Segnalo ai lettori un bellissimo libro (La Signora di Ellis Island, Einaudi) scritto da un ingegnere calabrese, Mimmo Gangemi, che francamente non avevo mai sentito prima (sicuramente per mia colpa, visto che qualche premio letterario, anche non secondario, l'aveva pure ottenuto) e che invece mi si è rivelato uno scrittore garbato, profondo, un narratore di sicuro valore oltreché un sensibile cantore di storie e valori del nostro secolo scorso, delle quali e dei quali l’autore si dimostra diretto e appassionato conoscitore.
La storia, una piccola, lunga saga familiare, è quella di Giuseppe, un forte e buon contadino calabrese che emigra in America per sfuggire al destino di povertà della sua famiglia e che, dopo un durissimo periodo di lavoro e di drammi, ritorna, come a molti emigranti è accaduto, con qualche soldo, giusto per comprarsi un piccolo campo in Calabria e tornare al mondo della sua famiglia d’origine con qualche maggiore aspettativa di meno incerta sopravvivenza . Attraversando buona parte del secolo scorso (l’ epopea dei migranti, la prima e la seconda guerra mondiale, il fascismo in mezzo, la nascente democrazia, etc), fra drammi e fatiche Giuseppe cresce nei campi e nel duro lavoro la sua numerosa famiglia, per la quale la tradizione contadina pian piano si colora di sane ambizioni di fuga verso il modesto benessere della borghesia minuta; ambizioni in parte coronate da successo grazie alla tenacia, al lavoro anche ingrato, allo studio strappato alla zappa, ed anche alla fede nei valori dell’ onestà e dell’impegno.
La signora di Ellis Island che dà il titolo al libro è il fil rouge della religiosità semplice e tenace di Giuseppe, la protagonista di un episodio, fra sogno e realtà, che segnerà la vita e la fede della sua famiglia.
Un libro anche commovente, che ci consola della sanità delle radici in un periodo in cui i rami ci appaiono secchi. E che ci lancia sprazzi della storia delle famiglie di ciascuno di noi.
Un piccolo spazio per riflettere, insieme a FELICE CELATO [*Discernere è una parola che può avere almeno tre significati: (1) distinguere (tipicamente, il bene dal male);(2) riuscire a comprendere con sufficiente chiarezza, veder chiaro; e anche: (3) Giudicare. E' fin troppo ovvio che qui viene usata, come auspicio, nel secondo dei tre significati; cerchiamo insieme di veder chiaro, nella confusione, forse non involontaria, che ci circonda]
lunedì 27 giugno 2011
venerdì 24 giugno 2011
Stupi-diario
Se cercate sul Dizionario Italiano Devoto Oli la parola stupidario leggerete: “Repertorio di stupidità”.
Se però andate sul Dizionario Italiano Treccani alla stessa parola troverete aggiunta una connotazione più specifica: “Raccolta di stupidaggini dette o fatte da personaggi noti o rappresentativi di una categoria di persone”.
Assumendo questa seconda accezione, vorrei dar vita ad un nostro stupidario, non tanto per bollare di stupidità qualcuno con ingenerosa facilità (a tutti capita di dire stupidaggini, è inutile negarlo!); quanto, piuttosto, per porre in evidenza come una banale stupidaggine, una insulsaggine qualunque, messa in bocca “ad un personaggio noto o rappresentativo di una categoria di persone”, possa diventare una bomba di (talora amara) comicità, soprattutto quando si coniuga con la pomposità dell’enunciato, creando un divertente contrasto fra la sonora stupidità o insulsaggine del contenuto e la solenne contegnosità della forma.
Solo che, essendo, ahimè!, così frequente (direi quotidiana) la diffusione di pompose banalità o addirittura di palesi stupidità (le lofty platitudes, per dirla all’americana, costituiscono ormai gran parte del quotidiano comunicare politico, almeno nel nostro sincopato cicaleccio), proverei a chiamare il nostro stupidario lo “stupi-diario”, dove “stupi” vuole far pensare alla parola stupefacente (aggettivo, nel senso di sbalorditivo), evocando il senso di stupore (“ma davvero ha detto così?”) che talora ci creano le più pompose fra le banalità che udiamo o leggiamo. Del resto stupido e stupore hanno le stesso etimo, lo stupere latino.
Quando ce ne andrà, tenteremo di aggiungere un piccolo commento per dare conto, speriamo sempre divertito, del nostro stupere.
Stupi-diario del 24 giugno 2011
Dal Corriere della sera on line di oggi leggo che il Sindaco della Capitale Alemanno, già Ministro della Repubblica nonché autorevole esponente del partito di maggioranza, avrebbe dichiarato con feroce solennità: “Ribadisco che se qualcuno si azzarda a mettere i caselli sul GRA, andiamo e li sfondiamo!”
Commento: se il bellicoso enunciato fosse arrivato da un qualche estremista di centro sociale, da un capopopolo delle periferie sub-urbane, da un accaldato leghista romano facinoroso o da un sindacalista estremo del sindacato autotrasporatori non ci sarebbe stato di che meravigliarsi; probabilmente l’avrebbero raggiunto i carabinieri e gli avrebbero, magari paternamente, consigliato di non rendersi protagonista di reati né di minacciarli né di istigare altri a commetterne.
Ma così non è stato; chi parlava era il Signor Sindaco di Roma! Il quale anzi, passando bruscamente dalla prima persona singolare del presente del verbo ribadire alla prima plurale del presente del verbo andare e del verbo sfondare ha lasciato intendere di avere già soci per questa materiale ventura, magari pensando alla signora Governatrice del Lazio che, fra una pajata e l’altra con gli esponenti della Lega, aveva anch’essa manifestato bellicosi propositi in relazione al pedaggiamento del GRA, rispolverando un linguaggio da sindacalista estrema quale certamente non è mai stata, e dimentica, insieme al Signor Sindaco, che il famoso pedaggiamento è stato deciso dal Governo di cui entrambi sono sostenitori.
Allora mi domando: ma che cosa abbiamo addosso? Che scirocco tempestoso avvolge di sabbia le nostre teste? Che ci succede? Perché abbiamo bisogno di spararle così grosse, dimentichi, fra l’altro, anche del senso del ridicolo? Perché consumiamo con tanta determinazione il significato e la portata delle nostre parole? Che cosa dirà, Signor Sindaco, la prossima volta che una legge a Lei (e, presumibilmente, alla sua cittadinanza) sgradita fosse varata magari da un governo a Lei ostile? Minaccerà la secessione, come fanno i suoi …. amici leghisti?
Se però andate sul Dizionario Italiano Treccani alla stessa parola troverete aggiunta una connotazione più specifica: “Raccolta di stupidaggini dette o fatte da personaggi noti o rappresentativi di una categoria di persone”.
Assumendo questa seconda accezione, vorrei dar vita ad un nostro stupidario, non tanto per bollare di stupidità qualcuno con ingenerosa facilità (a tutti capita di dire stupidaggini, è inutile negarlo!); quanto, piuttosto, per porre in evidenza come una banale stupidaggine, una insulsaggine qualunque, messa in bocca “ad un personaggio noto o rappresentativo di una categoria di persone”, possa diventare una bomba di (talora amara) comicità, soprattutto quando si coniuga con la pomposità dell’enunciato, creando un divertente contrasto fra la sonora stupidità o insulsaggine del contenuto e la solenne contegnosità della forma.
Solo che, essendo, ahimè!, così frequente (direi quotidiana) la diffusione di pompose banalità o addirittura di palesi stupidità (le lofty platitudes, per dirla all’americana, costituiscono ormai gran parte del quotidiano comunicare politico, almeno nel nostro sincopato cicaleccio), proverei a chiamare il nostro stupidario lo “stupi-diario”, dove “stupi” vuole far pensare alla parola stupefacente (aggettivo, nel senso di sbalorditivo), evocando il senso di stupore (“ma davvero ha detto così?”) che talora ci creano le più pompose fra le banalità che udiamo o leggiamo. Del resto stupido e stupore hanno le stesso etimo, lo stupere latino.
