martedì 23 agosto 2022

" Fiscalizzare la realtà"

L’induzione al pensiero politico-onirico

(di Felice Celato)

Preso da cure di altro genere (nel senso latino di curae, preoccupazioni, affanni; che però va bene anche in quello italiano, in senso propriamente medicale) ho trascurato, ormai da un mese, di seminare qui qualche spunto di conversazione asincrona coi miei amici lettori. Eppure, la “campagna elettorale”, con tutte le sue (pericolose) follie, avrebbe offerto molti spunti per comunicare – ove mai ve ne fosse bisogno – la tristezza alimentata dal nostro presente.

Senza entrare nel dettaglio delle grossolanità che ci tocca sentire e leggere ogni giorno (dalle dentiere gratuite per le nonne, alle pensioni più alte e più precoci, alle assunzioni pubbliche in ogni possibile ganglio dello stato, alle defiscalizzazioni di tutto ciò che è “immaginabilmente”  defiscalizzabile, alle tassazioni piatte, spesso - naturalmente – senza alcuna esplicita enunciazione dei necessari correttivi per mantenere l’assetto progressivo dei dettami costituzionali in materia fiscale, ai “ristori” di ogni genere per venire incontro “ai veri bisogni degli Italiani”, etc), vorrei però soffermarmi su un tratto di queste grossolanità che in qualche modo ne accomuna molte, un tratto che affonda le sue radici nella “cultura” di qualche nostrano decennio più recente, frutto di quella diffusa statolatria di cui abbiamo più volte parlato: la proclamazione – o, almeno, lo “spaccio” a fini elettorali di seduttive induzioni al pensiero politico-onirico – che la dura realtà di questi tempi possa, essa stessa, essere “fiscalizzata”, cioè trasferita nel limbo dell’incoscienza e dell’irresponsabilità, dove per tutto c’è un rimedio a spese di qualcun altro, cioè di quel pozzo di san Patrizio che a molti può apparire il debito pubblico (che, nell’assunto degli “spacciatori”, è debito di nessuno).

Non voglio dire – non ne avrei gli elementi – che queste “fantasticherie strane” siano dietro ad ogni inevitabile “promessa elettorale”; in fondo, dicevamo appunto un mese fa, è necessario che durante la campagna elettorale, accanto alla parte ideologica di ogni proposizione politica, sussista una parte più specificamente programmaticaintesa come il complesso delle concrete azioni destinate ad incarnare le finalità che si intendono perseguire, in proclamata coerenza con quella parte ideologica che viene, appunto, proposta.

Ma, a parte che non mi rassicurano affatto molte di tali premesse ideologiche (sento circolare concetti e parole novecentesche  che mi fanno rabbrividire), il diffuso programma di fiscalizzare la realtà (cioè il programma di trasformare ogni evidenza del reale che postuli faticosa – e talora dolorosa – gestione, in un qualcosa di gelatinoso che può, anzi deve, essere trasferito a carico del bilancio pubblico, per modo che ogni cittadino venga posto al riparo dalla realtà) mi pare – oltreché improponibile nelle condizioni date – anche altamente diseducativo; cioè destinato ad alimentare il convincimento popolare che la politica possa fare de nigro album (per usare a rovescio il vecchio brocardo sulla res judicata che – notoriamente – può fare de albo nigrum), cioè rendere bianco ciò che è nero.

L’equilibrio del mondo, in questo tempo assai poco rassicurante, è soggetto a dinamiche (geo-politiche, economiche e finanziarie) che, purtroppo, non possono non avere effetto sulla vita di tutte le cittadinanze (si pensi solo alla crisi energetica); e il buon governo di ogni paese è chiamato ad affrontarle, nella limitata incidenza di ogni singolo paese, con equilibrio, fatica e sudore, intense capacità di gestione, di dialogo e di cooperazione, senza strappi ideologici fuori del tempo, con la massima, ragionevole vicinanza alla propria cittadinanza, che, tuttavia, non illuderà di potersi preservare dalla tempesta, senza che alcuno scroscio di pioggia – anche abbondante – possa bagnarne la messa in piega.

