martedì 30 agosto 2011

La politica ed il popolo

Letture d’estate



(di Felice Celato)


Segnalo ai lettori due libri apparentemente molto diversi fra loro, per natura, epoca, taglio e finalità, ma in realtà entrambi focalizzati, con intenti diversi, sul rapporto fra le masse e la politica.


Cominciamo dal più vecchio e corposo: Massa e potere di Elias Canetti (Adelphi) ; si tratta di un testo direi più di antropologia che di sociologia, finito molti anni fa (1960) ma dopo un lungo periodo di “incubazione” e di meditazione durato 40 anni. Esso raccoglie la minuziosa analisi diacronica svolta da Elias Canetti sulla morfologia e la dinamica delle masse, còlte nel loro manifestarsi nei più disparati contesti storici ed antropologici, e del potere che ad esse si rapporta. Un testo molto esteso (quasi 600 pagine, molto dense) e complesso, scritto benissimo, non tanto per esporre una tesi ma per vivisezionare con grande acume il lato oscuro della formazione delle comunità umane e dei loro miti. Una lettura molto impegnativa, impossibile da sintetizzare, ma vivificata dalla penna di un grande scrittore, di straordinaria cultura e di grande sensibilità, forse fortemente impressionato dalla dinamica delle masse che ha caratterizzato gli –ismi a cavallo delle due guerre.


Veniamo alla seconda segnalazione: L’Umiltà del male,un libro (stavolta piccolo per estensione, nemmeno 100 pagine) appena uscito (editore Laterza) dalla penna di un sociologo italiano (Franco Cassano), incline a sintesi politico-etiche, mi pare di poter dire, di alto taglio civile. Qui è più facile delineare una sintesi (sia pure estrema) della tesi che innerva la colta trattazione: il tema di fondo è tratto da una suggestiva rilettura della Leggenda del Grande Inquisitore, un ben noto capitolo de I Fratelli Karamzov, nel quale viene narrata la contrapposizione fra un silenzioso Cristo ed un Grande Inquisitore (siamo nella Spagna del ‘500), nella quale quest’ultimo “processa” il Cristo come fondatore di un purismo etico aristocratico, buono per i pochi santi che suscita ma assolutamente inidoneo a porsi al livello delle masse, della loro insanabile immaturità e fragilità, della loro domanda di indulgenza e di mediocre felicità. Il Grande Inquisitore è dunque il cinico conoscitore delle masse che su questa cruda valutazione dei popoli fonda la dignità del suo potere direi “burocratico”, abbandonando ogni interesse per le ristrette conventicole dei puri.


Da qui, passando anche attraverso una sintesi di un più moderno e, per certi aspetti, omologo dibattito fra Adorno e Gehlen e di un crudo libro di Primo Levi (I sommersi e i salvati), si diparte una critica serrata ma serena all’atteggiamento di narcisismo etico che finisce per lasciare campo “politico” al dominio dei nuovi Grandi Inquisitori che da sempre sanno “che i confini fra il bene e il male non sono nitidi e prova(no) a costruire una zona grigia, dove offr(ono) complicità e convenienze, che spingano gli uomini ad optare per (loro), ad accettarne la protezione e il potere….per mantenere gli uomini in uno stato di perenne immaturità, come se fossero bambini. Ed i mezzi possono essere i più diversi: se nella Leggenda il Grande Inquisitore esalta il miracolo, il mistero e l’autorità, oggi (i Nuovi Grandi Inquisitori) offrirebbero anche e soprattutto i consumi, il piccolo divismo dei mediocri, il narcisismo amorale dei reality”.


Difficile non dare una lettura politica e civile alla chiara e colta trattazione che, raccogliendo in sintesi la lezione di visioni apparentemente contrapposte ma non per questo reciprocamente esclusive, conclude: “dobbiamo sperare di avere grande forza morale, ma questa forza non deve mai portarci a liquidare la nostra capacità di parlare con tutti e di provare a capirne le ragioni, a dimenticare l’enorme importanza che ogni esser umano possiede ai propri occhi, a prescindere dal suo grado di perfezione”.


