domenica 7 giugno 2015

Letture

Non dirlo
(di Felice Celato)
Eccomi qua di nuovo – 3 post in un week end sono troppi? Portate pazienza! Piove a Roma, oggi! – con una segnalazione di un libro singolare: Non dirlo - Il vangelo di Marco di Sandro Veronesi (Bompiani 2015) che ho appena finito di leggere.
La singolarità del libro sta tutto nel suo approccio: Sandro Veronesi non è un biblista, non è un teologo e nemmeno è –così dice lui stesso – un credente. E’ semplicemente un romanziere (alcuni suoi libri mi sono piaciuti, altri, anche molto celebrati, meno) e, come tale, è un esperto di narrazione (una specie di “narratologo” come mi pare dica lui stesso), cioè un esperto di linguaggio e tecniche narrative. In questa veste, Veronesi scrive “il racconto di un racconto”, cioè analizza, con entusiasmo, la composizione del vangelo di Marco per metterne in luce la straordinaria modernità drammaturgica, la profonda funzionalità narrativa rispetto ai destinatari (i cristiani di Roma), senza alcuna pretesa di aggiungere – ovviamente – considerazioni tecniche da biblista o da teologo ma anche – mi pare di poter dire – senza aver trascurato qualche approfondimento da queste discipline.
Un lavoro complessivamente eccellente, secondo me, quand’anche, forse, sporadicamente, non esente da semplificazioni magari un po’ eccessive, comunque sempre rispettose, non ostante il linguaggio talora corrente.
Il vangelo di Marco, come sanno i più avvezzi a letture neotestamentarie, ha subito nel corso della storia della Chiesa attenzioni alternate anche dal punto vista ecclesiale: l’impostazione antropologica e biblica della teologia post-conciliare lo ha riportato in grande auge e la sua riconosciuta primazia temporale e testuale ne hanno arricchito l’importanza nell’ambito degli studi neo-testamentari. Veronesi ne pone in luce anche l’efficacia narrativa, riscoprendone il valore critico-letterario, con un approccio sensibile anche alla struttura scenica della narrazione. Un bel libro.

