sabato 31 dicembre 2022

In morte di Benedetto XVI

Il lascito di un maestro

(di Felice Celato)

Con la morte terrena di Joseph Ratzinger, scompare per me il sommo maestro nella fede (non della fede che ha un Altro e Unico Maestro). Si allontana verso la casa del Padre colui che ne ha parlato e scritto per una vita intera con  parole che – via via che le scoprivo – mi si sono rivelate la miniera dalla quale attingere per “giustificare” tutti i passaggi intellettuali e spirituali che fanno parte del  “mio” cammino nella fede.

Questo patrimonio di conoscenza, che noi fedeli crediamo donato dallo Spirito Santo, a me è giunto ovviamente attraverso la Chiesa, la famiglia e l’ambiente che ho frequentato, varcando, nel tempo, l’infanzia, la giovinezza, la maturità e ora la vecchiaia. Ma nelle parole di Joseph Ratzinger e di Benedetto XVI si è via via arricchito per modo che il Dio, creatore e signore del cielo e della terra, si facesse, via via, il Senso (il Logos) di tutte le cose e della vita stessa, dell’amore e della morte.

Non coerceri maximo, contineri tamen a minimo, divinum est, amava dire Joseph Ratzinger citando Holderlin: quello spirito senza confini che porta in sé la totalità dell'essere, supera ‘il più grande’, tanto che per lui è piccolo, e si abbassa nel più piccolo, perché nulla è per lui troppo piccolo…. La fede cristiana in Dio comporta innanzitutto la decisione per il primato del logos sulla pura materia. L'affermare “Io credo che Dio esiste” include l'opzione in favore dell'idea che il logos, ossia il pensiero, la libertà, l'amore, non stanno soltanto alla fine, ma anche al principio; che il logos è la potenza che dà origine e abbraccia ogni essere… La spiegazione della realtà nel suo complesso non si trova in una coscienza universale o in una indifferenziata materialità; al vertice sta piuttosto una Libertà che pensa e, pensando, crea altre libertà, e in questo modo fa della libertà la forma strutturale di tutto l'essere.

Grande teologo (la teologia come interrogativo sulla ragione della fede), poi Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, poi papa Benedetto XVI, poi Papa Emerito, Joseph Ratzinger è stato un baluardo della fede e nel contempo un cultore della ragione, che, nel Logos, trova il suo fondamento.

Non mi mancherà, l’urbano eremita papa emerito, che pure seguiva la Chiesa nella preghiera, con trepidazione e con fede; perché, di Joseph Ratzinger – Benedetto XVI, seguiteranno a farmi compagnia i pensieri che ha allineato nel tempo e nei ruoli, spaziando con occhio di aquila sulle vie del cielo e della terra.

In questi giorni leggeremo molti commenti sulla figura storica di Benedetto XVI, sul suo papato, sulle polemiche che ha suscitato col suo amore per la Verità, sulle sue controverse dimissioni. Io, in queste righe destinate ad amici, sento solo il bisogno di aggiungere il mio tributo di gratitudine per quello che, con le sue parole e i suoi scritti, ha fatto per me come cristiano e cattolico, sorpassando ogni altro maestro nella fede.

Roma 31 dicembre 2022

 

 

lunedì 26 dicembre 2022

Il biglietto del clandestino

 Dal 22 al 23

(di Felice Celato)

Dunque, affrettiamoci a dare addio al 2022 (sperando che gli ultimi giorni non ci riservino altre sgradite sorprese)!

L’anno della devastante guerra vicino casa, della crisi energetica, del rimbalzo pandemico, della ripresa dell’inflazione, dell’insicurezza generale, delle minacce atomiche, etc., ci lascia sperare che il 2023 possa veramente (al di là degli auspici di rito decembrino) essere migliore dell’anno che lasciamo.[Per la mia innata propensione alla cautela, devo però ricordare quanto ci diceva un mio mitico capo, di Speranza tenace e di favella toscana, nel fare gli auguri di fine anno ai suoi collaboratori: rihordatevi sempre, però, che il peggio unn’è mai morto; e tuttavia, indefessamente speriamo, perché senza speranza siamo noi che siamo già morti!]