Se non mi sento di raccomandare la lettura di entrambi i volumi, mi piace però sottolineare la grande lezione civile e morale del secondo, la sua attualità e la sua attenta visione integrata del fare politico e sociale. Un ottimo libro.


30 agosto 2011














giovedì 25 agosto 2011

"Stupi-diario": Opinionismo istantaneo

Le ferie non serene del nostro “Stupi-diario”
(di Felice Celato)

Non che siano mancati, nemmeno in quest’estate tumultuosa ed angosciosa, ragioni di stupore ed anche ragioni per qualche (amaro) sorriso sulle cose che ci siamo sentiti dire. Se avessimo voluto tenerne il conto, non sarebbero bastati quotidiani aggiornamenti della nostra rubrichetta “Stupi-diario”. Sarebbe stato sufficiente porre a raffronto le cose che molti dei nostri (lungimiranti!) politici andavano dicendo non trenta anni fa e nemmeno tre anni fa ma magari tre mesi fa o poco più di tre settimane fa: l’Italia sta meglio degli altri Paesi, ora abbassiamo le tasse, i nostri conti sono in ordine (che cosa vorrà dire questa frase per un paese che ha 1900 miliardi di euro di debito non l’ho mai capito!), non c’è bisogno di alcuna manovra, le nostre azioni politiche trovano il plauso di tutti, anzi il nostro sistema pensionistico verrà preso a modello anche da altri, etc.etc nel senso “Tutto va bene Madama la Marchesa” e chi non è d’accordo è un menagramo ed un comunista!
Ma, ancora una volta, come a luglio scorso, non ne abbiamo avuto voglia, nemmeno di sorridere. Diceva un mio vecchio e glorioso capo, che sta meglio chi prevede con chiarezza dove si vada a sbattere il muso rispetto a chi, invece, non se l’aspetta (di sbattere il muso) e va avanti nell’illusione che comunque l’inutile belletto di cui si è coperto la faccia lo preservi da ogni male. Non ostante ciò, avendo avuto da tempo chiarezza sull’impatto, sentiamo con durezza la botta e abbiamo perso un po’ delle nostre propensioni al sorriso. Anche amaro.
Sullo sfondo di quest’Italia di terza classe, ci pare invece opportuno cercare di guardare in avanti, sforzandoci di cogliere in anticipo, nei discorsi di questi giorni, alcuni problemi che, temo, necessariamente dovremo affrontare presto. Non parlo –ora – delle conseguenze dirette della manovra d’emergenza nella sua ennesima edizione, che pure saranno pesanti (per quanto necessarie); parlo invece di ciò che, mi pare, si va pericolosamente costruendo attorno, in parte inevitabilmente in parte inconsciamente.
Vengo al tema: il disdoro della politica è grave e l’anti-politica avanza a grandi passi, gonfia del carburante che la nostra classe dirigente ha accumulato con larghezza per un simile processo. Non possiamo dire che il fenomeno sia inaspettato né nuovo (ci siamo già passati circa vent’anni fa e forse anche molti anni prima) né che sia difficile intravvederne le (molte) esche e le (pericolose) dinamiche che non hanno mai portato bene al nostro Paese né, credo, porterebbero bene a nessuna altra democrazia nel mondo ( la democrazia rappresentativa postula la necessità di instaurare un certo rapporto di fiducia fra il delegante ed il delegato; senza di che non c’è democrazia rappresentativa).
Temo però che, stavolta, il fenomeno possa trarre ulteriore alimento dal contesto nuovo reso possibile dalla diffusione non tanto (o non solo) dei cosiddetti social networks, che pure tanto spesso pullulano di cinguettanti emotività, ma soprattutto dall’opinionismo istantaneo che si esprime attraverso sms o attraverso gli interventi in voce (naturalmente da cellulare, cosicché si possano fare anche dalla spiaggia) sempre di più sollecitati da trasmissioni di “approfondimento” (sic!) che vorrebbero partire dall’opinione della “gente”: così dilagano opinioni incontrollate, immeditate e sommarie, suggestive e per certi aspetti liberatorie del rancore che è in ciascuno di noi, senza che nessun gestore della trasmissione riesca ad arginare efficacemente la marea montante del rancore banalizzato. E anche i commentatori “informati” che sarebbero chiamati in trasmissione a favorire la formazione di un’opinione più meditata non rifuggono (quasi mai) dallo schema retorico di partire, col loro commento, dando sommariamente ragione allo sfogo ascoltato anche quando questo è chiaramente una irresponsabile stupidaggine.
Così si accumulano fragili opinioni cialtronesche, affascinanti e diffusive perché semplici, superficialmente condivisibili e per di più in qualche modo fruitrici di una certa aura di autorità (l’hanno detto anche alla radio o alla televisione!) che ancora il mezzo attribuisce indistintamente ad ogni voce che diffonde; così si fonda il pabulum di quell’esiziale populismo (di cui abbiamo già parlato in un post di aprile scorso) che ha bisogno di un popolo educato ad immaginare che esistano sempre soluzioni facili a problemi complessi.
Una volta, se un asino ragliava lo si poteva sentire anche a cento metri di distanza e magari sull’aia del vicino anche un altro asino si metteva a ragliare; ma il clamore restava circoscritto e nella collina vicina le altre aie restavano quiete. Oggi non è più così e molti asini possono ragliare insieme collegandosi virtualmente e facendosi il controcanto a vicenda in un concerto assordante che mette a repentaglio la capacità di ascoltare altre cose.
E così, temo, si crea e si diffonde una miscela di irresponsabilità e rancore banalizzato che non può portare a nulla di buono nel contesto difficile che dovremo attraversare in autunno e in inverno: ci sono già tante ragioni di scontento e di ansia in questa stagione buia della nostra storia per abbandonare la speranza di poterne uscire, magari con una classe politica nuova, ma senza passare per le strade dolorose (e pericolose) a cui portano inevitabilmente il rancore, il disprezzo indistinto,la sfiducia sistematica, la rabbia irriflessiva.

