alla generalizzata inefficienza della macchina stessa (e forse come succedaneo perenne di ogni stimolo a creare nuove occasioni di lavoro e di efficientamento produttivo; detto in altre parole: a lavorare di più e meglio); la frana di ogni tentativo di affrontare temi decisivi ma “divisivi” (primo fra tutti l’immigrazione) a vantaggio di quelli evidentemente classificati “unificanti” (come si constata ogni giorno leggendo i giornali); la belluina contrapposizione fra vaccinisti e anti-vax (diventati persino oscuro simbolo di libertà, anche presso gli statolatri  che della libertà non hanno mai fatto la loro bandiera) o fra fautori del green-pass e fautori della libertà di pizzeria (no al green-pass se mette in questione l’illimitato accesso alla capricciosa!).

Bene, per così dire: potevo sfogarmi ogni giorno su temi come questi che suggerirebbero solo cupo silenzio (e preghiera, per chi vi è avvezzo o ne sente un nuovo bisogno)? No, il silenzio mi è parso salutare (e la preghiera doverosa); e tale continuo a considerarlo, non ostante la nostalgia per le nostre chiacchierate. Ma, per consolarmi (e forse consolarvi) con una (lontana) prospettiva palingenetica, voglio lasciarvi con questo passo che traggo da un libro del premio Nobel per la letteratura Kazuo Ishiguro (Quando eravamo orfani, Einaudi, 2017) e che riporto per intero (si tratta di un colloquio fra due bambini, narrato appunto da uno di essi ormai adulto): poi si mise a sedere e mi indicò una delle persiane avvolgibili in quel momento abbassata a metà su una finestra. Noi bambini, mi disse, eravamo come lo spago che tiene unite le lamelle della persiana. Glielo aveva detto tempo prima un Monaco giapponese. Spesso non ce ne accorgevamo, ma eravamo noi a tenere insieme non solo la famiglia, ma il mondo intero. Se non facevamo la nostra parte, le lamelle sarebbero finite a terra tutte sparpagliate.

Speriamo che i nostri nipoti facciano la loro parte. Ormai non ci resta che sperare su di loro! Magari, noi, facciamoli studiare!

Roma 20 luglio 2021 (Sant’Elia, profeta e taumaturgo)