La realtà non è purtroppo “fiscalizzabile”. Capisco che, in campagna elettorale, non sia facile dire la verità ad un popolo che si è lasciato abituare alle illusioni e alle menzogne, che anche è avvezzo (per lunga esperienza) a riconoscerle nel tempo, ma che in fondo se ne lascia nutrire proprio davanti alle urne. Ma se l’induzione al pensiero politico-onirico può aiutare a “vincere” una competizione elettorale, certamente, alla lunga, non contribuisce a rinsaldare il funzionamento di una democrazia (sperando che sia da tutti veramente desiderato).

Roma 23 agosto 2022

 

 

 

 

domenica 24 luglio 2022

Una questione di metodo

Supplica ai politici italiani

(di Felice Celato)

Cari Nostri Rappresentanti,

come era fin troppo facile prevedere, avete fatto sì che fosse urgentemente convocato il popolo sovrano, per una – è doveroso sperarlo – illuminante campagna elettorale, al termine della quale verranno tirate le somme per determinare chi (e in quale proporzione) dovrà rappresentare le nostre istanze nel Parlamento che eleggeremo, per governare il Paese nel prossimo (possibile) quinquennio, sicuramente complicato.

Essendomi programmaticamente confessato un elettore costantemente deluso da chi ha votato (vedasi, a lato, la brevissima presentazione di Chi scrive) lasciatemi sperare, nonostante tutto, che questa volta la “maledizione” che pende sulle mie aspettative politiche non debba manifestarsi ancora; e perciò consentitemi di rivolgervi questa (temo inutile) supplica, almeno di metodo.

E' ovviamente necessario che durante la campagna elettorale vengano rappresentate al popolo sovrano le linee di azione di ciascuno dei gruppi che si contendono il potere di rappresentanza; e che, durante questa “rappresentazione”, vengano delineati programmi usualmente composti di una parte “ideologica” (dalla Treccani, ideologianel linguaggio corrente, il complesso dei presupposti teorici e dei fini ideali o comunque delle finalità che costituiscono il programma di un partito, di un movimento politico, sociale, etc.) e di una parte più specificamente “programmatica”, intesa come il complesso delle concrete azioni destinate ad “incarnare” le finalità che si intendono perseguire.

Bene. Non ho suppliche da rivolgervi per quanto attiene allo sciorinamento delle vostre ideologie (come sopra intese), diverse delle quali degne del massimo rispetto e della massima attenzione da parte del popolo sovrano: i presupposti teorici e i fini ideali sono sempre ricchi di suggestioni. Per la parte “programmatica”, però, consentitemi (come semplice elettore, in eterna ricerca di una non-delusione) di rivolgervi una supplica. 

Come ho già inteso dalle prime e pronte enunciazioni di molti di voi, la parte “programmatica” delle vostre azioni è fatta in larga misura da promesse di spesa (sociale, assistenziale, pensionistica, etc); e su queste intenderei formularvi una proposta di metodo, intesa ad offrire al popolo sovrano un affidabile criterio di giudizio.

Una spesa, come è fin troppo ovvio, comporta di per sé un fabbisogno finanziario, e, quindi, a fronte di esso, la necessità di almeno individuare le fonti di copertura previste; per esempio, attingendo dal linguaggio di moda di questi tempi: se programmo di, chessò, erogare un nuovo bonus per fronteggiare un bisogno avvertito come meritevole di protezione, dovrò dire come intendo finanziare questo bonus. 

[Finanziare, significa, appunto, munirsi delle risorse monetarie che “coprano” il fabbisogno di cassa che ogni nuova spesa comporta, per tutto il tempo necessario a che l’erogazione promessa generi essa stessa le risorse per “ripagarsi” (ovviamente al netto degli oneri finanziari che nel frattempo matureranno). La finanza in fondo non è che un ponte sospeso sul fiume del tempo, fra il momento della spesa e il momento del suo benefico effetto; senza del quale la finanza è solo erogazione a fondo perduto (ricordate la distinzione fra debito buono e debito cattivo, di Draghiana memoria?). Certo, si potrebbe argomentare che un nuovo bonus genererà una maggiore capacità di spesa del cittadino beneficiario, e, quindi, nuova domanda di beni e servizi produttivi, tale da chiamare una nuova o più ampia offerta, e quindi generare, in definitiva, nuova ricchezza (da tassare a suo tempo). Ma questa “dotta” argomentazione (che spesso nemmeno si usa) deve pur fare i conti con il volume di debito, prima e dopo la nuova erogazione; e noi da molti anni ci siamo avvezzati a non farlo!] 

