venerdì 25 marzo 2022

La complessità del reale

….e gli incomprimibili iati

(di Felice Celato)

Come, credo, tutti noi, seguo – con ansia, compassione, fatica, sdegni per quel che vedo e timori per quel che presagisco – l’evoluzione e l’involuzione della crisi Ucraina. Quando questo orribile squarcio di Novecento si è aperto davanti a noi nel nostro secolo, non ho avuto pudore (cfr. Tragiche emozionipost del 27 febbraio u.s.) nel confessarmi emozionato e confuso (ma, forse, l’emozione non è già una forma di confusione della ragione?) nel considerare gli eventi, mentre ci scorrono davanti, nella guerra in diretta, le immagini tragiche di morti, distruzioni insensate, sofferenze indicibili e convogli di profughi. 

Ancorché ormai provvisto di molte verità dei tanti virologi della guerra (professionisti e dilettanti) che hanno allineato articoli su articoli per esternare opinioni, radiografare le cause degli eventi (dichiaratamente note), individuare presunte certezze e formulare argomentate aspettative, a distanza di un mese non mi sento,  per la verità, meno confuso ed emozionato; forse – come è stato brillantemente notato (Lorenzo Tomasin, Ostinati meteorologi della storia, in Ucraina, una ferita al cuore dell’Europa, Il Mulino, 2022) –  uno dei grandi guasti prodotti dalla guerra – vero scacco della ragione - è che quando essa incombe non è possibile, forse né tacere giudiziosamente né parlare saggiamente

Del resto, anche la comprensione (intesa come acquisizione di una affidabile lettura della genesi e della manifestazione dei fatti), mai come quando scendono in campo anche drammatiche passioni è naturalmente soverchiata dalla inestricabile complessità del reale; anche quando ad esporla – la presunta comprensione – sono impegnati i virologi o i meteorologi di cui dicevamo poc’anzi. Se possibile, infine, lo scenario si complica enormemente quando la comprensione è “guidata” da letture ideologiche (coscienti o incoscienti) della storia. 

D’altra parte, non credo che i sei milioni di ebrei, mentre camminavano verso l'olocausto, possano  aver trovato ragioni di assoluzione dello sterminatore (o magari solo di conforto intellettuale) nella lettura del notissimo libro di J.M. Keynes (The economic consequences of the peace) sugli errori commessi dai vincitori della I guerra mondiale con le durissime riparazioni dei danni di guerra imposte ad Austria e Germania, dalle quali forse è stato generato il mostro nazista.

Ancora di più, l’inestricabile complessità della storia mentre si fa entra in stridente conflitto con la semplificazione del reale che è naturalmente  - direi: ontologicamente - sottesa ad ogni pur necessaria ricerca di vie d'uscita. Chiunque abbia operato qualcosa in contesti complessi, quand'anche non così drammatici come i presenti, ha sperimentato come ogni azione concreta implichi di per sé una (rischiosa) semplificazione del reale, non foss’altro per solo classificare (fra decisivi, rilevanti o irrilevanti nel concreto dell'azione) gli elementi che la comprensione del reale ci pone davanti; senza con ciò esimerci dall'azione quando questa è, anche solo moralmente, doverosa; né sottrarci ai rischi dell'agire.

Credo sia questo incomprimibile iato, fra complessità del reale ed azioni concretamente avviate o da avviare per evitare il disastro, che mi porta però a sospendere ogni (personale e definitivo) giudizio sulle reazioni che il mondo occidentale sta mettendo in campo per contenere (e anche reprimere!) questa terrifica mossa della Russia, le cui disastrose e inumane conseguenze ci scorrono quotidianamente davanti agli occhi attoniti. Quindi non entro nella competizione fra le diverse qualificazioni delle “pazzie” delle reazioni, con cui quotidianamente alimentiamo ogni eccesso delle parole.

