martedì 18 aprile 2023

Un esercizio lessicale

Rimbalzi posturali

(di Felice Celato)

In carenza di contenuti della nostra vita pubblica meritevoli di seria attenzione, fatalmente mi faccio distrarre dal linguaggio col quale si suole avvolgere il vuoto del pensiero. E se l’altro giorno mi sono lasciato andare ad un esercizio di calligrafia della comunicazione politica, oggi mi sono distratto con un esercizio di lessico della politica, segnatamente rivolto ad una recente “novità” che mi pare già di largo successo, sia fra i teorici “addetti ai lavori” (i politici), sia fra i loro referenti mediatici (cioè i giornalisti che, appunto, riferiscono e diffondono). La parola nuova, ormai trionfante, è postura, in realtà, ovviamente, tutt’altro che nuova. Basta scorrere il prezioso Vocabolario Treccani on line per rendersi conto della nobile discendenza del lemma:

 

Posturas. f. [lat. posĭtura, der. di posĭtus, part. pass. di ponĕre «porre»]. – 1. letter. Posizione di un edificio o di una località, luogo e modo dove sono posti, sito: la villa sorge in una splendida p.; ammirai la pbellissima del paesea piè dell’Appennino (Carducci). Anche la posizione e disposizione di più luoghi in rapporto con altri: Nerone ... pensò ... bruciar tutta Romaper poscia rifabbricarla con più ordinata simmetria e postura di case e di vie (Cesari); analogam., di persone: era debito interrogare minutamente della varia p. in cui si trovavano i testimoni nell’atto della rissa (Tommaseo). Con riferimento a truppe schierate, lo stesso che posizione2. a. Positura, modo di atteggiarsi del corpo umano o di una sua parte: la corretta pdelle mani sul pianoforteil pittore ha prestato particolare attenzione alla p. delle figuretutti si misero in terrain pvarie (Bontempelli); stava posata ... con le gambe e le braccia piegate in pstrana e innaturale (Moravia). b. Nel linguaggio medico, sinon. generico di posizione: assumere una corretta p.; la p. del busto, della colonna vertebrale; in fisiologia, l’atteggiamento abituale di un animale, determinato dalla contrazione di gruppi di muscoli scheletrici che si oppongono alla gravità. 3. ant. a. Accordo segreto, soprattutto a danno d’altri; congiura: i baroni si turbarofecero posture e leghe (Novellino). b. Accordo tra artigiani e mercanti per manovrare i prezzi a proprio favore.

E così troviamo la postura di un partito (sia di destra che di sinistra), o quella del Paese (meglio: della nazione) e persino quella dell’Europa, per dire quello che prima di oggi si sarebbe detto l’orientamento, il posizionamento (positioning) o la visione (vision) o la strategia di lungo corso (mission), etc.

Non ho nulla da obbiettare circa questa riesumazione linguistica che mi pare anche elegante; anzi, da golfista scarso qual sono proporrò al mio maestro di sostituire l’omologo termine  stance (che nel golf è quel complesso incastro di equilibri e di piegature che si assumono col corpo per colpire la pallina e che – solo – è in grado di assicurare che la maledetta vada ad una distanza accettabile ma, soprattutto, dritta; cfr. sopra, significato 2b) col nuovo termine di postura, sicuramente più rispettoso della nostra cultura (che tutto il mondo ci invidia, naturalmente).

 

Però, come al solito, una volta entrato nel vocabolario mi è difficile uscirne; e da postura, sempre sul Treccani, mi è stato facile rimbalzare, anzitutto su una parola che sembrerebbe il “negativo” di postura

Impostura s. f. [dal lat. tardo impostura; v.impostore]. – L’abitudine della menzogna, dell’inganno per trarne vantaggio; in senso più concr., inganno o serie d’inganni, raggiro, finzione da impostore o falsa dottrina da esso diffusa: Numa con arte Di santa i. [corresse] La buccia un po’ dura Del popol di Marte (Giusti); acquistare credito con l’i.; l’ifu presto scopertala sua vita è stata tutta un’impostura.