E dunque, ancora, speriamo: anzitutto, ovviamente, che la guerra finisca prima che sia possibile, perché nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra (dal radiomessaggio di Pio XII alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale). E fino a qui sono certo che siamo tutti d’accordo. 

Poi inevitabilmente le nostre individuali speranze si disperdono secondo i misteriosi criteri stocastici che distribuiscono nel tempo, nello spazio e nell’animo i nostri pensieri e le nostre sensibilità. I miei pensieri e le mie sensibilità (per tutto ciò che va oltre agli orizzonti strettamente personali) credo di averli qui esposti nel corso dell’anno e che sia inutile ricapitolarli, anche se solo per esprimere la speranza che qualcuno di essi o di esse si incarni nella realtà. Meglio, forse, rubare al Censis (56° Rapporto sulla situazione sociale del paese) la bellissima metafora del clandestino che viaggia sulla grande nave della storia [il corpo sociale prende la strada bassa, in presa diretta con l’emozione, rinuncia al contrapporsi fra declino e sviluppo, tra crescita e recessione e si affida ad un quotidiano inconsapevole, latente appunto, come un clandestino sulla grande nave della storia: né assente né presente] per proporre la collettiva speranza che la nostra società riesca, nell’anno che viene, a ….regolarizzare – sia pure mentre la navigazione è già in corso – il biglietto che ne legittima, appunto, la sua presenza sulla nave della storia.

Quanto al “luogo” dove lo si trova e al “prezzo” a cui questo biglietto si compra, la risposta sta tutta in questa bellissima citazione da Sant’Agostino che mi viene da un biglietto di un raffinato amico: Sono tempi cattivi, dicono gli uomini. Vivano bene ed i tempi saranno buoni. Noi siamo i tempi. Noi siamo, dunque, il nostro tempo, il “luogo” dove “si compra il biglietto” per il viaggio sulla grande nave della storia; e il “prezzo” è la rinuncia a quella “fiscalizzazione della realtà” (di cui dicevo qui in un post dell’agosto scorso) cui forse ci siamo lasciati avvezzare, tutte le volte che abbiamo creduto possibile trasformare ogni evidenza del reale che postuli faticosa – e talora dolorosa – gestione, in un qualcosa di gelatinoso che può, anzi deve, essere trasferito a carico del bilancio pubblico, per modo che ogni cittadino venga posto al riparo dalla realtà (direbbe Luigi Sturzo: con la bacchetta magica del potere statale).

Con queste caute aspettative, a tutti gli amici uno speranzoso augurio di un 2023 che le superi tutte.

Roma, 27 dicembre 2022

 

 

 

 

 

 

 

domenica 18 dicembre 2022

Gli auguri di Natale

Dio non si stanca

(di Felice Celato)


Succisa virescit: tagliata alla base (succisa), vicino alla radice, la quercia scolpita sullo stemma dell’Abazia di Montecassino rigenera teneri rami fogliosi (virescit).

Questo può essere il senso del nostro Natale, nel tempo in cui le scuri violente dell’uomo hanno reciso il tronco delle nostre perenni speranze di pace.

Anche la nostra speranza, nel segno del Dio che eternamente ritorna a scommettere sull’uomo, è chiamata a rigenerarsi, nonostante tutto.

E allora, nonostante tutto, noi fideles, torniamo a guardare al Natale come icona vivente di questo eterno ritorno dell’Emanuele, il Dio-con-noi della profezia di Isaia (VII, 13 e seg.): Non vi basta stancare gli uomini, perché ora vogliate stancare anche il mio Dio? Pertanto, il Signore vi darà un segno. Ecco, la Vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele.

Certo, ci è difficile scorgere nuove foglie fra le macerie dell’Ukraina o, ancora più vicino a noi, sui campi aridi delle nostre umane miserie; ma per nostra fortuna, Dio non si stanca perché è innamorato delle Sue creature e ritorna a dare il Suo segno. A noi spetta, ancora una volta, di riconoscerlo, questo segno, di trarre da Lui la nostra speranza per nuove foglie, simbolo della vita; e di coltivarli, con l’amore e l’intelligenza che ci sono stati donati, questi nuovi rametti fogliosi, perché tornino a promettere una nuova quercia.

