lunedì 20 dicembre 2021

Feste inclusive

 Ragionati auguri per “le festività

(di Felice Celato)

Pare che per essere “inclusivi” oggi sia bene esprimersi così: buone festività! Ma io che, evidentemente, non colgo a fondo questo concetto un po’ fatuo di inclusività, cercherò di distinguere (nel senso di discernere) il senso dei nostri auguri.

Dunque, anzitutto, un affettuoso Buon Natale a tutti i lettori di queste “colonnine”, siano – essi – cristiani e cattolici, come il sottoscritto augurante, o “laici” convinti (purché, perbacco!, inclusivisti): del resto la festa-madre di noi cristiani (festa dell’Incarnazione, cioè della venuta in terra del nostro Dio, uno e trino) è per sua natura inclusiva perché, in fondo, festa dell’umanità che un Dio Creatore (vero e vivo, come io penso e credo, o da noi stessi “creato”, come forse vogliono i più) riconosce meritevole, per grazia, di una Sua kenosis, di una Incarnazione del trascendente; destinataria cioè di una estrema com-passione, di una condivisione salvifica della sua natura creaturale, di una compartecipazione ai suoi destini, di una diretta rivelazione del divino espressa attraverso la  Sua coabitazione nell’esistenza degli uomini e nel mondo (et Verbum caro factum est et habitavit in nobis). 

Del resto, etsi Deus non daretur, se anche Dio non esistesse e fosse solo il frutto delle nostre angosce, come si potrebbe non apprezzare comunque che, chi in Lui crede, Lo proclama così vicino all’uomo dal volerne assumere le parti e la natura, per parlargli più da vicino e più da vicino rivelargli la sua dignità di creatura amatissima (ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo), la sua dignità di destinatario della Parola di Dio? 

Ma, si Deus est, quali parole potrebbero esprimere compiutamente la tenerezza del Suo disegno, sull’uomo e sui suoi destini? Io – fidelis senza mio merito – non saprei trovarle; solo sono certo di poterle sentire ponendomi, con apertura allo Spirito Santo (lumen cordium), davanti all’ingenua rappresentazione del presepio. 

Dunque, credo, davanti ad essa possiamo entrambi (fideles o laici “impenitenti”) sentirci almeno accomunati (cioè inclusi) nell’altissima dignità della nostra umanità che il Natale propone a ciascuno, credente o non credente, per mezzo di un bambino – sia esso il segno di un mito o di un vero Dio fattosi uomo – che chiede di essere accolto fra noi, di essere uno di noi. Di qui, l’augurio (inclusivissimo!), di avere costantemente presenti, TUTTI e FINO IN FONDO, almeno le responsabilità di questa dignità.

Veniamo allora alla seconda (e più problematica) parte delle imminenti festività: la fine dell’anno e l’inizio del nuovo: si direbbe la parte più laicamente festosa… delle festività, quella che meno presta il fianco al sospetto di essere non-inclusiva (a meno che non si vogliano considerare non-inclusivi, perché alcolici, i calici che inevitabilmente porteremo alle nostre labbra nel colmo della festa!). In fondo, quest’anno, come il precedente del resto, lascia poco spazio per il rimpianto di sé; e tutti, chi più chi meno, non abbiamo altro desiderio che vederlo chiudersi alle nostre spalle, con tutto il suo carico di dolori e di nuove ansie. Anche quest’anno tocchiamo con mano, però, quanto siamo venuti dicendo, da ultimo giusto un anno fa: ogni tempo che si chiude (sul calendario) trascina con sé, verso il futuro, il groviglio di conseguenze del recente vissuto, conseguenze che possono anche mutare il giudizio che diamo sul nostro passato e farci apprezzare come bene sopravvenuto ciò che ci era apparso solo come male; e viceversa. Dunque, ancora una volta, sarà il prossimo anno a dirci qualcosa di più dell’anno passato; occorre perciò una buona dose di ottimismo per poter credere che – pandemia a parte – abbiamo avuto, in fondo, un buon 2021. Di certo abbiamo avuto un anno di trepidazione, per le nostre condizioni di grave debolezza strutturale, per le possibilità che la solidarietà europea ci ha offerto, per la decisività delle occasioni che sembra mettere davanti a noi e che abbiamo forse intravvisto – stavolta –  con chiarezza, ma che dobbiamo ancora concretare nell’anno e negli anni che vengono, (ahinoi!) con coerenza di comportamenti, con spirito di sacrificio e con coraggio.