E, ahimè!, da impostura a impostore il rimbalzo è ancora più breve:

Impostore s. m. (f. -a) [dal lat. tardo impostor -oris, der. di imponĕre nel senso di «far credere»]. – Chi, abusando della credulità altrui e allo scopo di trarne vantaggio, fa uso sistematico della menzogna, o finge di essere e di sapere più di quanto sia e sappia, o diffonde teorie, informazioni false: non è uno scienziato, ma solo un i.la comunità scientifica lo ha sempre considerato un i.; l’ipocrita ha meno parolel’impostore è loquacecerca le moltitudini da ingannare (Tommaseo).


Concludendo: siamo sicuri che valga la pena di abbandonare le vecchie parole – nella loro versione italiana, s’intende, per carità! – che si usavano prima, per adottare questa rischiosa postura?

Roma 18 aprile 2023 

giovedì 13 aprile 2023

Un esercizio calligrafico

 Antologia politica

(di Felice Celato)

E’ difficile fare i conti con la natura della nostra (intesa come nostrana) comunicazione politica; ma vale la pena di tentare un esercizio: che cosa direi se fossi chiamato a parlare (in pubblico, s’intende) della nostra situazione? Proviamo a fare un esercizio antologico e calligrafico, attingendo indistintamente dalle “fonti”:

Cari concittadini,

nel rivolgermi a voi, in questo periodo tanto difficile della nostra contemporaneità, sento il dovere di parlarvi col linguaggio della chiarezza e della verità. Sì, della verità, della verità che tante volte la politica nasconde sotto un cumulo di parole dalle quali fatica ad emergere il disegno preciso delle cose da fare! Con l’umiltà di chi crede appunto che la politica consista nel “fare”, dopo tanti anni di troppe parole, provo a delineare il progetto preciso di ciò che noi intendiamo proporre al vostro consenso.

Che Italia vogliamo? L’idea del nostro paese (o, se preferite, della nostra nazione) è quella di una comunità conscia dei propri valori e vogliosa di vederli perseguire, finalmente, con concretezza e coraggio. Una comunità che sappia avere il suo riferimento nella sua storia, nella centralità del cittadino e dei suoi bisogni; ed abbia la sua bussola nel nostro collocamento occidentale ed europeo. Saldi in questa visione, che trova nel lavoro il suo fondamento costituzionale, noi perseguiremo con fermezza l’obbiettivo di un benessere diffuso e giusto, fondato sull’impegno di tutti e di ciascuno ad operare per il bene comune, nella salvaguardia dei meriti e delle capacità di ciascuno, nella tutela dei diritti delle minoranze, nel rispetto delle diversità e delle opportunità che tale diversità pone a diposizione dello sviluppo e del progresso. Qui non posso sottrarmi ad un doveroso richiamo alle condizioni del lavoro, che devono garantire prima di tutto la sicurezza dei lavoratori ed assicurare a ciascuna famiglia tutto quanto necessario per il suo sviluppo e per la crescita, culturale e civile, delle nuove generazioni, nel pieno rispetto dei valori meritocratici e della tutela dei più deboli. Una attenzione non marginale va poi riservata - proprio per queste precise esigenze di futuro – allo strumento principe della crescita di un paese nel moderno contesto competitivo internazionale: la scuola! La scuola che noi vogliamo aperta a tutti, moderna, attenta alle esigenze di un mondo sempre più digitale, ma nel contempo rispettosa del patrimonio di valori e di cultura di cui l’Italia, da sempre faro di civiltà, è depositaria e custode! 

Ma non può essere sottratta all’attenzione di ciascuno di noi l’assoluta necessità alla tutela dell’ambiente che ci circonda, che abbiamo il dovere di tutelare, anche (ma certamente non solo!) come mezzo per mantenere al nostro bellissimo paese (o, se preferite, alla nostra nazione) il suo indiscusso primato nel turismo internazionale, che tanto prestigio genera nei confronti dell’Italia. Anche da qui nasce la nostra massima attenzione nella salvaguardia e nello sviluppo del made in Italy, di cui in fondo anche il turismo è  parte e che costituisce l’incomparabile biglietto da visita nel nostro paese (e dei suoi territori che ne costituiscono l’anima).

