domenica 9 giugno 2019

Pentecoste 2019

Pausa di riflessione
(di Felice Celato)
Si vede che ogni cinque primavere deve accadere; mi accade, infatti, di desiderare di sospendere (o quanto meno di diradare) per un po' queste conversazioni asincrone, come mi accadde, per qualche mese, cinque anni fa. Poi, forse, passa, perché mi piace scrivere (anche per la mia stessa memoria di quel che mi viene via via di pensare) e mi consola avere lettori così gradevoli come quelli che mi corrispondono coi loro amicali commenti e con le loro sempre affettuose polemiche; come passò appunto – dopo qualche settimana – cinque anni fa; perché, in fondo, con loro è troppo bello conversare, anche in questa forma solo formalmente pubblica.
Non è che manchino gli argomenti sui quali sfogare l’amarezza per quel che mi pare di vedere dattorno; non è che siano cessate le ansie per la deriva della nostra comunità; né sono cessate letture, numeri interessanti e camminate urbane per parlare d’altro. E’ proprio che mi mancano parole che non mi suonino, anch’esse come quelle contro le quali spesso mi scaglio, consunte: io stesso devo averle usate troppe volte, sia pure senza la presunzione di esser utile a qualcuno, oltre che, come dicevo, a me stesso.
L’Italia – diceva l’altro giorno Massimo Franco al seminario del Censis – si sta (stancamente) consumando di un suo male antico: l’amore per le scorciatoie verso la soluzione dei suoi problemi, siano esse (oggi) il pecorino di stato, il soccorso ferroviario all’Alitalia, i mini-bot per scongiurare il maxi-bott, quota 100 per promuovere l’avvicendamento generazionale al lavoro, i navigator, l’ansia feroce di trovare dei capri espiatorii, la sostituzione della realtà con le percezioni, il dibattito politico surreale, etc. etc. etc.. 
Per un po' mi metto zitto anch’io (non foss’altro per non ripetermi).
Oggi, mentre alla messa di Pentecoste recitavamo l’Inno allo Spirito Santo, mi è – chissà perché – tornato in mente un episodio di cui avevo letto tanti anni fa, quando studiavo la storia della nostra Costituzione: narrano, le cronache di quel tempo creativo (che sono andato a ricercare), che Benedetto Croce, il grande filosofo laico e liberale, tenne l’11 marzo del 1947 uno dei suoi pochi discorsi all’Assemblea Costituente, durante uno dei passaggi più difficili della discussione; e sorprende, oggi come sorprese allora, la conclusione del suo discorso, fra gli applausi scroscianti dell’Assemblea tutta: 
“Ciascuno di noi si ritiri nel profondo della sua coscienza e procuri di non prepararsi, col suo voto poco meditato, un pungente e vergognoso rimorso. Io vorrei chiudere questo mio discorso, con licenza degli amici democristiani dei quali non intendo usurpare le parti, raccogliendo tutti quanti qui siamo a intonare le parole dell’inno sublime: Veni, Creator Spiritus, / Mentes tuorum visita; / accende lumen sensibus; / Infunde amorem cordibus! Soprattutto a questi: ai cuori.”
Altri tempi, altri uomini, altra Italia, altre parole; ma un’esigenza quanto mai ricorrente: Creator Spiritus, mentes tuorum visita, accende lumen sensibus, infunde amorem cordibus; attingendo ad un altro di questi storici inni della Chiesa allo Spirito Santo, aggiungerei: lava quod est sordidum, riga quod est aridum, sana quod est saucium, flecte quod est rigidum… rege quod est devium.
Poiché io credo nello Spirito Santo, credo che tutto ciò sia possibile, per vie sconosciute e misteriose, ben al di là dei nostri meriti, per quel sovrabbondare della grazia che è riservato ad ogni uomo; e che, in fondo, per tanto tempo è stato riservato anche a noi come comunità. Siamo un piccolo grumo dell’umanità e, forse, anche di noi si può dire “Non hanno più vino”, come degli sposi di Cana; ma c’erano, là, sei anfore di pietra….(Gv. 2, 1-11)
Roma 9 giugno 2019