Quando ce ne andrà, tenteremo di aggiungere un piccolo commento per dare conto, speriamo sempre divertito, del nostro stupere.
Stupi-diario del 24 giugno 2011
Dal Corriere della sera on line di oggi leggo che il Sindaco della Capitale Alemanno, già Ministro della Repubblica nonché autorevole esponente del partito di maggioranza, avrebbe dichiarato con feroce solennità: “Ribadisco che se qualcuno si azzarda a mettere i caselli sul GRA, andiamo e li sfondiamo!”
Commento: se il bellicoso enunciato fosse arrivato da un qualche estremista di centro sociale, da un capopopolo delle periferie sub-urbane, da un accaldato leghista romano facinoroso o da un sindacalista estremo del sindacato autotrasporatori non ci sarebbe stato di che meravigliarsi; probabilmente l’avrebbero raggiunto i carabinieri e gli avrebbero, magari paternamente, consigliato di non rendersi protagonista di reati né di minacciarli né di istigare altri a commetterne.
Ma così non è stato; chi parlava era il Signor Sindaco di Roma! Il quale anzi, passando bruscamente dalla prima persona singolare del presente del verbo ribadire alla prima plurale del presente del verbo andare e del verbo sfondare ha lasciato intendere di avere già soci per questa materiale ventura, magari pensando alla signora Governatrice del Lazio che, fra una pajata e l’altra con gli esponenti della Lega, aveva anch’essa manifestato bellicosi propositi in relazione al pedaggiamento del GRA, rispolverando un linguaggio da sindacalista estrema quale certamente non è mai stata, e dimentica, insieme al Signor Sindaco, che il famoso pedaggiamento è stato deciso dal Governo di cui entrambi sono sostenitori.
Allora mi domando: ma che cosa abbiamo addosso? Che scirocco tempestoso avvolge di sabbia le nostre teste? Che ci succede? Perché abbiamo bisogno di spararle così grosse, dimentichi, fra l’altro, anche del senso del ridicolo? Perché consumiamo con tanta determinazione il significato e la portata delle nostre parole? Che cosa dirà, Signor Sindaco, la prossima volta che una legge a Lei (e, presumibilmente, alla sua cittadinanza) sgradita fosse varata magari da un governo a Lei ostile? Minaccerà la secessione, come fanno i suoi …. amici leghisti?
martedì 14 giugno 2011
Modesta proposta per l'emergenza
BASTIAN CONTRARIO
(di Felice Celato)
Non vorrei fare il bastian contrario (cosa che,peraltro, spesso mi riesce bene), ma credo che il clima di euforia (con relative retoriche romantico-visionarie) che caratterizza molte analisi dei risultati referendari sia fuori luogo e gravido di pericoli. E spiego perché:
1. l’Italia sembrerebbe essersi improvvisamente riscoperta un paese a cultura socialista: a sostanziale parità di votanti le schiaccianti maggioranze abrogazioniste sono state ancora più schiaccianti sui referendum per l’acqua: no alla privatizzazione delle gestioni, ancora più no per la remunerazione del capitale investito, meno no al legittimo impedimento, ancora meno no al nucleare. Ciò vuol dire che il Paese ha chiaramente indicato che desidera la gestione pubblica dei servizi ancora più di quanto desideri la “denuclearizzazione” del paese, che pure desidera tanto.
2. Ora, perché i servizi pubblici (in particolare la distribuzione dell’acqua) funzionino decentemente occorrono investimenti; ed essendo questi riportati a carico dello Stato, occorrerà che lo Stato si indebiti ulteriormente.
3. Ma lo Stato ha già un’imponente mole di debiti: è di oggi la notizia che abbiamo sfondato quota 1890 mdi. Il messaggio referendario sembrerebbe: non ci importa di subire una pesante tassazione, purchè i servizi restino pubblici; dunque tassateci ancora di più!
4. D’altra parte il governo, scosso dagli schiaffi, pensa di reagire brandendo in limine mortis l’arma della riforma fiscale (che, detta in parole pratiche, vorrebbe significare meno tasse): mostriamo coraggio, si dicono alcuni del governo, detassiamo per recuperare consensi senza preoccuparci (nel breve, spero pensino) del maggior deficit da finanziare ogni anno: sarà (immagino pensino) la ripresa dell’economia che ne conseguirebbe a compensare il maggior deficit.
5. Ma l’economia ristagna pericolosamente, perché l’Italia ha perso da anni slancio e competitività (per chi li volesse sono disponibili eloquenti grafici a base decennale; ma basta leggere la Relazione della Banca d’Italia per convincersi che è così); dunque per rimetterci in carreggiata occorrerà che l’effetto della detassazione sia immediato e forte. E comunque per uscire da anni di letargo non ci vorrà poco tempo (anche perché alcune delle ragioni del letargo sono di natura sociologica e culturale).
6. Nel frattempo l’Europa e i mercati finanziari ci chiedono tagli alla spesa e il governo aveva doverosamente promesso solo un paio di mesi fa di farne e da subito. Sullo sfondo aleggia il default della Grecia ed il declassamento del debito (quando un debito viene declassato gli interessi da pagare ai mercati aumentano e la nostra “bolletta” per interessi è già salatissima).
7. Tremonti, per nostra fortuna uomo di stato, esita (sarebbe meglio dire: recalcitra, sempre per fortuna) ma la pressione su di lui aumenta ed il governo appare disperato (sarebbe forse meglio dire: disperatamente attaccato alla propria sopravvivenza).
8. In questo contesto potrebbero innescarsi azioni sconsiderate: il governo detassa e l’opposizione per non farsi accusare di essere il partito dell’odiata tassazione – che però gli elettori del referendum non sembrano temere – non si opporrà o, perlomeno, non si opporrà efficacemente. Il paese potrebbe precipitare nel baratro delle proprie contraddizioni e insufficienze culturali.
9. Ma potrebbe anche accadere che si riescano ad evitare sconsideratezze; allora il governo potrebbe tirare a campare o potrebbe spostare la captatio benevolentiae dell’elettorato su altri scenari, con gravi danni per il Paese e con buone probabilità di arrivare fino al 2013. L’esitazione dell’opposizione a chiedere il voto di fiducia il 22 lascia pensare che esistano condizioni parlamentari tali da assicurare al governo una stentata sopravvivenza, rafforzata anche dall’impreparazione dell’opposizione ad un accelerato confronto elettorale.
Che fare? Non sono un esperto di politica; ho molto apprezzato il pacato commento di Bersani sulle discussioni interne al governo (coraggio vs prudenza): lasciamoli pensare a come uscire dal pantano in cui siamo.
Provo a formulare una mia proposta che presuppone un accordo bi-partisan, pronto a prendermi una gragnola di fischi: ad emergenza grave, anzi gravissima, corrispondano, questo ne è il senso, misure veramente straordinarie, per esempio:
• sostanziosa riduzione delle imposte sui redditi delle società e dei privati;
• contemporanea patrimoniale (da definire quanto a modalità e profondità) per abbattere una tantum il debito pubblico, magari compensata dall’assegnazione di quote del residuo patrimonio mobiliare pubblico ai (tar)tassati;
• ripresa degli investimenti pubblici ( a condizione che si tratti di investimenti, non di spese; chi ha fatto anche il solo primo anno di ragioneria sa la differenza);
• tagli “verticali” alla spesa pubblica (vedasi ultima relazione del Governatore della Banca d’Italia)
• “salvacondotto” al premier per porre fine all’attaccamento al governo come antidoto ai processi in corso;
• elezioni a marzo;
• successiva revisione della Costituzione (parte II), mediante un’apposita assemblea eletta con metodo proporzionale.