Roma, 25 agosto 2011



sabato 20 agosto 2011

Ipertrofia del presente e risveglio d'agosto

(di Felice Celato)
Credo che non sfugga a nessuno, nemmeno a chi voglia guardare con occhi pietosi alle vicende del nostro povero Paese, che l’Italia ha scelto da tempo, fors’anche senza rendersene conto, di porsi al di fuori dei grandi flussi culturali e politici dei tempi che corrono: mentre il mondo si affanna ad individuare e ricomporre nuovi equilibri economici e sociali in dimensione planetaria, mentre le politiche dei singoli paesi sperimentano gli effetti delle cessioni di sovranità che storia e mercati impongono ormai a tutti (ovviamente per primi ai paesi europei che, in maniera lungimirante, le hanno anche volute), mentre le pressioni demografiche affacciano l’ urgenza di soluzioni eticamente sostenibili prima ancora che economicamente e socialmente, noi da molto tempo ormai abbiamo scelto la strada di un folle presentismo, un senso cieco del presente còlto nella sua dimensione intra-elettorale (orizzonte fisso: le elezioni successive), dimentico di ogni responsabilità verso il futuro, prima ancora che ignaro della nostra storia e delle nostre vocazioni spirituali.



E allora per anni ci siamo baloccati con grossolane semplificazioni della realtà, buone per alimentare l’ideologia populista che produce frutti avvelenati (si veda il nostro post del 16 aprile ultimo scorso: Populismo), come per una legge di Gresham applicata al mondo delle idee: le idee cattive cacciano dal mercato quelle buone, come avveniva delle monete. Così il padanismo è diventato un sentimento, l’ anti-europeismo un riflesso condizionato, l’ ostilità preconcetta e speciosa verso i fenomeni migratori un’arma elettorale e, ad un tempo, una politica perseguita con rozzezza di misure e grossolanità di parole, le condizioni del debito pubblico una fisima dell’Europa burocratica, la vanità di una ridicola autostima è diventata una costante delle nostre autorappresentazioni, la fatuità uno stile di vita, la giocosità irresponsabile è diventata un modo di rapportarci di fronte alla serietà dei problemi. Come Dippold, l’ottico di Spoon River, ma con diverse intenzioni, ci siamo messi le lenti che trasforma(no) tutto il mondo in un giocattolo e ci siamo detti: Molto bene, faremo gli occhiali così!