Dio non si stanca; noi forse sì, specie quando molte forze della nostra gioventù lentamente ci abbandonano. Ma Dio è la nostra forza, non invecchia il nostro Padre Eterno, non ci abbandona il suo Santo Spirito: ci sorride di nuovo nel Natale che viene; dalla grotta dove si è fatto uomo.

Auguri a tutti, fideles o non fideles, di trovare negli occhi del Bambino (e dei bambini) la luce che da sempre smarriamo per strada e che – stavolta, ancora una volta, perché è Natale – speriamo di trattenere.

 

Roma, 18 Dicembre 2022 (Ultima domenica di Avvento)

 

mercoledì 7 dicembre 2022

Segnalazione breve


L’uomo che guardava attraverso i volti 
( di Felice Celato) 

In queste giornate un po' convulse, mi sono immerso nella lettura di un nuovo libro di Eric Emmanuel Schmitt: L’uomo che guardava attraverso i volti (edizioni e/o, 2022, disponibile anche in ebook, ma uscito in Francia nel 2016). 

Un libro che raccomando ai miei lettori, come del resto credo di aver fatto su queste colonnine per diversi dei tanti racconti (se ne veda un piccolo elenco in calce al post del 27 aprile u.s.) di questo autore, a me particolarmente caro. 

Si tratta di racconto surreale e metafisico (c’è anche un’intervista a Dio!) costruito sui temi classici di questo autore, un intellettuale convertito al cristianesimo in età matura (vedasi il bellissimo racconto autobiografico ne La notte di fuoco, segnalato qui con un post del 19 dicembre 2019) ma perennemente inquieto (il mio dubbio e la mia fede camminano in parallelo lungo una frontiera comune, perché non abitano nello stesso paese; dice di lui sua figlia, che compare nel racconto: pur avendogli cambiato la vita, la grazia non aveva minato il suo umanesimo, se non “sfondando il soffitto” dentro di lui e rendendolo più aperto, più tollerante e meno incline al narcisismo antropocentrico). 

Il tutto, magistralmente montato su una trama avvincente (con un bell’intreccio di narrazioni, soprattutto nel finale), fatta di situazioni surreali, dove i morti di ciascuno costituiscono un invisibile patrimonio di relazioni lontane e un flusso di misteriose ingerenze metafisiche, nel bene e nel male. 

Insomma: un libro da leggere, godendone anche la tensione emotiva che sfocia in un sorprendente finale. 

A meno che, ovviamente, non ci si senta più attratti dalla metafisica del romanzo del POS, alla quale le cronache politiche dei nostri giorni aggiungono, anch’essi, un tocco di surrealtà. 

NB: Come avranno notato i miei più affezionati lettori, quest’anno – per la prima volta dopo tanti e solo per circostanze legate ad una tragica notizia pervenutami proprio mentre ne era in corso la presentazione – ho omesso la tradizionale noticella sull’evento del primo venerdì di dicembre: l’annuale Rapporto Censis, per me, da sempre, l’analisi più affidabile e stimolante delle vicende della nostra società nel flusso del tempo che scorre. Ma torneremo a parlarne quando avrò digerito almeno una parte del corposo volume (che non mi è ancora pervenuto). Per ora, lascerei alle nostre “meditazioni” questa fulminante sintesi, inclusa nelle Considerazioni generali: Il nostro paese, nonostante lo stratificarsi di crisi e difficoltà, non regredisce grazie allo sforzo e al rischio individuale, ma non matura. Riceve e produce stimoli a mettersi sotto sforzo, a confrontarsi con le ferite della storia, ma non manifesta una sostanziale reazione, vive in una sorta di latenza di risposta. 
Roma, 7 dicembre 2022

domenica 27 novembre 2022

Nonostante tutto

Avvento 2022

(di Felice Celato)

Da un’omelia di Benedetto XVI (2009) traggo questa citazione, come invito pressante alla speranza, per quanto impervio ci possa apparire il suo percorso hic et nunc.