Nel giorno della festa cardine della religione cattolica (l’Annunciazione e il concepimento del Salvatore), mentre scorro la bella preghiera papale di affidamento della Russia e dell’Ucraina allo sguardo misericordioso della Regina pacis, mi tornano anche in mente – come fossero un grido che viene da Mariupol – le ultime righe di quel disperato e capitale messaggio a Dio raccontato dall’ebreo Lituano Zvi Kolitz (Yossl Rakover si rivolge a Dio, qui segnalato in Letture del 7 febbraio 2013), e scritto nel ghetto di Varsavia il 28 aprile del 1943 tra cumuli di pietre carbonizzate e ossa umane: …. Hai fatto di tutto perché non avessi più fiducia in Te, perché non credessi più in Te. Io invece muoio così come sono vissuto, pervaso di un'incrollabile fede in Te. Sia lodato in eterno il Dio dei morti, il Dio della vendetta, della verità e della giustizia, che presto mostrerà di nuovo il Suo volto al mondo e ne scuoterà le fondamenta con voce onnipotente. Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno. Nella tua mano, Signore, affido il mio spirito.

Roma, 25 marzo 2022

 

 

domenica 6 marzo 2022

Un profilo del tempo

 La dignità di un nazionalismo culturale

(di Felice Celato)

Devo all’ansia di evasione di questi giorni para-bellici (nel senso già detto l’altro giorno) la lettura di un breve saggio di George Orwell Sul nazionalismo (Lindau, 2022, ma l’originale ovviamente è di molti anni fa, del 1945). Per nazionalismo – scrive Orwell – intendo soprattutto quell'abitudine a pensare che gli esseri umani possano essere classificati come insetti e che interi blocchi di milioni o decine di milioni di persone possano tranquillamente essere etichettati come “buoni” o “cattivi”…. Il nazionalismo non deve essere confuso con il patriottismo. Entrambe le parole sono normalmente utilizzate in modo così vago che ogni loro definizione può essere messa in dubbio, ma è necessario distinguerle dal momento che esprimono due idee differenti o addirittura opposte. Per “patriottismo” intendo la devozione a un luogo o a uno stile di vita particolari, che vengono considerati i migliori al mondo ma che non si ha il desiderio di imporre ad altri. Il patriottismo è per sua natura difensivo, tanto militarmente quanto culturalmente. Al contrario, il nazionalismo è inseparabile dal desiderio di potere. L'obiettivo costante di ogni nazionalista è quello di assicurarsi maggior potere, maggior prestigio, non per sé stesso, ma per la nazione o per quell'altra unità nella quale ha deciso di dissolvere la propria individualità.

Fin qui la citazione; dico subito che il saggio per molti aspetti non mi ha convinto, ma mi ha fatto riflettere, soprattutto quando considera il nazionalismo nella sua dimensione meta-patriottica, cioè riferendolo ad entità più vaghe o (per meglio dire) più ampie del proprio “paese” o “paesello” che sia.

Bene: posto che considero il patriottismo (secondo l’accezione Orwelliana: la devozione a un luogo o a uno stile di vita particolari, che vengono considerati i migliori al mondo) come un residuo di mentalità otto-novecentesca, provinciale e ormai del tutto fuori del tempo nella sua dimensione territoriale e quasi valligiana, mi domando se, oggi, hic et nunc, non abbia, invece, senso un nazionalismo culturale, inteso come profondo senso di appartenenza ai valori ed al pensiero che permeano la nostra civiltà Europea e lato sensu occidentale; un senso di appartenenza che, tuttavia, non implica (e, per sua natura, non potrebbe implicare), come sembrerebbe pensare Orwell, alcun desiderio di potere.

Giova qui, forse, per meglio delineare il concetto, citare la premessa a firma congiunta dei due autori (Angelo Panebianco e Sergio Belardinelli) dell’ottimo saggio (All’alba di un nuovo mondo, Il Mulino 2019) già segnalato su queste pagine in Letturepost del 15 maggio 2019. Scrivono i due nostri (sottolineature mie): condividiamo, in primo luogo, l'idea che la civiltà liberale, coi suoi principi, con le sue istituzioni, con le sue regole, sia il più importante “dono” dell'Europa moderna al mondo. Per entrambi, si tratta del frutto maturo della tradizione cristiana. È nata in Europa, e poteva nascere solo in Europa, proprio in ragione delle sue origini cristiane. La civiltà liberale – ne siamo ben consapevoli – non ha mai trovato piena realizzazione, nemmeno nella sua culla europea. L'Europa resta ben lontana dall'aver dato compiuta attuazione a quell'insieme di ideali ed istituzioni. Tuttavia, pur con tante gravi imperfezioni e limiti, l'Europa, unitamente a quel mondo occidentale che ne una diretta filiazione, ha dato comunque vita, ispirandosi a quegli ideali, a società più vivibili di altre, ove “libertà” e “dignità” non sono solo parole vuote.