Un capitolo particolare di questo nostro programma va dedicato agli stereotipi che da tempo ci siamo avvezzati a sopportare senza il necessario spirito critico. Il primo è l’ormai risibile preoccupazione per il cosiddetto nostro debito pubblico, un ritornello che ci proponiamo vicendevolmente ogni volta che qualcuno si azzarda a disegnare qualche intervento destinato a proteggere le fasce di popolazione più debole, i pensionati o, addirittura, coloro che necessitano di cure ed attenzioni. Dicevo risibile preoccupazione, perché la storia anche recente ci dimostra che ciò che è debito buono non è debito ma investimento per un futuro migliore, di tutti e di ciascuno. Il secondo stereotipo è la presunta incapacità del nostro Paese (o, se preferite, della nostra nazione) di spendere efficacemente e trasparentemente ciò che è necessario per la sua crescita e per la salvaguardia dei suoi valori: la vicenda della ricostruzione del cosiddetto Ponte Morandi è la riprova che, quando l’emergenza lo richiede, il nostro Paese (o, se preferite, la nostra nazione) sa agire con tempestività ed efficacia, dando il meglio di sé. E questo modello è quello che guiderà la nostra azione nel futuro. E la prima replica di questo modello la vedremo in atto nella realizzazione del famoso Ponte sullo Stretto di Messina, che, dai tempi più antichi, costituisce il sogno dei territori interessati e dell’intero Paese (o nazione se preferite).

Bene, concludo questa mio discorso programmatico con un appello a voi tutti e a ciascuno di noi: su queste basi, serie, concrete e sicuramente condivise, siatene certi costruiremo – col vostro voto – un’Italia migliore, che sappia giocare appieno, in Europa e nel mondo, il ruolo che le spetta! 

Dicevo all’inizio che questo esercizio attinge largamente alle fonti (migliori) della nostra comunicazione politica. Di quali precisamente non so (destra, sinistra, mezza destra, mezza sinistra, boh!); sono però quasi certo che questo cumulo di paludate banalità potrebbe piacere a molti.

Roma 13 aprile 2023

 

sabato 8 aprile 2023

Auguri per la Pasqua 2023

Buona resurrezione!

(di Felice Celato)

A Pasqua si è soliti farsi gli auguri, laici o fideles che si sia; e anche quest’anno non voglio mancare di farli ai miei ventiquattro lettori.

Per i fideles (di cui faccio indegnamente parte) c’è, ovviamente, un senso tutto particolare: la Resurrezione di N.S. Gesù Cristo è l’evento centrale della loro fede; e quindi il senso dell’Incarnazione e della Rivelazione tutta, che pure si compie con la Pentecoste. L’augurio di quest’anno è quello di farsi sempre trovare dal Risorto, ogni giorno, come gli apostoli (*), lungo le rive del nostro lago di Tiberiade, mentre si gettano le reti per guadagnarsi la giornata; pronti a lasciarsi scuotere dalle terribili domande che il Risorto rivolge tre volte a Pietro (“Simone di Giovanni, mi ami?”)  ma anche  a rimetterci alla Sua misericordia (“Signore, tu sai tutto e sai che ti voglio bene”).

Per i laici, invece, il senso di questa festa sta forse tutto nell’intimo bisogno, per noi tutti, di una resurrezione, anche solo umana: una rigenerazione dall’inverno delle nostre insufficienze, dalle quali, solo che si abbia un realistico senso di sé, siamo irrimediabilmente gravati.

In ogni caso, dunque, buona resurrezione a tutti!

Roma 8 aprile 2023

 

(*) Gv. 21, 1 e seg:  Quando si era ormai fatta mattina, Gesù si presentò sulla riva. Tuttavia, i discepoli non sapevano che fosse Gesù. Gesù allora disse loro: “Figlioli, non avete nulla da mangiare?”. Gli risposero: “No”. Disse loro: “Gettate la rete dalla parte destra della barca e ne troverete”. Allora la gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la gran quantità di pesci. Il discepolo che Gesù amava, disse allora a Pietro:  “E’ il Signore!”

 

lunedì 3 aprile 2023

Prepararsi per tempo

Esercizi di anti-forestierismo 

(di Felice Celato)

Avendo appreso dei nascenti pruriti puristi contro i forestierismi (uso di parole di origine straniera) ha fatto stamane un esercizio per predispormi – da cittadino rispettoso delle leggi – al nuovo corso identitario. Eccone i (deludenti) risultati.