domenica 2 giugno 2019

2 giugno 2019

L’angoscia delle parole
(di Felice Celato)
Nella giornata che noi cattolici abbiamo dedicato all’Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo, si celebrava, quest’anno, anche la Festa della Repubblica, in sostanza la ricorrenza del referendum (1946) che allontanò dall’Italia la putrefatta monarchia complice del fascismo ed elesse l’Assemblea Costituente; questa formò la Costituzione entrata poi in vigore il 1° gennaio del 1948.
Si potrebbe fondatamente notare che, per quanto effettivamente epocale per la nostra collettività, l’evento civile che si è celebrato oggi è incomparabilmente meno significativo della memoria del definitivo fondersi della natura dell’uomo con la natura di Dio, che apre all’uomo la possibilità di essere per sempre (Benedetto XVI); ma questa notazione susciterebbe lo sdegno ghibellino di molti (…noi guelfo-clericali siamo ormai una sparuta minoranza) e – in questi tempi di sdegni più o meno civili – non mi pare il caso di provocare i miei lettori (anche se sospetto che in maggioranza non siano proprio ghibellini). 
E allora dedichiamoci alla ricerca di qualche cosa che valga la pena di meditare dal mero punto di vista civile; ricerca temutamente faticosa e difficile, dati tempi, ma, invece, non del tutto infruttuosa: basterebbe leggere con attenzione lo scabro ed asciutto discorso di ieri del Presidente della Repubblica (sentire un Presidente esprimere auspici e concetti così elementari che dovrebbero esser interiorizzati da ogni uomo e donna, in una democrazia,  sottintende una diagnosi molto dura e finora ignorata, scrive Marzio Breda sul Corriere di oggi) e le Considerazioni finali del Governatore all’Assemblea della Banca d’Italia (che, come ogni anno, si è tenuta il 31 maggio); e di spunti da meditare se ne troverebbero a iosa, anche lasciando da parte (in questa sede) le analisi spietatamente lucide con le quali Ignazio Visco fa piazza pulita delle tante (e pericolose) fesserie che vengono quotidianamente spacciate per pensiero economico “libero da ogni soggezione europeistica”. Per quanto diversi per natura, occasione e cultura di chi li pronunciava, i due discorsi sembrano infatti pervasi da una comune… angoscia (che, per la verità, molto modestamente, è anche la mia): l’angoscia delle parole.
Altre volte qui abbiamo provato a spiegare quest’angoscia così legata al verboso presente; e l’abbiamo fatto citando Calimani (le parole generano le opinioni e le opinioni danno forma ai sentimenti; i sentimenti diventano fatti), Orwell (se il pensiero corrompe il linguaggio, anche il linguaggio può corrompere il pensiero), il linguista Antonelli (l’imputato non è la lingua….ma il collasso di valori che nella lingua si trasmette) e persino Nanni Moretti con suo famoso chi parla male, pensa male e vive male. Ma Visco attinge ad una citazione fulminante che, mi pare, fotografi meglio di ogni altra, nel presente, l’angoscia delle parole: nell’oscurità le parole pesano il doppio (credo Elias Canetti). E che cosa c’è di più oscuro del nostro presente civile se il Presidente della Repubblica si sente costretto a ribadire che le democrazie non sono compatibili con chi alimenta conflitti, con chi punta a creare opposizioni dissennate fra identità, con chi fomenta scontri con la continua ricerca di un nemico?
I lettori di migliore memoria (e, data la presunta età media della maggioranza di essi, potrebbero esser rari) ricorderanno che in passato avevamo più volte fatto ricorso alla… invocazione di un’ecologia della convivenza, basandola anzitutto sull’igiene del linguaggio, sulla “sanità” delle sue fonti e sulla misura nelle dosi di polemica quotidiana. Sono passati diversi anni e mai – rileggendole – le nostre note mi sono sembrate più inutili.
L’angoscia di un presente nel quale si sono perduti i significati, la coscienza delle conseguenze e le misure della parole, cresce. 
Nel giorno dell’Ascensione mi pare più forte la nostalgia della nostra altissima vocazione (Gaudium et spes, 22) cui alludeva Benedetto XVI.
Roma 2 giugno 2019