Che cosa mi aspetterei da un simile quadro che direi di emergenza ma anche di pacificazione nazionale? A parte l’elusione di uno scenario distruttivo e populista (ti detasso, anche se non potrei, perché tu mi voti) o anche solo tragicamente attendista, mi aspetterei la brusca rieducazione dell’elettorato (il debito pubblico è un tuo debito; i politici si votano in ragione di quanto meglio spendono non di quanto più spendono o promettono di spendere ) e il ripristino di una condizione di normalità della vita politica. Dimenticavo: è facile prevedere che una simile manovra venga apprezzata dai mercati finanziari con conseguente diminuzione degli interessi da pagare sul debito pubblico comunque ingente che ne residuerebbe.
Si dirà: ma tutto questo per l’esito dei referendum? No, lo pensavo anche prima; ma i referendum hanno posto un’accelerazione agli scenari in movimento.
Si dirà ancora: ma ti pare possibile uno scenario così irenico? A parte che irenico non sarebbe, oso sperare di si.
14 giugno 2011
(di Felice Celato)
Non vorrei fare il bastian contrario (cosa che,peraltro, spesso mi riesce bene), ma credo che il clima di euforia (con relative retoriche romantico-visionarie) che caratterizza molte analisi dei risultati referendari sia fuori luogo e gravido di pericoli. E spiego perché:
1. l’Italia sembrerebbe essersi improvvisamente riscoperta un paese a cultura socialista: a sostanziale parità di votanti le schiaccianti maggioranze abrogazioniste sono state ancora più schiaccianti sui referendum per l’acqua: no alla privatizzazione delle gestioni, ancora più no per la remunerazione del capitale investito, meno no al legittimo impedimento, ancora meno no al nucleare. Ciò vuol dire che il Paese ha chiaramente indicato che desidera la gestione pubblica dei servizi ancora più di quanto desideri la “denuclearizzazione” del paese, che pure desidera tanto.
2. Ora, perché i servizi pubblici (in particolare la distribuzione dell’acqua) funzionino decentemente occorrono investimenti; ed essendo questi riportati a carico dello Stato, occorrerà che lo Stato si indebiti ulteriormente.
3. Ma lo Stato ha già un’imponente mole di debiti: è di oggi la notizia che abbiamo sfondato quota 1890 mdi. Il messaggio referendario sembrerebbe: non ci importa di subire una pesante tassazione, purchè i servizi restino pubblici; dunque tassateci ancora di più!
4. D’altra parte il governo, scosso dagli schiaffi, pensa di reagire brandendo in limine mortis l’arma della riforma fiscale (che, detta in parole pratiche, vorrebbe significare meno tasse): mostriamo coraggio, si dicono alcuni del governo, detassiamo per recuperare consensi senza preoccuparci (nel breve, spero pensino) del maggior deficit da finanziare ogni anno: sarà (immagino pensino) la ripresa dell’economia che ne conseguirebbe a compensare il maggior deficit.
5. Ma l’economia ristagna pericolosamente, perché l’Italia ha perso da anni slancio e competitività (per chi li volesse sono disponibili eloquenti grafici a base decennale; ma basta leggere la Relazione della Banca d’Italia per convincersi che è così); dunque per rimetterci in carreggiata occorrerà che l’effetto della detassazione sia immediato e forte. E comunque per uscire da anni di letargo non ci vorrà poco tempo (anche perché alcune delle ragioni del letargo sono di natura sociologica e culturale).
6. Nel frattempo l’Europa e i mercati finanziari ci chiedono tagli alla spesa e il governo aveva doverosamente promesso solo un paio di mesi fa di farne e da subito. Sullo sfondo aleggia il default della Grecia ed il declassamento del debito (quando un debito viene declassato gli interessi da pagare ai mercati aumentano e la nostra “bolletta” per interessi è già salatissima).
7. Tremonti, per nostra fortuna uomo di stato, esita (sarebbe meglio dire: recalcitra, sempre per fortuna) ma la pressione su di lui aumenta ed il governo appare disperato (sarebbe forse meglio dire: disperatamente attaccato alla propria sopravvivenza).
8. In questo contesto potrebbero innescarsi azioni sconsiderate: il governo detassa e l’opposizione per non farsi accusare di essere il partito dell’odiata tassazione – che però gli elettori del referendum non sembrano temere – non si opporrà o, perlomeno, non si opporrà efficacemente. Il paese potrebbe precipitare nel baratro delle proprie contraddizioni e insufficienze culturali.
9. Ma potrebbe anche accadere che si riescano ad evitare sconsideratezze; allora il governo potrebbe tirare a campare o potrebbe spostare la captatio benevolentiae dell’elettorato su altri scenari, con gravi danni per il Paese e con buone probabilità di arrivare fino al 2013. L’esitazione dell’opposizione a chiedere il voto di fiducia il 22 lascia pensare che esistano condizioni parlamentari tali da assicurare al governo una stentata sopravvivenza, rafforzata anche dall’impreparazione dell’opposizione ad un accelerato confronto elettorale.
Che fare? Non sono un esperto di politica; ho molto apprezzato il pacato commento di Bersani sulle discussioni interne al governo (coraggio vs prudenza): lasciamoli pensare a come uscire dal pantano in cui siamo.
Provo a formulare una mia proposta che presuppone un accordo bi-partisan, pronto a prendermi una gragnola di fischi: ad emergenza grave, anzi gravissima, corrispondano, questo ne è il senso, misure veramente straordinarie, per esempio:
• sostanziosa riduzione delle imposte sui redditi delle società e dei privati;
• contemporanea patrimoniale (da definire quanto a modalità e profondità) per abbattere una tantum il debito pubblico, magari compensata dall’assegnazione di quote del residuo patrimonio mobiliare pubblico ai (tar)tassati;
• ripresa degli investimenti pubblici ( a condizione che si tratti di investimenti, non di spese; chi ha fatto anche il solo primo anno di ragioneria sa la differenza);
• tagli “verticali” alla spesa pubblica (vedasi ultima relazione del Governatore della Banca d’Italia)
• “salvacondotto” al premier per porre fine all’attaccamento al governo come antidoto ai processi in corso;
• elezioni a marzo;
• successiva revisione della Costituzione (parte II), mediante un’apposita assemblea eletta con metodo proporzionale.
Che cosa mi aspetterei da un simile quadro che direi di emergenza ma anche di pacificazione nazionale? A parte l’elusione di uno scenario distruttivo e populista (ti detasso, anche se non potrei, perché tu mi voti) o anche solo tragicamente attendista, mi aspetterei la brusca rieducazione dell’elettorato (il debito pubblico è un tuo debito; i politici si votano in ragione di quanto meglio spendono non di quanto più spendono o promettono di spendere ) e il ripristino di una condizione di normalità della vita politica. Dimenticavo: è facile prevedere che una simile manovra venga apprezzata dai mercati finanziari con conseguente diminuzione degli interessi da pagare sul debito pubblico comunque ingente che ne residuerebbe.
Si dirà: ma tutto questo per l’esito dei referendum? No, lo pensavo anche prima; ma i referendum hanno posto un’accelerazione agli scenari in movimento.
Si dirà ancora: ma ti pare possibile uno scenario così irenico? A parte che irenico non sarebbe, oso sperare di si.
14 giugno 2011
giovedì 9 giugno 2011
In margine ai referenda
Siamo "cotti"?