Ho ascoltato nel dormiveglia mattutino, come ogni mattina, una sconfortante rassegna radiofonica della stampa quotidiana e ho cominciato ad inquietarmi: ucciso un blogger russo, barchini low cost pronti a salpare verso l’Italia, boom sovranista in Finlandia, mostra del Vinitaly con relative fake-news svelate da un sommelier, controlli sugli operatori in virtual-asset, risultati del clik-dayboom delle iscrizioni a medicina, nuove chances delle certificazioni, la filiera dello smart-building, nuove prospettive del coworking, nuovi trend del cibo, sconti e promozioni on-line, Draghi forse incontra la premier, lo stop ad una chat, un nuovo fungo killer, l’Anti-trust sanziona le compagnie telefoniche, difendiamo il made in Italy, il flop delle case della salute, tutti i nodi del Recovery, etc. etc..

Terrorizzato dall’incombere di una imminente dilagante illegalità, mi alzo dal letto e decido di distrarmi con nove buche di golf. Per i curiosi: la parola golf – inteso come sport – pare derivi da una parola scozzese goulf che significa schiaffeggiare, colpire (s’intende: la pallina!), o da una parola olandese Kolf che vuol dire mazza; ma c’è anche chi, poco politically correct e ancor meno inclusivo, sostiene che golf sia l’acronimo di Gentlemen Only, Ladies Forbidden (solo signori, signore escluse); come che sia, si tratta di uno sport forestiero, nel quale l’abuso di parole – appunto – forestiere è da mettere in preventivo. Ciononostante, provo a correggermi, sempre nello spirito legalistico che forse potrebbe a breve imporsi: così, presa la sacca, mi avvio sulla prima piazzola di battuta (tee), tiro fuori un guidatore (driver, la mazza per le lunghe distanze), piazzo il “pimpirillo” (il bastoncino di legno, noto anch’esso come tee, che sorregge la pallina per il tiro di partenza, il tee-shot, appunto) e sparo il primo colpo: molto efficace! Volo su tutto il percorso corretto (il fairway) e arrivo diretto sulla buca di sabbia nota come bunker (che però non saprei rendere in italiano); impugno il sabbia (inteso per tale il ferro corto noto come sandwedge, cuneo da sabbia, o più brevemente sand, cioè, appunto, sabbia) e riesco ad arrivare sul verde (il green); poi munito del tiratore specifico (il putter), realizzo il mio uccellino (cioè un birdie, inteso per tale un colpo sotto il pari, noto ai golfisti come il par)! Risultato ancora ottimo, turbato però da un subitaneo, invincibile, affaticamento lessicale e dallo sguardo perplesso dei miei compagni di gioco. Decido di tornare subito nella casa-circolo (la clubhouse), riconsegno la sacca e il carrello porta sacca (il trolley, per i golfisti) al portabastoni (sarebbe il caddie, anche addetto alla custodia delle sacche) e me ne torno verso casa. 

Prendo la macchina (di marca forestiera!)  e subito mi si accende una spia rossa: fuel! Cavolo, devo fare rifornimento! Ma non ho contanti a sufficienza. Nessun problema: sul mio telefono-bravo (lo smartphone) c’è un’apposita applicazione (application) per pagare con una speciale, apposita carta-brava (smartcard) che ti accredita anche, in automatico (cioè on line), i punti-fedeltà (rewards) sull’apposito sito della società petrolifera prescelta.

Arrivo a casa spossato dalle manie puriste e trovo mia moglie tutta contenta di avermi per tempo preparato un piatto a me graditissimo (purtroppo forestiero!): un guacamole, salsa messicana a base di Persea Americana, una pianta della famiglia delle lauracee, nota, anche da noi, col nome, forestiero, di avocado; che si abbinerebbe benissimo con un bicchiere del cabernet-sauvignon, il vino francese avanzato da una cena di qualche giorno fa, quando ancora non praticavamo l’antiforestierismo lessicale, che ben si accompagna con un giusto nazionalismo culinario e viti-vinicolo.