Roma, 7 giugno 2015

Numeri e futuro/2

In risposta ad un commento

Caro Claudio,
tu sai troppo bene che un’azienda vale se produce utili (concetto economico; stesso concetto in linguaggio finanziario: se produce flussi di cassa netti superiori all’investimento, maggiorato almeno degli interessi) e, grosso modo, se questi utili sono superiori almeno al rendimento finanziario no-risk; se, come dici tu, gli imprenditori preferiscono fare cassa (per investimenti finanziari? Per mangiarsela? Per rimborsare debiti?) evidentemente è perché l’investimento in azienda non prospetta reddito (economico e, necessariamente, finanziario). E poi se vendono per far cassa ci sarà qualcuno che compra: questo qualcuno può buon essere un altro imprenditore italiano (e allora siamo in piena fisiologia degli avvicendamenti imprenditoriali); o può essere straniero, evidentemente attratto dal paese Italia. Ora purtroppo non ho sottomano dati recentissimi; ti trascrivo però quello che esattamente un anno fa (il 7 giugno 2104) scriveva il Censis nell’annunciare un suo studio sugli investimenti esteri in Italia:
Roma, 7 giugno 2014 - Crollati gli investimenti esteri. Gli investimenti diretti esteri in Italia sono stati pari a 12,4 miliardi di euro nel 2013. Rispetto al 2007, l'anno prima dell'inizio della crisi, quegli investimenti che potrebbero rilanciare la crescita e favorire l'occupazione sono diminuiti del 58%. I momenti peggiori sono stati il 2008, l'anno della fuga dei capitali, in cui i disinvestimenti hanno superato i nuovi investimenti stranieri, e il 2012, l'anno della crisi del debito pubblico. La crisi ha colpito tutti i Paesi a economia avanzata, ma l'Italia si distingue per la perdita di attrattività verso i capitali stranieri. Nonostante sia ancora oggi la seconda potenza manifatturiera d'Europa e la quinta nel mondo, il nostro Paese detiene solo l'1,6% dello stock mondiale di investimenti esteri, contro il 2,8% della Spagna, il 3,1% della Germania, il 4,8% della Francia, il 5,8% del Regno Unito. La reputazione è oggi un fattore decisivo per favorire la competitività di un Paese. Ma l'Italia ha un deficit reputazionale accumulato negli anni a causa di corruzione diffusa, scandali politici, pervasività della criminalità organizzata, lentezza della giustizia civile, farraginosità di leggi e regolamenti, inefficienza della pubblica amministrazione, infrastrutture carenti.
Non credo che in quest’anno siano tanto migliorati i numeri e la reputazione dell’Italia (basta aprire i giornali!); né serve argomentare che qualche fondo arabo ha recentemente comprato qualche trophy asset nel settore immobiliare Italiano: si tratta di operazioni di real estate che fruiscono anche dei prezzi particolarmente depressi che corrono su questo mercato. E non sono questi gli investimenti di cui abbiamo bisogno.
Nel frattempo però sono emigrate all’estero imprese storicamente Italiane, dalle molte del settore moda (emigrato in Francia), alla Fiat e perfino alla scassata Alitalia (addirittura “volata” fuori Europa).
Quanto al restringimento dello stato che io vedo come necessario ed urgente, il ragionamento è semplice: lo Stato, nelle sue espressioni anche territoriali, si occupa, essenzialmente, come tutti gli stati, della difesa, della scuola, della giustizia, della previdenza, della sanità, etc.; e, soprattutto,  dell’attività normativa, nella quale rientra anche il regolamento delle attività economiche (e non voglio qui giudicare di come lo fa, magari ne parliamo un’altra volta); ma da noi si occupa anche di: poste, ferrovie, gas, acqua, luce, pulizia urbana, strade, etc.; fa, cioè, un mestiere che non è suo e nel quale porta tutte le distorsioni che sono tipiche del suo operare (e che non è il caso di ri-elencare qui). Solo restringendolo al suo proprio mestiere si può sperare di conservarne le “energie” (morali, if any, tecniche e…. finanziarie) per quello che solo lo stato può fare; per il resto, largo a chi può fare meglio! Lo Stato regolerà, incentiverà o disincentiverà, e anche controllerà, sperabilmente con serietà, certezza del diritto e rispetto dei cittadini.
Da giovane sono stato un vivace liberale; poi mi sono immerso nel lavoro e ho pensato poco a come lo stato dovrebbe atteggiarsi; avevo troppo da fare. Oggi, ho più tempo per pensare, non ostante tutto, (e anche assai più esperienze sul groppone), e sono tornato ad essere un vivace liberale, con qualche venatura di impazienza in più, però, purtroppo; del resto, sai, in questa tanto picciola viglia de’ sensi che è del rimanente, mi piacerebbe vedere che abbiamo ritrovato una strada.
Ciao e grazie del tuo intervento