Il risveglio di agosto nella sua drammaticità, da questo punto di vista, può essere, ancora, benefico: quando manovra di luglio, ri-manovra di agosto e ri-ri-manovra di settembre avranno depositato le scorie di questo confuso malgoverno dei problemi, ci ritroveremo più poveri di valori patrimoniali, più gravidi di problemi, più aspri e rabbiosi, forse più soli. Ma almeno la sveglia sarà, speriamo, suonata (e, ancora speriamo, senza bisogno di scossoni violenti) per questo nostro antico, tenace e gioioso popolo, capace di geniali adattamenti e, talvolta, di sforzi inauditi.


L’Italia, voglio sperare, è migliore dei suoi politicanti, superficiali, talora grossolani e spesso mendaci. Occorre ritrovare subito le strade abbandonate per questo lungo sonno della ragione: un europeismo autorevole e credibile, un’apertura al mondo rispettosa e disciplinata con saggezza, un senso profondo del futuro e delle responsabilità intergenerazionali, un sentimento liberale verso mercati aperti e controllati.


Posso sbagliare ma non vedo stagliarsi nella attuale classe politica italiana un leader capace di incarnare tutte insieme queste caratteristiche, che pure avevano costituito la parte migliore della nostra cultura nella storia meno recente; ma l’Italia ne ha di sicuro fra le “riserve” della sua classe dirigente migliore, che si è anche sperimentata con riconosciuto successo sugli scenari europei; e sta ai politici dell’opposizione e, più in generale, agli uomini di buona volontà, liberi e forti (come diceva Don Sturzo, all’indomani della prima guerra mondiale), trovarlo e sorreggerne con lealtà lo sforzo per rifare dell’Italia un paese al passo col mondo nuovo che si appresta attorno a noi. In fondo non sarebbe nemmeno la prima volta che un premier viene scelto al di fuori delle schiere dei partiti (e i precedenti sono confortanti, da Ciampi a Prodi).


Fin qui, lo scenario sperato; non sfuggono però i molti ostacoli che si frappongono alla sua realizzazione. Tralasciando quello, ovvio, correlato al grado di incerta condivisione di queste nostre considerazioni, ne menzionerei, fra i molti, due, uno politico e l’altro macro-economico:


(1) Come assicurare la rapida transizione politica, preservando il segnale di “manovra approvata” che ognuno comunque (qualunque essa sia) si attende?


(2) Come attuare con urgenza una forte politica del denominatore (come l’ha chiamata, non a caso, il professor Monti sul Corriere della sera di qualche settimana fa, alludendo al denominatore del rapporto Debito/PIL) soprattutto se lo scenario economico mondiale vira verso la recessione?


Sul primo punto, confesso di non avere idee ma mi pare occorra contare più su un probabile sfaldamento della maggioranza che su un’efficace “spallata”dell’opposizione; il varo parlamentare della ri-ri-manovra potrebbe attivare, stavolta beneficamente, distinguo e prese di posizione elettoralistiche che non potrebbero non avere rilievo istituzionale (penso, per esempio, ad una richiesta di voto di fiducia, successivo alla approvazione della manovra).


Il secondo punto è ancora più complicato: per non ritrovarci fra pochi mesi a discutere, in uno scenario tragico, di una nuova spremitura fiscale (magari rispolverando la patrimoniale accantonata solo per mantenere formalmente il punto elettoralistico), quando il rialzo dei costi del nostro debito avesse divorato buona parte della ri-ri-manovra di settembre, occorre inventare in fretta un percorso fatto di liberalizzazioni e privatizzazioni (altroché baggianate come quella fatta coi recenti referendum sull’acqua!) e recuperi di produttività. Non facile, comunque. Ma estremamente urgente.


