giovedì 16 novembre 2023

Letture "necessarie"

La speranza di Europa

(di Felice Celato)

Complice un fragoroso e fluido raffreddore, mi sono immerso per molte ore nell’avida lettura di un denso e corposo libro che mi va di raccomandare caldamente, soprattutto a chi, come me, vive con ansia le vicende della nostra patria Europa, secondo la storica espressione che Alcide De Gasperi usò in un visionario discorso di quasi settanta anni fa (1954): Patrie – Una storia personale dell’Europa (Garzanti 2023) di Timothy Garton Ash, storico e docente presso le Università di Oxford e Stanford e opinionista di alcune testate internazionali. Si tratta, come dice il sottotitolo, di una storia dell’Europa dal 1945 ai giorni nostri, scritta con grande acume di studioso ma anche con la passione di chi, fin da giovane, l’Europa ha amato e conosciuto profondamente, anche attraverso numerose peregrinazioni nelle diverse patrie del caleidoarazzo europeo (un arazzo. realizzato da molteplici mani per produrre un'unica immagine… una Gesamtkuntswerk, un’opera d’arte totale….).

Certamente, come emerge dal quadro magistralmente ed appassionatamente disegnato da Garton Ash, l’Europa non gode, oggi, di splendida salute, per le sfide esterne (il “fronte” Ucraino e l’ attiva ostilità russa) ed interne (questione migratoria, nelle sue diverse declinazioni; debito pubblico e scenari economici; conseguenti populismi diffusi, non solo in Italia; debolezza di diverse democrazie, segnatamente quella Ungherese e quella Polacca); eppure, conclude Garton Ash, l’Europa di oggi, pur con tutti i suoi difetti, limiti e ipocrisie, pur con tutti i passi falsi degli ultimi anni, è di gran lunga migliore di quella che iniziai a esplorare all'inizio degli anni 70. Per non parlare dell'inferno in cui visse mio padre quando era giovane. È migliore anche di quella dei secoli precedenti, inclusa l'Europa pre-1914 idealizzata da Stephan Zweig. Di fatto, sulla falsariga della celebre affermazione di Churchill sulla democrazia, potremmo dire che questa è la peggiore delle Europe possibili, eccezion fatta per tutte le altre Europe che si sono sperimentate finora. Difendere, migliorare e allargare un'Europa libera ha senso. E’ una causa degna di speranza…una speranza che, secondo il pensiero che Vaclav Havel espresse negli anni ottanta dopo un lungo soggiorno in un carcere comunista, “non è una predizione ma un orientamento dello spirito e del cuore”. Una speranza – aggiungo io – cui dobbiamo tutti dedicare l’attenzione, la passione e le energie che richiede; anche perché non ha alternative se non quelle della tormentata storia dell’Europa dal 1945 fino ai giorni nostri; che, però, nonostante tutto, sono stati infinitamente migliori di quei molti, sanguinari decenni che li hanno preceduti.

Questo è il senso dell’appassionante libro di Garton Ash, che conduce a quella conclusione attraverso un analitico esame di molte delle vicende che ha studiato e vissuto, alcune delle quali – soprattutto la triste vicenda della Brexit – con personale dolore e rimpianto. L’Europa (una cultura del cuore…una comunanza nella diversità, come ebbe a dire Joseph Ratzinger in un magnifico discorso tenuto a Cracovia nel 1980) è stata il grande sogno di chi – sopravvissuto a due guerre mondiali, entrambe nate in Europa – ha saputo avviare un progetto di pace sulle macerie del passato; un progetto che a noi è tutt’ora affidato per il suo compimento. E’ per questo che mi indigna ogni segno di sciatta noncuranza o di sciocca alterigia o di irresponsabile iattanza verso la nostra patria Europa, che tanto spesso affiora non solo nel framing dell’Europa di cui abbiamo parlato qualche settimana fa ma anche nelle concrete azioni (o inazioni) di chi l’Europa concepisce come un bancomat che non abbia il potere di rifiutare carte di debito alterate.