giovedì 30 maggio 2019

Una lettura raffinata

La tentazione di Siracusa
(di Felice Celato)
Concludiamo questo maggio grigio di nuvole e di inquietudini con una lettura raffinata. Come sanno tutti i lettori di questo blog, chi scrive non è un filosofo (né in alcun modo gli giova aver preso 9 in Filosofia all’esame di maturità classica, peraltro sostenuto 52 anni fa, quando la maturità era una cosa molto seria). Forse non sono del tutto digiuno di letture filosofiche (specie quando trattano di argomenti legati al presente e ritenuti utili per capire dove stiamo andando, possibilmente prima che ci si arrivi); e magari anche teologiche (la teologia, però, è una ricerca di sapienza all’interno del perimetro fissato dalla Rivelazione); ma certamente, in materia di filosofia, le mie conoscenze non hanno semplici lacune, hanno piuttosto oceani di sconoscenza.
Mi sono avvicinato perciò – complice la pioggia – al breve testo che voglio segnalarvi solo perché è breve e non destinato a specialisti, trattandosi del discorso col quale Jacques Derrida accettò, nel 2001, la cittadinanza onoraria di Siracusa. Jacques Derrida è stato, come sanno in molti, il filosofo francese (di origine algerina ed  ebreo-sefardita) vissuto fra il 1930 e il 2004, ritenuto il padre del c.d. movimento decostruzionista e , mi dicono, temuto da molti lettori per il suo stile espositivo particolarmente difficile.
Dunque il breve testo di cui ho fatto lettura (Tentazione di Siracusa, Mimesis 2018) è, credo, il massimo di lui che possa consentirmi, per le ragioni già dette.
Ma, credetemi, si tratta di un breve, succosissimo e anche spiritoso testo che vale la pena di leggere (del resto, al netto di commenti e interpretazioni, non prende più di una decina di pagine).
Qual è dunque, questa tentazione di Siracusa di cui ci parla Derrida? E’ quella di ogni filosofo che crede di essere qualificato per illuminare con i suoi consigli politici un’arte o un potere di governare; come accadde persino a Platone quando (ne racconta egli stesso nella Lettera VII, che vi consiglio pure di rileggere), circa 24 secoli fa, si recò a Siracusa nell’intento di illuminare il tiranno Dionigi (che lì governava); col disastroso risultato di doversi, alla fine, sottrarre con la fuga alle mortali insidie che questo gli riservò, tanto da dover (Platone, sempre nella Lettera VII) maledire quel suo viaggio a Siracusa. 
[Del resto a Platone quel suo viaggio – il primo della sua vita – proprio non andò giù fin dall’inizio, tanto che scrisse: Una volta arrivato, non mi piacque affatto la cosiddetta dolce vita (un precursore di Fellini?) fatta di banchetti italioti e siracusani, di un'esistenza passata a riempirsi due volte al giorno, mai soli di notte, con tutto quello che consegue ad una tale condotta]. 
Ma, scrive Derrida, se il filosofo non deve più sognare di divenire il consigliere di un imperatore nudo (qui il riferimento è alla ben nota fiaba di Andersen I vestiti dell’Imperatore, citata pure da Derrida), del sovrano, del principe o del tiranno, se questa filosofia politica ha fatto il suo tempo, ciò non significa che consideri la filosofia politica morta o inutile, ancor meno la filosofia del politico. E dunque: ciò di cui abbiamo bisogno ora è un’altra figura di un’alleanza fra la filosofia e la politica…perché oggi più che mai l’esercizio del politico richiede un’esperienza filosofica, si confonde persino con essa, dal momento che bisogna pensare a ciò che accade al politico stesso, a ciò che non è più legato all’iscrizione del politico in uno Stato-nazione esso stesso radicato in un territorio, a ciò che accade dell’autoctonia che era essenziale alla filosofia greca della polis e della cittadinanza, a ciò che sopraggiunge allo spazio pubblico oggi messo sottosopra dai poteri mediatici e telecomunicativi internazionali, a ciò che affligge e rovescia il diritto internazionale europeo, laddove la sovranità è rimessa in questione – ad un tempo dalle concentrazioni capitalistiche e da tribunali penali internazionali… Una nuova era della cittadinanza cosmopolita si annuncia e forse anche nuove leggi di solidarietà, nuove leggi d’ospitalità internazionale: una nuova ospitalità per lo straniero, per lo xénos divenuto phìlos…una democrazia a venire che faccia segno al di là del concetto di cittadinanza e dunque di Stato-nazione e dunque di luogo. Forse anche al di là di ogni concetto tradizionale, se almeno la cittadinanza restasse ancora legata ad uno Stato-nazione determinato, esso stesso radicato nella stabilità insostituibile di un territorio e di un idioma.
Forse Platone non arrivò ad esternare a Dionigi concetti siffatti (del resto Platone era ben radicato nella polìs)….ma se oggi ci fosse ancora un tiranno (Dionigi o qualcun altro) capirei bene che sarebbe molto infastidito dal sentir parlare, dal filosofo, di deterritorializzazione del politico, di mondializzazione, di crisi della sovranità.
Roma 30 maggio 2019