FC
Roma 7 giugno 2015

sabato 6 giugno 2015

Numeri e futuro

Investimenti
(di Felice Celato)
Nell’ultima Relazione della Banca d’Italia, quest’anno (mi pare per la prima volta), compare (a pagina 51) un grafico sulle “Determinanti della caduta degli investimenti” che fa fare interessanti considerazioni, in qualche modo riferibili a ciò che dicevamo qualche giorno fa a proposito di sfarinamento della necessaria coesione morale ed organizzativa del paese.
Prima di tentarne una sintesi in parole, diamo un paio di dati interessanti:
  • le imprese italiane dalla fine del 2006 (quindi ben prima della famosa crisi finanziaria cominciata nell’estate 2008, sulla quale di solito scarichiamo tutte le colpe) alla fine del 2014 hanno ridotto il volume degli investimenti del 30%; misurati in rapporto al PIL gli investimenti fissi lordi sono passati dal 21,6 al 16,9 % del PIL (fonte: ibid. pg 50);
  • nello stesso periodo, dopo tanto gridare alla spending  review, gli unici significativi tagli di spesa effettuati sono quelli fatti sugli investimenti pubblici, passati dal 5 al 3% del PIL (fonte: Lavoce.info, Massimo Bordignon, 22 5 15); più o meno giustificatamente è cresciuta quasi tutta la restante spesa pubblica corrente, prestazioni sociali comprese)
[N.B.: l’investimento, come sa anche un allievo della prima classe di ragioneria, è una spesa che si effettua oggi con l’obbiettivo di generare da essa futuri flussi di cassa superiori alla spesa iniziale maggiorata almeno degli interessi. J.M. Keynes scriveva, in ottica macroeconomica, che l’obbiettivo sociale di un investimento intelligente dovrebbe essere la sconfitta delle forze oscure del tempo e dell’ignoranza che aleggiano sul nostro futuro.]

Bene; e che ci dice in parole povere il grafico della Banca d’Italia? In fondo ci dice cose ovvie: che, cioè, i fattori che spingono o comprimono gli investimenti (dai quali, ricordiamolo, dipende la crescita dell’occupazione, cioè il calo della disoccupazione) sono il valore aggiunto atteso delle produzioni, l’offerta di credito e il costo del capitale, il clima di fiducia e l’incertezza. Ma ciò che è particolarmente interessante notare (il grafico è chiarissimo e si trova anche su Il sole 24 ore on line), oltreché l’avvitarsi nel tempo dei pesi rispettivi di ciascun fattore, è che nell’ultimo biennio (2013-14) le componenti più facilmente quantizzabili numericamente (valore aggiunto atteso, offerta di credito e costo del capitale) hanno progressivamente cessato o ridotto la loro influenza negativa; mentre, quelle meno facilmente quantizzabili (incertezza e clima di fiducia), rimangono negative o quanto meno debolissime.
Ecco, lo sfarinamento produce (anche) questo: ci manca – e ce ne sono quotidiane evidenze – la coesione morale ed organizzativa che è alla base di un clima di fiducia, mentre  perdura una grande incertezza su che cosa voglia di sé il Paese (in fondo i risultati elettorali ne sono testimonianza) e sui diritti che è disposto a garantire stabilmente a chi investe (si pensi solo alle leggi ostili all’impresa che sono recentemente passate o che stanno per passare, una miscela di giustizialismi populisti che lo stato della nostra certezza del diritto rende difficilmente sopportabile per chi voglia investire seriamente).
Ecco, quando sento enunciare il mantra delle riforme (che dobbiamo fare, dalle quali dipende il nostro futuro, che tutti si attendono da noi, etc) mi viene il dubbio che non si abbia chiaro che non sono certo le riforme del sistema elettorale, della scuola, del sistema parlamentare, etc. che rimetteranno, nel breve, in trazione investimenti, produzione e occupazione (riforme tutte, si badi bene, forse necessarie, per carità, ma assolutamente non in grado di svegliare urgentemente l’economia, come, invece, forse è stato – e lo vedremo nel tempo– il famoso job act); le riforme di cui abbiamo necessità sono quelle che facciano pensare al mondo delle imprese (almeno a quello, visto che lo Stato, anche per paura di non saper gestire i propri processi di investimento, li ha fortemente tagliati!) che l’Italia è, di nuovo ed ancora, un posto dove valga la pena spendere ora per generare futuri flussi di cassa superiori all’investimento effettuato, dove l’impresa non è il nemico da minare, dove lo Stato può restringersi senza danno per i cittadini, dove l’imprenditore non è, salvo prova contraria a suo pesante carico, l’avido ladro da cui guardarsi.
Senza di ciò –  per carità, posso sbagliare, ma non credo – potremo vedere il nostro PIL aumentare di qualche decimale (finché durano il petrolio basso, il costo del denaro ai minimi storici e il resto del mondo che spende) ma molto oltre non andremo.
Roma, 6 giugno 2015