La mente mi corre inevitabilmente all’immagine Ratzingeriana dei tre colli (quelli emblematici di Atene, di  Gerusalemme e di Roma), fonti dell’identità spirituale e culturale Europea. Ma allo stesso tempo mi sorge la domanda se, dei valori di tale identità, ci siano, nei nostri animi e nelle nostre menti, la piena e diffusa coscienza e la mite fierezza che questa merita di suscitare.  I tragici eventi di questi giorni ci dicono con chiarezza che, ai “confini” del nostro mondo, essi costituiscono, sui due fronti, rispettivamente l’agognato modello ed il vero nemico. L’eroica resistenza dell’Ucraina ci sta forse mostrando quello che, di noi, assai più dovremmo apprezzare.

Roma  6 marzo 2022

venerdì 4 marzo 2022

Segnalazioni

Letture per evadere

(di Felice Celato)

Come spesso mi accade in periodi di angoscia collettiva, anche stavolta – in mezzo ai rumori assordanti di follie novecentesche risuscitate improvvisamente nel nostro secolo e impietosamente rimbalzate dai media – ho tentato di astrarmi tuffandomi in una difficile lettura per evadere; non, però, una lettura di evasione (come pure verrebbe naturale, prendendo in mano, chessò, un giallo o magari un libro di Murakami) ma una impegnativa lettura per evadere verso il mondo – di pensieri e sentimenti - che abbiamo amato e coltivato prima che il tempo avesse cominciato il suo tentativo di scorrere all’indietro, sospinto dai passi dei fanti e dai cingoli dei carrarmati. Eccomi, dunque, a segnalare il frutto (felice) di questa tentata evasione dal presente.

Si tratta di un volumetto (di Flavio Felice, Michael Novak, IBL Libri, 2022) che il brillantissimo storico delle dottrine politiche, cattolico e liberale (Flavio Felice) dedica al pensiero di un suo maestro, Michael Novak, appunto, politologo e teologo americano, anche lui cattolico, scomparso un lustro fa. (Ai lettori più tenaci di questo blog, potrebbe sovvenire una lettura qui segnalata, non senza qualche iniziale perplessità, nel luglio del 2018, Verso una teologia dell’impresa, edita da Il Foglio proprio nel 2018).

Il libro di Felice (…non Celato, questa volta, anche se con questo pienamente consentaneo) ricostruisce con passione il pensiero di Novak lungo il crinale della cosiddetta dottrina sociale della Chiesa (dalla Rerum novarum ai giorni nostri) per illustrarne le coerenze profonde (ma non sempre evidenti alla lettura superficiale) col moderno concetto di capitalismo democratico; centrato sull’impresa (come risposta concreta al dramma della povertà), sulle virtù cardinali dell’imprenditore (creatività, realismo e senso del valore sociale dell’agire imprenditivo), sul capitale umano (inteso come caput, ossia il luogo nel quale hanno sede le virtù e le abilità umane: l'inventiva, la creatività, la responsabilità, la comunione, la reciprocità, la laboriosità, in una parola: la persona), sull’inappellabile critica allo statalismo (qui di solito definito come statolatria), sul pluralismo politico e sociale, sulla internazionalizzazione dell’economia (che integra la dimensione economica con quella politica ed entrambe con quella culturale).

Ce ne è abbastanza, credo, per spiegare, a chi è abituato a leggere le paginette di questo blog ed in sintesi estrema, il perché degli entusiasmi che mi ha suscitato questo libretto (di 150 pagine, molto dense ma chiare); e il perché della convinta segnalazione che ne faccio ai miei lettori, nell’intento di confortare quelli che condividono i miei sentimenti su questi temi e, magari, di convertire quelli (i più) che a quei sentimenti sono più resistenti.