Per rilassarmi mi immergo nella lettura dei giornali, però stranieri perché quelli nazionali mi sono diventati linguisticamente pericolosi, come sperimentato ascoltando la rassegna stampa. Devo dire, però, che anche qui serpeggiano, ahinoi!, diversi forestierismi, ovviamente generati dal pericoloso circolare degli uomini e delle culture: e così, con riferimento alle sole parole di origine italiana, trovo, oltre agli ovvii pizza e spaghetti, anche espresso, pe(p)peroni, cappuccino, al fresco (anche nel senso corrente italiano, ma soprattutto per dire all’aperto), confetti, panino, adagio, bravo, mozzarella, fiasco (anche nel senso di insuccesso), mafia, e ora anche tangentopoli e imbroglio (quest’ultima presente da tempo anche nell’Oxford Dictionary); tutte parole a riprova della nostra capacità di esportare il meglio del made in Italy, del resto ora tutelato da un omonimo e nostrano ministero.

Il mio quotidiano esercizio termina qui; speriamo però che non ci tocchi praticare sul serio quanto, solo per oggi, sperimentato con enorme ed insulsa fatica.

Roma 3 aprile 2023 (torniamo seri: è la settimana santa!)

 

 

 

giovedì 30 marzo 2023

Non multa sed multum

 Deviando dalle parabole

(di Felice Celato)

Pare  (ma non ne ho trovato la citazione) che sant’Ignazio fosse solito predicare – a proposito della conoscenza e della sua acquisizione – non multa sed multum, per dire della necessità di “ruminare” a lungo quanto apprendiamo; in realtà – sempre pare, giacché forse c’è sempre qualcuno che diceva qualcosa prima – la frase trarrebbe origine da una massima latina di Plinio il Giovane (Aiunt enim multum legendum esse, non multa) intendendo con ciò che non sia necessario avere di mira il numero delle nozioni bensì l’approfondimento delle conoscenze e delle culture (fonte: Treccani).

Mi tornava in mente questo concetto leggendo, su Il Foglio di oggi, un articolo dell’ottimo Sergio Belardinelli sull’erronea identificazione del conservatorismo con l’antiliberalismo. Il prof., qui più volte citato per la straordinaria consonanza fra i suoi scritti e le povere opinioni dell’homo mechanicus che redige          queste noterelle, fa una rapido cenno alla nota parabola dei talenti (non è necessario essere un fidelis per averla sentita più volte citare!) notando come, in fondo, essa contenga anche un’esplicita condanna della naturale disposizione degli uomini a conservare ciò che hanno a cuore, spingendoli in molti casi all’eccesso di conservare anziché moltiplicare, come accade all’uomo che sotterra il suo talento. [Mi viene spesso in mente che la stessa parabola, ruminata molte volte, potrebbe anche essere utilizzata per difendere la tanto spesso ingiustamente disprezzata opera dei banchieri: servo malvagio e poltrone, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso? Bisognava dunque che tu avessi depositato i miei denari dai banchieri e io venendo, avrei recuperato il mio con l'interesse (Mt, 25,26-27)].

Nello stesso spirito, in questi giorni, grazie ad amico saggio e benefico, sono tornato a riflettere su uno spunto dell’altrettanto famosa parabola evangelica del buon Samaritano (anche qui: chi non la conosce?). Mi faceva notare Alessandro R.: il buon Samaritano, che si prende cura del viandante rapinato e bastonato dai briganti, dopo aver subito fasciato le sue ferite versandovi sopra olio e vino, lo affida ad un albergatore affinché questo provveda alla sua assistenza e convalescenza, facendosi carico delle spese per tale assistenza (gli anticipa due denari e gli promette di rimborsare quanto eventualmente speso in più per le cure affidategli). Morale che ne traeva Alessandro, che di queste cose se ne intende assai: anche per prendersi cura degli altri, abbiamo spesso bisogno di “intermediari specializzati” (da scegliere con cura, evidentemente!). [ Tutti sanno che Margareth Thatcher traeva dalla parabola, una “sua” morale, in fondo nemmeno sbagliata: nessuno si ricorderebbe del Buon Samaritano se avesse avuto solo buone intenzioni: aveva anche soldi!].