Roma  16 novembre 2023.

mercoledì 1 novembre 2023

Tentate divagazioni

La fuga mentale

(di Felice Celato)

In questo buio periodo della nostra umanità (ma anche della nostra propria cultura), come mi accade in situazioni analoghe, ho tentato la fuga mentale, cercando rifugio in letture estranianti; e anche lasciando correre la curiosità dietro ai percorsi di qualche parola, magari divenuta corrente senza troppa coscienza della sua semantica. Due esercizi di fuga mentale che, come al solito, mi riescono sempre solo in parte: basta ri-sfogliare i giornali, come è inevitabile (e purtroppo doveroso) per ognuno che voglia restare, comunque, cittadino del presente. Eccovi comunque una breve “relazione” delle mie fughe:

I.

Letture estranianti.

Non starò ad elencarvele; vi dico solo che, ovviamente, c’è anche un libro “recente” di Benedetto XVI, una antologia di scritti sui Suoi Santi (I miei Santi, In compagnia dei giganti della fede, Fondazione Terra Santa, 2023), da leggere però un po' per volta. Vi vorrei invece segnalare con qualche parola di più un altro testo, di natura meno… intima e, tuttavia, estremamente gradevole ed interessante. Si tratta – e come ti sbagli? – di un libro vecchio di cinquant’anni (era uscito nel 1974, come frutto di decennali ricerche sul tema), meritoriamente ripubblicato quest’anno da Mondadori nella collana Oscar, e scritto da un grande autore del Novecento Italiano (di Mario Tobino: Biondo era e bello) che, nel testo, confessa il suo stagionato amore che dopo anni e anni non langue per quel monumento immortale della nostra cultura che fu (ed è!) Dante Alighieri, qui ritratto nel suo essere, ad un tempo, un colto comprimario del suo terribile tempo e il poeta sommo, che tutti conosciamo e che, da quel tempo, traeva gli umori (eterni) della sua poesia – e anche del linguaggio. Una specie di biografia intellettuale, politica e morale, magnificamente scritta, senza la pesantezza di minuziosi riferimenti cronologici ma con un trasparente radicamento nelle vicende di un’Italia che si faceva, come prodromo dell’Umanesimo e del Rinascimento, nella bolgia delle sue passioni e delle sue fazioni, alle quali Dante guardava, non senza animosità, come allo specchio eterno de li vizi umani e del valore.

Insomma: una lettura che raccomando caldamente, non solo per fuggire dal presente ma anche per meglio conoscere il padre Dante.

II

Parole

La “manovra” di bilancio per l’anno 2024 è blindata, dice qualche governante e ripetono i giornalisti. E forse, pare, sarà blindata anche l’incombente riforma costituzionale  che darà vita alla – tanto attesa! – terza repubblica. Ma che vuol dire blindata?

Partiamo dal Vocabolario on line, meritoriamente prodotto da Treccani in piena accessibilità via internet: blindato agg. [part. pass. di blindare]. 1. Rivestito di una corazza protettiva: treno b., carro b., automobile b. […etc] 2. estens. Nel linguaggio giornalistico, ben difeso, superprotetto (riferito a persone, o anche ai loro movimenti, a manifestazioni, ecc.): processo b., percorso b., testimone b., corteo blindato. 3. fig. Nel linguaggio giornalistico, non modificabile: accordo b., contratto blindato.

Ora passiamo all’ottimo Dizionario etimologico edito da Le Monnier (autore: Alberto Nocentini) e realizzato per Mondadori Education SpA, per renderci conto delle origini di questa parola così poco italiana nel suono:

blindàto agg. e s.m. [1905], part. pass. di blindare; vedi sotto blinda.

blìnda s.f. [1663], rivestimento metallico protettivo. Prestito germanico per tramite di altre lingue: dal fr. blinde, dal ted. Blende ‘schermo, protezione’, derivato di blenden ‘accecare, schermare’.

[Nota mia: del resto, anche in inglese to blind significa accecare].