lunedì 27 maggio 2019

The day after

27 maggio: livelli di interpretazione
(di Felice Celato)
Non è questa la sede per fare analisi del voto (e del resto i giornali ne sono e ne saranno pieni per giorni); e chi scrive non ha titolo per farne di originali: la politica è un mestiere che non ho mai fatto (e che, invece, occorre conoscere), né (per il bene dei miei concittadini) ho aspirato a fare. Mi limito a leggere i giornali (spesso con disgusto) e a coltivare gelosamente le poco modeste certezze di possedere una conoscenza del mondo economico largamente superiore a quella diffusa fra i nostri politici (e molto spesso anche fra i loro commentatori professionali), nonché di aver fatto anche qualche intensa lettura per capire come gira il mondo (anche qui, con ogni probabilità, in misura  superiore a quella usuale presso i nostri frenetici politici, che, del resto, se ne fanno, di letture,  non è mai per capire ma per parlare).
Da questo poco esperto punto di vista, posso solo dire che, mi pare, in Europa (e questo è lo scenario che più conta) non abbia prevalso l’enterofrenìa di cui parlavamo qualche giorno fa: la consultazione ha visto una percentuale di votanti in crescita (a livello Europeo, ma non in Italia); tutto sommato le forze Europeiste hanno tenuto, non ostante la pressione cui sono state sottoposte, per esempio in Francia, in Italia, in UK (per quel che serve) o in Ungheria (per quel che vale); con “ricambi” interni che non mi pare pongano in questione l’eurocentrismo della grande maggioranza degli eletti al Parlamento Europeo (e anche degli elettori Europei); diventa decisivo il ruolo dei liberali (e questa è – in principio – un’ottima cosa) e cresce molto il peso dei Verdi, che non possono essere annoverati fra i nemici dell’Europa. 
[Il Parlamento Europeo pubblica i risultati delle elezioni, raggruppati per formazione politica europea e aggiornati in tempo reale, nel sito di cui al link sotto indicato]
L’interpretazione Italo-centrica (e perciò secondaria) del voto Europeo, secondo me, è, invece,  più negativa: se, da un lato, diminuisce l’ambiguità politica della compagine di governo, a favore della parte di essa almeno più fattiva dal punto di vista economico (vedremo subito con la TAV); dall’altro, cresce – sia pure marginalmente –  il grado di febbre anti-Europea (ancorché, forse, se ne indebolisca il contesto, come avremo occasione di capire presto); quanto al tasso di fascinazioni illiberali che forse percorrono il nostro paese, resta da vedere quanto peserà la dose di realismo di cui si potrebbe anche far credito ad alcuni dei nostri governanti, se non proprio (e questo per me è il dato da osservare con maggiore ansia) agli elettori nostrani, sempre lusingati da chi, per loro conto, fa mostra di vigore. Nel breve periodo, infine, rimango molto inquieto per quello che sarà, sulla base delle indicazioni elettorali, il destino del nostro approccio al problema dell’immigrazione; problema di civiltà e di cultura, prima ancora di essere un problema solo politico (e perciò mi preoccupa). Invece, quello che poi sarà l’immediato riverbero politico del voto europeo sulle sorti materiali del governo Italiano, non mi incuriosisce più di tanto: le sue sorti vere (e quindi meta-partitiche) dipendono da quello che occorrerà fare o si farà in economia: e in questo ambito nulla è cambiato col voto, se ne è solo accorciata la scadenza. Dunque, voltiamo pagina e aspettiamo di capire (e di vedere).
Per concludere questo programmaticamente inutile post, mi viene naturale citare nuovamente, come pro-memoria culturale e punto d’appoggio della mia speranza politica, un passo del saggio di Panebianco che abbiamo segnalato qualche giorno fa: un, sia pure imperfetto, ordine liberale offre più di quanto prende, distribuisce “beni pubblici” (condizioni favorevoli allo sviluppo economico, sostegno alla democrazia e guida ai governi per consenso, preservazione della pace) il cui afflusso è nell’interesse di tutti non interrompere.
Speriamo che tutti, eletti e – soprattutto –  elettori, lo abbiano sempre presente.
Roma 27 maggio 2019 