Al di sotto di questa “scossa” (che abbiamo subìto con indubbia volontà di reazione) leggiamo però, chiari, i sintomi di una perdurante sconnessione dei linguaggi e delle ottiche, delle aspettative e dei proclami su di esse; i sintomi di un insuperato sfarinamento dei livelli di coesione socio-politica, di un acquietamento del pensiero del nostro sistema  (copyright Censis 2021) che non può non tenere in apprensione. Personalmente ho difficoltà a credere che il 2022 veda la rimozione di questi gravami sociologici e culturali che impastoiano il nostro procedere; gravami che mi paiono, purtroppo, di radice compatta e di lunga deriva. 

Ma, nonostante tutto, il Natale ci impegna alla speranza; e perciò – inclusivo o non-inclusivo che possa apparire – continuo ad augurare a tutti e a ciascuno di assorbirne il senso, portandolo seco nel corso dell’anno 2022 che ci attende carico di possibilità.

Roma 20 dicembre 2021

 

 

mercoledì 15 dicembre 2021

Parole, parole, parole

 Il concetto di patriota

(di Felice Celato)

Sempre curioso di questioni linguistiche e lessicali, ho indugiato, in queste giornate sub-influenzali, sulla parola patriota, improvvisamente “risorta” (è proprio il caso di dirlo!) nel linguaggio politico come invocato requisito essenziale del futuro Presidente della Repubblica. Senza essere un filosofo della storia, ho proceduto nel ragionamento con il pedissequo metodo dei significati delle parole (le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti in Palombella rossachi parla male, pensa male). 

Procediamo con tale metodo, dunque, e copiamo qui la definizione della sempre preziosa Treccani:


patrïòta (o patrïòtta) s. m. e f. (m. ant. patrïòto e patrïòtto) [dal lat. tardo patriota, gr. πατριτης, che ebbero soltanto il sign. 1; il sign. politico si è sviluppato sull’esempio del fr. patriote] (pl. m. -i). – 1. pop. Che è dello stesso paese, compatriota: siamo p.; un mio patriota2. Persona che ama la patria e mostra il suo amore lottando o combattendo per essa: i pdel Risorgimentole persecuzioni dell’Austria contro i p.; essere un buon p., un paccanito. Durante la seconda guerra mondiale, furono così chiamati i partigiani, spec. nel primo periodo della lotta per la Resistenza.

 

Bene: escludendo che la politica abbia voluto riferirsi alla prima accezione della parola (sarebbe stato come dire che il prossimo Presidente della Repubblica debba essere un cittadino italiano, magari – spero – lasciando impregiudicata la questione delle sue eventuali radice etniche diverse), ragioniamo sulla seconda accezione.

Va da sé che la seconda accezione (persona che ama la patria e mostra il suo amore lottando combattendo per essa) ha – ahinoi! – una connotazione relativa, cioè derivata dal decorso della storia e dagli esiti delle sue vicende: se, da un lato, come dice Treccani, durante la seconda guerra mondiale, furono così chiamati i partigiani, specialmente nel primo periodo della lotta per la Resistenza, non v’ha dubbio, dall’altro, che prima della seconda guerra mondiale potessero ascriversi senz'altro alla categoria dei patrioti anche Benito Mussolini, Alessandro Pavolini, Roberto Farinacci, etc.; e che, invece, subito dopo, appunto divenissero patrioti coloro che, per esempio, Mussolini l'avevano disprezzato e combattuto (non a caso il Presidente Pertini veniva giustamente definito il Presidente patriota).

Dunque il concetto di patriota è, di per sé, un concetto aleatorio; anzitutto perché dipende largamente dal concetto di patria; per esempio, per me convinto Europeista, Alcide De Gasperi fu un autentico grande patriota; ma, sempre per esempio, per un indipendentista sardo o siciliano, potevano ben esserlo Angelo Caria (fondatore di Sardigna Natzione) o Andrea Finocchiaro Aprile (presidente del Comitato per l'Indipendenza della Sicilia), entrambi nemmeno tanto remoti nel tempo, perché il secondo morì italiano nel 1964, ed il primo addirittura nel 1996, e sempre da italiano).