Roma, 20 agosto 2011






giovedì 21 luglio 2011

Luglio : Guido, i’vorrei

Pessimismo afoso
(di Felice Celato)

Pensando alla giornata “politica” di ieri, mi è venuto in mente questo sonetto di Dante, nel quale il Sommo Poeta vagheggia una estraniazione radicale, un sogno di fuga dal presente a metà fra il piacere intellettuale e l’avventura romantica (ante litteram), un modo per sottrarsi alle angustie anche politiche del suo tempo (ricordiamoci che solo pochi anni dopo scriveva la famosa invettiva Ah!Serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiero in gran tempesta, non donna di province ma bordello!, che, ahimè!, tanto si attaglia al tristo e pericoloso presente che viviamo). Vale la pena di rileggerlo, per sognare insieme a Dante:


Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento
e messi in un vasel, ch’ad ogni vento
per mare andasse al voler vostro e mio;


sì che fortuna od altro tempo rio
non ci potesse dare impedimento,
anzi, vivendo sempre in un talento,
di stare insieme crescesse ’l disio.


E monna Vanna e monna Lagia poi
con quella ch’è sul numer de le trenta
con noi ponesse il buono incantatore:


e quivi ragionar sempre d’amore,
e ciascuna di lor fosse contenta,
sì come i’ credo che saremmo noi.


Tre anni fa, proprio nel bel mezzo di un luglio afoso e denso di problemi, mi venne da invocare, sul giornale on-line dell’ Onlus Associazione Amici per la Città, (la Bussola delle politiche partecipate), “Vogliamo un santo!”  (http://www.amiciperlacitta.it/articolo.cfm?id=932) e di ripercorrere, nostalgicamente, il famoso frammento della lettera a Diogneto che tratteggiava, nel II secolo, una sorta di brevissima summa delle virtù del cristiano che vive nel mondo.


Oggi, non mi consola più nemmeno questa invocazione: forse non basterebbe più nemmeno un santo da imitare, un indiscusso esempio di qualcuno in cui possiamo riconoscere un ideale incontaminato, una natura umana pura, una bontà primigenia, un agire disinteressato; forse non ci resta che chiuderci o a pregare (per coloro che credono) o a sognare il vascello che con pochi amici ci aiuti a fuggire da questo povero, bellissimo e stupido Paese, dove le più vive intelligenze, che pure abbondano diffusamente, si lasciano soffocare dall’immondizia (non solo materiale) di ogni giorno, attorcinandosi in comportamenti di cui non riusciamo più a capire né il senso né il possibile esito.


Chiuderci e aspettare. Ma aspettare che cosa? Il grande crack? La palingenesi? Il rilancio delle speranze di cui parlavamo allora? Il riarmo mentale di cui parla oggi de Rita?


Temo molto che, purtroppo, aspetteremo solo, come è di rito, le prossime elezioni, che caricheremo di speranze, attraversando incoscienti il durissimo e pericoloso periodo che le precede fra polemiche violente e sragionamenti pomposi, mentre la barca continua ad imbarcare acqua; poi celebreremo la vittoria o piangeremo la sconfitta, tornando a immergerci subito dopo nella melma dalla quale non riusciamo ancora a trovare il modo di tirarci fuori.


Fa caldo, come lo faceva nel luglio del 2008; ci vuole una pausa rigeneratrice, che fughi anche questo cupo pessimismo che le circostanze alimentano. Per ora sogniamo solo l’incantamento che ci porti nel vasel, ch’ad ogni vento per mare andasse al voler vostro e mio.


21 luglio 2011

martedì 19 luglio 2011

Attorno al premio Strega

La globalizzazione
(di Felice Celato)
Il premio Strega di quest’anno è andato ad un libro di Edoardo Nesi “Storia della mia gente” (Bompiani) che per la verità non è (solo) un romanzo ma, forse più propriamente, un racconto autobiografico dal taglio anche marcatamente critico, una specie di indagine sociologica in forma letteraria sui temi ormai non nuovi della cosiddetta globalizzazione e dei fenomeni di  crowding-out economico conseguenti all’immigrazione (cinese, nella fattispecie). L’ambientazione è a Prato; il tempo quello proprio recente; il contesto umano quello della media imprenditoria a base familiare messa in crisi dall’arrivo di migliaia di cinesi che rapidamente “spiazzano” le basi dell’economia locale occupando non solo – come è comunemente percepito altrove – i posti più bassi della scala socio-economica del lavoro ma addirittura quella più evoluta dell’imprenditoria minuta dei settori industriali tecnologicamente tradizionali.