venerdì 24 maggio 2019

Defendit numerus /27

Tristi primati
(di Felice Celato)
Avendone fatto fugace cenno ieri, (si direbbe) mi corre l’obbligo di tornare brevemente su un libro appena uscito (di Nando Pagnoncelli, La penisola che non c’è. La realtà su misura degli Italiani, Mondadori, 2019) che, peraltro, fa aggiornato seguito ad uno analogo dello stesso autore (Dare i numeri, EDB 2016) qui segnalato con la sesta puntata di Defendit numerus  di giusto tre anni fa (il 14 maggio 2016).
Il libro tratta – come si capisce dal titolo – dello sconfortante primato che l’Italia si è guadagnata da tempo e che tuttora detiene fra i paesi (certamente tutti quelli con cui amiamo confrontarci) considerati dalle indagini demoscopiche sulla disinformazione (misperception) e sulla incosciente arroganza con la quale (la maggioranza de-) i cittadini Italiani difende la propria distanza dalla realtà. L’Italia, infatti, è risultato – scrive Pagnoncelli - il primo paese per distanza fra il dato percepito di un fenomeno e l’effettivo dato numerico di quello stesso fenomeno….Siamo un paese che da tempo ha rinunciato al principio di non contraddizione, un paese in cui alberga l’assurdo, la botte piena e la moglie ubriaca, dove la mancanza di competenza è associata ad un discredito della competenza stessa, e dove, quindi, le persone si sentono legittimate ad esprimere un parere anche su questioni di cui ignorano tutto o quasi.
Questo tema, come sanno i lettori più affezionati, è quasi un’ossessione di queste nostre conversazioni asincrone, perché da tempo ci è chiara la devastante influenza di un’opinione pubblica disinformata, emotiva e incompetente, sui destini politici del nostro Paese: questa dispercezione non è indolore, non è semplice “aria fritta” ma comporta una ricaduta concreta e decisiva sul cosiddetto sentiment, sull’atteggiamento generale dei cittadini, sul senso di coesione civile, sull’indice di fiducia nel futuro, sul rapporto con le istituzioni, sulla propensione a consumare o a risparmiare – in altre parole, sulla vita di tutti noi.
Non è il caso, qui, di menzionare le tante cifre di questo disordine percettivo del paese che Pagnoncelli descrive da grande professionista della materia: dall’economia alla sicurezza, dall’incidenza delle migrazioni, alla composizione della stessa popolazione del paese, dalla salute alle credenze e ai consumi, è tutto un dilagare di percezioni clamorosamente erronee, sicché Pagnoncelli parla di fine dei fatti come punto di riferimento della realtà (e quindi come base di giudizio politico del famoso popolo sovrano).
L’autore del libro, peraltro, come è un po' la caratteristica di altri autorevolissimi indagatori della nostra società (da noi qui sempre seguiti), si sforza di essere, oltreché un lucido diagnosta, anche un medico sollecito di una sperata guarigione della nostra società malata di misperception (i sintomi: percezioni che prevalgono sulla realtà, competenze scarse, indisponibilità a mettere in discussione le proprie credenze, generale arroccamento difensivo, ambivalenze diffuse, giudizi asimmetrici, informazioni disomogenee). E prova a mettere insieme una ricetta che, partendo dalla riscoperta del senso perduto delle parole, richiama l’esigenza di una narrazione autentica, documentata e (anche) passionale…una vera contronarrazione. Sì, passionale, perché in fondo – dice Pagnoncelli – il tessuto economico, i pochi ma significativi depositi di creatività, la vitalità, il capitale sociale (qui inteso come solidaristico senso della comunità) e il patrimonio culturale di questo nostro stanco paese meritano forse, appunto, una contronarrazione appassionata dei nostri punti di forza, una specie di nuovo mito fondativo che vale la pena di coltivare per non cedere allo sconforto.
Quali che siano le reazioni dei miei lettori a questo abbozzato progetto palingenetico, il libro va letto e meditato (fra l’altro è anche ben scritto); comunque esso aiuta a capire, a correttamente dimensionare il mito corrente del popolo saggio e – forse – a non disperare.
Roma 24 maggio 2019