Eccomi dunque alla (temo inutile) supplica: ove mai decideste (ed ho la sensazione che lo farete con grande larghezza) di proporre azioni che comportino nuova spesa, vi prego, dite anche come intendete finanziarla, nel senso detto nell’inciso fra parentesi quadre, indicando cioè se la nuova spesa sarà coperta da: (a) nuove tasse; (b) nuovo debito (da rimborsare nel tempo, se si trovano i prestatori, a costi accettabili); (c) cancellazione di altre spese che vi appaiano non più prioritarie. In quest’ultimo caso, vi prego, però, indicate nominalmente quali spese intendereste cancellare per finanziare la nuova erogazione.

Come vedete, questa che oso proporvi è solo una banale questione di metodo, del resto ben noto ad ogni capofamiglia: quest’anno andiamo in vacanza alla Maldive coi soldi che avremmo destinato, chessò, all’acquisto di una nuova vettura; oppure facendoceli prestare da qualcuno, (se ci riusciamo e a costi accettabili); oppure (molto meglio) aumentando la quantità di ore straordinarie da lavorare nel prossimo anno, in modo da guadagnare mezzi di pagamento per restituire quanto eventualmente ci fosse stato prestato da qualcuno per mandarci alla Maldive. 

Credetemi, cari nostri potenziali Rappresentanti nella prossima legislatura: alla fine di questa campagna elettorale, l’adozione di questo semplice metodo non potrà che accrescere la sensazione di serietà che lodevolmente cercherete di suscitare in mezzo al popolo sovrano. Che di serietà dei Rappresentanti ha estremo bisogno, come anche recentemente dimostrato.

Roma 24 luglio 2022

 

 

lunedì 18 luglio 2022

La metafora dell'uovo e del pulcino

In margine alla crisi

(di Felice Celato)

Narrano, gli aneddoti, che il sommo Padre Dante amasse particolarmente l’uovo, che riteneva – così pare – quanto di meglio si potesse gustare ai suoi tempi, nella sua Firenze.

Come al solito, è difficile dare torto al Sommo Poeta: tutti (o quasi tutti) siamo stati nutriti, fin dalla più tenera età, con uova: dal classico “uovo sbattuto” fino ai classicissimi “uovo al tegamino” e alle frittatine variamente aromatizzate.

Nella storia immortale dell’uovo, c’è poi il famoso uovo che Colombo utilizzò per dimostrare le possibilità di nuove soluzioni per problemi ritenuti irrisolvibili, per poter concludere che tutti avrebbero potuto farlo (il suo famoso “viaggio verso le Indie” attraverso l’Atlantico) ma solo lui l’aveva fatto. 

Poi c’è il famoso rompicapo se sia nato prima l’uovo o la gallina, un rompicapo che, quando tenevo dei piccoli corsi aziendali di “finanza per non addetti” (di solito ingegneri), io ponevo a base della matematica finanziaria, intesa come strumento per misurare l’effetto del tempo sui valori (ma di questo ho già parlato in un post del 13 giugno 2017  intitolato Net present value, che chi vuole si può rileggere).

Ma l’uovo, non bisogna dimenticarlo, prima di essere quell’ottimo alimento dell’uomo di cui dicevo all’inizio, è anche un piccolo miracolo biologico: fecondato dal gallo, diventa il protetto abitacolo del futuro pulcino (prefigurazione del futuro pollo, pure di culinaria memoria), al quale fornisce per una ventina di giorni il prezioso nutrimento del tuorlo fino alla schiusa dell’uovo stesso, con l’emersione del pulcino alla sua (prevedibilmente) non lunga vita nel pollaio.

Sono certo che già molti dei miei pazienti lettori si domandino ove mai possa trovarsi un collegamento fra l’uovo, il pulcino e  questa crisi di governo (o di governabilità?) cui assistiamo attoniti in queste calde giornate di luglio.

Il fatto è che mi ha molto colpito – per la sua pretesa di omnicomprensività (?) – un enunciato di un esponente dell’opposizione  (o forse della italianissima opposizione endo-governativa; non lo cito con precisione solo perché non lo ricordo) che sintetizzo con parole mie, per come l’ho capito: il governo cade (e quindi la parola va data agli Italiani, col voto subito!) perché non ha saputo dare agli Italiani le risposte che questi si attendevano.