Non saprei dire dei meriti letterari, forse non eccelsi, del libro, che si legge però bene e bene amalgama le varie “anime” del racconto (quella propriamente narrativa, quella riflessiva, quella della anche aspra denuncia del problema, etc), dando vita ad una narrazione-trattazione non priva di considerazioni interessanti e anche profondamente sentite (talora direi: risentite). Certe citazioni possono apparire un po’ pop, il linguaggio talora inutilmente poco sorvegliato, ma nel complesso il libro è piacevole, ripeto, interessante e senz’altro da raccomandare per una lettura non banale.


Detto questo (poco), vorrei soffermarmi brevemente sul tema di fondo del libro: la globalizzazione, come lascia intendere non senza veemenza Nesi, è l’origine dei mali della nostra economia (almeno di quella Pratese).


La tesi è diffusa, soprattutto in certe aree geografiche e culturali del Paese, ma non per questo meno curiosa, quasi come se la globalizzazione sia il frutto di una scelta centralizzata e cosciente: ad un certo punto ci siamo svegliati e ci siamo detti: perché domani non facciamo la globalizzazione? Beh, certo, se così fosse sarebbe come se un monopolista pazzo, un bel giorno, avesse detto: “domani facciamo la concorrenza! Al diavolo i privilegi di cui gode chi ha un intero mercato in mano e viva la spartizione di ciò che era mio!”


Ma così non è, è troppo facile capirlo (e certamente lo ha capito anche Nesi): la cosiddetta globalizzazione (come del resto la dinamica dell’emigrazione) non è altro che il nome che abbiamo inventato per un fenomeno che affonda le sue radici nei profondi e spaventosi squilibri economici e demografici del nostro mondo, dove grandi masse di poveri, crescenti a ritmi nettamente superiori a quelli dei mondi diciamo lato sensu occidentali, hanno impetuosamente cominciato a bussare alle porte del mondo ricco rivendicando, per fortuna in prevalenza pacificamente, una parte del benessere di cui questo godeva (e tuttora gode). Bussavano (e bussano tuttora, e busseranno ancora di più nel prossimo futuro) per chiedere di non essere più solo sfruttati produttori di materie prime e poveri consumatori di quel poco di benessere che il mondo occidentale per lunghi anni ha fatto percolare al di fuori del proprio recinto; ma semplicemente co-produttori del futuro, anche a costo di vivere una o due generazioni di quasi schiavismo (quale è spesso quello cui si sottomettono molti dei nostri immigrati). E noi abbiamo forzatamente risposto inventandoci un termine, appunto la globalizzazione, nel quale abbiamo cercato di incorporare il concetto di bilaterale abbattimento delle frontiere dei nostri mercati, ben capendo – se non lo avessimo capito saremmo stati veramente miopi – che questa apertura portava come inevitabile risvolto “una grande ridistribuzione della ricchezza a livello planetario, come in precedenza non era mai avvenuto” (Caritas in veritate, 42) e che dal punto di vista del controllo della ricchezza non avrebbe potuto che rimetterci chi era più ricco.


Si può argomentare che una migliore gestione del fenomeno sarebbe stata (o tuttora sarebbe) possibile, evitando o limitando, per esempio, quello che si chiama il dumping sociale, attraverso regole precise; ma certamente sarebbe stato illusorio (e tuttora lo sarebbe) immaginare di poterlo (pacificamente) contrastare: piazzando qualche scoglio puoi riparare le tue spiagge dalle onde ma non puoi evitare che la marea le raggiunga.


