lunedì 27 febbraio 2023

Una forte emozione

E noi dove eravamo?

(di Felice Celato)

So bene che le emozioni sono parte inscindibile dalla nostra umanità, e che spesso ad esse sono dovute alcune tra le più nobili azioni che noi umani, a nostro modo, riusciamo a mettere in campo. Eppure, per antica convinzione, sono portato a “temerle”, le emozioni, quando esse prendono il sopravvento sulla nostra natura di esseri razionali (si veda al riguardo il bel libro Against empathyThe case for rational compassion, di Paul Bloom, qui segnalato il 21 settembre 2017).

Con tutto ciò, non posso negare di essere stato profondamente commosso dalle cronache del naufragio di emigranti che ieri ha reso le belle coste della Calabria un lugubre teatro di morte. Il pensiero dell’uomo di fede è andato – inevitabilmente – al “silenzio di Dio”, al cui aiuto si saranno rivolti molti di coloro che le onde inesorabilmente sommergevano.

Questa eterna domanda di senso che l’uomo rivolge a se stesso di fronte alle tragedie più assurde ha trovato solo risposte provvisorie (come provvisoria – già e non ancora – è la nostra esperienza di Dio finché siamo in vita), anche se spesso profondamente inquietanti: al “dov’era Dio ad Auschwitz?” Primo Levi rispondeva a se stesso “c’è Auschwitz, quindi non può esserci Dio”; ma William Clark Styron contrapponeva “e l’uomo dov’era?”. Ancora più provocatorio,  Ronald Balson: “Dio c’era, ma stava piangendo!”; forse (aggiungo io) “pentito” della libertà che ha regalato alle sue creature, se questo è l’uso che ne fanno (chi vuole può vedersi su YouTube – ogni tanto fa bene al timore che dobbiamo avere di noi stessi – il discorso di Mussolini del 18 settembre 1938 di fronte alla piazza osannante di Trieste, per annunciare “la scottante attualità del problema razziale”).

Per nostra fortuna lontani da tale abisso di scelleratezza, ci balocchiamo di fronte alle morti con altre retoriche: la “colpa” è dei trafficanti di uomini (nota un mio acuto amico, parimenti emozionato: come se quelli che ci vendono gli ombrelli per strada fossero colpevoli della pioggia); il “rimedio” è impedire le partenze, come se (nota sempre il mio amico) contro la pioggia la soluzione sia bloccare le nuvole.

Al di là di queste miserie delle nostre coscienze (di governo o di opposizione, italiane od europee, qui non importa) non ci resta  che piangere i morti di Calabria, annegati o spezzati nei loro legami familiari mentre inseguivano la loro umana speranza. I nostri lidi erano la loro salvezza, la nostra vita il sogno delle loro aspirazioni, la nostra mano l’àncora del loro approdo. E noi, uomini, dove eravamo?

Roma 27 febbraio 2023

 

martedì 21 febbraio 2023

Segnalazione brevissima

Il debito pubblico

(di Felice Celato)

Brevissimo, questo post, perché l’ottimo libro che segnalo (di Sandro Momigliano: Il debito pubblico italiano, Carocci 2022), quantunque sufficientemente chiaro anche per i non addetti ai lavori, è, per la natura dell’argomento, destinato ai pochi “appassionati” della materia, temo piuttosto rari fra i lettori di queste colonnine. 

Ma la “materia” è così palpitante di attualità (si pensi solo alle attualissime polemiche sul cosiddetto superbonus) e così gravida di riflessi e di conseguenze sul prossimo futuro che l’aggiornarsi sul tema “vale la pena”, specie se – come nel nostro caso – la trattazione dello stesso è fatta con chiarezza, lucidità e competenza. [Tuttavia, per non ricevere contumelie da parte di eventuali lettori a seguito di questo post, devo purtroppo segnalare la scellerata scelta dell’editore in ordine alla veste tipografica del volumetto: basti dire che, per leggere alcune note, ho dovuto munirmi di lente di ingrandimento! Ma, confermo, anche di leggere le note “valeva la pena”, per merito dell'autore, ovviamente]

Senza entrare nel merito della trattazione, mi limiterò a citare la conclusione dell’autore: Concludendo, ridurre stabilmente il debito non richiede interventi draconiani, ma un cambio di mentalità. Occorre capire che è nel nostro interesse rispettare pienamente le regole condivise con gli altri paesi dell'unione monetaria, che l'aiuto proveniente dall'Europa non è né un atto dovuto né un sostituto di politiche di bilancio sostenibili. Serve, soprattutto, recuperare un valore attualmente in disuso: la responsabilità verso noi stessi e le prossime generazioni.