Ho provato a ragionarci sopra, cercando anch’io una prospettiva… omnicomprensiva: esiste, forse, una Domanda (la domanda delle domande!) che riassume in sé le domande cui gli Italiani, secondo la vulgata dei fautori della crisi, non hanno ricevuto adeguata risposta dall’attività di governo, in questo difficilissimo periodo di concomitanti pandemie, guerra, inflazione, crisi energetica, perturbazioni geo-politiche, minacce finanziarie, problematiche ambientali, etc.?

Forse, volendo esagerare nell’omnicomprensività, la Domanda è una sola: gli Italiani vogliono essere protetti da tutto ciò che c’è intorno (e in mezzo) a loro, vogliono vivere nel loro ovetto continuando a nutrirsi del tuorlo (fuori di metafora: la spesa pubblica) mentre il pollaio è scosso dalla tempesta: tutto ciò che accade fuori dell’uovo (guerra, inflazione, crisi energetica, etc) non li deve sfiorare (si potrebbe dire: non deve porgli problemi), non può e non deve incidere sul rapporto alimentare fra il pulcinetto ed il tuorlo di cui si nutre. 

E  dunque il governo ha il sacrosanto dovere di erogare con abbondanza e continuità ogni possibile rimedio per le turbative meta-oviche, sia, tale rimedio, un bonus, un superbonus, un ristoro, un sostegno, un supporto, un indennizzo, uno sgravio fiscale, un contributo una tantum o permanente, una messe di assunzioni pubbliche, etc. Dove ne prenderà le risorse, non sono fatti che interessino al pulcino.

Credo che il presente governo (oltre ad aver fatto molte cose difficili e fruttuose per il restauro della credibilità internazionale del nostro povero Paese) non abbia nemmeno lesinato mezzi per tenere il pulcino, per quanto possibile, al riparo da turbative meta-oviche; ma evidentemente non basta: si può fare di più, anzi si deve fare di più! E dunque, suvvia!, si faccia tosto un nuovo governo ( previa consultazione del saggio popolo sovrano che già tanta buona prova di sé ha dato eleggendo queste rappresentanze politiche) che rigeneri il tuorlo e ci preservi dallo shock della schiusa, quando il pulcino ancora umido dovrà pur cominciare a fare i suoi passi nel pollaio. Per un po' magari ci sarà qualche gallina che provvederà il timido beccuccio di vermetti o di altro cibo adatto alla tenera creatura. Ma il guscio non tornerà più a proteggere la progressiva suzione del tuorlo. E allora il pulcino dovrà adattarsi a convivere nel pollaio. E il nuovo Governo – forte delle tante capacità che il popolo saggio saprà attivare alla luce di una illuminante campagna elettorale – potrà senz’altro insegnarglielo meglio dell’attuale. Dunque: al voto! al voto subito! Senza aspettare le naturali scadenze!

Roma, 18 luglio 2022

 

 

 

martedì 12 luglio 2022

Questa estate nervosa

Guardando il telegiornale

(di Felice Celato)

Ben più di trenta anni fa, Ennio Flaiano era solito dire che “tra trenta anni, l’Italia non sarà come l’avranno fatta i governi ma come l’avrà fatta la televisione”.

Se si guarda al costume del nostro Paese non si può negare che la profezia di Flaiano si sia negli anni largamente avverata; certo, poi l’erosione qualitativa dell’auto-percezione degli Italiani, col declinare della Tv come dominante “scuola” di costume, ha trovato, nello straordinario dilagare della rete e dei social media, un potente frullatore, in grado di alimentare – a base di tweets e di opinionismi stizzosi - quella palude collettiva nella quale si annega o si nasconde la solitudine tormentosa della coscienza (copyright: Natalino Irti, su Il Sole 24ore del 10 luglio u.s.). Ma la televisione e la sua informazione soprattutto restano pur sempre il piatto forte della dieta mediatica degli Italiani.

Queste tristi considerazioni mi sono tornate in mente ieri, mentre - complice una strana estate di tensioni, per me anche di nuova natura - ho passato una solitaria mezz’ora davanti ad un telegiornale (anzi al telegiornale principe, quello  di RAI-Uno delle ore 20!), cosa per me ormai desueta, per ragioni di tutela del mio umore (già gravemente compromesso).