domenica 31 maggio 2015

L'azione delle radiazioni solari

Disgregazione
(di Felice Celato)
Giorni fa, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, Romano Prodi ha usato un termine, appunto disgregazione, che mi ha suscitato alcune riflessioni, che forse vanno al di là del senso che il Professore (notate la maiuscola nostalgica!) dava al suo discorso riferito all’Europa (caos-greco, annunciato referendum inglese, crollo dei partiti in Spagna, atteggiamento di Francia e Regno Unito sul problema degli immigrati, voto Polacco, etc)
La disgregazione è, propriamente, un fenomeno geologico (dal Devoto-Oli: lo scindersi delle rocce nei singoli costituenti mineralogici per l’azione delle radiazioni solari e del gelo e disgelo, integrata dall’azione chimica degli agenti atmosferici) ma, in senso traslato, ha finito per significare l’annullamento della necessaria coesione, specialmente dal punto di vista morale ed organizzativo (sempre Devoto-Oli); il fenomeno è anche conosciuto, con parola leggermente diversa (disaggregazione) in psichiatria, dove lo si definisce come separazione, dalla coscienza della propria personalità e della propria storia, di interi complessi ideo-affettivi-emotivi, legati a circostanze e periodi della vita rimossi nell’inconscio (Psichiatria e Psicopatologia, di G. Vella, già citato su questo blog).
Bene; chiarito il termine, mi domando: non è forse riferibile anche all’Italia un fenomeno (o un complesso di fenomeni sociologici) di natura disgregativa? Non è forse che, un po’ anche da noi, si stia sfarinando (definitivamente?) l’impasto di quella necessaria coesione morale ed organizzativa, che, in fondo, teneva insieme le vicende degli ultimi settanta anni, come se la coscienza della nostra storia stesse perdendo interi complessi ideo-affettivi-emotivi che appartenevano al nostro modo di guardare alla realtà e di cercare di governarla? A che cosa vi fa pensare, per esempio, la miserevole confusione politica e para-giudiziaria in cui si tengono, in Italia, elezioni che tutto sommato dovrebbero avere rilevanza locale e nemmeno generalizzata? A che cosa, l’ormai evidente incapacità di coagulare il paese attorno ad una auto-rappresentazione sufficientemente condivisa, fra pulsioni populiste di destra e di sinistra e tramonto – anche da noi – di stabili punti di aggregazione a destra o a sinistra? Che cos’è, se non una rimozione nell’inconscio di circostanze e periodi della vita nei quali si è costruito il nostro benessere, il perdurante rifiuto di fare i conti con la natura (e le implicazioni presenti) di questo benessere? O la dis-trazione (nel senso di trazioni contraddittorie ed opposte) alla quale sottoponiamo incessantemente anche l’interpretazione della cosiddetta ripresa economica, fra ingiustificate celebrazioni di successi e impressionanti silenzi sulle cose da fare veramente, tutto sommato, anche semplici da capire?
Tutto invece si muove verso approdi confusi, contraddittori, gridati ma non pensati, o, semmai, solo pensati in prospettive faziose, nessun progetto, nessuna impalcatura solida per costruire alcunché di duraturo, come se, venuto meno il collante di un benessere cresciuto negli anni e fino a qualche anno fa, l’Italia annaspi alla ricerca della coscienza della propria personalità e della propria storia.
Mah! Vedremo e speriamo che l’azione delle radiazioni solari non continui a consumare le rocce anche questa estate.
Non mi induce certo all’ottimismo la lettura che sto facendo (anche malvolentieri) di un “vecchio” libro di Sigmund Freud (La psicologia delle masse e analisi dell’io, scritto nel 1921), dove, fra l’altro, si parla di masse, impulsive, mobili e irritabili, sottoposte ad un contagio mentale che ne sopprime la capacità di distinguere, indotte a sentire, pensare ed agire in modo assolutamente diverso da come sentirebbe, penserebbe e agirebbe ciascuno…isolatamente, per effetto di una generalizzata diminuzione dell’attività intellettuale.
Nel frattempo, per consolarci tuttavia, sorridiamo dell’episodio (di disgregazione?) in cui si è trovato coinvolto (Corriere della sera di oggi) l’anziano ex premier Berlusconi che, a Segrate, sbaglia comizio e sale sul palco della “concorrenza” per sostenere il candidato locale in competizione col suo, una scena che avrebbe fatto la delizia di Totò.
Roma, 31 maggio 2015, festa della Trinità e, purtroppo, brutta giornata elettorale.