Qualche parola ancora vorrei dedicare all’autore del libro, il prof. Flavio Felice che ho molto apprezzato come chiarissimo speaker in un webinar sul pensiero cattolico nella dottrina dello stato e che sto anche leggendo in un’opera (assai più corposa di quella su Novak) dedicata al pensiero politico di Luigi Sturzo, del quale il Felice è un profondissimo conoscitore (I limiti del popolo – Democrazia e autorità politica nel pensiero di Luigi Sturzo, Rubettino, 2020, disponibile anche in ebook). Su questa, magari, torneremo più in là; per ora – date le premesse evasive dalle quali sono partito – mi basta godere del pensiero che questo nostro mondo occidentale, che oggi sembra messo in discussione con la prepotenza e che forse ama sé stesso meno di quanto merita, in fondo, anche in periodi di storiche violenze, ha saputo custodire la tenacia di chi ha creduto di poter parlare ai suoi contemporanei come ad uomini liberi e forti.

Roma 4 marzo 2022

 

domenica 27 febbraio 2022

Tragiche emozioni

Scenari novecenteschi

(di Felice Celato)

Meno di due mesi fa, dando un’occhiata preoccupata all’imminente 2022 (post L’ambiguo 2022, del 29 dic. 21) avevo esplicitamente espresso la speranza di poter provvisoriamente prescindere dal considerare i preoccupanti scenari geo-politici che avevamo (ed abbiamo) di fronte. E, come spesso mi accade, sbagliavo. Dopo poco meno di due mesi, stiamo respirando l’alito fetido di venti di guerra a poco più di 1000 km dal nostro confine (la distanza fra Trieste e Leopoli – la più vicina delle grandi città Ukraine – è di 12 ore in auto, un’ora in aereo; più o meno la stessa di quella fra Trieste e Palermo).

I giornali sono pieni di analisi, talora anche autorevoli, su quanto sta accadendo in Ucraina perché io – che non posso certo dirmi un esperto di geopolitica – tenti di allineare la mia. 

A me pare chiara solo una cosa: che il nemico contro il quale il “denazificatore” Putin (con metodi non dissimili da quelli del “nazificatore” di qualche ventennio fa) sta portando un attacco spietato, è l’Europa; ai valori di questa (di cui essa stessa talora sembra immemore) che hanno indotto ed inducono un crescente numero di “pezzi” dell’ex-impero sovietico a desiderare di entrare a far parte dell'UE, sottraendosi anche al triste "protettorato" degli epigoni di quello. E la generazione di centinaia di migliaia di profughi verso ovest è una implicazione astuta dell’attacco (una bomba atomica politica, nei nostri paesi da tempo confusi e arrovellati sul problema delle accoglienze).

I media televisivi consentono oggi di vivere quasi in diretta il dramma di una giovane nazione che, con le fionde di Davide, si appresta a resistere al Golia che tanti ammiratori ha pure da noi (basta cercare su Internet per dotarsi di argomenti sufficienti per commiserarci della nostra classe politica): il breve video di un mezzo pesante Russo, che devia dalla sua strada per fagocitare una vettura privata di un cittadino del popolo “nemico”, resterà – temo – l’immagine vivida dell’operazione in atto.

Sono – lo confesso – emozionato e confuso. Le forze del male e le loro lunghe radici nell’animo umano mi hanno sempre spaventato; tanto più quando si alimentano del sonno della ragione che – come ha magistralmente illustrato Goya – genera mostri.

Mi resta la fede che le porte degli inferi non prevarranno. Già, non praevalebunt; ma quanto sarà lungo il cammino di dolore che sarà necessario percorrere?

Roma 27 febbraio 2022

mercoledì 16 febbraio 2022

Spigolature classiche

 Scrivere, di questi tempi

(di Felice Celato)

Scrivere, anche solo per chiacchierare fra amici, di questi tempi mi è oltremodo faticoso: sono estremamente preoccupato per gli andazzi sociologici e psico-politici del nostro paese, che si frastorna di bonus, di slogan, di pre-elettoralismi dissennati, di isterie collettive amplificate da una stampa sempre meno pensosa, di una stanchezza delle menti e delle emozioni, che mi paiono – tutte insieme – sempre più pericolose (almeno per il prossimo futuro, quando questo governo sarà – temo – soverchiato da queste pulsioni).