Poi la storia dimostra chiaramente come il giudizio sulla patriotticità di azioni od opinioni dipende dall'esito storico di quelle azioni od opinioni: il deputato socialista Tito Zaniboni o l’anarchico Anteo Zamboni sarebbero con ogni probabilità stati celebrati, già ai loro tempi, come insigni patrioti, se i loro attentati a Mussolini avessero avuto successo e, magari grazie a ciò, il fascismo non fosse diventato il regime che tanti lutti addusse agli italiani. Invece furono incarcerati o giustiziati a furor di popolo e per decenni additati come traditori della patria. Tutto ciò per dire una cosa forse, a sua volta, ovvia e immagino nemmeno ignorata da chi ha riesumato il termine: invocare un Presidente patriota (come, ho sentito dire, lo sarebbe Berlusconi e, solo forse, Draghi) è un puro ovvioma, cioè un'affermazione - magari destinata a creare ingenue suggestioni - che si presenta spontaneamente e facilmente al pensiero o all'immaginazione, come cosa naturale, ordinaria, evidente (cfr. sempre Treccani alla voce ovvio). Il Presidente della Repubblica non può che dover essere una persona che ama la patria e mostra il suo amore lottando combattendo per essa e non si può che desiderare, da parte di ogni cittadino di buon senso, che anche il prossimo eligendo lo sia. Il senso di questo desiderio dipende però dal concetto che si abbia di patria (e, per la comprensione di tutti, sarebbe bene chiarirlo) e dall’ esito che avranno le sue azioni.

Roma 15 dicembre 2021

lunedì 13 dicembre 2021

Una segnalazione... faziosa

Inversionismi

(di Felice Celato)

Anche stavolta, una premessa sul titolo di questo post è necessaria. Il libro che sto segnalando (il romanzo sarcastico Lo scarafaggio, di Ian McEvan, Einaudi, 2019) reca una postfazione che mi ha entusiasmato e che spiega benissimo l’ispirazione del narratore inglese. Ian McEvan è un acceso dispregiatore della Brexit (e del suo araldo Boris Johnson): il più insulso, masochistico e inconcepibile proposito della storia del Regno Unito; con ciò incontrando pienamente il mio giudizio sul fatto (ormai la Brexit È un fatto, ancorché non ancora esplorato in tutte le sue ripercussioni, nel Regno Unito e in Europa) e sul suo folkloristico mentore.

La storia in sé sviluppa una sorta di contro-narrazione della famosa Metamorfosi di Franz Kafka, il cui protagonista (Gregor Samsa, un nome diventato un topos letterario), al risveglio da sogni irrequieti si ritrovò trasformato in un gigantesco insetto, uno scarafaggio, appunto. Nel romanzo di McEvan, invece, è uno scarafaggio che, svegliatosi da sogni inquieti, si trova trasformato in un uomo, anzi, addirittura nel Signor Primo Ministro. Da questa metamorfosi prende avvio la distopica vicenda (che si legge con piacere, anche per la relativa brevità del racconto, appena 100 pagine), sulla quale non è il caso di dilungarsi. Mi preme invece commentare brevemente che cosa, nel racconto di McEvan, costituisce la metafora della Brexit: una strampalata ideologia economica che Jim Sams, lo scarafaggio divenuto Primo Ministro, intende imporre al suo Paese ed al mondo: l’inversionismo. Si tratta, in sostanza, di invertire il flusso ordinario della circolazione della moneta: non saranno più i datori di lavoro a pagare i dipendenti, o i fornitori a ricevere moneta dai clienti in cambio della merce, o i locatori a ricevere le pigioni dai locatari, etc.; ma, con l’inversionismo, saranno i lavoratori a corrispondere un compenso ai datori di lavoro, in funzione della qualità del loro lavoro; però, a loro volta, i lavoratori riceveranno dai venditori un compenso per ogni cosa “acquistata” e – in tal modo – i lavoratori saranno incentivati a consumare quanto più possibile per “guadagnare” dal loro stesso consumo. E lo stesso in ogni rapporto economico a flusso invertito. Per tale via, naturalmente, sarebbe risolto anche il problema del bilancio statale: basterà che lo Stato assuma centinaia di migliaia di lavoratori per ricevere da questi i compensi dovuti al datore di lavoro! Il tutto ovviamente sostenuto da un’abbondantissima stampa di moneta (una specie di quantitative easing, come lo intende Jim Sams), per modo che – questo è l’argomento – i grandi magazzini si possano permettere i loro clienti ed i clienti si possano permettere i loro posti di lavoro. Questa magica formula, nel romanzo sviluppata in diverse sue implicazioni, quando viene applicata nei rapporti internazionali (per intenderci nel dare e nell’avere di importazioni ed esportazioni), viene motivata in maniera straordinariamente efficace: warum?, perché?, domanda la cancelliera tedesca che non vuole dover pagare per le esportazioni di auto tedesche; perché sì! risponde annebbiato Jim Sams.