Il significato dell’espressione “avvento” comprende (….) anche quello di visitatio, che vuol dire semplicemente e propriamente “visita”; in questo caso si tratta di una visita di Dio: Egli entra nella mia vita e vuole rivolgersi a me. Tutti facciamo esperienza, nell’esistenza quotidiana, di avere poco tempo per il Signore e poco tempo pure per noi. Si finisce per essere assorbiti dal “fare”. Non è forse vero che spesso è proprio l’attività a possederci, la società con i suoi molteplici interessi a monopolizzare la nostra attenzione? Non è forse vero che si dedica molto tempo al divertimento e a svaghi di vario genere? A volte le cose ci “travolgono”. L’Avvento, questo tempo liturgico forte che stiamo iniziando, ci invita a sostare in silenzio per capire una presenza. E’ un invito a comprendere che i singoli eventi della giornata sono cenni che Dio ci rivolge, segni dell’attenzione che ha per ognuno di noi. Quanto spesso Dio ci fa percepire qualcosa del suo amore! Tenere, per così dire, un “diario interiore” di questo amore sarebbe un compito bello e salutare per la nostra vita! L’Avvento ci invita e ci stimola a contemplare il Signore presente. La certezza della sua presenza non dovrebbe aiutarci a vedere il mondo con occhi diversi? Non dovrebbe aiutarci a considerare tutta la nostra esistenza come “visita”, come un modo in cui Egli può venire a noi e diventarci vicino, in ogni situazione?

Altro elemento fondamentale dell’Avvento è l’attesa, attesa che è nello stesso tempo speranza. L’Avvento ci spinge a capire il senso del tempo e della storia come “kairós”, come occasione favorevole per la nostra salvezza. ….L’uomo, nella sua vita, è in costante attesa: quando è bambino vuole crescere, da adulto tende alla realizzazione e al successo, avanzando nell’età, aspira al meritato riposo. Ma arriva il tempo in cui egli scopre di aver sperato troppo poco se, al di là della professione o della posizione sociale, non gli rimane nient’altro da sperare. La speranza segna il cammino dell’umanità, ma per i cristiani essa è animata da una certezza: il Signore è presente nello scorrere della nostra vita, ci accompagna e un giorno asciugherà anche le nostre lacrime. Un giorno, non lontano, tutto troverà il suo compimento nel Regno di Dio, Regno di giustizia e di pace.

Ma ci sono modi molto diversi di attendere. Se il tempo non è riempito da un presente dotato di senso, l’attesa rischia di diventare insopportabile; se si aspetta qualcosa, ma in questo momento non c’è nulla, se il presente cioè rimane vuoto, ogni attimo che passa appare esageratamente lungo, e l’attesa si trasforma in un peso troppo grave, perché il futuro rimane del tutto incerto. Quando invece il tempo è dotato di senso, e in ogni istante percepiamo qualcosa di specifico e di valido, allora la gioia dell’attesa rende il presente più prezioso. Cari fratelli e sorelle, viviamo intensamente il presente dove già ci raggiungono i doni del Signore, viviamolo proiettati verso il futuro, un futuro carico di speranza. L’Avvento cristiano diviene in questo modo occasione per ridestare in noi il senso vero dell’attesa, ritornando al cuore della nostra fede che è il mistero di Cristo, il Messia atteso per lunghi secoli e nato nella povertà di Betlemme. Venendo tra noi, ci ha recato e continua ad offrirci il dono del suo amore e della sua salvezza. Presente tra noi, ci parla in molteplici modi: nella Sacra Scrittura, nell’anno liturgico, nei santi, negli eventi della vita quotidiana, in tutta la creazione, che cambia aspetto a seconda che dietro di essa ci sia Lui o che sia offuscata dalla nebbia di un’incerta origine e di un incerto futuro. A nostra volta, noi possiamo rivolgergli la parola, presentargli le sofferenze che ci affliggono, l’impazienza, le domande che ci sgorgano dal cuore. Siamo certi che ci ascolta sempre! E se Gesù è presente, non esiste più alcun tempo privo di senso e vuoto. Se Lui è presente, possiamo continuare a sperare anche quando gli altri non possono più assicurarci alcun sostegno, anche quando il presente diventa faticoso.