Bene: tutto questo per dire che anche le parabole evangeliche (anzi, ovviamente, soprattutto le parabole evangeliche) se adeguatamente ruminate sono ricche di spunti che vanno còlti, nei loro tanto vasti significati, anche indiretti e laterali; e se ciò vale senz’altro per coloro che – come me – riconoscono la “particolare natura” dei racconti evangelici, può comunque anche valere per coloro che ad essi, tutt’al più, riconoscono la natura di una semplice umana saggezza di un remoto rabbi morto per un palese errore giudiziario, peraltro democraticamente commesso (chi volete che vi rilasci: Barabba o Gesù detto Cristo? Mt. 27, 17)

Roma 30 marzo 2023

 

 

sabato 25 marzo 2023

Letture

La madre di Leonardo

(di Felice Celato)

Eccomi qua, dopo 20 giorni di silenzio fatto di crescenti perplessità sullo stato mentale ed emotivo della “nazione”, a segnalare una lettura molto utile per estraniarsi dal presente, nella storia (lontana). Si tratta di un volume che – se non nascondesse la sottile pro-vocazione di cui dirò appresso – sarebbe forse sfuggita all’attenzione dei mass-media, tumultuanti di trucismi (copyright Il Foglio) e di borborigmi vocali (copyright mio): Il sorriso di Caterina – La madre di Leonardo, di Carlo Vecce (Giunti, 2023, 530 pagine!).

Carlo Vecce, un raffinato studioso della civiltà del Rinascimento (e di Leonardo da Vinci in particolare), non è di mestiere un narratore (per esempio, usa assai poco le forbici, magnifico strumento del narratore) ma, dopo anni di studio dedicato, appunto, alla vita e ad alle opere di Leonardo, ha felicemente scelto di mettere in narrazione la parte delle sue ricerche scientifiche sulle origini familiari di Leonardo; e lo ha fatto, con prosa colta e raffinata, ricostruendo, in molte pagine, la vita di Caterina, della “principessa” circassa (divenuta una schiava italiana), che, sulla base delle sue ricerche, sarebbe la madre del grande genio, vanto mondiale della nostra storia culturale. Il libro ne segue le vicende, dalla fuga dalla sua regione caucasica fino al suo avventuroso arrivo a Firenze. I personaggi che ne accompagnano il difficile viaggio sono, in realtà, un avvincente strumento dell’autore per ripercorrere una buona parte della storia economica e sociale dell’Italia (fra Venezia, Firenze ed il piccolo paese di Vinci) a cavallo fra il XV ed il XVI secolo, sullo sfondo della magnifica figura di donna (Caterina, appunto) che sarebbe la madre del nostro genio. E’ fin troppo chiaro – credo – che il confine fra la narrazione fantastica e la verità storica non è sempre facilmente percepibile da chi, come me, non è assolutamente un esperto della materia; ma la natura dell’autore lascia presumere che la “verità scientifica” della tesi di Vecce sia perfettamente rispettata, come del resto spesso accade per i migliori romanzi storici della letteratura mondiale. 

E dunque una breve considerazione vorrei riservarla proprio al senso contemporaneo di questa “verità scientifica” ed al suo contenuto “pedagogico” in questi nostri tempi di farneticazioni identitarie. Al lettore attento di queste colonnine non può essere sfuggita la duplice citazione (da ultimo in un post del 15 gennaio, Rimuginando…fra politica e culinaria) della feconda natura di ogni incontro con l’altro, che spesso temiamo come fosse il nemico della nostra (supposta) purezza. 

Commenta così, il professor Vecce a conclusione del suo libro, il senso attuale del suo racconto: Trentamila morti così in dieci anni [negli abissi del Mediterraneo], nell'indifferenza totale, mentre a poche miglia di distanza sfilano luccicanti navi da crociera. Ma per molti quei morti non esistono nemmeno, non sono mai esistiti. Se sopravvivono e si adattano a fare gli schiavi a casa nostra qualcuno dirà che sono venuti a rubarci il pane, che sono sporchi, selvaggi, ladri, spacciatori, puttane, e ci portano pure contagio e malattie. È così difficile vedere nell'altro un essere umano?

Pare che la giovane Caterina avesse una spiccata dote naturale per il disegno: che sia “derivata” da lei (la bellissima circassa divenuta schiava nei nostri lidi) la somma maestria di Leonardo, il grande genio della “nostra” storia culturale?