(di Felice Celato)
In mezzo alle tante (ed interessanti ed istruttive ) discussioni sui prossimi referenda (plurale latino di referendum!), fra gli argomenti che mi è capitato di raccogliere dai diversi amici che ho ( e mi hanno) interrogato mi è capitato di confrontarmi con uno, utilizzato da alcuni in più casi, che mi ha particolarmente (e amaramente) fatto riflettere.
Sgombriamo il campo dalle intenzioni di voto che qui non hanno rilievo (per quanto mi riguarda voterò due no convinti, un no convinto ed omerico – 2° quesito sull’acqua – ed un sì perplesso sul legittimo impedimento) e concentriamoci sull’argomento insidioso che è stato affacciato, non senza fondamento apparente, e che mi ha colpito per il suo significato profondo.
Con riferimento al referendum sul nucleare, qualcuno ha osservato: ma te lo immagini tu, in Italia, che tipo di affidabilità possono avere le mille cautele costruttive da riservarsi alle centrali nucleari? Te lo immagini che tipo di credibilità possiamo riservare in questo Paese alle gabbie di cemento che andrebbero costruite per contenere i rischi dell’atomo? Non hai presenti le frodi, le ruberie e le sciatterie che hanno caratterizzato la realizzazione di tante opere pubbliche (o non pubbliche)?
Con analogo approccio, a proposito del 2° referendum sull’acqua, qualcuno ha osservato: ma te li vedi tu i nostri enti concedenti esercitare quegli occhiuti controlli che dovrebbero presidiare il buon funzionamento del rapporto concessorio? Credi veramente che funzionerebbe, senza mille compromissioni palesi ed occulte, il ruolo di vigilanza che, anche ai sensi del decreto legislativo 152 (all’articolo 151), il concedente dovrebbe esercitare per garantire efficacia ed efficienza alla rete distributiva e sviluppo puntuale dei programmi di investimento per l’ammodernamento e l’incremento della rete distributiva?
Come dicevo non possono negarsi al duplice argomento la dignità del fondamento e la concretezza del realismo; e questo ne fa un argomento insidioso, specie presso chi fa o vorrebbe fare del realismo il presupposto di una visione (entro certi limiti) pragmatica della realtà.
D’altro canto però, l’argomento denota un atteggiamento che mi viene difficile accettare: siamo arrivati dunque ad un tale livello di sfiducia in noi stessi da portarci a dubitare delle nostre stesse capacità di fare e di fare bene? A tal punto è giunta la nostra autorappresentazione negativa che riteniamo di non poter fare una scelta razionale per il peso irrazionale della nostra propensione al pastrocchio (parola che attingo con piacere dal lessico della mia gioventù provinciale)?
Scusate il ritorno pervicace al tema di una precedente riflessione (rimasta senza vostri commenti), ma ai nostri figli che cosa diremo: avremmo voluto lasciarvi una realtà migliore ma non ci siamo riusciti perché non avevamo fiducia di saper fare ciò che avremmo anche voluto fare?
Se fosse questo il nostro atteggiamento, perché (come mi faceva osservare un autorevole amico) andremmo a votare, non dico per i referenda ma addirittura per qualsiasi altra consultazione politica o amministrativa? A che servirebbe scegliere quanto ci sembra bene se questa scelta fosse, dall’origine, inquinata da una nozione del bene ridotta al meno peggio, da una percezione triste di inattingibilità del bene? [Per quanto ovvio, sottolineo che sto usando il concetto di bene in un’accezione molto umana, forse solo sociale]
Siamo veramente troppo smarriti per ritrovare da soli la via del ritorno, come tanti Ulisse che si muovano per mare attenti solo a galleggiare senza un vero desiderio di Itaca, come mangiatori di loto sopraffatti da un profondo sopore che toglie ogni voglia di remare tenendo la rotta?
Siamo, per dirla … crudamente, così “cotti”?
Dalle memorie di tanti anni spesi occupandomi di costruzioni e di infrastrutture ( i periodi più belli della mia vita professionale) mi tornano in mente le grandi dighe imponenti, i viadotti superbi, le antiche città sollevate dall’acqua, le lunghe gallerie, le autostrade coraggiose ….. tutto passato (sia pure da poco) …. tutto dimenticato ….. non siamo più capaci?
Roma 9 giugno 2011
(di Felice Celato)
In mezzo alle tante (ed interessanti ed istruttive ) discussioni sui prossimi referenda (plurale latino di referendum!), fra gli argomenti che mi è capitato di raccogliere dai diversi amici che ho ( e mi hanno) interrogato mi è capitato di confrontarmi con uno, utilizzato da alcuni in più casi, che mi ha particolarmente (e amaramente) fatto riflettere.
Sgombriamo il campo dalle intenzioni di voto che qui non hanno rilievo (per quanto mi riguarda voterò due no convinti, un no convinto ed omerico – 2° quesito sull’acqua – ed un sì perplesso sul legittimo impedimento) e concentriamoci sull’argomento insidioso che è stato affacciato, non senza fondamento apparente, e che mi ha colpito per il suo significato profondo.
Con riferimento al referendum sul nucleare, qualcuno ha osservato: ma te lo immagini tu, in Italia, che tipo di affidabilità possono avere le mille cautele costruttive da riservarsi alle centrali nucleari? Te lo immagini che tipo di credibilità possiamo riservare in questo Paese alle gabbie di cemento che andrebbero costruite per contenere i rischi dell’atomo? Non hai presenti le frodi, le ruberie e le sciatterie che hanno caratterizzato la realizzazione di tante opere pubbliche (o non pubbliche)?
Con analogo approccio, a proposito del 2° referendum sull’acqua, qualcuno ha osservato: ma te li vedi tu i nostri enti concedenti esercitare quegli occhiuti controlli che dovrebbero presidiare il buon funzionamento del rapporto concessorio? Credi veramente che funzionerebbe, senza mille compromissioni palesi ed occulte, il ruolo di vigilanza che, anche ai sensi del decreto legislativo 152 (all’articolo 151), il concedente dovrebbe esercitare per garantire efficacia ed efficienza alla rete distributiva e sviluppo puntuale dei programmi di investimento per l’ammodernamento e l’incremento della rete distributiva?
Come dicevo non possono negarsi al duplice argomento la dignità del fondamento e la concretezza del realismo; e questo ne fa un argomento insidioso, specie presso chi fa o vorrebbe fare del realismo il presupposto di una visione (entro certi limiti) pragmatica della realtà.
D’altro canto però, l’argomento denota un atteggiamento che mi viene difficile accettare: siamo arrivati dunque ad un tale livello di sfiducia in noi stessi da portarci a dubitare delle nostre stesse capacità di fare e di fare bene? A tal punto è giunta la nostra autorappresentazione negativa che riteniamo di non poter fare una scelta razionale per il peso irrazionale della nostra propensione al pastrocchio (parola che attingo con piacere dal lessico della mia gioventù provinciale)?
Scusate il ritorno pervicace al tema di una precedente riflessione (rimasta senza vostri commenti), ma ai nostri figli che cosa diremo: avremmo voluto lasciarvi una realtà migliore ma non ci siamo riusciti perché non avevamo fiducia di saper fare ciò che avremmo anche voluto fare?
Se fosse questo il nostro atteggiamento, perché (come mi faceva osservare un autorevole amico) andremmo a votare, non dico per i referenda ma addirittura per qualsiasi altra consultazione politica o amministrativa? A che servirebbe scegliere quanto ci sembra bene se questa scelta fosse, dall’origine, inquinata da una nozione del bene ridotta al meno peggio, da una percezione triste di inattingibilità del bene? [Per quanto ovvio, sottolineo che sto usando il concetto di bene in un’accezione molto umana, forse solo sociale]
Siamo veramente troppo smarriti per ritrovare da soli la via del ritorno, come tanti Ulisse che si muovano per mare attenti solo a galleggiare senza un vero desiderio di Itaca, come mangiatori di loto sopraffatti da un profondo sopore che toglie ogni voglia di remare tenendo la rotta?