Roma 27 novembre 2022 (I° domenica di Avvento, inizio dell’anno liturgico Cristiano)

 

 

venerdì 18 novembre 2022

Il mantello

Appunti liberal-democratici

(di Felice Celato)

Diciamoci la verità: da qualche tempo (l’avranno notato i miei ventiquattro lettori) non mi va più di scrivere questi post, che pure per tanto tempo hanno costituito il filo conduttore di gradevoli (e interessanti) conversazioni asincrone con amici coi quali vale la pena di scambiare idee e visioni del mondo. Anche se gli stimoli della realtà che ci scorre dattorno (e nella quale scorrono le nostre vite) sarebbero tanti, complessi e sicuramente meritevoli della nostra attenzione (e delle nostre preoccupazioni), il soffermarsi su di essi mi pare un inutile esercizio ansiogeno, destinato ad essere travolto dall’ansia successiva (e anche da qualche rabbia, suscitata persino dalla quotidiana inevitabile lettura di qualche giornale). 

Come mi è stato insegnato, quando il vento è forte e fastidioso meglio avvolgersi nel proprio mantello e tenerselo stretto come se un semplice mantello possa costituire un rassicurante (o illusorio?)  ubi consistam per resistere ai venti.

Con questo spirito, imbottitomi di letture un po' fuori del tempo (per esempio: mi sono appassionato – con varie letture sull’argomento - alla figura di Abramo!), ho rivisitato con me stesso i fondamenti delle mie riflessioni politiche, non per impalcarmi a politologo (quale certamente non sono!), ma solo per confortarmi nei fondamenti della mia cittadinanza mentre spirano i venti.

Questo lungo post (ben più delle circa 750 parole che costituiscono “lo stile” di questi scritti) è una piccola relazione di questa (forse oziosa) rivisitazione.

Cominciamo dalle fondamenta: la nota citazione di Churchill (è stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono finora sperimentate) andrebbe – a mio modo di vedere “ristretta” come segue: la democrazia liberale è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono finora sperimentate. “Ristretta” perché mi pare che la storia anche recente abbia chiaramente insegnato che possono ben sussistere democrazie illiberali, nelle quali, appunto, la democrazia è un mero meccanismo procedurale di formazione del potere all’interno di una comunità, meccanismo che, come noto (vedasi da ultimo il post Lessico e nuvole del 18 settembre u.s.) può essere anche radicalmente disgiunto dall’essenza liberale dei fondamenti statuali

Da un recente libro di F. Fukuyama (Il liberalismo e i suoi oppositori, Utet, 2022) traggo questa citazione del filosofo inglese John Gray: comune a tutte le varianti della tradizione liberale è una concezione tipicamente moderna di uomo e società […]. Sicché il liberalismo è individualista in quanto asserisce il primato della persona rispetto alle pretese di qualsiasi collettività sociale; egualitario nella misura in cui attribuisce a tutti gli uomini il medesimo status morale (….); universalista perché afferma l'unità morale della specie umana e attribuisce un'importanza secondaria alle differenze storiche fra società e forme culturali specifiche; e migliorista poiché considera tutte le istituzioni sociali e le strutture politiche passibili di miglioramenti e correzioni. 

Dunque – secondo il filosofo inglese non certo noto per le sue piene simpatie verso il liberalismo – è liberale quella democrazia che possa dirsi ad un tempo individualista, egualitaria, universalista e migliorista (nel senso appena detto).