giovedì 23 maggio 2019

Mettiamola così

I pericoli dell’enterofrenìa
(di Felice Celato)
Sarà che la primavera (ancorché in arrivo ritardato) mi mette di buon umore, ma, con un po' di sforzo, sono riuscito, per qualche minuto, a superare il gloomy mood di questi tempi. E allora, aspettando il 26 maggio, proviamo a scherzare (sia pure amaramente) sull’imminente consultazione elettorale, nominalmente europea ma, da noi, caricata di significati politico-nazionali e di aspettative euro-palingenetiche (una nuova Europa delle nazioni che proclami il debito come una virtuosa variabile indipendente, come il salario vetero-sindacale) o addirittura epocali (la fine della civiltà europea, ha scritto qualcuno digiuno di storia). Sforziamoci, dicevo, perché sarebbe terribilmente amaro soppesare con la dovuta drammaticità quel che – leggiamo – aleggia sul palco-osceno del teatrino della politica (mi perdoneranno il saccheggio, i detentori del copyright di queste espressioni, rispettivamente il grande Frassica e l’intramontabile Berlusconi, rimpianto presidente del Milan): dalle affermazioni finanziariamente suicidarie alle sterili proclamazioni valoriali (politicamente disincarnate e prive di ogni concretezza politica), dagli internazionalismi sghembi ai proclami pseudo-mariani, e così via.
E allora, sempre per scherzare, immaginiamo quale possa essere la categoria più pericolosa dei nostri elettori (in Italia e negli altri paesi dell’Unione); ci soccorrono qualche reminiscenza di greco e qualche abuso di terminologie mediche. Dunque tutti sanno che il prefisso entero- in medicina indica tutto ciò che ha a che fare con l’intestino: dal gastro-enterologo (lo specialista di malattie  dello stomaco e dell’intestino) all’enterococco (temibile batterio, vettore di pericolose infezioni), all’enteroclisma (che ometteremo di descrivere, facendo appello alle memorie infantili dei più anziani), tutti siamo più o meno familiari con questa paroletta di origine greca che significa, appunto, sia intestino che, più genericamente, “cose interne”.
Meno familiare (e anche questo è sintomatico) ci è, forse, l’analogo lemma frèno- usato in medicina per indicare la mente o l’intelligenza, dal greco phrèn / phrenòs che, appunto, significa mente, sénno, pensiero (da qui, per esempio, l’oligo-frenico, per dire di un paziente caratterizzato da uno stato di insufficienza mentale o lo schizo-frenico, per dire di un malato psichiatrico con gravi alterazioni cognitive e percettive).
Bene: che cosa vuol dire, allora, il nostro abborracciato neologismo entero-frenìa che abbiamo usato per titolare questo post sforzatamente scherzoso? Vuol dire (e qui finisce lo scherzo) che il vero pericolo di questa tornata elettorale è proprio quello che l’elettore ragioni con il sénno nella pancia, che affidi la sua mente ai borborigmi intestinali, anzi che la rinchiuda all’interno del suo sacco addominale impedendole di guardarsi intorno, sicché essa può vedere solo ciò che stiamo digerendo. Intorno a noi, invece, c’è un mondo in fermento economico e geo-politico, rispetto al quale l’Italia, isolata dal contesto nel quale ha passato questi ultimi 70 anni, ha un peso pulviscolare sia dal punto di vista demografico (siamo lo 0,8 % della popolazione mondiale e siamo fra i paesi più vecchi), sia da quello economico (il nostro PIL è poco più del 2% di quello mondiale mentre il nostro debito pubblico è poco meno del 5% di quello mondiale). E a questo contesto dobbiamo guardare quando andremo a votare.
L’Italia – ma starei per dire il mondo – ha un disperato bisogno dell’Europa (si veda al proposito il saggio di Panebianco, qui segnalato qualche giorno fa); e, nell’Europa, deve giocare il suo ruolo con autorevolezza, rispetto degli altri e di sé stessa, con presenze adeguate per competenza e credibilità (come spesso non lo sono state). Votando seriamente per comporre la nostra rappresentanza nel Parlamento Europeo, dobbiamo saper stabilire lì le opportune alleanze per saper spiegare e poter difendere le nostre esigenze, senza chiudersi alla comprensione ed al rispetto di quelle degli altri e, soprattutto, di quelle comuni.
L’elettore entero-frenico non è disposto a questa esplorazione del reale; il suo mondo sono le interiora del proprio paese, le sue prospettive…la fine della digestione. E non c’è da sorprendersi se, lì dove si è incistata la sua mente, come dice Nando Pagnoncelli (La penisola che non c’è, Mondadori 2019) manca l’idea del futuro (che esige sguardo lungo) e dell’interesse generale (che per sua natura non abita nella pancia del singolo).
Se il risultato elettorale vedrà, a livello Europeo, l’affermazione di questo “modello” di elettorato, saranno guai per tutti, in Europa, forse nel mondo, sicuramente per quel granello di polvere che è il nostro Paese.
Roma, 23 maggio 2019 (domani il Piave, di sicuro, mormorerà)