Siamo, per dirla … crudamente, così “cotti”?
Dalle memorie di tanti anni spesi occupandomi di costruzioni e di infrastrutture ( i periodi più belli della mia vita professionale) mi tornano in mente le grandi dighe imponenti, i viadotti superbi, le antiche città sollevate dall’acqua, le lunghe gallerie, le autostrade coraggiose ….. tutto passato (sia pure da poco) …. tutto dimenticato ….. non siamo più capaci?
Roma 9 giugno 2011
giovedì 26 maggio 2011
Proviamo a discuterne
Derive
(di Felice Celato)
Quasi 10 anni fa (nel 2002) Giuseppe De Rita – a mio giudizio l’analista più lucido e ad un tempo pietoso delle nostre derive – scriveva ( ne Il regno inerme, Einaudi): Nella nostra società comincia a circolare…un pericoloso virus di inimicizia e di spaccature verticali, dopo decenni di sostanziale unità e coesione. Se la crescente molecolarizzazione del sistema non trova adeguate forme di condensazione sociale e istituzionale, allora essa slitta fatalmente verso una configurazione amorfa e indistinta di moltitudine. E la moltitudine può facilmente essere tentata dalla componente emotiva della vita collettiva, passivamente vivendo degli eventi in maree di sensazioni senza esito, spaccandosi in posizioni bipolari e personalizzate magari artatamente supportate dalla comunicazione di massa.
A distanza di 10 anni ho ripreso in mano questo breve libro, secondo me straordinariamente attuale, e rileggendolo ho provato a confrontarne le amare e non più fresche analisi con altre più recenti, anche più focalizzate sulle condizioni sociali ed economiche del nostro Paese.
Marco Revelli (Poveri, noi, Einaudi, 2010) traccia una mappa drammatica del meccanismo dei risentimenti che ispira, in Italia soprattutto, il dominio della psicopolitica – una politica di governo … .che fa leva sulle emozioni e sulla psiche dei cittadini e fa di questa leva un volano indispensabile all’esercizio del potere; essa …. mette al lavoro le emozioni nella loro immediatezza, senza mediazione culturale e senza differimento progettuale, favorendo in particolare quelle negative – o oppositive – maggiormente in grado di riempire il vuoto di identità creatosi e di produrre un istantaneo ( anche se effiimero) senso di comunione se non di comunità ( anche da : Pier Aldo Rovatti, Etica minima, Cortina, 2010).
Questo meccanismo dei risentimenti innerva – sto sintetizzando brutalmente il libro di Revelli – l’enorme potenziale di mobilitazione e di consenso del sentimento elementare dell’ira che pervade l’animo dei deprivati, cioè di tutti quelli ( una quantità crescente di Italiani, come dimostrano le statistiche, ampiamente citate, cfr ibidem) che progressivamente hanno visto crescere la propria povertà percepita ed effettiva; un sentimento dell’ira che è alla base di tanti fenomeni genericamente attribuibili al mondo della xenofobia sociale, intesa come fobia dell’altro, straniero, nomade, sbandato, lavavetri o qualsiasi “altro”.
Dopo una ampia, dettagliata e veramente preoccupante analisi delle diverse povertà che dilaniano l’Italia (ceti medi largamente compresi), Revelli torna sul tema politico dell’invidia sociale, intesa ora non come ostilità verso chi ha di più ma ostilità/risentimento verso chi ha di meno e in qualche modo contende la nostra povertà: solo ampliando la propria distanza dagli ultimi, nell’impossibilità di “salire”, si riacquista lo status di medio! Come se ad aggregarci non ci sia più l’eguaglianza ma la differenza! E questa è l’arma dei più sciagurati populismi. Fin qui, in estrema sintesi, Revelli.
Poi ho provato a volgere lo sguardo su una lettura ancora più strettamente economica delle derive del nostro Paese, attingendo a dati OCSE, Istat e FMI largamente diffusi sulla stampa di questi giorni:
• La produttività dei fattori in Italia è oggi sotto i livelli del 93 e ben sotto quella raggiunta nel 2001 e di molti punti sotto quella dei paesi concorrenti, che nel periodo sono molto cresciuti; nei pochi anni di crescita del periodo è comunque sempre cresciuta sempre meno di quella degli altri Paesi concorrenti (Francia, Germania, Regno Unito, Giappone, Stati Uniti). I dati sono dell’OCSE;
• Il PIL per ora lavorata è sotto il livello del 2001 e dal 93 ad oggi è quasi sempre cresciuto meno di quella degli altri Paesi concorrenti, che oggi stanno molto al di sopra del livello da noi raggiunto (OCSE);
• Un quarto degli Italiani sperimenta il rischio di povertà o di esclusione sociale (Rapporto annuale dell’Istat presentato a Montecitorio il 23 maggio);
• Nel decennio 2001-2010 l’Italia ha realizzato la performance di crescita peggiore di tutti i paesi dell’UE (Istat, ibidem);
Perché si dovrebbe essere ottimisti? Perché ci arrabbiamo se Standard & Poor’s prospetta un outlook negativo per il nostro Paese?
Si potrebbe replicare:
• Perché ad oggi la ricchezza privata (ricchezza finanziaria netta delle famiglie in % del PIL) è superiore a quella di molti dei paesi concorrenti (dati FMI, tabella su Il sole 24 ore del 19 maggio);
• Perché ad oggi il debito pubblico rapportato alla ricchezza privata è in linea e talora migliore del dato relativo ai paesi concorrenti;
• perché ad oggi circa la metà del debito pubblico italiano è in mano di Italiani.
Bene: io non credo che contrapporre dati “ottimisti” a dati “pessimisti” aiuti a capire (in fondo ottimismo e pessimismo non sono altro che due nomi diversi assegnati alla fondamentale ignoranza del futuro che caratterizza gli uomini).
Quello che mi pare certo è che le tendenze sono molto preoccupanti, tanto più perché la deriva anche economica e produttiva è ormai lunga ed inequivoca, e per certi versi – non foss’altro per la sua misurabilità – anche più chiara di quanto si possa osservare in ottica sociologica.
Stiamo, secondo me, consumando il capitale accumulato da almeno due generazioni (per questo un certo benessere “regge”) e stiamo raschiando il fondo delle energie vitali e morali del Paese.
Se è così – ed ovviamente spero di sbagliarmi – mi prende l’angoscia del senso di responsabilità generazionale: che cosa abbiamo ricevuto dalle generazioni che ci hanno preceduto e che cosa lasciamo a quelle che ci seguiranno? Come si presenta il bilancio della NOSTRA gestione del NOSTRO ambiente economico, sociale, morale?
Quando pongo questa domanda ad amici della mia generazione sento propormi varie considerazioni ma sinteticamente ascrivibili a due tipi di risposta:
(1) beh! In fondo non è tutta colpa nostra! E’ l’intero Occidente che sta declinando e non c’è ragione di pensare che noi avremmo potuto sottrarci a questa deriva;
(2) eh! Va bene, ma anche questi nostri giovani potrebbero darsi da fare, alzare i loro morbidi sederi dai loro troppo comodi divani e pedalare con maggior vigore di quanto non facciano al riparo degli agi che gli abbiamo procurato!
Entrambe le risposte mi lasciano completamente insoddisfatto ( e magari – come troppo spesso mi accade – anche un po’ irritato): la prima non è vera, basta guardare alla Germania, alla Francia ed al Regno Unito; la seconda mi pare addirittura elusiva e sostanzialmente qualunquista.
Per avere risposte convincenti, bisogna porci domande chiare: la nostra generazione è stata inadeguata ai problemi che ha dovuto affrontare, inadeguata dal punto di vista politico, inadeguata dal punto di vista morale, inadeguata dal punto di vista culturale?