Personalmente sono portato a riformulare (e semplificare) questi principi in termini che mi paiono più adatti al tempo ed ai contesti attuali. E quindi ad individuare come segue i tre punti cadine del “mio” liberalismo: (1) il primato e la centralità dell’individuo come elemento base della società; (2) l’iniziativa privata e il libero mercato come insostituibili strumenti di produzione della ricchezza e del benessere materiale dei cittadini; (3) lo stato – disciplinato nei suoi poteri dalla rule of law – come organizzazione degli individui per collettivamente essere difesi, per gestire l’amministrazione della giustizia, per tutelare il buon funzionamento del mercato, per legiferare (secondo procedure democratiche) in materia di convivenza civile nel quadro Costituzionale, per amministrare i beni pubblici, per gestire i rapporti internazionali, per regolare la fiscalità (senza pregiudicare il funzionamento dei mercati) e la previdenza sociale (nelle sue varie forme, finanziariamente sostenibili), per tutelare i più deboli (anche gestendo – sia pure in forma aperta alla concorrenza – scuola e sanità).

Per definire meglio il quadro nei contesti attuali, sembra opportuno soffermarsi sul tema della giustizia lato sensu (che in fondo, mi pare, costituisca il senso politico del profilo egualitario del liberalismo moderno), perché esso consente di inquadrare il tema degli equilibri sociali di cui anche il liberalismo più puro finisce per avere bisogno (se si vuole il concetto è quello del liberalismo inclusivo, di cui parlano Salvati & Dilmore in Liberalismo inclusivo, Feltrinelli 2021). Eccoci allora a quelle che io chiamo le tre giustizie politiche:

La giustizia commutativa

  • Il suo presupposto è il libero incontro fra la domanda e l’offerta di beni fra gli attori per la produzione della ricchezza.
  • I suoi strumenti sono il contratto ed il prezzo. Il suo “luogo” è il mercato.
  • Lo Stato ha il dovere e l’interesse a tutelarne il corretto funzionamento per la maggiore produzione di ricchezza e di benessere materiale dei suoi cittadini.

La giustizia distributiva

  • Il suo presupposto sta nella responsabilità morale dello Stato di tutelare i più deboli assicurando una efficace (e ragionevole) distribuzione della ricchezza prodotta dal mercato.
  • Il suo strumento principe è la tassazione.
  • Lo Stato ha il dovere e l’interesse di fare in modo che un’eccessiva tassazione non “deprima” il funzionamento del mercato.

La giustizia sociale

  • Anche qui, il  suo presupposto sta nella responsabilità morale dello Stato di tutelare i più deboli assicurando una efficace (e ragionevole) distribuzione della ricchezza prodotta dal mercato nonché un'accessibile parità di opportunità.
  • I suoi strumenti sono molteplici: la previdenza pubblica, l’accesso universale all’istruzione ed alla sanità, etc
  • Lo Stato ha il dovere e l’interesse a far sì che gli strumenti che usa siano, oltreché finanziariamente sostenibili, anche compatibili con la produzione di ricchezza e di benessere materiale da parte del mercato a beneficio dei suoi cittadini.

NB. Non esiste un interesse dello stato diverso da quello dei suoi cittadini.

Lo Stato, il produttore delle norme di primo grado all’interno della norma fondamentale (Costituzione) e della legislazione comunitaria che da questa trae legittimazione, ha inoltre, come già detto, il dovere e l’interesse a tutelare il corretto funzionamento dei mercati, perché essi sono la “macchina” che fa funzionare la produzione della ricchezza e del benessere materiale dei suoi cittadini (senza la quale anche la democrazia è a rischio).

Questo è il mio mantello per i tempi ventosi (del resto il mantello è un soprabito fuori moda, in uso ormai solo a qualche vecchio paesano).

Roma, 18 novembre 2022

(poco più di 1000 parole, comprese queste)

venerdì 4 novembre 2022

Segnalazione

Un libro…non ancora letto

(di Felice Celato)

Eccomi qua, dopo qualche settimana di perplesso silenzio, a fare una cosa che – se non fosse “giustificata” come dirò – suonerebbe assolutamente fatua: segnalo a tutti i miei 24 lettori (con piena convinzione di fare una cosa “intelligente”) un libro che non ho ancora letto, l’ho appena sfogliato, anche perché è appena uscito “per i tipi” di un raffinato editore (Cantagalli): si tratta del libro L’inesauribile superficie delle cose, di Sergio Belardinelli.