Se volessimo indulgere al mio modo di definire le cose, potremmo dire che il problema del debito pubblico italiano (Il macigno, come lo definì qualche anno fa Carlo Cottarelli nell’omonimo libro che segnalai qui nel maggio del 2016 e che tratta delle stese cose di questo oggi portato alla… assai probabile disattenzione del lettori) è, in fondo, il mero risvolto finanziario della cultura (o della sindrome?) statolatrica dell’elettore medio Italiano (cfr. La metafora dell’uovo e del pulcino, un post del 18 luglio u.s ….dunque anche  prima delle ultime elezioni), certamente di non recenti radici.

Roma,  21 febbraio 2023 

domenica 19 febbraio 2023

Un'eco di Eco

Segnalazione

(di Felice Celato)

Eccomi qua con una nuova segnalazione di lettura. Si dirà che giusto pochi giorni fa parlavo con soddisfazione del mio periodo delle ri-letture; e dunque che una nuova lettura deve proprio essere interessante, per aver interrotto il mio beato … digiuno dal presente!

Il fatto è però che questa nuova lettura è anch’essa in qualche modo una ri-lettura, perché gli scritti di Umberto Eco raccolti nel volumetto di La nave di Teseo (2023), L’era della comunicazione, sono – come è ovvio, essendo l’autore purtroppo morto sette anni fa – editi da tempo e anche, per così dire, stagionati (il primo è del 1967, l’ultimo del 2010) e in buona parte già letti; però, per le ragioni che dirò, estremamente attuali e, in ogni caso, focalizzati su un tema che, di questi tempi, giornalmente, mi provoca.

Parliamo subito del libro: edito con grande cura della leggibilità, scritto magnificamente, come è proprio di questo coltissimo ed acutissimo autore, il testo è anche estremamente piacevole alla lettura, perché Eco era, oltretutto, una persona ironica e molto spiritosa. Esso mette in fila, con dovizia di esempi, le evoluzioni e le involuzioni della stampa, prevalentemente nostrana, nel suo rapporto con la notizia, con la qualità della stessa e con il rispetto della realtà, dei suoi attori e delle sue proporzioni nel critico discrimine fra la notizia ed il suo rumore. E ancora: nei suoi rapporti con le fonti informative “concorrenti” (la TV soprattutto, nei tempi in cui Eco scriveva). E, infine: nella indipendenza della funzione informativa e nella trasparenza della funzione critica che, comunque, alla informazione legittimamente pertiene, come è ovvio.

Dunque, una lettura altamente raccomandata! Certo però non tale da incoraggiare – tanto più a distanza di anni, tutt’altro che facili, da questo punto di vista – una vera riconciliazione con il quotidiano dovere (ahimè! ineludibile per il cittadino cosciente) di leggere i giornali.

Non è solo una questione di sconfortanti contenuti (di questi tempi, talora sono proprio le notizie ad essere di per sé sconfortanti, ne abbiamo fatto cenno, qui, più volte); è anche una questione di linguaggi, e non solo per quel ripiegamento, per così dire, popolaresco, sulle “frasi fatte” di cui Eco dà un saggio citando – a mo’ di esempio – due pagine del Corriere della sera e di Repubblica del 1995 (l’anno in cui scriveva questo “pezzo” tratto dal suo libro Cinque scritti morali, appunto di quell’anno). No, non solo: per me è anche un problema di toni insopportabilmente faziosi, di per sé intesi a fornire, già nei titoli, esaltate sintesi giudicanti alla portata di quella entità magmatica che si chiama oggi “la gente”, direi io ad usum asinorum; così, solo per fare un esempio, l’esito di un dibattito fra due politici viene spesso riferito come “sbugiardamento” o addirittura “asfaltatura” da parte di quello della propria fazione ai danni di quello della fazione avversa. Ma per farsene un’idea ancora più significativa basta scorrere – almeno su certi giornali – le cronache dei dibattiti comunitari, fra legittime diversità di pareri ed interessi di paesi membri dell’UE (specie di quelli verso i quali coltiviamo i nostri complessi di inferiorità o di superiorità), riferiti a base di “schiaffi”, “sgambetti”, “trucchetti” e via dicendo (sempre a nostro danno, naturalmente).