Al di là dell’azzeccato e condiviso spunto polemico che ha mosso l’autore, il romanzo è assai godibile e ne raccomando la lettura. 

Ma, mi sorge un’angoscia: non sarà che questa idea dell’inversionismo possa affascinare, anche da noi, qualche strampalato politico (ne abbiamo tanti!) magari come sviluppo della bonus-mania che dilaga? O come soluzione, definitivamente stato-latrica, ai problemi dell’equilibrio del bilancio statale? O come vero ed efficace motore per il sostegno della domanda? O come superamento dell’odiosa tassazione? Sarà senz’altro un’angoscia esagerata; ma il fatto è che in materia di inversioni (di marcia, di senso, di logica) non ci facciamo mai mancare nulla (non è un caso se il Censis, quest’anno, ci ha etichettato come “la società irrazionale”).

Roma 13 dicembre 2021 (santa Lucia).

 

  

sabato 27 novembre 2021

Spigolature

Verso una dimensione locale del pessimismo

(di Felice Celato)

Per combattere gli “inevitabili” sintomi del booster vaccinale (a proposito: sto maturando la convinzione che, per finalità statistiche, a me vengano sempre iniettati dei placebo in luogo dei mai tanto benedetti vaccini, che i cattivoni di Big Pharma hanno posto, con tanta rapidità ed efficacia, a disposizione di questa confusa umanità: dopo tre dosi, mai un sintomo, nemmeno la pustoletta nel braccio porto all’iniettore!), per combattere gli “inevitabili” sintomi del booster vaccinale, dicevo, sto osservando qualche maggior indugio sulla poltrona delle mie letture. Ed eccomi qui a rendere conto di qualche spunto di oziosa riflessione che ho fatto tra un libro e l’altro.

 

Cominciamo da uno spunto visivo: credo di aver già detto – su queste “colonne” (meglio: colonnine) – che di fronte alla “poltrona delle mie letture” è appeso un grande quadro di stile caravaggesco che rappresenta un san Girolamo in preghiera (si tratta in realtà non di una pittura ma di una contemporanea stampa su tela di un giovane artista toscano – Andrea Angione - che, con tecniche in parte fotografiche e in parte pittoriche, ricrea suggestioni caravaggesche, secondo me di grande qualità). Bene: il santo autore della cosiddetta Vulgata (la traduzione in Latino della Bibbia), davanti alla sua monumentale opera (per intenderci: frutto di quasi 25 anni lavoro!), a mani giunte guarda oltre il libro  e leva i suoi occhi al cielo con gratitudine e trepidazione. Da qualche tempo, ogni volta che guardo gli occhi di san Girolamo mi vengono in mente un paio di versi di una ben nota preghiera medioevale allo Spirito Santo (Veni Sancte Spiritus): Sine Tuo numine, nihil est in homine, nihil est innoxium (Senza la Tua forza, nulla è nell'uomo, nulla senza colpa). Per motivi di congruità temporale (san Girolamo visse nel IV/V sec d.C. e il Veni Sancte Spiritus fu composto almeno 4 o 5 secoli dopo) escludo che il santo Traduttore avesse in mente questo verso; ma sicuramente aveva in mente questo concetto, desueto, forse, oggi; ma certamente perennemente prezioso, anche per l’uomo contemporaneo, spesso così orgoglioso delle “proprie” opere, eppure dubitoso della propria sorte.

