giovedì 14 febbraio 2013

Il passaggio della storia


Benedetto XVI
(di Felice Celato)
L’addio di Benedetto XVI, per me commovente e denso di significati, dà luogo, come è consuetudine forse non solo Italiana, a ragli e calci d’asino di straordinaria superficialità e malignità: per rendersene conto, basta superare il disgusto e leggere i commenti alle notizie “finemente vergati” dagli opinionisti istantanei di cui il nostro incolto Paese abbonda e di cui sollecita continuamente gli augusti  “pensieri”.
Eppure il gesto del Papa e i suoi modi sembravano idonei, oltreché a connotarlo di grande e profonda sensibilità umana e sollecitudine ecclesiale, a lanciare un messaggio positivo anche presso coloro che sono soliti “ragionare” secondo categorie non dico semplicemente mondane ma addirittura frivole: un gesto moderno, inusuale, umanissimo, “de-sacralizzante”, libero e originale.
No. Nemmeno quest’ottica ha “sfondato”. Anzi, c’è stato chi è andato a caccia di citazioni, evangeliche e non, per fare la morale al papa, come si conviene ad ogni buon padreterno da porta Portese. 
E’ il segno dei (pessimi) tempi che viviamo; direi nulla di nuovo per me che non li amo ( e ne temo gli sviluppi). Il modo con cui comunichiamo è figlio di ciò che siamo diventati, dicevamo qualche giorno fa.
E va bene (anzi male); ma la cosa di cui fatico a non provare scandalo è la reazione di alcuni prelati (sempre celati dietro un ipocrita anonimato), solo preoccupati degli sviluppi curiali del “gesto” di Benedetto XVI. O di alcuni “intellettuali” alla moda che si sono agitati per coglierne la strumentalità elettorale!
Narrano che, mentre Hegel osservava dalla finestra del suo appartamento "il passare della Storia" (Napoleone che sfila vittorioso, alla testa dei suoi soldati, dopo la battaglia di Jena), il suo cameriere notava con fastidio che i cavalli sporcano le strade.
Dopo questo Papa, intelligente, profondo, colto, aperto ed attento al mondo, spero in un Papa ancora straniero che voglia contornarsi, a Roma, di altri stranieri, che sappia universalizzare (o de-italianizzare?) la cultura della curia, una ramazza dura, come lo può essere il ventilabro dei profeti e anche dei santi, dei quali abbiamo sempre estremo bisogno.
Di Benedetto XVI ricorderemo per sempre la figura fragile e l’intelletto forte, gli occhi chiari, la cultura densa e incarnata, la fede colta, la Caritas in veritate, i libri sul Gesù di Nazareth, la pedagogia paolina, la sua concezione del tempo come sabato santo della storia. Ed infine, il suo “gesto” umile e rivoluzionario, un appello ultimo e malinconico al dovere del fare e alle sue fatiche. L’uomo di fede profonda sa quale è il campo della ragione e conosce il dovere di impiegarla anche nella Chiesa, quando il passo del pastore, divenuto tardo, non gli consente di essere appieno il tutore e la guida del gregge.
Roma, 14 febbraio 2013, San Valentino.

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