La conclusione paradossale di Eco è di natura etica (come tornare al silenzio) e, al tempo stesso, un tema di ricerca semiotica (una semiotica del silenzio nel discorso politico, cioè una lunga pausa …come creazione di suspense, ….come minaccia); ma, appunto, una conclusione paradossale della quale non possiamo tenere pratico conto: poiché – dice Eco – è solo nel silenzio che funziona l'unico e veramente potente mezzo d'informazione che è il mormorioitaliani, io non vi invito alle storie, ma vi invito al silenzio.

E quindi qui mi taccio, conscio di non saperlo purtroppo far mio, il paradossale consiglio di questa bella raccolta di scritti inintenzionalmente datati; se non nell’invito al …mormorio di queste righe. 

Roma 19 febbraio 2023

 

 

 

 

 

 

 

sabato 11 febbraio 2023

Scrivere e/o rileggere?

 Astrazioni dal presente

(di Felice Celato)

Un bell’articolo di Federico Baccomo su Futura, la newletter del Corriere della sera, mi ha indotto a pormi la stessa domanda che l’autore immagina gli venga posta: Ma tu, perché scrivi? E’ una domanda che – senza essere propriamente uno scrittore – ogni tanto mi faccio, specie dopo una pausa nel ritmo di queste che ho chiamato le conversazioni asincrone di questo blog.

La mia risposta sta tutta nella natura di questi brevi scritti: conversazioni asincrone, appunto; cioè un modo per mantenermi in contatto coi pochi amici coi quali valga la pena di dia-logare, cioè conversare attraverso (attraverso anche le occasioni create da questo piccolo mezzo della moderna comunicazione), per scambiarsi opinioni su quello che vediamo, sentiamo, pensiamo, esorcizzando così qualche vuoto delle nostre giornate. Non a caso ho cominciato a farlo (una dozzina di anni fa) quando hanno preso a diradarsi gli impegni che tengono giornalmente occupati la maggior parte dei nostri pensieri.

Non sempre però (ed è quello che mi accade di questi tempi) quello che vediamo o sentiamo o pensiamo “giustifica” l’azione del parlarne. Il silenzio mi pare spesso più adeguato al presente, a quello nostrano e mondano; un silenzio attonito, preoccupato, talora disgustato. Rimane però la parte “ludica” del confrontare opinioni, magari con qualche intento pro-vocatorio (del “chiamare fuori”, cioè) che spesso mi è proprio. Perciò, eccomi di nuovo dietro la tastiera; per “rendere conto” di ciò che ho fatto, in questo quasi mensile tacere, per estraniarmi emotivamente dai rumori del “villaggio”.

Dunque, in questo periodo mi sono intensamente dedicato ad un’attività che spesso raccomando a me stesso: quella di rileggere, non solo quello che ho scritto nel tempo e per rivedere l’evoluzione del mio sentire (e tentare di capirla); ma anche – anzi soprattutto – per rileggere quello che, nel tempo, ha lasciato qualche traccia nella mia mente. Ri-leggere è infatti un’occasione per verificarsi, per “controllare” ciò che nel tempo possa essere mutato anche nei nostri apprezzamenti, nei nostri gusti, nelle nostre reazioni al fluire del tempo.

Poiché spesso ho lasciato, qui, traccia delle mie letture preferite, è inevitabile che le riletture di questo periodo siano state, appunto qui, già segnalate; è perciò altrettanto inevitabile che, nel “renderne conto”, mi debba fastidiosamente autocitare.