 

Passo poi ad una curiosità, una dotta citazione da Cicerone, arrivata, tramite la Summa Theologiae di San Tommaso d’Aquino (!), nientemeno sulle pagine di un poliziesco, di quelli che si leggono in ebook e di notte – nel mio caso, a letto – per esorcizzare l’insonnia: si tratta del cosiddetto esametro di Cicerone, col quale il grande maestro di retorica classica detta i criteri da rispettare nello svolgimento di una composizione letteraria: Quis, quid, ubi, quibus auxiliis, cur, quomodo, quando? (cioè: chi, che cosa, dove, con quali mezzi, perché, in che modo, quando?). [Data la fonte – un poliziesco di pura evasione, anche se ben scritto (di Antonio Fusco, Ogni giorno ha il suo male, Giunti, 2014) – ho positivamente verificato, con i banali mezzi contemporanei, l’esattezza dei due riferimenti (San Tommaso e Cicerone)]. In pratica – e questo è uno snodo del poliziesco – Cicerone aveva dettato duemila anni fa i principi della chiarezza che noi siamo soliti attribuire alla anglosassone regola delle cinque W (who, where, what, when, why), solo saltuariamente praticata da molti cronisti nostrani.

 

Infine la segnalazione di una lettura seria (da poltrona o addirittura da scrivania) ma molto piacevole: del filosofo Maurizio Ferraris Post-Coronial Studies – Seicento sfumature di virus, Einaudi 2021, un libro estremamente colto e anche ironico e pungente: nelle 90 paginette (senza contare le quasi 40 di bibliografia!) il filosofo teoretico, dopo aver fatto strame delle molte, anche “dotte”, imbecillità messe in circolo dal trauma pandemico (negazionismo, minimalismo, complottismo, etc., e anche vittimismo tecnologico), proclama, in nome della nostra umanità, un inno all’ottimismo come dovere morale (perché se davvero noi fossimo convinti che nulla di tutto quello che facciamo migliori la sorte dell'umanità, o se addirittura fossimo convinti che ciò che facciamo non fa che peggiorarla,  allora dovremmo avere il coraggio di chiudere baracca e burattini, togliere il disturbo e spegnere la luce). Un ottimismo di respiro globale – come è forse proprio di un filosofo – non privo però di una concretezza ragionante che non ha nulla della Scrutoniana irresponsabilità. Non è il caso, qui (perché il libro va letto e goduto!), di riassumere i molti e spesso molto brillanti argomenti con cui Ferraris supporta il suo articolato, laico e civilissimo discorso; basterà dire che l’ho trovato percutant e mi sono sentito chiamato in causa come – per dirla con i miei amici – “diffusore di pessimismo”; tanto che ho deciso di auto-derubricare il mio “peccato” a pessimismo …localistico

Del resto, con buona pace del filosofo e per strade diverse, anche San Girolamo, dal suo quadro, mostra la strada del nostro sguardo.

Roma  27 novembre 2021

 

martedì 9 novembre 2021

Segnalazione "ottimista"

Il capitalismo buono

(di Felice Celato)

Su queste “colonne” l’ottimismo – specie in giorni piovosi – richiede coltivazioni attente (e forse anche qualche riga in eccesso per celebrare!), anche se, in fondo, come ci siamo già detti, ottimismo e pessimismo non sono altro che nomi inventati per esorcizzare la nostra insuperabile ignoranza del futuro. 

Però il libro che voglio segnalare oggi ai miei lettori (di Stefano Cingolani: Il capitalismo buono, Luiss University Press, 2020) indubbiamente palpita di ottimismo; un ottimismo poi – e questo lo rende ai miei occhi più prezioso – che “ideologicamente” viene da assai lontano, come documenta l’autore stesso, quando – al capitolo 10 – racconta delle lezioni apprese nel corso di un viaggio alla ricerca dell’Homo sovieticus nel “profondo” Nord della Siberia e a Tashkent (Uzbekistan) dove aveva sede una “fabbrica-modello” di macchine agricole (si era nel lontano 1977, l’autore era un giovane redattore dell’ Unità, il quotidiano del PCI, fondato da Antonio Gramsci, e, presumibilmente, il viaggio era anche autorizzato dal KGB!): la prima lezione riguarda l'Homo sovieticus, compresso in una gabbia soffocante e nello stesso tempo sgangherata; era come tutti gli altri uomini solo che viveva peggio dell'uomo occidentale. La seconda è che il comunismo non poteva funzionare perché aveva preteso di abolire il mercato e la proprietà privata affidando la regolazione sociale dello Stato allo stato guidato dal partito unico.