Eppure, per mantenere una linea di comunicazione che valga a superare la noia angosciosa, mi rimetto alla tastiera, con qualcosa destinato – almeno nelle intenzioni – a far sorridere qualcuno.

Una premessa, ancora, prima di venire alla spigolatura di oggi: non sono così colto da intrattenere quotidiani conversari coi classici latini, pur amando molto il latino e quel mondo; per fortuna però ho anche una cognata molto colta e professionalmente versata nella materia, che ogni tanto mi gira qualche ritaglio su cui riflettere; da questo, quanto segue. 

L’autore è Caio Plinio, detto Plinio il Giovane, avvocato, scrittore e magistrato romano del I secolo d.C.; l’opera è il suo Epistolario, dalla cui edizione Utet (in ebook) copio questa lettera (IV libro, lettera n. 25) ad un (a me) ignoto Mesio Massimo, suo amico e corrispondente.

Caio Plinio invia i suoi saluti al caro Mesio Massimo. Ti avevo scritto che c’era da temere che dalle votazioni a scrutinio segreto scaturisse qualche guaio. Le previsioni si sono realizzate. Negli ultimi comizi in alcune schede si sono trovate molte barzellette e perfino sconcezze, in una poi invece dei nomi dei candidati c’erano quelli dei loro fautori. Il senato s’infiammò di sdegno e con urla minacciose invocò la collera dell’imperatore contro chi aveva scritto in quella maniera. Il responsabile però rimase incognito e nascosto, forse era addirittura tra quelli che manifestavano il loro crucciato risentimento. Che cosa non possiamo pensare che faccia, nella sua vita di cittadino privato, colui che in un affare di tanta importanza, in un momento così serio, si diverte con pagliacciate di questo genere, che, insomma, per riassumere tutto in breve, in senato vuol fare l’impertinente, lo spiritoso, lo scanzonato? Tanta è la sfrenatezza che ingenera nelle nature abiette la ben nota baldanza dell’«E chi lo saprà?». Domanda le schede, afferra lo stilo, abbassa il capo, non teme nessuno, disprezza sé stesso. Da questa disposizione d’animo provengono questi meschini scherni che starebbero bene sul palcoscenico di un teatro. Da che parte voltarsi? Che rimedi cercare? Dovunque i mali sono più potenti dei rimedi. Ma a tutto ciò penserà chi è al disopra di noi, a cui ogni giorno procura un aggravio di veglie ed un aggravio di fatiche questa nostra impudenza, sterile e tuttavia senza ritegno. Stammi bene.

Che dire? Dopo le saghe di Quirinalia – per fortuna almeno finite bene – questa lettera di sapore… italico e contemporaneo, per lo meno mi ha fatto sorridere. Che una certa voglia di non essere seri, fin da 20 secoli fa  (e anche da prima),  fosse una caratteristica del nostro lignaggio mi era noto (si parlava di Italum acetum, per dire però, anche, che lasciava un sapore amaro in bocca); e i latini ci fondarono la loro satura (satira) e ne sopravvissero, anche bene, per molti secoli. Solo che oggi – nei suoi omotipi contemporanei, a distanza di tanto tempo e con l’incombere di tanti problemi (…e senza un impero su cui prosperare) – mi pare una triste rappresentazione della nostra maturità.

Roma, 16 febbraio 2022

 

 

 

domenica 30 gennaio 2022

Quirinalia e seguenti

Il gattopardo rovesciato

(di Felice Celato)

Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi

Al termine di questa vicenda tragicomica, messa in scena dalla cachistocrazia rappresentativa per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, mi tornava in mente questa famosa frase con la quale Tancredi, il giovane nipote del principe di Salina, ha espresso quel concetto che abbiamo finito per chiamare gattopardismo

E, in un imprudente accesso di fiducia nel futuro politico italiano, mi è venuta voglia di enunciarla alla rovescio: Se vogliamo che tutto cambi, bisogna che tutto resti com’è. E così (nulla cambiando) hanno fatto i nostri rappresentanti, i Grandi Elettori dal piccolo animo, senza peraltro avere coscienza che, lasciando tutto com’è, stanno comunque certificando (anche attraverso il loro comportamento nella vicenda) l’urgenza che tutto cambi. 