Dunque: la manovra 2024 e fors’anche la tanto attesa riforma costituzionale sembrerebbero nascere sotto l’auspicio della cecità. Bene saperlo in anticipo.

III. Conclusione 

Con Dante, la fuga mentale per un po' mi è riuscita (fatte salve le serpeggianti analogie coi vizi eterni del nostro paese, così bene lumeggiati da Tobino nella Firenze dantesca). La blindatura, però, mi ha stroncato la fuga!

Andrò avanti in cerca di divagazione continuando la lettura di Benedetto XVI e dei “suoi” Santi, dedicando magari una speciale attenzione ai capitoli su San Benedetto da Norcia e Santa Caterina da Siena, patroni dell’Europa. Nel frattempo, corrono le battaglie in Ukraina e in Medio Oriente.

Roma, 1° novembre 2023 (festa dei Santi)

 

 

domenica 15 ottobre 2023

Drammatiche incombenze

Senza se e senza ma?

(di Felice Celato)

Si resta senza parole difronte ai massacri terroristici che stanno innescando, a due passi da noi, nel cuore di questo scampolo di Occidente che è Israele nel suo sitz im leben mediorentale, una delle più tragiche e temibili crisi del nostro tempo. Se – come me – non si è detentori di una superiore saggezza, lo svolgimento dei fatti e la necessaria reazione che essi impongono dovrebbero sgomentare ogni tentativo di semplificazione; e scoraggiare la formulazione di certezze che vadano al di là della pura e severissima deprecazione per il nefasto innesco di questa pericolosissima crisi.

Eppure il da me amatissimo popolo Israeliano ha vissuto in questi giorni la necessità ineludibile di decidere qualcosa; e deve (e in parte ha già dovuto) farlo in un periodo di profonda crisi del suo contesto politico; e deve (e in parte ha già dovuto) farlo subito, perché è il suo annientamento lo scopo primo dei terroristi che l’hanno assalito ed insanguinato; e deve farlo – anche per noi – perché lo scopo ultimo dei terroristi (e di chi li finanzia e sostiene) è il mondo di cui noi siamo parte insieme ad Israele.

Decidere, hic et nunc ma anche sempre in ogni azione dell’uomo, impone una necessaria semplificazione del reale, cioè una scomposizione e una classificazione, in ordine di importanza, delle ragioni che inclinano ad una decisione, in un senso o nell’altro, sul da farsi e anche sul da non farsi, persino valutando i rischi di una non-azione (nel caso specifico, credo io, improponibile). Il decidere comporta, inevitabilmente, assumere il rischio dell’errore, tanto più quanto la decisione presenta i caratteri dell’estrema urgenza e anche della necessaria deterrenza di ogni ulteriore aggressione.

Non è alla portata della mia insufficiente saggezza nemmeno affacciare un’ipotesi di valutazione di ciò che già vediamo sul campo e che, ancor meglio, vedremo, purtroppo, nei prossimi giorni. La guerra, storica tabe della umana convivenza, tira spesso fuori il peggio di quanto alberga nell’animo umano. 

Quello che però sicuramente mi irrita, in un contesto così difficile (per chi deve decidere qualcosa) e gravido di conseguenze (per il popolo d’Israele e per il mondo) è il corrente e corrivo polifonema con cui ciascun enunciatore di verità in favore di telecamera qualifica la propria proclamazione di giudizio: senza se e senza ma, a riprova di immarcescibili determinazioni.

Non esistono decisioni di azione o di inazione (ma nemmeno di lontano e retorico supporto o condanna), valutate ed assunte senza se e senza ma, se non decisioni incoscienti; si può semmai tollerare il polifonema (senza se e senza ma) se riferito a princìpi, quando essi sono fondati su saldi valori non negoziabili per chi ha una certa concezione del vivere civile e dell’uomo. Non a caso, difatti, molto opportunamente la Chiesa di qualche tempo fa così qualificava i princìpi connaturali alla sua antropologia fondata sulla Rivelazione, ovviamente prescindendo dall’esito democratico di tale sua posizione, in un contesto nel quale l’antropologia cattolica pacificamente convive con tutt’altre – e oggi prevalenti – concezioni dell’uomo e della vita.