A distanza di quasi cinquant’anni da quel viaggio a Damasco, con tanta storia e tanta acqua passata sotto i ponti, con molte e importanti esperienze professionali accumulate (Cingolani è stato corrispondente del Corriere della sera da New York e da Parigi; oggi scrive su Il Foglio e su Linkiesta), l’autore sviluppa ed argomenta con molta passione i due concetti centrali del suo libro. Il primo: c’è davvero un’alternativa [alla globalizzazione]? Con ogni probabilità – si risponde Cingolani – no: digitale, finanza, energia, mobilità, salute, clima e riequilibrio delle risorse sono solo alcuni dei temi per loro natura globali e altrettanto cruciali nelle nostre vite; anzi, per certi aspetti, la pandemia ha dimostrato che il problema non è nato dalla troppa globalizzazione, ma dalla poca o, se vogliamo, parziale globalizzazione. E Giuseppe De Rita, che scrive un’affezionata prefazione al saggio di Cingolani, gli fa eco parlando di irrinunciabilità del grande fiume della globalizzazione (…un fiume potente e gonfio di energia, che ha invaso tutto il mondo e tutte le nostre vite, ….e che impone un adattamento continuo anche se non pienamente convinto. Si potrebbe definirla una “forza della natura” se non ci fosse in essa una grande quantità di tecnologia e di complessità organizzativa). Prende corpo così – sia nell’autore che nel prefatore – la sottolineatura della dimensione orizzontale di queste dinamiche profonde, in movimento continuo verso nuove filiere di creazione del valore basate su reti di cooperazione internazionale che valorizzino gli scambi fra diversi sistemi. Il secondo concetto: la natura proteiforme del capitalismo (il capitalismo è il moderno Proteo, l'unico sistema economico-sociale la cui sostanza è nel suo continuo mutamento) che gli consente di mutare pelle via via che le sue stesse crisi (vere o apparenti che siano) ne suggeriscono l’adattamento: Oggi la rivoluzione digitale propone un nuovo modo di lavorare e la pandemia lo ha reso addirittura indispensabile. E’ il mercato ….a generare le forze del cambiamento, quell'equilibrio mobile che lo rende propulsivo. Lo Stato può aiutare oppure ostacolare, ma non generare il nuovo, per sua stessa natura tende a proteggere e a conservare

Si fa strada così – conclude Cingolani riprendendo insieme i due concetti di cui sopra –, anche sulla spinta della crisi mondiale generata dalla pandemia, il cosiddetto “capitalismo buono” (digitale, verde e responsabile), sul paradigma generativo delle due P: purpose & profit … mentre tra le macerie della crisi più grave della storia moderna ….si affermano già nuovi bisogni e nuove priorità per le quali non esistono ricette nazionali o locali, che dir si voglia. 

Come dicevo all’inizio, questo saggio (scritto verso la metà dell’anno scorso), è un saggio “ottimista” (non a caso l’autore sottotitola il suo libro con una affermazione – Perché il mercato ci salverà – che, agli occhi maliziosi dei miei lettori, sembrerà arbitrariamente aggiunta da me). Ma l’ottimismo di Cingolani non ha nulla di ciò che Scruton definirebbe l’ottimismo irresponsabile; anzi è impregnato di realismo e di cautela (tutta la vita è risolvere problemi, non saremo mai padroni fino in fondo del nostro destino, avanziamo sempre verso l'ignoto e l'imprevisto); ma anche di tensione civile: La lotta tra la luce e le tenebre, l'ordine e il caos, mai finirà, tuttavia il treno per Armageddon non è ancora partito: sta a noi che finisca su un binario morto.

Roma  9 novembre 2021

 

 

domenica 7 novembre 2021

Segnalazione

Il campo di battaglia

(di Felice Celato)

Devo al bel libro di Maurizio Molinari (Il campo di battaglia – Perché il grande gioco passa per l’Italia, La Nave di Teseo, 2021) la razionalizzazione di un’intuizione che da qualche tempo mi balugina fra la testa e lo stomaco, quando, ogni mattina, scorro alcuni giornali per seguire – non senza affanno – le vicende politiche del nostro …strano paese. Con l’occhio e l’ampia visione che lo caratterizzano, l’autore delinea ed argomenta le ragioni per cui l’Italia si trova, dopo tanti anni di insignificanza internazionale, a vivere un’ambigua stagione di protagonismo. Le circostanze politiche (e la premiership di Mario Draghi è la più importante di queste) attribuiscono all’Italia un ruolo decisivo (l’epicentro di contese strategiche e rivalità economiche di vasta portata)ponendoci di fronte ad un bivio: il nostro Paese – scrive Molinari nell’introduzione al denso volume –  può guadagnarsi sul campo il ruolo di leadership, in Europa e in Occidente, nella sfida contro populismo, autocrazie e terrorismo oppure può far prevalere l'egoismo, richiudendosi in se stesso, facendo compromessi al ribasso con gli avversari interni ed esterni. Nel primo caso, coglieremo l'opportunità di essere protagonisti dei nuovi equilibri globali del secolo appena cominciato, nel secondo invece saremo destinati a sacrificare i nostri interessi nazionali a un futuro insulare, da spettatori passivi delle altrui mosse in Europa, Africa e nel Mediterraneo.