C’è qualcuno che sa darmi ragionevolmente torto, se possibile senza addossare, come è banale fare, tutte le colpe a chi ci governa? Siamo ancora in tempo per ritrovare una mente in opera, un riarmo mentale più che morale (Censis, Rapporto 2010)?
Spero, molto ovviamente, in una valanga di convincenti argomentazioni positive!
(di Felice Celato)
Quasi 10 anni fa (nel 2002) Giuseppe De Rita – a mio giudizio l’analista più lucido e ad un tempo pietoso delle nostre derive – scriveva ( ne Il regno inerme, Einaudi): Nella nostra società comincia a circolare…un pericoloso virus di inimicizia e di spaccature verticali, dopo decenni di sostanziale unità e coesione. Se la crescente molecolarizzazione del sistema non trova adeguate forme di condensazione sociale e istituzionale, allora essa slitta fatalmente verso una configurazione amorfa e indistinta di moltitudine. E la moltitudine può facilmente essere tentata dalla componente emotiva della vita collettiva, passivamente vivendo degli eventi in maree di sensazioni senza esito, spaccandosi in posizioni bipolari e personalizzate magari artatamente supportate dalla comunicazione di massa.
A distanza di 10 anni ho ripreso in mano questo breve libro, secondo me straordinariamente attuale, e rileggendolo ho provato a confrontarne le amare e non più fresche analisi con altre più recenti, anche più focalizzate sulle condizioni sociali ed economiche del nostro Paese.
Marco Revelli (Poveri, noi, Einaudi, 2010) traccia una mappa drammatica del meccanismo dei risentimenti che ispira, in Italia soprattutto, il dominio della psicopolitica – una politica di governo … .che fa leva sulle emozioni e sulla psiche dei cittadini e fa di questa leva un volano indispensabile all’esercizio del potere; essa …. mette al lavoro le emozioni nella loro immediatezza, senza mediazione culturale e senza differimento progettuale, favorendo in particolare quelle negative – o oppositive – maggiormente in grado di riempire il vuoto di identità creatosi e di produrre un istantaneo ( anche se effiimero) senso di comunione se non di comunità ( anche da : Pier Aldo Rovatti, Etica minima, Cortina, 2010).
Questo meccanismo dei risentimenti innerva – sto sintetizzando brutalmente il libro di Revelli – l’enorme potenziale di mobilitazione e di consenso del sentimento elementare dell’ira che pervade l’animo dei deprivati, cioè di tutti quelli ( una quantità crescente di Italiani, come dimostrano le statistiche, ampiamente citate, cfr ibidem) che progressivamente hanno visto crescere la propria povertà percepita ed effettiva; un sentimento dell’ira che è alla base di tanti fenomeni genericamente attribuibili al mondo della xenofobia sociale, intesa come fobia dell’altro, straniero, nomade, sbandato, lavavetri o qualsiasi “altro”.
Dopo una ampia, dettagliata e veramente preoccupante analisi delle diverse povertà che dilaniano l’Italia (ceti medi largamente compresi), Revelli torna sul tema politico dell’invidia sociale, intesa ora non come ostilità verso chi ha di più ma ostilità/risentimento verso chi ha di meno e in qualche modo contende la nostra povertà: solo ampliando la propria distanza dagli ultimi, nell’impossibilità di “salire”, si riacquista lo status di medio! Come se ad aggregarci non ci sia più l’eguaglianza ma la differenza! E questa è l’arma dei più sciagurati populismi. Fin qui, in estrema sintesi, Revelli.
Poi ho provato a volgere lo sguardo su una lettura ancora più strettamente economica delle derive del nostro Paese, attingendo a dati OCSE, Istat e FMI largamente diffusi sulla stampa di questi giorni:
• La produttività dei fattori in Italia è oggi sotto i livelli del 93 e ben sotto quella raggiunta nel 2001 e di molti punti sotto quella dei paesi concorrenti, che nel periodo sono molto cresciuti; nei pochi anni di crescita del periodo è comunque sempre cresciuta sempre meno di quella degli altri Paesi concorrenti (Francia, Germania, Regno Unito, Giappone, Stati Uniti). I dati sono dell’OCSE;
• Il PIL per ora lavorata è sotto il livello del 2001 e dal 93 ad oggi è quasi sempre cresciuto meno di quella degli altri Paesi concorrenti, che oggi stanno molto al di sopra del livello da noi raggiunto (OCSE);
• Un quarto degli Italiani sperimenta il rischio di povertà o di esclusione sociale (Rapporto annuale dell’Istat presentato a Montecitorio il 23 maggio);
• Nel decennio 2001-2010 l’Italia ha realizzato la performance di crescita peggiore di tutti i paesi dell’UE (Istat, ibidem);
Perché si dovrebbe essere ottimisti? Perché ci arrabbiamo se Standard & Poor’s prospetta un outlook negativo per il nostro Paese?
Si potrebbe replicare:
• Perché ad oggi la ricchezza privata (ricchezza finanziaria netta delle famiglie in % del PIL) è superiore a quella di molti dei paesi concorrenti (dati FMI, tabella su Il sole 24 ore del 19 maggio);
• Perché ad oggi il debito pubblico rapportato alla ricchezza privata è in linea e talora migliore del dato relativo ai paesi concorrenti;
• perché ad oggi circa la metà del debito pubblico italiano è in mano di Italiani.
Bene: io non credo che contrapporre dati “ottimisti” a dati “pessimisti” aiuti a capire (in fondo ottimismo e pessimismo non sono altro che due nomi diversi assegnati alla fondamentale ignoranza del futuro che caratterizza gli uomini).
Quello che mi pare certo è che le tendenze sono molto preoccupanti, tanto più perché la deriva anche economica e produttiva è ormai lunga ed inequivoca, e per certi versi – non foss’altro per la sua misurabilità – anche più chiara di quanto si possa osservare in ottica sociologica.
Stiamo, secondo me, consumando il capitale accumulato da almeno due generazioni (per questo un certo benessere “regge”) e stiamo raschiando il fondo delle energie vitali e morali del Paese.
Se è così – ed ovviamente spero di sbagliarmi – mi prende l’angoscia del senso di responsabilità generazionale: che cosa abbiamo ricevuto dalle generazioni che ci hanno preceduto e che cosa lasciamo a quelle che ci seguiranno? Come si presenta il bilancio della NOSTRA gestione del NOSTRO ambiente economico, sociale, morale?
Quando pongo questa domanda ad amici della mia generazione sento propormi varie considerazioni ma sinteticamente ascrivibili a due tipi di risposta:
(1) beh! In fondo non è tutta colpa nostra! E’ l’intero Occidente che sta declinando e non c’è ragione di pensare che noi avremmo potuto sottrarci a questa deriva;
(2) eh! Va bene, ma anche questi nostri giovani potrebbero darsi da fare, alzare i loro morbidi sederi dai loro troppo comodi divani e pedalare con maggior vigore di quanto non facciano al riparo degli agi che gli abbiamo procurato!
Entrambe le risposte mi lasciano completamente insoddisfatto ( e magari – come troppo spesso mi accade – anche un po’ irritato): la prima non è vera, basta guardare alla Germania, alla Francia ed al Regno Unito; la seconda mi pare addirittura elusiva e sostanzialmente qualunquista.
Per avere risposte convincenti, bisogna porci domande chiare: la nostra generazione è stata inadeguata ai problemi che ha dovuto affrontare, inadeguata dal punto di vista politico, inadeguata dal punto di vista morale, inadeguata dal punto di vista culturale?