A seguirne l’impaginazione (e la proporzione fra la durata dei servizi) si sarebbe detto che il nostro paese viva in una bolla di futilità, fatta di memorie e di emozioni sproporzionate, di patinate distrazioni mondane, di canore fatuità, contrappuntate – per la completezza dell’informazione, perbacco! – da burocratici racconti di nano-machie parlamentari su problemi che non si possono negare ma che si esorcizzano sottolineando provvide attenzioni, mediante criptiche citazioni di nuovi “sostegni” (da tutti divergentemente voluti) al declinare della nostra – già non brillante – economia.

Vagano, nell’aria mefitica del nostro Paese, “cosucce” come un’ulteriore prova di cachistocrazia rappresentativa (con tanto di allarmante visita “al Colle” del nostro Presidente del Consiglio), una guerra a mille km dal nostro confine, minacce serie di una crisi energetica fra qualche mese, inflazione in ascesa, ulteriori depressioni reddituali, evoluzioni pandemiche, etc. Eppure il telegiornalone nazional-popolare “apre” – con tanto di Inno di Mameli - sul 40° anniversario della vittoria nel mondiale di calcio del 1982 e con le consunte sue immagini di esaltazione collettiva; dopo una non fugace intervista ad uno degli “eroi” (Cabrini) di quell’epico 11 luglio del 1982, divaga poi, con ricchezza di immagini nostalgiche, sulla notizia-bomba del giorno (la conferma del divorzio imminente della coppia Totti-Blasi) e, in piena apoteosi del nulla, annuncia, con tanto di orgoglio aziendale, che l’edizione del 2023 del Festival di San Remo sarà presentata – oltre che da Amadeus (per l’occasione, in studio, già in smoking) – nientepopodimeno che da Gianni Morandi, anche lui bardato da grande festa ma avvolto da una nube di citazioni canore di tempi remoti. Un pensoso cammeo – in omaggio al culto della lacrimuccia e perché non si dica che la televisione non è attenta ai più gravi problemi sociali – è poi dedicato al pianto di un bambino per l’abbandono, da parte della madre, del cane di famiglia (cosa ovviamente deplorevole ma non più, per esempio, delle condizioni in cui vivono i migranti stipati come bestie a Lampedusa; che però sono un tema divisivo!).

Ecco qua, il polpettone è pronto! Agli Italiani, il telegiornale più seguito (cfr. Censis 2021) serve il piatto di una fatua inconsapevolezza, condito con “preziose” spezie che sovrastano il povero sapore della carne macinata ma che evocano una principesca tavola imbandita.

Bene: non me la prendo con la Rai (l’impaginazione di una sera può anche riuscire male) ed io che non “frequento” l’informazione televisiva posso anche essere stato semplicemente sfortunato; ma, memore della profezia di Flaiano di cui dicevo all’inizio, mi domando: è ancora così (l’Italia è quella “fatta” dalla televisione) o si è chiuso l’anello ed è l’Italia che “fa” la sua televisione, che domanda il polpettone, per la voglia soprattutto di inebrianti spezie preziose?

Roma 12 luglio 2022

 

 

 

sabato 2 luglio 2022

In margine a 9 buche

 Argomenti “difficili”

(di Felice Celato)

In una società autenticamente civile non dovrebbero sussistere argomenti intrinsecamente pericolosi, capaci cioè di attivare metaforiche lapidazioni e sdegni ingiuriosi. Ma tant’è, e oramai ci siamo abituati a tollerare le intolleranze più diffuse, al punto che, di certi argomenti, le persone meno amanti delle risse (anche solo verbali) preferiscono non parlare apertamente.  

Per non farmi mancare niente in questa nervosa estate italiana, sfidiamo questa prudente attenzione e, certo della tolleranza degli amici cui mi rivolgo da queste colonnine, provo ad allineare qui di seguito il mio punto di vista di cattolico & liberale sul tema dell’aborto, improvvisamente tornato di moda anche da noi per le note decisioni transatlantiche. Confesso che l’ispirazione di questa “sfida” mi è nata casualmente, durante un rapido pranzetto fra amici reduci dalle classiche 9 buche da golfisti di scarso valore, quando una nemmeno tanto giovane golf-mate ha fatto sparire l’accenno di qualche commento sul tema dicendo che non le sembrava il caso di discuterne con me, forse presumendo una mia radicale avversità di cattolico integralista.