Non è il caso di provare qui a sintetizzare il vasto argomentare di Maurizio Molinari nei sette capitoli in cui sviluppa le sue tesi (dal crocevia della ricostruzione europea, al bilico del populismo, agli equilibri politici del Mediterraneo, alle connesse problematiche dell’immigrazione, al multilateralismo internazionale, etc); vorrei invece soffermarmi su uno di essi, quello sul quale: (a) più intensamente si appunta, a mio avviso, la bipolarità della partita che l’Italia è chiamata giuocare, senza – secondo me – averne diffusa percezione politica; (b) più diretta e “nazionale” è la responsabilità del successo cui l’Italia è chiamata e che l’Europa si attende, anche per sé stessa come “patria comune” (il motivo è – scrive Molinari – che l'Italia riceve la fetta maggiore dei fondi stanziati – 208 su 750 miliardi –  e senza il successo della sua ricostruzione sarà l'intera Unione europea a uscirne indebolita, sul fronte non solo finanziario ma anche di credibilità politica… Il rilancio dell'economia nazionale è la spina dorsale della ricostruzione. I 208 miliardi del Recovery Fund europeo sono le risorse a cui il governo ha iniziato ad attingere con una raffica di progetti, ma affinché questo strumento funzioni dovrà riuscire a traghettare il paese nella modernità ovvero: più infrastrutture per il territorio, più innovazione nelle imprese, più connettività per i cittadini. Per riuscire non basta volerlo, bisogna avere il coraggio di osare nell'identificare e aggredire ostacoli antichi ma ancora immanenti come burocrazia, corruzione, nepotismo e carenza di responsabilità.)

L’Italia – queste sono, naturalmente, le mie opinioni e la fonte delle mie maggiori preoccupazioni – ha una compagine di governo (ed una leadership personale del suo Presidente del Consiglio) più che adeguate alle ambizioni che è forzata ad avere; ma, a dispetto di ciò, ha anche una compagine parlamentare (e persino una composizione politica della coalizione al Governo) decisamente mediocre nell’orizzonte delle sue visioni e contraddittoria nelle sue più profonde determinazioni (il paradosso che Molinari sottolinea sta tutto in un Parlamento in gran parte anti-europeista che sostiene il premier più europeista di sempre). E forse – aggiungo io – lo stesso sottostante tessuto socio-politico del Paese non sembra preparato a sostenere le responsabilità di questa straordinaria contingenza. In fondo – basta leggere le cronache politiche per rendersene conto – in molti, nel Paese, nel Parlamento e (persino) nelle forze di Governo, guardano al presente come l’irripetibile momento per accedere ad una cornucopia di bonus, sostegni, facilitazioni, rinvii di tassazione, assunzioni statali massicce, rinvii di adeguamenti urgenti, pensionamenti precoci, etc.,  senza che nessuno debba preoccuparsi, né ora né in futuro, del “conto” netto da pagare.

Bene (per così dire): non è un caso che Molinari abbia intitolato il suo saggio Il campo di battaglia, pensando allo straordinario crocevia di occasioni e di interessi che l’Italia, per una serie di motivi e circostanze, si trova a costituire. Temo però che la prima – e più decisiva – vittoria da conseguire su questo campo sia quella su noi stessi; e per questo la vedo difficile (ancorché – ovviamente – non impossibile).