Allora torno pressantemente ad invitare alla lettura di tre libri riletti in queste settimane, ove mai (non voglio, però, crederlo!) qualcuno dei miei lettori non abbia tenuto conto di ciò che via via segnalavo (rispettivamente il 3 settembre 2013, il 26 marzo 2012 e il 10 novembre 2013). 

Vengo al sodo, è proprio il caso di dire; e infatti comincio con una ri-segnalazione tosta: si tratta del (corposo e denso) volume che un autore di religione e cultura ebraica (Sholem Asch) dedica alla vita di San Paolo (L’apostolo, è appunto il titolo del libro), tracciando una storia delle primissime predicazioni cattoliche, che l’autore intreccia benissimo con la storia dei tempi, attingendo copiosmente dalle fonti classicamente cristiane (Atti degli Apostoli e Lettere di San Paolo), facendo delle molte pagine (quasi 700!) una lettura anche avvincente.

Passo poi a due libri – da leggere assolutamente in sequenza, perché fra loro intimamente connessi – di tutt’altra natura, due libri di gusto “metafisico”, adatti – l’ho già scritto quando li ho segnalati – per lettori maturi, cioè forse anche nell’età (non solo nel gusto): Requiem e Per Isabel di Antoni Tabucchi: due consecutive divagazioni  nella memoria dell’autore, sospese in quel limbo del passato dove i ricordi (e i rimpianti e la realtà vissuta e le suggestioni più delicate delle nostre esperienze)  cominciano  a dissolversi in atmosfere oniriche e metafisiche, lungo i confini fra il reale e l’inquietudine del sognato, fra la concreta esperienza del passato e la sua significazione immaginaria.

Bene: non si vorrà negare che ho fatto del tutto per astrarre i miei lettori dal tossico dei tempi, e persino dalle imminenti… e appassionantissime  elezioni regionali.

Se qualcuno però sente la necessità di tenersi al corrente – e mi dispiace per lui o per lei – può anche rinviare ancora la lettura dei bellissimi libri che ho ri-segnalato. In fondo le pagine dei libri, specie di quelli buoni, sanno aspettare.

Roma  11 febbraio 2023 (desueto anniversario della Conciliazione ma, soprattutto, decimo anniversario delle dimissioni di BXVI)

 

giovedì 19 gennaio 2023

Segnalazione breve

Stato essenziale e società vitale

(di Felice Celato)

Per “compensare” i lettori delle “lungaggini” dell’ultimo post, eccomi con una segnalazione breve; l’oggetto è lo stimolante volumetto, di un centinaio di dense pagine, scritto a quattro mani da Alberto Mingardi e Maurizio Sacconi col titolo Stato essenziale società vitale – Appunti sussidiari per l’Italia che verrà (Editrice Studium, 2022).

Si tratta di una ragionata ed argomentata raccolta di idee e proposte destinate a ri-generare, anche in Italia, quel contesto socio-politico e, starei per dire, culturale che il titolo enuncia con chiarezza: uno stato essenziale (nei suoi ambiti propri e nelle sue modalità funzionali) per ridare vigore alla nostra società immalinconita e depressa (cfr. Censis 2022), imbolsita da uno stato pesante e invadente, instancabile dilatatore del proprio perimetro (e del proprio debito); un intento – l’avranno capito subito, dal titolo, i lettori più attenti di questo blog – che è lo stesso che avevo qui cercato di delineare un paio di mesi fa (Il mantello – Appunti liberal-democraticipost del 18 novembre 2022), tentando di fabbricarmi un mantello di soli principi per “proteggermi” dai venti che seguitano a spirare dal "quadrante" statolatrico. [Ho usato qui troppe volte questo termine per doverne chiarire il senso; chi invece vuol tornare a sorriderne può riandare al post del 5 marzo 2017, Spigolature di statolatria/2 – La sindrome di Munchausen].