Si potrebbe ancora aggiungere che la globalizzazione, se ha raggiunto impressionati risultati in alcuni settori, per esempio, la finanza (oggi i paesi occidentali fanno disciplinatamente la fila per far comprare il loro debito dai fondi sovrani cinesi), lascia ancora per un po’ al mondo occidentale il soft-power di una certa primazia culturale e tecnologica; ma anche qui, non illudiamoci: l’India, per esempio, sta progredendo a ritmi travolgenti ed offre già ai mercati occidentali ingegneri di grande valore a costi infinitamente inferiori a quelli appunto dei nostri mercati interni.


E’ il destino, io credo, del nostro mondo occidentale che è giunto oramai al tramonto forse definitivo di molti di suoi privilegi, tramonto al quale non giova pensare di opporsi ma che occorre gestire in questa sua fase transitoria, magari “prendendo coscienza di quell’anima antropologica ed etica che, dal profondo, sospinge la globalizzazione stessa verso traguardi di umanizzazione solidale”(ancora Caritas in Veritate, 42).


Dunque, alla domanda di Nesi (Storia della mia gente, ultimo capitolo) “Non c’è nessuno….che debba chiederci scusa per averci condannato a essere la prima generazione da secoli che andrà a star peggio di quella dei nostri genitori?”, la risposta è facile: no, non c’è nessuno, per lo meno a livello globale ( posso avere idee diverse sulla situazione specificamente italiana dove alla marea della globalizzazione abbiamo aggiunto l’inerzia e l’irresponsabilità politica della nostra generazione; ma questo è un altro discorso e forse lo abbiamo iniziato, proprio in questo blog).


19 luglio 2011





venerdì 15 luglio 2011

Stupi-diario

Stupi-diario del 15 7 11



Nella concitazione di questi giorni, mentre nubi dense e minacciose si addensano sulle nostre teste incoscienti , lo stupere di questa nostra rubrichetta avrebbe trovato, se solo ne avessimo avuto voglia, molte ragioni per intrattenerci. Sarebbe bastato fare un salto indietro di pochi giorni, per leggere stupefacenti quanto autorevoli proclami a suon di “ora abbassiamo le tasse” con i quali si tentava di esorcizzare i risultati di amministrative e referendum: mi sono tornati in mente – me ne rendo conto: forse un po’ cupamente – alcuni passaggi di quello straordinario libro di Joseph Roth che è La cripta dei cappuccini: “la scettica leggerezza, la malinconica presunzione, la colpevole ignavia, l’arrogante dissipazione, tutti sintomi della rovina, di cui ancora non intuivamo l’approssimarsi. Sopra i bicchieri dai quali spavaldamente bevevamo, la morte invisibile incrociava già le sue mani ossute”.


Ma, come accennavo, non ne ho avuto voglia; il Corriere della sera di oggi, però, mi ha fornito un nuovo spunto di stupore meno tragico, forse solo tragi-comico. Si tratta del pensoso articolo di un etologo illustre (Danilo Mainardi) che narra della generale commozione per Ariel, un leoncino paralizzato a tutti e quattro gli arti, attorno al quale, via Internet e Facebook, si è scatenata una battaglia per raccogliere “i fondi necessari per poterlo in qualche modo tenere in vita e fors’anche curare”: conclude, l’ottimo etologo: “A suo modo è un leone domestico (è o non è entrato nella domus, cioè nella casa dell’uomo?) e poi è un leone che, importantissimo, ha avuto in dono un nome proprio. Ciò lo ha fatto “persona” e poi, con la notorietà regalatagli dalla Rete, “personaggio”. Perché questo è ciò che conta nel mondo moderno e non è vero solo per i leoni ma anche, purtroppo, per gli esseri umani…….Perciò, anche se è un po’ un errore accanirsi terapeuticamente per tenere in vita un povero leone comunque condannato, forse può servire per la causa di quegli altri, che un nome proprio mai ce l’avranno”.


Commento: tutto giusto, in fondo il leoncino era entrato nella domus e ha un nome proprio, accanirsi terapeuticamente può servire per la causa di quegli altri! E poi, soprattutto, è un personaggio!

giovedì 7 luglio 2011

Stupi-diario

Stupi-diario del 7 7 11



Mai come oggi (fino ad oggi) il senso di questo stupi-diario si colora di stupefazione; oggi non può esserci nemmeno il lontano sospetto che lo strano nome di questa rubrichetta possa alludere alla stupidità!