Vedremo comunque, ahimè nel tempo che scorre, la solidità delle suddette immarcescibili determinazioni.

Roma, 16 Ottobre 2023, 80° anniversario della razzia Nazista nel quartiere ebraico di Roma.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

domenica 24 settembre 2023

Il framing dell’Europa

Blue mood

(di Felice Celato)

L’avranno capito, i miei ventiquattro lettori, dalla rallentata frequenza di queste esche per conversazioni amicali: mi è passata la voglia di scrivere, per non risultare lamentoso ed uggioso (o forse per non esserlo anche con me stesso). Il fatto è che mi pare di vivere in un angoscioso periodo di “scientifica” manipolazione culturale ed emotiva, mirato alla costruzione di un’opinione pubblica pronta a digerire qualsiasi cosa, anche la più dissennata, per accompagnare desideri di una nuova egemonia culturale senza comprenderne veramente le implicazioni.

In queste macerazioni mentali mi ha accompagnato la lettura di un agile pamphlet messo su carta da un autore francese a me prima sconosciuto: si tratta di una breve rassegna quasi didascalica (non un saggio critico, quanto piuttosto un ragionato censimento) che Victor Pichard dedica (l’ho trovata in ebook fra le proposte di Amazon libri) alla Fabbrica del consenso per Decifrare le tecniche di manipolazione di massa delle quali si avvalgono i protagonisti delle moderne società della informazione diffusa e della disinformazione strumentale.

In questa specie di panoramica delle (molte e diffuse!) tecniche della manipolazione di massa, mi ha curiosamente colpito la tecnica del cosiddetto framing, cioè dell’incorniciatura – anche attraverso semplici scelte di vocabolario – di fatti ed intendimenti che, senza che appaiano direttamente affrontati, si vogliano raccomandare o demonizzare, per modo che essi vengano pregiudizialmente desiderati o temuti. Faccio un semplice (fors’anche banale) esempio tratto dal tema che più mi angoscia in questo periodo: la nostra percezione dell’Europa che, come sanno i miei lettori, considero l’unico ed irrinunciabile pilastro della nostra speranza per il presente e per il futuro: se io descrivo, chessò, una proposta di linee d’azione europea formulata da un qualsivoglia politico come una sveglia (o uno schiaffo) all’Europa, sto connotando, appunto, l’Europa come un’istituzione che abbia bisogno di essere svegliata o strapazzata per la sua inerzia. Che poi l’’Europa siamo noi (insieme agli altri paesi con i quali dobbiamo armonizzarci), con le nostre azioni o inazioni, capacità ed incapacità, non interessa a nessuno; e che proprio noi (fra l’altro, orgogliosi violatori di solenni impegni presi in materia di finanza pubblica) non avremmo titolo per svegliare o schiaffeggiare nessuno e men che meno l’Europa presso la quale abbiamo organi di governo e forze parlamentari democraticamente elette, non rileva. L’importante è connotare l’Europa di alterità o addirittura di ostilità, di farla sommariamente percepire come il vero ostacolo alla (notoria!) efficienza della nostra gestione di noi stessi. Se poi, quotidianamente, per titillare un malinteso orgoglio nazionale, parlo dei miei compagni di viaggio nella continua costruzione di un’Europa sempre migliore (chessò, della Francia o della Germania) come di ostili e prepotenti predoni, sto connotando la naturale condivisione di interessi diversi come una ingenua chimera; naturalmente minando alla radice ogni nostra capacità di tessere quei costruttivi compromessi che, soli, costituiscono una comunità; e, di fatto, erodendo quella che, per me, è la nostra irrinunciabile speranza.

Ecco, questa subdola azione di framing è destinata, come ogni messaggio semplificato, a radicarsi facilmente nelle menti più superficiali quali sono quelle di molti cittadini votanti; alla quale si prestano – credo più per pigrizia culturale o per avidità di marketing che per ragionata convinzione – molti media anche molto diffusi e talvolta molto schierati. Non certo, dunque, un attivo complotto, ma uno strumento laterale, volto ad assecondare più che a far ragionare e a comprendere, anche al prezzo di una certa sciatteria lessicale.