Ecco, il libretto di Mingardi e Sacconi sviluppa (come dicevo: con ricchezza di argomenti) proprio questo cammino; e costituisce – mi pare – quell’ esempio di ri-progettazione del futuro di cui sentono il bisogno tutti quelli che avvertono con chiarezza la latenza delle risposte della nostra politica (cfr. Censis 2022) e l’obnubilamento della responsabilità collettiva di futuro che ha finito per caratterizzare la nostra società (cfr. Censis 2022).

Non voglio ( e non saprei nemmeno) dire se le proposte dei due autori (in molti e diversi ambiti) siano – tutte e pienamente – efficaci rispetto allo scopo che il titolo stesso del volume sintetizza; però è certo che esse vivono, nel loro dipanarsi, di una coerenza che mi pare perfettamente funzionale ad esso. Ed è anche certo che l’aria che si respira nelle pagine di Mingardi e Sacconi fa molto bene… alla respirazione civile.

Insomma: una lettura che raccomando a tutti, anche (anzi, forse soprattutto) a quelli che non sentono – diversamente da quanto accade a me – il bisogno di una radicale discontinuità, di una via coraggiosa e promettente (non ignota alla nostra storia) verso una società migliore per gli uomini e le donne che avranno la fortuna di ritrovarla e di abitarla.

Chiudo la segnalazione riportando un antico (1952) ma sempre attuale monito di don Luigi Sturzo, citato in esergo al volumetto: Guai che un uomo, che un gruppo di uomini, pensino di modificare il mondo con la bacchetta magica del potere statale, credendosi onnipotenti, mentre dovrebbero sentirsi umili cooperatori delle forze sociali nel loro progressivo sviluppo.

Roma 16 gennaio 2023

 

domenica 15 gennaio 2023

Rimuginando

.... fra politica e culinaria

(di Felice Celato)

Mentre osservo, con umore depresso, lo scialbo dipanarsi del nostro pubblico discorrere di politica, infastidito dalla confusa occupazione di slogan più o meno vuoti (e pericolosi), mi è tornato in mente un libro di “apparente” culinaria al quale ho qui dedicato tre anni fa una calda segnalazione per la lettura (Oltre la storia culinaria, del 25 gennaio 2020): si tratta de Il mito delle origini (Laterza, 2019, disponibile anche in ebook) nel quale lo storico dell’alimentazione Massimo Montanari traccia una breve storia degli spaghetti al pomodoro

Come si connette la politica dei miei… fastidi con l’arte della cucina? Coloro che a suo tempo hanno seguito il mio consiglio per la lettura non faticheranno a intuire le ragioni della connessione ( e potranno, senza rimorso, abbandonare la lettura di questo post); coloro che invece non abbiano letto l’eccellente libretto sono sicuro gradiranno leggerne almeno l’intera introduzione (Parole. Maneggiare con cura) e qualche riga delle conclusioni, perdonando lo “sforamento” della consueta lunghezza dei nostri post; mi pare, infatti, che le forse non troppe righe contengano molti spunti per riflettere sulle parole (e sui concetti) che tanto spesso non sono proprio maneggiate con cura.

Idolo delle origini lo chiamava Marc Bloch, il più grande storico europeo del Novecento. Ricercare nel passato ciò che prepara il presente, diceva Bloch, è un’ossessione tipica di chi si occupa di storia. Essa domina anche l’immaginario collettivo. Niente di male, in apparenza. Tutto sta a intendersi sul significato di ‘origini’. Semplicemente ‘inizi’? In questo caso, il concetto sarà abbastanza chiaro. O si vorranno intendere le ‘cause’? In questo caso, saremmo di fronte a un determinismo storico tanto ingenuo quanto insostenibile, e contraddetto dall’esperienza: dato un punto di partenza x, non esiste un solo punto d’arrivo y ma una molteplicità di direzioni possibili, definite dalle circostanze, dall’interazione di forze diverse, dal caso, dall’imprevisto. 

Il problema è che tra i due significati avviene spesso un salto logico: «nel vocabolario corrente le ‘origini’ sono un cominciamento che spiega. Peggio ancora: che è sufficiente a spiegare». Qui sta l’ambiguità, qui il pericolo: confondere una filiazione con una spiegazione. Perché una ghianda non è una quercia. 