C’è qualcuno che sa darmi ragionevolmente torto, se possibile senza addossare, come è banale fare, tutte le colpe a chi ci governa? Siamo ancora in tempo per ritrovare una mente in opera, un riarmo mentale più che morale (Censis, Rapporto 2010)?
Spero, molto ovviamente, in una valanga di convincenti argomentazioni positive!
sabato 21 maggio 2011
Un passaggio nel Duomo di Milano
Un giovane scuro
(di Felice Celato)
Quando a Milano mi capita di passare dal centro e di avere una mezz’ora libera, non manco mai di entrare nel Duomo: l’interno austero e solenne, la memoria dei grandi vescovi che vi hanno predicato, il pensiero ai funerali dei grandi lombardi che hanno avuto luogo nella chiesa simbolo della cristianità meneghina severa e generosa, la suggestione delle grandi vetrate sullo sfondo dell’abside, il senso di una pietas nobile e seria, valgono senz’altro il piccolo fastidio di passare i severi controlli di sicurezza che ci ricordano in che mondo viviamo.
L’ho fatto anche ieri, verso mezzogiorno e, scavalcando l’inevitabile folla di turisti, sono arrivato davanti al grande quadro della Madonna che allatta, appeso a metà della navata di sinistra fra centinaia di candele accese dalla pietà popolare: un giovane scuro (un nero forse più asiatico che africano), alto e di taglia robusta, le larghe spalle curve nell’atto di una preghiera raccolta sull’inginocchiatoio davanti al quadro: una preghiera silenziosa, le mani giunte nell’atto di una invocazione accorata, il volto segnato da qualche lacrima.
Non so, ovviamente, che cosa invocasse il giovane scuro ma non ho potuto sottrarmi all’emozione di immaginare: si trattava senz’altro di un giovane forte, uno che aveva avuto la forza di sradicarsi da chissà quale contesto sociale ed economico che tanti suoi meno coraggiosi conterranei dovevano subire senza speranza, uno che aveva accettato le difficoltà di una rischiosa emigrazione per radicare altrove, in un mondo ignoto del quale conosceva solo qualche immagine patinata, le proprie energie vitali e la propria ricerca della felicità. Cosa chiedeva alla Madonna, con tanto commosso fervore? Un ricongiungimento, la salute di un parente restato nella gabbia del paese d’origine, un po’ meno di ostilità e un po’più di certezze, un po’ di pace, un supplemento di forza per resistere nel tentativo di trovare uno spazio di futuro?
Non lo so, ma avrei voluto abbracciarlo, quel giovane scuro, per comunicargli almeno il senso di una umana com-passione che forse è proprio una delle cose che più gli manca. Mi è tornato in mente un verso di Dante, che, nel Paradiso (“VergineMadre,figlia del tuo figlio….”,33° canto) ha un senso certamente diverso da quello che le circostanze mi hanno suggerito: “Ancor ti priego, Regina, che puoi/ ciò che tu vuoli, che conservi sani, / dopo tanto veder, li affetti suoi.” E sono uscito sul sagrato, verso la Galleria, per consumare un rapido pasto; al bar, un gentile cameriere, con piccoli baffi meridionali, si è scusato con me per l’inopportunità dello scorrere davanti ai tavolini di un paio di vu’cumprà : “Non se ne può più, mi creta”, sì, “mi creta”, come dicono tutti gli immigrati dal Sud d’Italia per sembrare più Lombardi.
Fuori della Galleria, si distribuivano volantini elettorali.
Roma, 21 maggio 2011
(di Felice Celato)
Quando a Milano mi capita di passare dal centro e di avere una mezz’ora libera, non manco mai di entrare nel Duomo: l’interno austero e solenne, la memoria dei grandi vescovi che vi hanno predicato, il pensiero ai funerali dei grandi lombardi che hanno avuto luogo nella chiesa simbolo della cristianità meneghina severa e generosa, la suggestione delle grandi vetrate sullo sfondo dell’abside, il senso di una pietas nobile e seria, valgono senz’altro il piccolo fastidio di passare i severi controlli di sicurezza che ci ricordano in che mondo viviamo.
L’ho fatto anche ieri, verso mezzogiorno e, scavalcando l’inevitabile folla di turisti, sono arrivato davanti al grande quadro della Madonna che allatta, appeso a metà della navata di sinistra fra centinaia di candele accese dalla pietà popolare: un giovane scuro (un nero forse più asiatico che africano), alto e di taglia robusta, le larghe spalle curve nell’atto di una preghiera raccolta sull’inginocchiatoio davanti al quadro: una preghiera silenziosa, le mani giunte nell’atto di una invocazione accorata, il volto segnato da qualche lacrima.
Non so, ovviamente, che cosa invocasse il giovane scuro ma non ho potuto sottrarmi all’emozione di immaginare: si trattava senz’altro di un giovane forte, uno che aveva avuto la forza di sradicarsi da chissà quale contesto sociale ed economico che tanti suoi meno coraggiosi conterranei dovevano subire senza speranza, uno che aveva accettato le difficoltà di una rischiosa emigrazione per radicare altrove, in un mondo ignoto del quale conosceva solo qualche immagine patinata, le proprie energie vitali e la propria ricerca della felicità. Cosa chiedeva alla Madonna, con tanto commosso fervore? Un ricongiungimento, la salute di un parente restato nella gabbia del paese d’origine, un po’ meno di ostilità e un po’più di certezze, un po’ di pace, un supplemento di forza per resistere nel tentativo di trovare uno spazio di futuro?
Non lo so, ma avrei voluto abbracciarlo, quel giovane scuro, per comunicargli almeno il senso di una umana com-passione che forse è proprio una delle cose che più gli manca. Mi è tornato in mente un verso di Dante, che, nel Paradiso (“VergineMadre,figlia del tuo figlio….”,33° canto) ha un senso certamente diverso da quello che le circostanze mi hanno suggerito: “Ancor ti priego, Regina, che puoi/ ciò che tu vuoli, che conservi sani, / dopo tanto veder, li affetti suoi.” E sono uscito sul sagrato, verso la Galleria, per consumare un rapido pasto; al bar, un gentile cameriere, con piccoli baffi meridionali, si è scusato con me per l’inopportunità dello scorrere davanti ai tavolini di un paio di vu’cumprà : “Non se ne può più, mi creta”, sì, “mi creta”, come dicono tutti gli immigrati dal Sud d’Italia per sembrare più Lombardi.
Fuori della Galleria, si distribuivano volantini elettorali.
Roma, 21 maggio 2011
venerdì 13 maggio 2011
Lontano dal rumore dei giorni
Due letture
(di Felice Celato)
In questo periodo di nausea della politica,dei suoi rumori sguaiati e della sua ciarliera inadeguatezza, forse vale più che mai la pena di rifugiarsi nelle letture, meglio se distanti, molto distanti, dal presente.
Ne segnalo agli amici due, in diverso modo, molto piacevoli ed interessanti.
La prima è un classico, per la verità sicuramente già letto da molti e anche da me forse più volte ma mai gustato così tanto come quando lo si rilegge in età….diciamo matura: Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, una specie di contro-romanzo risorgimentale, di intonazione narrativa direi manzoniana (la lieve ironia dell’autore, il suo distacco non privo di compassione, il suo radicamento storico) ma di spiritualità rothiana: ne Il Gattopardo, il Principe di Salina che sente di appartenere “ad una generazione disgraziata a cavallo fra i tempi vecchi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due”; ne La Marcia di Radetsky (di Joseph Roth), il Barone von Trotta,il capitano distrettuale dell’Impero asburgico, che “non poteva sopravvivere all’Imperatore” e chiude anche lui gli occhi quando questo muore. In entrambi i romanzi un’elegia della storia che passa, srotolandosi sopra le teste di uomini che ne hanno percepito con dolore il passaggio senza comprenderne le ragioni, anzi radicandosi mestamente nel passato: l’uno, il Principe di Salina, amaramente fiero dell’essere stato l’ultimo dei gattopardi mentre già si affacciano sulla scena della storia “gli sciacalletti e le iene”; l’altro, il Barone von Trotta, abbandonato al declino della civiltà nella quale riposavano ordinatamente tutti i suoi valori. Anche le stupende scene di morte hanno un sapore comune, nei due romanzi: la dignità della morte e la morte di due dignità, pur fra loro tanto lontane, quella di un Principe Pari del Regno di Sicilia che anche morendo “corteggia la morte”, e quella di Joseph, il Maggiordomo di un capitano distrettuale dell’Impero Asburgico, che sul letto di morte “sotto le coperte fece un debole tentativo di battere i talloni”.