mercoledì 15 maggio 2019

Letture

Un mondo nuovo?
(di Felice Celato)
Eccomi di nuovo con una segnalazione di letture (da me considerate) assolutamente “imperdibili”. Stavolta tocca ad un breve libro di 120 pagine (All’alba di un nuovo mondo,Il Mulino, 2019), articolato in due saggi – fra loro collegati dall’argomento e dal progetto dei due autori – su L’Europa sospesa fra Occidente ed Oriente e su La Chiesa cattolica e l’Europa, rispettivamente di Angelo Panebianco e di Sergio Belardinelli. Come si intuisce dai titoli dei due saggi, l’Europa – come patria della civiltà liberale e radice della fede e della cultura cristiana – nella tesi dei due autori è il luogo valoriale nel quale il nuovo mondo che albeggia potrebbe trovare il suo destino.
Si tratta di un testo denso di riferimenti culturali che rendono anche difficile una sintesi che non depauperi eccessivamente i contenuti argomentati dai due autori; tuttavia, come è tradizione di queste segnalazioni, solo per invogliare alla lettura, tento la consueta riduzione in pillole dei due saggi.
Panebianco traccia anzitutto una mappa ragionata e chiarissima dei vari contributi offerti dalla dottrina politica internazionale sulla crisi evolutiva delle democrazie liberali (sullo sfondo: il rischio di involuzioni illiberali, tema attualissimo, che ha trovato qui varie segnalazioni, anche recenti), raccogliendoli in base alla chiave prognostica che assumono: da un lato coloro che ritengono i cambiamenti in corso di natura congiunturale e, quindi, a certe condizioni, destinati ad essere riassorbiti; dall’altro quelli che accentuano la natura strutturale delle mutazioni intervenute negli assetti economici del mondo e delle culture, per prevedere che assai probabilmente tali mutazioni saranno irreversibili. Come che sia da prevedere il futuro (che è per definizione incerto) è invece certo che, dal 1945 ai giorni nostri, anche gli equilibri geo-politici mondiali si sono potentemente evoluti, determinando una torsione dei ruoli giocati nel tempo da USA, Europa, Russia e Cina, tale che scuotere in profondità l’ordine internazionale, almeno quello cui da tempo ci eravamo abituati. Di fronte a queste tendenze (ripeto: vale proprio la pena di seguire il percorso argomentativo direttamente sul testo), la tesi di Panebianco è che se viene meno il primato occidentale non c’è ordine internazionale possibile… con vaste conseguenze negative; dove per “ordine internazionale” si deve intendere quella particolare variante dell’”ordine sociale” che – su scala geopolitica – significa, essenzialmente, prevedibilità… dei miei comportamenti da parte degli altri e prevedibilità mia dei comportamenti altrui… E’ la condizione che permette alle persone di lavorare, fare piani di vita, sposarsi, allevare i figli, in altre parole vivere.