La metafora di Bloch è fulminante. «La quercia nasce dalla ghianda. Ma diventa quercia e tale rimane, solo se incontra condizioni d’ambiente favorevoli, che non dipendono più dall’embriologia». Ed è questo che veramente interessa lo storico: l’analisi delle condizioni ambientali, del tessuto economico, sociale, culturale che consente alla ghianda di diventare quercia. Le origini, a quel punto, importano davvero? 

Le origini in realtà non spiegano nulla, perché un seme è necessario a dar vita a una pianta, ma non sufficiente a generare una radice e, su questa, una pianta. Ecco che cosa sono le ‘origini’: non una ‘causa’ ma semplicemente un seme che può diventare pianta, a condizione di incontrare un ambiente favorevole. È la parola-chiave: incontrare. Più numerosi e interessanti saranno stati gli incontri, più ricchi saranno i risultati, più forte e robusta la pianta. In questo modo essa avrà costruito la propria identità, che, come ogni prodotto della storia, è viva e mutevole. Viva in quanto mutevole – «il moto è causa d’ogni vita» è il celebre aforisma di Leonardo. Quanto alle radici che questa identità hanno reso possibile, lanciarsi alla loro ricerca è un’esperienza che può rivelarsi più avventurosa del previsto, portandoci a visitare luoghi, società, culture che non sono necessariamente la nostra. 

Radici e identità sono parole pericolose, da maneggiare con cura. Frequentemente le si vedono fraintese e confuse, mentre è importante distinguerle. Le radici abitano il passato: sulla linea del tempo – se vogliamo raccontare la nascita, la crescita, lo sviluppo di qualsiasi realtà – stanno all’inizio, e nello spazio si allargano per trarre alimento da ogni fonte raggiungibile (la metafora botanica, affinché sia utile, va usata fino in fondo). All’altro capo della linea del tempo stanno le identità, che invece abitano il presente – un presente mobile, sempre teso a proiettarsi nel futuro diventando esso stesso passato. In qualsiasi punto della linea cronologica, le identità sono un punto d’arrivo: spazi mentali e materiali ben delimitati le caratterizzano, ma sempre instabili e mutevoli, come è proprio di tutto ciò che vive. 

Perdere di vista questa vitalità significa precludersi uno sguardo veramente storico attorno al tema delle identità e delle radici da cui esse provengono, ossia le loro ‘origini’. Significa pensarle immutabili rispetto al futuro, preoccupandosi non di tenerle in vita – con gli opportuni adattamenti – ma di congelarle, codificarle, musealizzarle. Significa pensarle immutate rispetto al passato – un passato che a questo punto diventa puro mito e colossale mistificazione. È l’idolo delle origini che rispunta, contro ogni evidenza, contro ogni logica. E si giustificano le scelte radicali di quanti non si limitano a raccomandare cautela nell’uso di questi concetti e di questi termini, ma li contrastano fino ad auspicarne l’eliminazione dal vocabolario e dall’immaginario collettivo. Contro le radici ha scritto Maurizio Bettini, Contro l’identità ha scritto Francesco Remotti – giusto per citare due casi esemplari. Contro le origini si sarebbe potuto chiamare questo piccolo saggio. Ma lo storico si illude che il semplice racconto dei fatti possa aiutare a far luce sul senso delle parole e delle cose. Soprattutto quando le ‘cose’ sono aspetti della vita con cui ci confrontiamo quotidianamente. Per esempio il cibo, i prodotti alimentari, le ricette di cucina. 

È possibile sedersi a tavola di fronte a un piatto di spaghetti al pomodoro e riflettere sul senso delle radici, delle identità, delle origini? È quanto ho provato a fare in queste pagine.

 

E, in conclusione del libro: Questa piccola grande storia ci ha mostrato – nella concretezza di un piatto di spaghetti – che l’identità non corrisponde alle radici. L’identità è ciò che siamo. Le radici non sono ‘ciò che eravamo’ bensì gli incontri, gli scambi, gli incroci che hanno trasformato ciò che eravamo in ciò che siamo. E più andiamo a fondo nella ricerca delle origini, più le radici si allargano e si allontanano da noi – proprio come accade sotto le piante. Usando la metafora fino in fondo, scopriremo che le radici, spesso, sono gli altri. Cercare le origini di ciò che siamo sarà dunque un modo per incontrare gli altri. Gli altri che vivono in noi.