Veniamo alla “giustificazione”: il libro de quo non è altro che una raccolta degli articoli che l’acuto professore di sociologia dei processi culturali presso l’Università di Bologna ha scritto per Il Foglio, il giornale che leggo ogni giorno, insieme ad altri, ma l’unico, ormai, che leggo con piacere della lettura. E dunque gli articoli che costituiscono la silloge li ho tutti via via letti e tutti molto apprezzati per l’afflato culturale che mi lega (da umile homo mechanicus) a questo intellettuale appartenente alla sparuta schiera dei liberali & cattolici, della quale (sempre da umile homo mechanicus) mi onoro di sentirmi parte. [Sento già alcuni amici, specie i più giovani, mormorare: eh! vabbè! Belardinelli ha più o meno la tua età, è marchigiano come te, come te è nato e vissuto in un piccolo paese, vicino al tuo! Non nego che questi elementi biografici me l’abbiano reso ancora più “simpatico”, Sergio Belardinelli; ma posso dire di aver letto molti suoi libri – compresi quelli di narrativa – e di averli sempre apprezzati proprio per quell’affinità valoriale che mi pare di sentire con lui].

Torniamo al libro, usando alcune delle parole del prefatore (Matteo Matzuzzi, capo redattore de il Foglio): aderire alla “superficie delle cose”, come da titolo della raccolta, significa semplicemente senza (..) cercare significati nascosti o una complessità che il nostro secolo avverte come doverosa ma che, il più delle volte, non ha ragion d’essere. E ciò che un tempo si sarebbe detto banale, oggi è semplicemente la rappresentazione delle cose così come sono. Non sempre c’è un complotto, un senso da scoprire, una chiave nascosta. La realtà, spesso, è quella che ci appare e ci cattura con la sua franchezza. È questo il filo conduttore dei testi qui riproposti, che toccano sì molteplici temi, ma che hanno sempre al centro della riflessione l’uomo. L’uomo per come è oggi, smarrito e confuso, preda di mille e più tentazioni e stimoli, disorientato e spesso incapace di riconoscere un senso alla propria esistenza.

E alcune parole dell’autore quando “introduce” il suo libro: Il titolo che ho scelto per questa raccolta, L’inesauribile superficie delle cose, esprime bene una serie di raccomandazioni che, più o meno consapevolmente, mi hanno accompagnato fin da quando andavo al Liceo: mai guardare che cosa c’è sotto o dietro la realtà per comprenderla: ciò che si vede, la superficie, è sempre più che sufficiente; …. Come sintesi mirabile di tutto questo valgano le parole del signor Palomar di Italo Calvino: “Solo dopo aver conosciuto la superficie delle cose ci si può spingere a cercare quel che c’è sotto. Ma la superficie delle cose è inesauribile”.

Credo e spero che gli articoli qui raccolti esprimano bene il senso di questa adesione alla “superficie delle cose”, che considero non soltanto l’antidoto più efficace rispetto al rischio di confondere la realtà coi nostri desideri, ma anche un invito a prendere le cose con leggerezza, un modo di sentirci a casa nel mondo che abitiamo, nonostante tutte le possibili brutture, in barba a qualsiasi dietrologia o complottismo.

Attraversiamo un periodo difficile della nostra storia... Eppure proprio in questo tempo sembra crescere la consapevolezza di quanto sia grande il privilegio di essere europei. La libertà e la dignità di ogni uomo, le istituzioni liberaldemocratiche che ne sono scaturite, la volontà di difenderle anche a costo di duri sacrifici sono segni di una cultura, quella europea occidentale, della quale il mondo intero ha urgente bisogno. Il mondo ha bisogno dell’universalità inclusiva che irradia dall’uomo europeo. L’augurio è che questo libro, pur con leggerezza, possa offrire al lettore qualche motivo di riflessione e di speranza, al riparo dalle faziosità che sempre si accompagnano ai momenti cruciali della storia.

Anche chi, come me, avesse letto gli articoli di Belardinelli quando sono usciti su Il Foglio, troverà senz’altro interessante rileggerli, l’uno di seguito all’altro: diceva un mio lontano professore di Italiano che il bello dei giornali è anche quello di rileggerli quando il tempo li ha stagionati.

Roma, 4 novembre 2022