Bene, dice Panebianco: se ci si guarda intorno, non si vede altro candidato che il mondo occidentale al ruolo di enforcer dell’ordine internazionale. Perché solo esso ha le risorse culturali, prima ancora che politiche economiche o militari, per creare… un ordine internazionale liberale… che, proprio in quanto liberale, offre più di quanto prende, distribuisce “beni pubblici” (condizioni favorevoli allo sviluppo economico, sostegno alla democrazia e quindi ai governi per consenso, preservazione della pace) il cui afflusso è nell’interesse di tutti non interrompere.
Di qui la chiave delle azioni auspicate da Panebianco: il rilancio dei rapporti inter-atlantici, la ripresa dell’integrazione europea, la ricostruzione di un equilibrio fra la competenza dei pochi e il diritto dei più a far sentire la propria voce.
In questo quadro si comprende facilmente il senso del collegamento col discorso che svolge Belardinelli nell’accorato saggio sul ruolo della Chiesa in Europa: che cosa succede nel momento in cui in Europa, il continente che per secoli è stato il cuore della fede cristiana, la gran maggioranza degli abitanti sembra non esser più interessata a questa fede? E…. se la Chiesa cattolica sembra interessarsi sempre meno dell’Europa, rivolgendosi invece ad altri mondi, come l’America Latina, l’Africa o l’Asia?
L’autore (dichiaratamente cattolico) si rende ovviamente ben conto della natura universale, “cattolica” appunto, della Chiesa; e della assoluta coerenza della sua proiezione verso tutti i continenti. Eppure svolge molte considerazioni (nelle quali mi ritrovo perfettamente), criticando (con garbo ed acume) certe adattive derive culturali che sembrano ispirate ad una sorta di incapacità di distinguere tra religione, morale e politica (oggi sembra... che i nemici da battere siano diventati il mercato capitalistico e la globalizzazione, esemplifica Belardinelli); proprio mentre la società secolare….ha urgente bisogno che da qualche parte ci sia qualcuno che parli di Dio con una lingua che sappia trasmettere la consapevolezza che si sta sfidando l’indicibile.
La conclusione di Belardinelli, dalla sua particolare prospettiva culturale e religiosa, è forse più amara di quella di Panebianco: il fatto che l’Europa e la Chiesa cattolica si stiano estraniando… è poca cosa rispetto alla stanchezza che affligge entrambe.
Roma 15 maggio 2019