Partiamo dalla mia posizione di cattolico: come cattolico coltivo gelosamente una concezione creaturale dell’uomo; derivata dalla fede e dalle sue implicazioni ontologiche e morali come sono state nel tempo declinate, sulla base della Rivelazione, dalla Chiesa cattolica di cui sono membro (magari indegno ma grato e convinto). Proprio per questa sua derivazione, tale concezione dell’uomo non può – anzi: non deve! – in alcun modo essere imposta ad altri che non la condividano, anche perché, la fede – da cui trae origine – è un fatto personale e comunitario che non si partecipa attraverso imposizioni. Che tale antropologia cattolica possa e debba coesistere con altre anche radicalmente diverse mi pare pacifico, sia come cattolico che come liberale. [NB: per la verità mi parrebbe altrettanto pacifico – mi pare anzi: doveroso pretendere – che essa possa essere liberamente proclamabile ed argomentabile senza suscitare le metaforiche lapidazioni di cui dicevamo all’inizio o l’ingiuria “infamante” di clericalismo].

Veniamo ora al punto di vista liberale, e quindi politico e sociologico (o per meglio dire: di politica del diritto): ad un liberale autentico e convinto quale mi ritengo ripugna l’idea che la volontà di una parte, quand’anche fosse maggioritaria (e certamente sul tema siamo lontani, assai lontani, da questa situazione!) possa imporre a tutta la società una determinata concezione dell’uomo e della sua libertà comportamentale (fatti salvi, ovviamente, i casi in cui tale libertà comportamentale non si estrinsechi nella inaccettabile violazione delle altrui libertà). E dunque, dal punto di vista liberale, nel caso di specie, secondo me, non può negarsi il diritto/dovere dello Stato di disciplinare liberalmente il ricorso a pratiche abortive, facendo salve forme e condizioni sulle quali non intendo qui prendere alcuna posizione (fra l’altro, non conosco a sufficienza la materia).

Nella semplificazione del ragionamento cui ci siamo abituati quando parliamo per slogan, posso quindi dire senza esitazione, come cattolico & liberale, di essere “favorevole alla legge sull’aborto” (sarebbe più esatto dire “favorevole ad una disciplina organica e liberale dell’aborto”, peraltro inclusiva del diritto all’obiezione di coscienza dei sanitari che sono chiamati a praticarlo; ma – ripeto – non è questo il tema di questa nota); e fermo restando, ovviamente, l’obbligo morale del cattolico di non praticarlo.

Bene: messo da parte il sospetto di integralismo clericale (che proprio non mi sfiora, qualunque cosa questo sintagma voglia veramente dire!), oso però porre una domanda: siamo sicuri che l’assoluta libertà di disporre delle altrui potenzialità vitali [si noti che non dico, come potrei da cattolico, dell’altrui vita prenatale] costituisca un sano innervamento delle nostre civiltà? Che sia, cioè, un patrimonio culturale (una “conquista”, si direbbe su molti giornali) da lasciare in eredità ai new comers del nostro mondo occidentale, perché il dominio della madre sul feto è un bene da tutelare più delle potenzialità vitali del feto stesso? Che la cultura della altrui "non-nascita" in cambio di un libero disegno della propria vita sia un’irrinunciabile ed ingovernabile acquisizione “della donna”? E’ o no – comunque voglia rispondersi alle domande precedenti – lecito dubitarne, dal punto di vista culturale ed antropologico (qualunque sia il concetto che si possa avere della natura umana)?

Ecco: a me pare che questo dubbio debba essere condiviso anche da chi i dubbi non li ama perché confondono le idee, soprattutto a chi ne ha poche e convenzionali.

Roma  2 luglio 2022

 

 

 

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sabato 18 giugno 2022

Parole

Elusione

(di Felice Celato)

Quando guardo con ansia l’intreccio dei nodi che arrivano al pettine (anche, ma non solo, come esito provvisorio di questa guerra insensata che ci ripiomba nel passato) mi viene in mente una parola che l’uso ha, in qualche modo, corroso: l’elusione [NB: dal latino ludere, giocare, beffare, ingannare, col prefisso e; stesso etimo di illusione, dal latino ludere, col prefisso in]. 