Intendiamoci: all’opera contro l’Europa non c’è solo il framing: c’è anche – e soprattutto – l’azione diretta di alcune parti politiche che l’Europa veramente non l’hanno capita ma l’hanno, in cuor loro, sempre avversata (e che mostrano, così, una straordinaria incapacità di tutelare i nostri veri interessi). Il framing semplicemente assicura un sicuro atterraggio di sciagurate intenzioni su un’opinione pubblica già predisposta all’opinione negativa e, per ciò, pronta a supportare anche quelle sciagurate intenzioni al riguardo.

Capirete come, con questo blue mood (e quanto appena detto è solo una delle sue cause), abbia perso la voglia di scrivere, anche a costo di rinunciare ai feed-back ai quali, nel tempo, mi ero abituato per aiutarmi a capire e – se del caso – anche ad accettare ciò che, così come lo vedo, mi pare inaccettabile.

Roma, 24 settembre 2023

 

[P.S. , per sorridere – ma non troppo – sul framing: provate ad immaginare se – per assurdo – il museo del Louvre lasciasse aggiungere sulla cornice (il frame) della Gioconda uno scritto del tipo “per la serie: sorrisi ebeti”. Sono convinto che, fra le file per ammirare l’immortale capolavoro di Leonardo, serpeggerebbero ben presto commenti del tipo: “beh, un po' ebete questo sorriso pare anche a me!”]

 

 

 

 

 

 

 

 

giovedì 31 agosto 2023

Verso l'autunno

La speranza non è ottimismo

(di Felice Celato)

Eccomi qua, di nuovo alla tastiera dopo la lunga pausa agostana. Scorrendo a ritroso i toni delle mie passate righe d’agosto, devo dire che ho fatto bene, quest’ anno, a non dar corso al lancio di esche per le nostre conversazioni asincrone, se non altro per non aggiungere un’altra voce alle Cassandre dell’inquietudine, quest’anno particolarmente tenaci.

L’agosto, di per sé, non giova alla qualità di ciò che si sente dire o che si legge sui giornali (sarà il caldo che affatica le “menti”? qualche prosecco di troppo nelle lunghe serate della tipica mondanità vacanziera? la rilassatezza che travolge rovinosamente ogni ragionamento filato? l’amore per toni di voce che vincano il rumore della risacca?); e, per riflesso, l’agosto non fa bene all’umore di chi ne vorrebbe trarre commento o spunti per guardare avanti, insieme agli amici coi quali vale la pena di confrontarsi. 

Meglio allora non scrivere; e difatti dal 25 luglio non ho “vergato” righe di sconforto, pur nella grande ricchezza degli spunti in tal senso. Le nostre convulsioni confuse e rumorose; le ventate di disprezzo vicendevole che frammentano il volto e la mente della nostra società; le propalazioni di grossolane retoriche a presa rapida; la sorte di questa guerra impantanata e gli scenari geopolitici in movimento; le elezioni europee e le scadenze ineludibili del nostro essere, ad un tempo, cittadini Europei lamentosi e rivendicativi, ma beneficiati, forse più di ogni altro, dell’Europa. Ce n’è quanto basta per essere, tutti, profondamente inquieti. 

Senonché; senonché eccoti un piccolo evento (ancora) misterioso (starei per dire: provvidenziale): un ignoto ma raffinato amico mi fa avere, l’altro ieri, in forma anonima (tramite Amazon), un agile libretto di cento pagine (stampato anche con caratteri “umani”!) di un giovane Domenicano francese (Adrien Candiard, nato nel 1982) intitolato La speranza non è ottimismo – Note di fiducia per cristiani disorientati (Emi editore, 2021).