Non senza gravissimi rischi di insuccesso, però, perché l’avere ancora un ottimo Presidente della Repubblica ed un ottimo Presidente del Consiglio non dà le necessarie certezze di successo. E non le dà perché non è affatto sicuro che, nel contesto auspicabilmente post-pandemico, Draghi possa restare al posto di comando per il tempo necessario a farci recuperare diversi decenni di regresso relativo; non è sicuro che le pulsioni rissose dei nostri rappresentanti trovino un valido argine nella qualità dei sommi rappresentanti del Paese; non è sicuro che l’Italia comprenda che non di soli ristori (e di debito) può vivere a lungo un Paese che si è (forse e finalmente) scoperto fragile, confuso e bisognoso dell’altrui (non eterna) solidarietà finanziaria; e che sappia, di conseguenza, modificare la sua “domanda” di politica.

Questa non sicurezza – a mio non recente parere – non deriva però solo dalla pur conclamata inadeguatezza delle nostrane dirigenze politiche, perché, in fondo, queste sono pur sempre lo specchio democratico delle nostre debolezze sociologiche e culturali. In altri termini: inevitabilmente i rappresentanti inadeguati postulano l’inadeguatezza dei rappresentati (mi sono “divertito” a coniare il concetto di cachistocrazia rappresentativa proprio per dire di questo cortocircuito democratico). Senza un loro corrispondente elettorato non ci sarebbero – se non per eccezione – rappresentanti inadeguati; e bisogna prenderne atto per mitigare le “colpe” di questi ultimi, magari facendo ancora loro credito, con incauta speranza, della capacità di modificare di conseguenza la loro “offerta” di politica.

Dunque anche se i Grandi Elettori dal piccolo animo hanno deciso che bisogna che tutto resti com’è, occorre, comunque ed assolutamenteche tutto cambi. 

Un vasto programma, direbbe De Gaulle. Ma – ed è questo l’imprudente accesso di fiducia nel futuro di cui dicevo poco fa – non impossibile perché in fondo (molto in fondo) gli Italiani proprio irrimediabilmente bacati non sono. Sono convinto, per esempio, che – prescindendo dalle modalità con cui hanno preso vita in questa recente tornata – la stragrande maggioranza dei cittadini Italiani sia contenta degli attuali presìdi istituzionali (sia Mattarella che Draghi godono di un meritato e diffuso apprezzamento largamente positivo; da notare: anche per la loro parsimonia di parole, così diversa dalla garrula vacuità del linguaggio di partiti e di media che li corteggiano con ossessiva costanza); così come sono convinto che il contesto internazionale in cui viviamo e da cui dipende il nostro futuro (piaccia o non piaccia ai cultori di orizzonti valligiani), abbia apprezzato la soluzione adottata, sia pure cogliendo la dimensione tragicomica della sua genesi; così come, infine, sono convinto della vitalità del nostri animal spirits, solo che si ritrovi la strada per lasciarli fare il loro mestiere, al riparo da ogni inclinazione statolatrica.

In questo contesto di timori e speranze, non resta che augurarci che il gattopardo rovesciato (Se vogliamo che tutto cambi, bisogna che tutto resti com’è) trovi gli Italiani (rappresentati e rappresentanti) esenti dal peccato dei siciliani del Gattopardo (il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è quello del “fare”); dei siciliani del romanzo, ovviamente.

Roma, 30 gennaio 2022

 

 

mercoledì 5 gennaio 2022

Invecchiamento immateriale?

Senectus ipsa est morbus

(di Felice Celato)

La vecchiaia è per sé stessa una malattia: fra amici (almeno fra i seniores non privi di qualche rudimento latino) si suole usare spesso questa frase di Terenzio, magari per commentare qualche analisi clinica sgarbata o qualche fastidioso malanno da mera consunzione (ratione aetatis). Ma, come ad ogni inizio d’anno e da qualche tempo, a me viene il dubbio che non sia solo il corpo ad invecchiare, ma anche l’animo, qui “laicamente” inteso come il principio vitale dell’uomo… la parte intima della personalità (Treccani) [Dell’altra anima, quella su cui affonda le sue radici la nostra coscienza e che noi fideles affidiamo solo al giudizio misericordioso di Dio, parlo volentieri solo con Chi di competenza! E Lui, nella Sua infinita saggezza (e misericordia), non legge i miei post]. 