A forza di cronache giudiziarie, l’elusione è diventata un concetto di natura tributaria: l’elusione fiscale (la tax avoidance nel linguaggio internazionale, cioè la sottrazione di materia tassabile attraverso costruzioni negoziali formalmente lecite), in parte sovrapposta o contrapposta all’evasione fiscale (la tax evasion, cioè la sottrazione di materia tassabile attraverso illeciti occultamenti).

Ma l’elusione è, più in generale, un meccanismo dialettico attraverso il quale, per esempio, evitiamo di rispondere ad una domanda che ci viene rivolta; o un concreto comportamento attraverso il quale ci sottraiamo ad una verifica cui saremmo soggetti (per es. eludere la sorveglianza); o anche (e forse soprattutto) un meccanismo psicologico attraverso il quale evitiamo di occuparci di problemi che percepiamo come difficili da risolvere o, comunque, da affrontare; una sorta di tutela della propria incoscienza.

Bene: di questa tutela abbiamo per anni fatto un uso, appunto, incosciente. Gli esempi (i nodi che ora arrivano o rischiano di arrivare, tutti insieme, al pettine) sono numerosi (e clamorosi): dall’eterno problema del debito pubblico (di cui qui abbiamo parlato più volte), a quello della produttività del lavoro (il nostro già grave gap col resto dell’Europa tende a crescere nel tempo), a quello della politica energetica e della sua diversificazione (basti pensare al nucleare, alla rinuncia alla coltivazione degli ingenti giacimenti di gas in Adriatico, ai termovalorizzatori, alla distribuzione geo-politica degli approvvigionamenti), a quello del governo saggio e lungimirante dei flussi migratori, a quello della debolezza del nostro capitale umano, etc..

E’ sin troppo evidente il pay-back politico (di corto corso) che sta alla base di questa fiera dell’elusione: chi non vorrebbe essere protetto dai problemi? Chi non vorrebbe essere esentato dalla fatica del risolverli? Chi non vorrebbe ascoltare le lusinghe della deviazione retorica (tipo: il problema è un altro!)? Chi non vorrebbe credere che, per tutto sanare, c’è sempre un bonus o un ristoro, da erogare coi denari di altri? Facendo il verso ad una canzonetta di tanti anni fa, il nostro inno è diventato elusione, dolce chimera sei tu!

Ma non tutto e non sempre può essere eluso e (direbbe Omero, in Odissea, IX) l’esca dilettosa dell’autoinganno, mangiando del soave loto, inevitabilmente ci porta a sbandir dal petto la contrada natia.

E’ troppo tardi? Non credo ed in ogni caso mi auguro di no. Viviamo la nostra  vita politica in un momento di grave frattura, internazionale, senz’altro, ma anche nazionale: lo scollamento fra rappresentatività politica e governo del paese fiacca la coesione del sistema, tendendo a dilatare il divario fra le pulsioni elusive e il principio di realtà in un momento in cui si stanno innescando rischi assai seri, sicuramente più seri di quelli che, solo un anno fa, potevamo prevedere. Ma proprio la dimensione dei rischi potrebbe aprire uno squarcio di coscienza del reale che, in contesti meno drammatici, ci sfuggiva. Nonostante tutto, questo si può almeno sperare (ma non chiedetemi perché). Anzi, si deve.

Roma, 18 giugno 2022 

 

 

 

 

 

 

 

  

sabato 11 giugno 2022

Letture in corso

La storia e le colpe

(di Felice Celato)

Sto leggendo – con grande trepidazione – un libro di cui, però, a lettura ultimata non tornerò a parlare su queste colonnine; si tratta di Male liquido (Laterza 2022) scritto (nel 2016) a due mani (una specie di dialogo) da Zigmunt Bauman (uno degli intellettuali più letti del mondo) e da Leonidas Donskis (un filosofo ebreo lituano che, confesso, non conoscevo). Per far capire l’argomento, ne cito qualche frase: il male liquido ha l'impressionante capacità, tipica dei liquidi, di scorrere attorno agli ostacoli che si ergono o si trovano sul suo cammino. E come gli altri liquidi, riesce a inumidire tali ostacoli, a impregnarli e a macerarli fino ad eroderli e dissolverli, per poi assorbire la miscela così formata, assimilandola al proprio organismo in modo da nutrirlo e accrescerlo ulteriormente. E’ questa sua capacità, accanto alla elusività, a rendere ancor più arduo lo sforzo di resistere efficacemente al male liquido: una volta penetrato nel tessuto della vita quotidiana fino a pervaderlo, esso, anche quando (se) viene individuato, riesce a fare apparire inverosimile o addirittura irreale qualsiasi modo di vita alternativo: un veleno mortale riesce così a presentarsi subdolamente, come antidoto, farmaco salvavita, soluzione ai problemi dell'esistenza…