Roma  15 gennaio 2023

 

 

mercoledì 4 gennaio 2023

Stupi-diario del tempo

Ultimo quarto

(di Felice Celato)

Se chiedessimo ad un bambino della prima elementare di contare le ore della giornata, sicuramente il bambino comincerebbe da 1 e proseguirebbe fino a 24, soddisfatto di aver sciorinato così le prime acquisizioni dell’aritmetica e anche le prime nozioni della misurazione del tempo. E alla fine riceverebbe le meritate lodi del richiedente.

Me se il bambino avesse, per un bizzarro gioco di una natura veramente matrigna, fatto per una vita, anteriore alla sua nascita, il mio mestiere, riferendosi al tempo probabilmente comincerebbe da 0, perché ciascuna ora è fatta di una sequenza di istanti che cominciano, appunto, al tempo 0, cioè all’inizio della prima ora.

In una scherzosa e paradossale polemica con un mio amico e congiunto (di tutt’altro mestiere), proprio in queste settimane in cui cadono i nostri compleanni (molto vicini, ancorché in anni diversi!) ho sostenuto che entrambi (“compiendo” 74 anni) entriamo, nel dì del nostro compleanno, nell’ultimo quarto della nostra (auspicabilmente?) secolare esistenza; che – come tale - comincerà al compimento del 99° anno di età, per compiersi il giorno del 100°. Inutili sofismi e deformazioni professionali, diranno i miei pazienti lettori; e senz'altro avrebbero ragione.

Ma, ahimè, come dicevo poco fa, il tempo è fatto di una sequenza di istanti (istante: frazione minima del tempo, spiega la Treccani) e, a seconda dell’età, ogni istante tende ad avere un suo peso specifico (pensateci: quante sono le differenze fra un bambino appena nato e un bambino che “compie” un anno?). Ad una certa età (la mia) ogni istante tende a pesare di più, come accade proprio nei primi anni di vita. Ma non perché, nello spazio di un anno, come il bambino appena nato, acquisiamo qualcosa, chessò, una maggiore capacità comunicativa, una minima conoscenza del mondo che ci circonda, o anche semplicemente un diverso gusto per le pappe che ci somministrano. No, alla nostra età non acquisiamo più: lentamente perdiamo, invece; e forse in ogni istante. Io, per esempio, ho cominciato a perdere accettabili livelli di pazienza e, forse, anche il piacere di guardarmi attorno che avevo sempre avuto per una vita.

Già l’anno scorso, in analoga ricorrenza, avevo tentato una “esternalizzazione” dei sintomi dell’invecchiamento (che allora definivo “immateriale”, cioè dell’animo e non del corpo): forse non è il mio animo che si è invecchiato, ma  è “solo” l’ambiente che mi consuma e mi sfinisce: forse (sempre forse!) se non ci fosse tutto ciò che vedo dattorno io sarei ancora rimasto quel baldanzoso giovane uomo che ero solo 40 anni fa!

Ma, già un anno fa, avevo dei dubbi che questa “esternalizzazione” reggesse, e oggi mi vado convincendo (anche senza scomodare il sant’Agostino che citavo l’altro giorno) che non sempre (e di tutto) si può dare la colpa all’ambiente.

Forse alla radice del crescente disagio c’è proprio l’usura dei metri di giudizio, che, magari, dovrebbero via via adattarsi alla realtà, disponendoci ad accettare il fatto che il mondo cambia e noi (vecchi) non riusciamo a tenerne il passo se non modificandone la “metrica”.

Il fatto è che – almeno io – rimango tenacemente affezionato ai miei metri di giudizio e non sono disposto a barattarli con quelli ora correnti.

Cocciutaggine di un vecchietto bizzoso? Può darsi; vedremo (o, più realisticamente: chi vivrà, vedrà).

Roma, 5 gennaio 2023