E non sono le giunture, le ossa o la perdita di qualche abilità muscolare a rivelarci questo invecchiamento immateriale, ma le arterie dell’animo nelle quali, col tempo, si depositano gli ateromi della stanchezza, il colesterolo degli sconforti che non abbiamo combattuto, i coaguli delle insofferenze che, forse, abbiamo addirittura coltivato. 

Purtroppo, non esiste, per questo invecchiamento immateriale, una spia inequivocabile, come sarebbe, per il corpo, il referto di un’analisi del sangue che, coi suoi ineludibili numeretti rossi, di tanto in tanto ci richiama all’ordine. Per l’animo (quello come sopra inteso) non ci sono laboratori d’analisi diversi da quelli che noi stessi possiamo gestire, esplorandoci a fondo, magari – come a me accade – al passaggio di qualche pietra miliare del tempo; tutt’al più ci sono le mogli che ci vedono invecchiare nell’umore e nella pazienza; ma il loro giudizio non conta….perché, per affetto, ben difficilmente sarebbero così franche come l’algido analista del laboratorio; e poi perché il decorso del tempo vale anche per loro, che di solito preferiscono non pensarci. Forse un aiuto più clinico potrebbe venirci dagli amici, quelli con cui più volentieri ci si sfoga; ma, anche loro, un po' invecchiano (inevitabilmente), magari a loro volta portandosi dietro le loro deformazioni per fortuna opposte alla mie; e poi non sono sicuro che il loro giudizio non sia influenzato dall’essere stati per tanti anni i destinatari innocenti dei mei sfoghi. 

Dunque non resta che l’auto-analisi (la cui obbiettività però rimane dubbia).

Allora, poiché la 73° pietra miliare mi passa davanti, posso ufficialmente autocertificarmi invecchiato anche (o soprattutto) immaterialmente? Un fatto è certo: le analisi cliniche (per fortuna) sono migliori di quelle dell’animo (sempre come sopra inteso); e il sintomo di quel disagio arterioso dell’animo mi pare un senso profondo di stanchezza e di logoramento, ineludibile segno di invecchiamento.

Certo – bisogna riconoscerlo – come avviene per il corpo, anche l’animo risente dell’ambiente in cui siamo immersi, delle sue insalubrità alle quali non abbiamo potuto porre rimedio, perché troppo più grandi del nostro raggio d’azione, quand’anche nell’ambito di questo si sia stati, magari, scrupolosi igienisti, talora risultando anche incongrui. E forse posso invocare, a scusante del degrado immateriale, proprio il fatto di aver vissuto i decenni più recenti in un ambiente altamente insalubre, come fossi stato per tanti anni un minatore che ha respirato carbone; anche i polmoni dell’animo, come fossero quelli del minatore invasi da polveri micidiali, si ispessiscono quando sono esposti ad un’atmosfera tanto deprimente quale quella che a me pare avvolgerci: viviamo – non sono il solo a pensarlo – in un habitat sociologico scuro e polveroso come una miniera, dove l’aria spesso manca; e quella che circola è mefitica.

Per non rattristarsi nel giorno del proprio compleanno, forse questa della “esternalizzazione” dei fattori di invecchiamento, può essere una abile via di fuga (e di auto-consolazione) nella sommaria esplorazione delle rughe dell’animo: con l’indulgenza dei miei lettori, mi orienterei così per un’autodiagnosi tutto sommato non distruttiva: forse non è il mio animo che è invecchiato, è “solo” l’ambiente, purtroppo, che mi consuma e mi sfinisce: forse (sempre forse!) se non ci fosse tutto ciò che vedo dattorno io sarei ancora rimasto quel baldanzoso giovane uomo che ero solo 40 anni fa! Che dite: regge?

Roma, 5 gennaio 2022