I protagonisti, infatti, dell’odierno nostro stupere sono persone dall’intelligenza brillante, per uno di questi, che anzi diverse volte abbiamo, credo meritatamente, lodato, direi particolarmente brillante.


Ma lo stupore del fuori onda che ha oggi fatto il giro dei video, quello dei commenti di Tremonti alla conferenza stampa di Brunetta, è veramente stupore!


Per chi non l’ha visto: mentre il Signor Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, on.le professor dottor Renato Brunetta si agitava per diffondere rassicuranti (quanto inutili) messaggi su quella parte della famosa Manovra che riguarda i pubblici dipendenti, un altro signor Ministro, anzi, un super-Ministro, come si ama dire, quello dell’Economia, on.le professor avvocato Giulio Tremonti si faceva – ingenuamente? – sorprendere a commentare con suoi (direbbero gli inglesi) supportive  collaboratori (il signor Ragioniere Generale dello Stato ed il signor Capo di Gabinetto del Ministero dell’Economia) la stupidità e la vanità del suo illustre collega di governo, con parole chiare ed esplicite, ben al di là di quanto lasciasse intendere il semplice body language. E poi non contento, coinvolgeva nelle sue valutazioni un altro signor Ministro (quello del Lavoro e delle Politiche Sociali) on.le dottor Maurizio Sacconi, che lasciava chiaramente intendere di condividere le valutazioni del signor Ministro dell’Economia. Poi le inevitabili scuse e gli abbracci …..fraterni, ovviamente.


Commento: dove stiamo arrivando? non lo so, ma certamente non siamo sulla buona strada! Per carità, sappiamo tutti come la sommarietà e la brutalità del linguaggio cui ci siamo abituati molto spesso fa premio sulla complessità di certamente più articolati giudizi; sappiamo tutti che ormai siamo avvezzi ai giudizi lapidari e spietati dei quali un certo lessico molto romano-politichese abbonda; e non ci scandalizziamo più di tanto se qualche scivolone nel banale accade anche a persone colte e intellettualmente raffinate. Ma, per la miseria!, perché in occasioni pubbliche come una conferenza stampa affiorino, con dura evidenza, giudizi e valutazioni così sprezzanti (sia pure al netto di quanto appena detto sulla corrività del linguaggio e della naturale antipatia che cerca di suscitare intorno a sé il ministro Brunetta), veramente vuol dire che il grado di reciproca ostilità ed inimicizia, anche all’interno di una compagine che ogni pochi minuti si proclama “coesa”, è arrivato a livelli allarmanti! O, almeno, e se si vuole, stupefacenti!


Mi domando se, oltre ad auspicare chiari segnali di taglio dei costi della politica (ritornello banalizzato dall’uso inane), non potremmo anche sperare in chiari segnali di uno stile della politica che renda il “potere”meno banale?


Un altro dato stupefacente in questo caldo 7 luglio: l’on.le Scilipoti ha 54 anni, buona parte dei quali, suppongo passati in Italia, anche perché in Italia ha avuto un suo cursus honorum politico abbastanza intenso: come ha fatto allora a fare 22.000 visite nelle favelas brasiliane, come ha dichiarato oggi alla presentazione di un suo libro? L’antico amore per i numeri mi porta a fare questo conto: se avesse fatto queste visite con cadenza quotidiana, quand’anche avesse cominciato da neonato e non avesse mai mancato una visita quotidiana, sarebbe arrivato a poco meno di “sole” 20.000 visite (365 giorni X 54 anni = 19.710). Avrà mandato qualcuno!


Ora, supponiamo che abbia dimorato in Brasile per 10 anni continuativi (3650 giorni), dei quali c’è traccia nella sua biografia: in questo caso ne avrebbe visitate 6 al giorno (22.000: 3650= 6). Visite rapide, nevvero, in un decennio tanto intenso?