Roma, 7 novembre 2021 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

domenica 17 ottobre 2021

Una segnalazione difficile

Dalla parte di Jekyll

(di Felice Celato)

Cominciamo con una premessa: perché questa “segnalazione” (la parola “recensione” mi sembra sempre esagerata, quando mi affaccio a rendere conto di qualche lettura), perché – dicevo – questa “segnalazione” mi sembra difficile? Per diversi motivi: anzitutto perché mi pare già di sentire il borbottio di alcuni dei miei più affezionati lettori (potrei elencarli, uno per uno), solo all’enunciazione del titolo completo del libro di cui sto per parlare (Dalla parte di Jekyll – Manifesto per una buona destra, di Filippo Rossi, Marsilio editore, 2019); poi perché di solito sono diffidente verso le retoriche tipiche di ogni manifesto (la retorica porta spesso con sé una mancanza di concretezza); infine perché mi piace evitare discorsi troppo facilmente etichettabili come “politici” nel senso di indicatori di una specifica connotazione riconducibile agli attuali “partiti” che si affannano sulla scena italiana (sono sempre stato – politicamente –  un “cane sciolto”, o se volete un maverick, un vitello non marchiato, un elettore costantemente pentito di aver votato come ha di volta in volta votato, un eterno scontento di come vanno le cose, da una parte e dall’altra degli schieramenti parlamentari del nostro povero paese). Eppure mi va di segnalarlo questo piccolo libretto (140 pagine, in ebook), divorato in una notte ed un pomeriggio, dopo aver notato un articolo di questo autore – a me, lo confesso, finora sconosciuto – su uno dei giornali (l’ HuffPost) coi quali quotidianamente affatico le mie sconfortate letture di quel che accade intorno a noi. E mi va di segnalarlo perché in fondo il giovane autore mette in fila una serie di considerazioni che mi pare di condividere integralmente nella loro configurazione paradigmatica (senza rinunciare, peraltro, a qualche distinguo su concetti che mi disturbano o su parole che non mi piacciono).

Filippo Rossi si fa promotore di un’idea politica (che etichetta come la buona destra, di volta in volta definita come pacata, realista, raffinata, colta, sofisticata, signorile, garantista, altruista o addirittura eroica, rispettosa, equilibrata, laica, coraggiosa, valorosa, pulita, disarmatrice dell’odio, etc.) incentrata sulla tolleranza, sulla cultura come patrimonio di competenze e di immaginazione, sulla capacità di pensiero lungo e di progetti audaci, sul primato della politica e sulla libertà d’impresa, sul rifiuto radicale di ogni semplificazione di ciò che è naturalmente complesso, sul rispetto per le altrui opinioni non disgiunto dalla fermezza delle proprie, sul rifiuto di ogni volgarità del pensare prima che del parlare, sulla salda vocazione ad un'Europa votata all’integrale sviluppo delle sue progettualità anche meta-economiche, sulla passione per la diversità (che del resto è il costitutivo anche della nostra storia nazionale), sull’amore ed il rispetto per quanto c’è di buono nella nostra storia culturale e civile (è questo il concetto di patriottismo che usa, un patriottismo pacifico e libertario, per il quale la patria è un viaggio senza fine alla ricerca di possibilità inespresse, delle aspirazioni che prendono forma nell’altrove; …è madrepatria solo quando l’amore per i suoi figli non sottrae, non divide).

Gran parte di questi concetti sono sviluppati, come dicevo all’inizio, con  suggestiva retorica (qui intesa come arte del parlare e dello scrivere in modo ornato ed efficace, secondo la definizione che ne dà la Treccani) e anche con prosa elegante e piacevole, con abbondanza di citazioni, anche raffinate; ma soprattutto – ed è questo l’aspetto più… vigoroso del libro – con l’evidenza di quelle che l’autore considera le intollerabili inclinazioni delle nostrane "destre" attuali, qui simboleggiate da Mr. Hyde, il misterioso “antagonista” del famoso dottor Jekyll di letteraria memoria che dà il titolo al libro di Filippo Rossi: Mr Hyde rappresenta politicamente l'istinto spaventato e arrabbiato, il subconscio bestiale, incolto. Incapace di frenare gli istinti, Edward Hyde si nutre delle negazioni, della frustrazione, dei cattivi pensieri, dell'invidia. E, soprattutto, della paura. E’ proprio così che ci si inizia a chiudere in se stessi: praticando l'intolleranza come virtù, il razzismo come regola, la propaganda come linguaggio.

In sintesi: un libro senz’altro interessante e stimolante; non privo, secondo me, di qualche omissione (pochissimo si dice, per esempio, dell’economia vista dalla buona destra di Rossi) ma forse in grado di delineare almeno un paradigma valoriale che vale comunque la pena di proporre.

Roma 17 ottobre 2021