Diciamo subito che il libro non rivolge la sua attenzione alla speranza come virtù dell’individuo ma alla speranza come… virtù collettiva di una comunità (quella cristiana) che vive con angoscia la presente scristianizzazione del mondo: è vero – qui l’autore fa, fra i tanti altri, un esempio minore, amaro ma a suo modo significativo –  che il cristianesimo è certamente in Europa la sola religione che nell'universo mediatico possa essere presa in giro praticamente senza rischi, e questo perché rimane, nel senso comune, l'espressione maggioritaria: ridicolizzarla è anche un po’ prendere in giro se stessi, non disprezzare gli altri; e i piccoli Voltaire dei nostri giorni, liberati dalla minaccia della Bastiglia, possono tra l'altro concedersi il dolce brivido della trasgressione senza rischi. 

Di fronte a questo sradicamento della presunta promessa (del resto altre volte sconfessata dalla storia) del trionfo del cristianesimo nel mondo, Candiard si rifà al libro di Geremia che vive e racconta il travolgimento del piccolo regno di Giuda (siamo nel sesto secolo a.C.) ad opera di Babilonia (cito ancora: Ma è proprio nei giorni d'angoscia dell'assedio di Gerusalemme che, probabilmente attanagliato dalla fame, certo dell'avvicinarsi della catastrofe, incarcerato da un'aristocrazia che lo giudica pericoloso per il morale della popolazione, e minacciato di morte, Geremia si mette a scrivere cose folli. Lui che era così realista su quel vicolo cieco che era la rivolta, annuncia che Dio ricreerà tutto a partire da niente).

Ma il cristiano deve sapere che, per i destini del mondo, la Chiesa non ha nulla da offrire. In magazzino ha un unico prodotto: la salvezza, la vita eterna. Se lascio intendere che abbiamo altre cose, allora rischio di ingannare chi mi ascolta….( ecco il perché del titolo: la speranza non è ottimismo). Ma quando parlo di salvezza, quando parlo di vita eterna, non parlo della vita dopo la morte. Non solo, in ogni caso. Perché, se è eterna, per l'appunto non si trova nello svolgimento del tempo: essa è fuori del tempo o, più esattamente, è tutto il tempo…. La vita eterna comincia adesso e prosegue eternamente…. E dunque, sperare, per il cristiano (anzi: per la cristianità) è qualcosa di molto concreto: è credere che Dio ci rende capaci di porre degli atti eterni. Che, quando ci amiamo, questo amore non è semplicemente un bel sentimento in un oceano di assurdità votato alla morte, ma una finestra che apriamo sull'eternità. Perché gli atti eterni, gli atti che noi possiamo fare, i cui frutti sono eterni, sono naturalmente gli atti d'amore, i soli che contino. Sono questi che costruiscono già nel nostro mondo l'eternità, il regno di Dio… Sperare non è mentire a sé stessi o nascondere la testa sotto la sabbia. E’ credere che l'amore è più solido di tutto il resto, perché a differenza delle nostre ambizioni, delle nostre ricchezze, dei nostri conflitti, di tutto ciò che troppo spesso ci distrae dall'essenziale, l'amore ha promesse di eternità…Trasformare gli avvenimenti in opportunità di amare vuol dire riprodurre nel quotidiano il miracolo di Cana. Cambiare l'acqua della vita ordinaria in vino di vita eterna.

Conclusione: il così denso libro, di cui, con troppe parole, ho cercato di far intuire almeno il senso, va letto (e magari anche riletto), sia che si sia credenti sia che si voglia solo capire cosa propongono questi superati creduloni. E… il misterioso e colto donatore va rintracciato, almeno per ringraziarlo di avermene fatto destinatario: le indagini sono in corso.

Roma, 31 agosto 2023.

 

 

 

 

 

martedì 25 luglio 2023

Risveglio

….con letture

(di Felice Celato)

La ricorrenza del 25 luglio (per chi non lo ricordasse: il 25 luglio 1943, 80 anni fa, il fascismo, dopo aver distrutto il paese – pardon: la nazione - distrusse, speriamo definitivamente, anche sé stesso) mi ha accompagnato nel risveglio dallo stato catatonico (da Treccani, con sottolineatura mia: quadro psicopatico a base dissociativa, nel quale l'azione si svincola quasi interamente dalle motivazioni razionali e affettive e resta inceppata in contrasti automatici che li irrigidiscono o la rendono saltuaria e stolida) nel quale ….il caldo l’aveva precipitato a partire dall’inizio del mese di luglio.