lunedì 25 maggio 2015

Stupi-diario shakerato

Il mojito
(di Felice Celato)
Confesso che i cocktails mi piacciono molto, alcuni moltissimo; e fra questi c'è il mojito: un bel po' di rum bianco cubano, succo di lime, angostura, ghiaccio, soda e, soprattutto, un po' di zucchero di canna pestato insieme a foglie di menta; una bella shakerata, e voilà: la dolce bibita, odorosa di sole, è pronta per affascinarti col suo sapore e....rapidamente confonderti la testa e tagliarti inesorabilmente le gambe. Non per niente, pare che il suo nome derivi da una parola “voodoo” e che significhi “piccolo incantesimo”.
Perchè mi viene in mente il mojito?
Perchè mi pare che il mojito sia una metafora efficace, una metafora di ciò che ameremmo trovare nel cocktail della vita quotidiana: certo, un po' di austera soda e ghiaccio (di per sé dissetanti e salutari) potrebbero bastare per togliersi la sete; ma noi, diciamo la verità, non vogliamo semplicemente dissetarci (sarebbe semplicemente noioso): vogliamo, invece, goderci una sensazione di sapori nuovi ed  esotici, sicché la soda ed il ghiaccio li prendiamo in considerazione ma solo per diluire un po' il rum bianco (mi raccomando: cubano!) aromatizzato con l'esotico  lime e con la raffinata  angostura, per evitare che aggredisca troppo duramente e, invece, dia un senso apparente di freschezza, inebriando anche ma senza darne la sensazione. E poi, tanto per potenziare la miscela, aggiungiamo il glamour dello zucchero di canna e della menta: esotismo sì, ma con un pizzico di ritorno alla natura, in fondo il rum bianco si fa con la canna da zucchero e la menta ci ricorda tanto le bevande rinfrescanti della nonna. L'importante, comunque, è lo shaker, perché tutti i sapori si confondano e si armonizzino, la miscela, il blend, deve avere un gusto unitario, fresco ed eccitante.
Questa fatua miscela (esotismo, glamour, natura, dolcezza, ebrezza à la mode), in fondo, ci piace (come mi piace il mojito!), ci fa sentire freschi, moderni, leggeri ma amanti delle sensazioni forti e della natura, attenti ai suoi antichi sapori ma desiderosi di sorbirli in un contesto che ci appaia "moderno", stimolante, nuovo. E poi, un po’ di sete, la toglie pure, la soda ghiacciata, ove mai fosse la sete a muovere il nostro bere sociale.
Così, non c'è serata mondana che si rispetti, senza il mojito, salvo poi dover tornare a casa in taxi, perché l’auto proprio non la si può guidare.
Domani sarà un altro giorno, torneremo a bere acqua, al massimo ghiacciata, quando avremo solo sete; il mojito va bene per le serate brillanti che, in fondo, non sono poi tante, e spesso lasciano un po' di tristezza:  il quotidiano, tutt'al più, va a soda e ghiaccio, ad acqua fresca.

Roma  25 maggio 2015