Roma 25 marzo 2023, festa dell’Annunciazione (quando Dio si è “contaminato” nell’uomo)

 

 

domenica 5 marzo 2023

Un ragionamento astruso

La domanda e l’offerta di politica

(di Felice Celato)

Mi pare di aver qui utilizzato altre volte questi concetti di natura…. mercatistica, come direbbero coloro che usano il termine senza ben conoscerlo (chi vuole può guardarsi il temine mercatismo sul Dizionario di Economia e Finanza della Treccani). Tuttavia li chiarisco di nuovo: per “domanda di politica” intendo ciò che “il popolo sovrano” sembra richiedere a chi governa o a chi aspira a farlo in futuro; per “offerta di politica” ciò che ad esso “popolo sovrano” propongono quelli che una volta erano i “leaders politici” (di governo o di opposizione) e che oggi più realisticamente chiameremmo “aspiranti followers politici” o “like-dipendenti compulsivi”.

Torno oggi a fare uso di tali concetti per commentare la situazione (assolutamente nuova per casa nostra ed anche, per quel che ne so, certamente inconsueta un po' in tutto il mondo) in cui l’Italia politica è appena venuta a trovarsi: due donne ai vertici della politica, l’una a capo della coalizione di governo (e del Governo stesso), l’altra a capo della maggiore forza di opposizione. Da convinto eterofilo non posso che compiacermi di questa novità, dalla quale mi aspetto che si sviluppino nuove energie e potenzialità nel piccolo stagno in cui da molti anni viviamo.

Però, volgendomi ai concetti di domanda ed offerta di politica, occorre riconoscere che la “capa” dell’opposizione ha un compito assai più facile di quello della “capa” del Governo. L’incrocio fra la domanda e l’offerta di politica è in democrazia il meccanismo che assicura la “nascita” del prodotto, inteso per tale: per chi sta all’opposizione, la semplice aggregazione del “consenso ad opporsi”; e, per chi governa, la concreta azione politica.

Ora, mentre per il primo (il consenso ad opporsi) il “prodotto atteso” (cioè, appunto, la aggregazione di tale consenso) si giuoca sul piano delle parole, per la seconda (cioè la concreta azione politica)  il “prodotto atteso” si giuoca sul piano dei fatti. E i fatti sono assai più difficili da maneggiare delle parole. 

Non è un caso (credo), che alcuni osservatori della politica italiana (assai più versati di me nella materia) ascrivano a merito della “capa” del Governo una marcata incongruenza fra i fatti messi in campo (diversi dei quali anche a me appaiono adeguati alle esigenze del nostro presente, così come io me lo rappresento) e le posizioni assunte (implicitamente o esplicitamente) quando la stessa “capa” del Governo era semplicemente una autorevole esponente dell’opposizione, intensamente coinvolta nella (politicamente fortunata)  aggregazione del “consenso ad opporsi”.

In questa prospettiva la “capa” del maggior partito di opposizione ha un giuoco estremamente più facile perché ad essa spetterà soltanto la produzione di parole (di solito slogan) atte a pescare nelle confuse acque dell’opposizione quel “consenso ad opporsi” che costituisce la sua (attuale) mission.

Il fatto è – purtroppo – che la domanda di politica che si agita in queste confuse acque (meglio: per fortuna solo in gran parte di esse) mi pare estremamente contraddittoria con le esigenze di un Paese che voglia nutrire serie speranze per il suo futuro; e temo che la “pesca” sarà rivolta proprio alle parti più torbide (politicamente, intendo) di tali acque. 

Fuori di metafora: se la aggregazione di consenso ad opporsi sarà – e credo che necessariamente lo sarà – rivolta a sollecitare la domanda di politica che ingloba (anche) le peggiori statolatrie populistiche che il nostro Paese ha espresso negli anni più recenti, c’è da augurare alla probabile “capa dell’opposizione” un clamoroso insuccesso come tale; oppure – assai meglio per lei – che, all’indomani di un invece possibile successo nella sua attuale mission (i.e.: un futuro successo elettorale che la porti al Governo), sappia poi esprimere la stessa libertà dalle parole che sembra caratterizzi l'attuale “capa” del Governo.

NB: non mi pare di saper esprimere più chiaramente (?)  le mie preoccupazioni sul tortuoso presente; l’unica “certezza” che mi pare resistere alla prova dei tempi è quella che diceva un ignoto sarcastico aforista: la democrazia è il sistema che garantisce che non saremo mai governati meglio di come meritiamo, specie (aggiungo io) in questo tempo di superficiali opinionismi.

Roma 6 marzo 2023