E allora eccomi qua, dopo un mese di silenzio, almeno a dar conto di qualche lettura di questo periodo, strano ma in fondo – per misteriosi motivi, che non sto qui ad investigare – rigenerante.

Cominciamo con un romanzo, anzi, per dirla alla latina, una satura lanx (piatto misto) di narrazioni molto strutturate. Strutturate, perché Trust, il corposo libro di Hernan Diaz, edito da Feltrinelli (2023) e premio Pulitzer 2023, è in realtà una geniale composizione di narrazioni diverse (tutte molto gradevoli alla lettura ed unitariamente molto interessanti, per la pluralità delle voci che sviluppa). Penso che sia utile – senza nuocere al piacere della lettura – “svelare” in anticipo questa struttura (per renderla meno faticosa); il libro si compone di quattro macro-capitoli: Fortune (il primo di essi) è un romanzo vero e proprio: la vita di un magnate della finanza (USA) e di sua moglie Helen; il secondo, La mia vita, è un abbozzo di un’autobiografia – con molti rinvii a indefiniti completamenti – scritta da chi (Andrew Bevel) crede di riconoscersi nel testo del romanzo, insieme a sua moglie Mildred Bevel (la Helen di Fortune), e intende difendersi (e difendere la memoria della moglie Mildred) dal ritratto indiretto implicito in Fortune. Il terzo, la chiave di tutto il libro, Memorie nel ricordo, è la storia di una giovane scrittrice italiana incaricata da Andrew Bevel di fare ricerche per completare l’abbozzo de La mia vita e per difendere l’immagine della moglie, sempre dal ritratto indiretto che ne fa Fortune. Il quarto macro capitolo, Fondazione, contiene i diari di Mildred riesumati dalla giovane scrittrice italiana.

Complessità strutturali a parte, il libro è veramente gradevole ed interessante (segnalo, in particolare, per il loro significato anche… pedagogico, le pagine dedicate dalla giovane scrittrice italiana alla condizione degli italiani emigrati negli USA nei primi decenni del ‘900). Ne raccomando senz’altro la lettura.

Poi una rilettura, a distanza di anni: di Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere (Adelphi, 1989): la leggerezza è fugacitàlibertà priva di significatoun abbozzo senza quadrouno schizzo di nulla. Queste sono le parole che sintetizzano le strane vite dei principali protagonisti di questo romanzone, pensoso e ribelle (al comunismo); le loro vicende lasciano in bocca il sapore di quella insostenibile leggerezza pur in mezzo alle tante (e drammatiche) avventure che vivono, sempre senza autentica comprensione del senso del loro vagare, fino al finale, percorso da un fugace brivido di eternità. 

 Ancora, una scoperta: di Emanuela Fontana, La correttrice (Mondadori, 2023): una fiction storica, basata sulla storia vera del rapporto di collaborazione (per sciacquare i panni in Arno) fra una giovane fiorentina, Emilia Luti, ed Alessandro Manzoni per l’edizione finale de I Promessi Sposi (1842).  Per chi come me, ama molto Manzoni e I Promessi sposi, una piacevole scoperta (Emilia Luti è veramente esistita e ha effettivamente collaborato col Manzoni, nei termini narrati nel libro) che ha fatto dimenticare qualche ridondanza narrativa. 