Ma male liquido, che cosa significa? …A differenza di quello che possiamo definire male solido, privo di sfumature, bianco e nero, la cui tenace presenza è molto più individuabile nella realtà sociale e politica, il male liquido si presenta sotto un'apparenza di bontà e amore. Non solo: si esibisce addirittura come accelerazione apparentemente neutrale ed imparziale della vita, cambiamento sociale che procede a velocità inaudita, accompagnato da perdita della memoria, amnesia morale. Il male liquido si fa strada inoltre sotto il travestimento della presunta assenza e addirittura impossibilità, di qualsiasi alternativa.… Il male solido era votato all’amoralità e all'impegno attivo e portava con sé una solenne promessa di giustizia sociale e di eguaglianza da realizzare alla fine dei tempi. Viceversa, il male liquido si presenta con la logica della seduzione e del disimpegno… Il male solido mirava a impossessarsi dell'anima e a conquistare il mondo affermandovi nuove regole del gioco. La logica del male liquido sta nel sedurre e ritirarsi e nel cambiare continuamente aspetto… 

Il motivo per cui non tornerò a parlare di questo   "vasto" libro è perché, francamente, lo trovo deprimente (a prescindere dalle conclusioni cui, immagino, perverrà alla fine); forse saggiamente deprimente, ma in ogni caso deprimente; in un periodo nel quale il mio… proverbiale ottimismo è un po' offuscato; e non vorrei comunicare questo offuscamento ai miei lettori.

Traggo però dal libro che (ripeto) sto leggendo (senza essere certo che non ne interromperò la lettura), un breve excursus su un testo di Karl Jaspers (filosofo tedesco del secolo scorso) tratto da un suo saggio (La questione della colpa) che considerava le colpe dei tedeschi (appunto nel secolo scorso) in termini filosofici; e che  mi pare tutt’ora utile per valutare le colpe che spesso siamo chiamati ad assumerci sul passato. Dunque,  Jaspers distingue quattro categorie di colpa: criminale, politica, morale e metafisica. La colpa criminale (o giuridica) è legata a una partecipazione diretta a reati e atti contrari alla legge. La colpa politica è quella che ricade sui cittadini, che la ereditano da leader politici o da istituzioni di cui hanno avallato l'operato o da soggetti politici, diffusori di menzogne e di odio organizzato. La colpa morale sorge nella nostra coscienza quando i nostri obblighi di fedeltà politica e obbedienza civile non possono assolverci da crimini contro le persone. Infine, la colpa metafisica è quella che avvertiamo per il semplice fatto di essere ancora vivi o per non aver fatto abbastanza per salvare la vita di altri umani da crimini di guerra o altri delitti.

Commenta Donskis, citando La tirannia della penitenza del filosofo francese Pascal Bruckner: l'eccesso di colpa è diventato un prodotto politico tipicamente europeo, che non nasce necessariamente da autentica sensibilità morale, ma viene usato come strumento ideologico per tacitare i propri avversari politici o per stigmatizzare una élite politica invisa. Lo si vede con particolare chiarezza a proposito delle colpe colonialiste dell'Europa occidentale o di quelle dell'America per il suo passato razzista.

Bene: io credo che queste considerazioni (da quelle di Jaspers a quelle di Donskis e Bauman) possano essere una buona traccia per valutare le autoflagellazioni alle quali talora ci sottomettiamo per “fare penitenza” del passato (un prodotto della cancel culture?), immemori della storia (la storia delle culture e delle loro evoluzioni nel tempo), della comune natura di uomini fallaci e del profilo metafisico della colpa, cioè della sua radicazione nel semplice fatto di essere ancora vivi e di non aver fatto abbastanza [quando non c’eravamo!] per salvare la vita di altri umani da crimini di guerra o altri delitti.

Roma   11 giugno 2022