Il senso della storia, dunque, e del suo scorrere avanti alla capacità degli uomini di comprenderne i passaggi, sempre vòlti come sono a formulare previsioni sul futuro (“a noi e a tutti vietate non per altro che per essere vane”, Benedetto Croce) nelle quali si proiettano le percezioni, spesso confuse e inadeguate, del presente o le interpretazioni, magari emotive, del passato: Il Gattopardo, questa specie di homme dépaysé della storia, è la sintesi letteraria di questo disagio; e forse proprio per questo l’ho sentito molto vicino ed ancora attuale, al di là dei suoi certi meriti, appunto, letterari.
Veniamo alla seconda lettura, scoperta per caso, per consiglio di un…insospettabile collega. Si tratta dell’opera di un filosofo e scrittore francese (Eric-Emmanuel Schmitt) intitolata Il Vangelo secondo Pilato: non di un trattato di teologia si tratta, ovviamente, ma di un “romanzo” articolato in due parti: la prima, più breve, che si immagina scritta dallo stesso Gesù, nella quale, con grande perizia letteraria si affronta il tema della nascita della cosiddetta (dai teologi) coscienza messianica di Gesù: come nasce nel figlio del falegname nazareno, come emerge all’interno della profonda pietas del ragazzo che lentamente sta diventando uomo, la percezione del suo essere il Messia? Come si svolge il suo rapporto col discepolo che lo tradirà, proprio per accompagnare l’adempimento della missione messianica?
La seconda parte, più estesa, invece è costituita dalle lettere che si immaginano scritte da Pilato al fratello Tito per tenerlo aggiornato della affannosa ricerca della prova dell’”impostura” della resurrezione, del puntuale fallimento di ogni presunta dimostrazione fino alla progressiva nascita in Pilato di una confusa coscienza dell’eccezionalità di quanto deve essere avvenuto,una coscienza fortemente influenzata dalla fede nata in Claudia Procula, sua moglie.
Un romanzo, senz’altro un romanzo, ma scritto con intelligenza e profonda conoscenza dei temi di fondo della nostra fede che, liberamente, emergono in filigrana attraverso una narrazione tesa e ben strutturata; un’altra lettura che non ha fatto rimpiangere il tempo sottratto alla lettura dei giornali di questo oscuro periodo della nostra storia.
Credo di ricordare che domenica si vota in molte città italiane, alcune molto importanti: non potremo evitare, temo, il clamore di ulteriori oltraggi all’intelligenza dei cittadini.
13 maggio 2011
(di Felice Celato)
In questo periodo di nausea della politica,dei suoi rumori sguaiati e della sua ciarliera inadeguatezza, forse vale più che mai la pena di rifugiarsi nelle letture, meglio se distanti, molto distanti, dal presente.
Ne segnalo agli amici due, in diverso modo, molto piacevoli ed interessanti.
La prima è un classico, per la verità sicuramente già letto da molti e anche da me forse più volte ma mai gustato così tanto come quando lo si rilegge in età….diciamo matura: Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, una specie di contro-romanzo risorgimentale, di intonazione narrativa direi manzoniana (la lieve ironia dell’autore, il suo distacco non privo di compassione, il suo radicamento storico) ma di spiritualità rothiana: ne Il Gattopardo, il Principe di Salina che sente di appartenere “ad una generazione disgraziata a cavallo fra i tempi vecchi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due”; ne La Marcia di Radetsky (di Joseph Roth), il Barone von Trotta,il capitano distrettuale dell’Impero asburgico, che “non poteva sopravvivere all’Imperatore” e chiude anche lui gli occhi quando questo muore. In entrambi i romanzi un’elegia della storia che passa, srotolandosi sopra le teste di uomini che ne hanno percepito con dolore il passaggio senza comprenderne le ragioni, anzi radicandosi mestamente nel passato: l’uno, il Principe di Salina, amaramente fiero dell’essere stato l’ultimo dei gattopardi mentre già si affacciano sulla scena della storia “gli sciacalletti e le iene”; l’altro, il Barone von Trotta, abbandonato al declino della civiltà nella quale riposavano ordinatamente tutti i suoi valori. Anche le stupende scene di morte hanno un sapore comune, nei due romanzi: la dignità della morte e la morte di due dignità, pur fra loro tanto lontane, quella di un Principe Pari del Regno di Sicilia che anche morendo “corteggia la morte”, e quella di Joseph, il Maggiordomo di un capitano distrettuale dell’Impero Asburgico, che sul letto di morte “sotto le coperte fece un debole tentativo di battere i talloni”.
Il senso della storia, dunque, e del suo scorrere avanti alla capacità degli uomini di comprenderne i passaggi, sempre vòlti come sono a formulare previsioni sul futuro (“a noi e a tutti vietate non per altro che per essere vane”, Benedetto Croce) nelle quali si proiettano le percezioni, spesso confuse e inadeguate, del presente o le interpretazioni, magari emotive, del passato: Il Gattopardo, questa specie di homme dépaysé della storia, è la sintesi letteraria di questo disagio; e forse proprio per questo l’ho sentito molto vicino ed ancora attuale, al di là dei suoi certi meriti, appunto, letterari.
Veniamo alla seconda lettura, scoperta per caso, per consiglio di un…insospettabile collega. Si tratta dell’opera di un filosofo e scrittore francese (Eric-Emmanuel Schmitt) intitolata Il Vangelo secondo Pilato: non di un trattato di teologia si tratta, ovviamente, ma di un “romanzo” articolato in due parti: la prima, più breve, che si immagina scritta dallo stesso Gesù, nella quale, con grande perizia letteraria si affronta il tema della nascita della cosiddetta (dai teologi) coscienza messianica di Gesù: come nasce nel figlio del falegname nazareno, come emerge all’interno della profonda pietas del ragazzo che lentamente sta diventando uomo, la percezione del suo essere il Messia? Come si svolge il suo rapporto col discepolo che lo tradirà, proprio per accompagnare l’adempimento della missione messianica?
La seconda parte, più estesa, invece è costituita dalle lettere che si immaginano scritte da Pilato al fratello Tito per tenerlo aggiornato della affannosa ricerca della prova dell’”impostura” della resurrezione, del puntuale fallimento di ogni presunta dimostrazione fino alla progressiva nascita in Pilato di una confusa coscienza dell’eccezionalità di quanto deve essere avvenuto,una coscienza fortemente influenzata dalla fede nata in Claudia Procula, sua moglie.
Un romanzo, senz’altro un romanzo, ma scritto con intelligenza e profonda conoscenza dei temi di fondo della nostra fede che, liberamente, emergono in filigrana attraverso una narrazione tesa e ben strutturata; un’altra lettura che non ha fatto rimpiangere il tempo sottratto alla lettura dei giornali di questo oscuro periodo della nostra storia.
Credo di ricordare che domenica si vota in molte città italiane, alcune molto importanti: non potremo evitare, temo, il clamore di ulteriori oltraggi all’intelligenza dei cittadini.
13 maggio 2011
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