Infine un saggio veramente interessante: di Sergio Di Filippo, Nudge – una spinta poco gentile? IBL Libri , 2023. Si tratta di una ampia disamina dei pericoli insiti nel c.d. libertarian paternalism, un atteggiamento di finto liberalismo basato sulla assunzione che possa spettare ai pubblici poteri di indirizzare i cittadini alla pratica di questa o di quella (presunta) virtù, non attraverso la coercizione ma attraverso il nudge, la spinta gentile, la persuasione che si insinua nell’ambito delle sfere individuali con la proposizione di presunti modelli virtuosi, dei quali il nudger (una specie di pubblico influencer) si sente detentore; come se chi, col suo voto, porta al potere l’aspirante nudger, gli conferisca una sorta di paternalistica vigilanza su di sé. Il libro è denso di ragionamenti sul tema, partendo da concetti di behavioral economics (economia comportamentale); e non è certo il caso di tentare di aggiungerne altri. Mi permetto solo di allineare ad essi una provocatoria domanda di ordine sociologico: ma voi, vi sentireste tranquilli di affidare ai nostri rappresentanti politici (non importa quali) il compito di vigilare con cura paterna (quand’anche perciò benevola) anche sulle vostre libere e legittime scelte private? Io no.

Roma 25 luglio 2023

 

domenica 25 giugno 2023

Uva e fichi

….richiedono tempo.

(di Felice Celato)

E’ passato più di un mese da quando, per mantenere vive le nostre conversazioni asincrone (sempre senza pretese di verità), ho scritto qui l’ultimo post (del 19 maggio).

In questo insolito periodo di pausa (periodo di temporali, di funerali, di “coccodrilli” più o meno decorosi, di nuovi angoscianti annegamenti, di primi caldi veri, di profezie pettegole e brevi-miranti, di cronache nere diventate invasive, di cronache politiche desolanti, di ribellioni e pentimenti) semplicemente non ho avuto voglia di scrivere; e nessuno ne avrà sentita la nostalgia. 

Io, però, sì, ho avuto nostalgia delle riflessioni davanti alla tastiera; nostalgia che ha finito per prevalere sulla stanchezza (che forse non ha solo ragioni stagionali); ma anche per prevalere sulla sensazione di non riuscire più a padroneggiare il fastidio per questo nostro chiassoso ed indecifrabile presente.

Così, per non commentare i fatti dei tempi, ricorro al Libro che non ha tempo, perché tutto il tempo racchiude; e dal Vangelo (secondo Luca, stavolta) ho tratto il passo che mi ha accompagnato nelle riflessioni di questi giorni: Non c'è… albero buono che faccia frutto guasto, né ancora albero guasto che faccia frutto buono. Infatti ogni albero si conosce dal suo frutto; perché non da spine si raccolgono i fichi, né da rovo si vendemmia uva (Lc 6, 43-44; ma più o meno con le stesse parole anche Mt 7, 18 e 12, 35). 

Ecco: ogni albero si conosce dal suo frutto; ma nel tempo giusto del raccolto. 

Se applicassimo questo concetto alle cronache, probabilmente gran parte di esse perderebbero molte parole (e non sarebbe un male, anche per i nostri noiosi giornali!), nell’attesa della stagione dei raccolti, quando ognuno sarà (forse) in grado di riconoscere l’uva e i fichi. 

Attendendo questa stagione (e, si sa, fichi e uva sono frutti dell’estate matura o addirittura del primo autunno), “godiamoci” le nostre follie sul MES; che però un beneficio (tra i tanti mali che cagionano alla nostra cittadinanza Europea) ce l’hanno: dimostrano per tabulas che non esiste una “volontà dell’Europa” senza la volontà dei Paesi che la compongono; ripetendomi, starei per dire: l’Europa siamo noi… purtroppo.

Vedremo, ma nella stagione dei raccolti, perché ogni albero si conosce dal suo frutto. E il frutto chiede il tempo. E il tempo pesa; per esorcizzarne l’ansiogeno decorso, mi sono rifugiato nella lettura di un saggio di Dario Antiseri su Blaise Pascal (Pascal – Miseria e grandezza dell’uomo, Editore: Mimesis, 2022)  di cui quest’anno ricorre il quattrocentesimo anniversario della nascita: se non ci fosse nessuna oscurità, l'uomo non sentirebbe la propria corruttela; se non ci fosse nessuna luce, non spererebbe nessun rimedio.

Roma 25 giugno 2023