domenica 18 settembre 2022

Lessico e nuvole (politiche)

 Una precisazione… pedante

(di Felice Celato)

Nel blue mood che caratterizza le mie aspettative elettorali (credo di averne parlato fin troppo nei post più recenti), l’ultima cosa che vorrei aggiungere per rendermi definitivamente pesante è una precisazione “lessicale” alla quale, però, sono molto affezionato (tant’è che più volte ne ho scritto qui).

Per dimostrare che non è una solo mia ossessione, lo farò prendendo in prestito le parole recenti di Francis Fukuyama (in Il liberalismo e i suoi oppositori, Utet, 2022) per la loro succinta chiarezza (ma il concetto è tutt’altro che nuovo): a rigore, liberalismo e democrazia sono basati su differenti principi e istituzioni. La democrazia si riferisce al governo del popolo, che oggi è istituzionalizzato in periodiche elezioni multipartitiche, libere ed eque, basate sul suffragio universale degli adulti. Il liberalismo (….) si riferisce allo Stato di diritto, un sistema di regole formali che limitano i poteri dell'esecutivo, anche se quello esecutivo viene democraticamente legittimato tramite un'elezione.

In sostanza siamo di fronte a due concetti di diversa natura (ma, nella mia visione, necessariamente “consustanziali”): procedurale, il primo, perché attiene al metodo di formazione della volontà politica di un paese (la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione, come recita appunto il secondo comma dell’art. 1 della nostra carta costituzionale); il secondo, di natura effettivamente valoriale, perché attiene, appunto, ai valori (stato di diritto, primato morale della persona, eguaglianza, diritto all’autonomia, libertà di parola, di associazione, di fede, di vita politica, etc.) che incarnano le fondamenta di una convivenza civile.

Nel suo magnifico (e profetico!) libro (The future of freedom, Norton & Co., 2003, ormai quasi “ventenne” e qui più volte citato), Fareed Zakaria analizza in ottica globale le frizioni fra democrazia e libertà e i pericoli cui quest’ultima è talora esposta quand’anche uno stato possa dirsi – dal punto di vista meramente  procedurale – uno stato democratico. E Anne Applebaum, più recentemente (cfr. Il tramonto della democrazia – Il fallimento della politica e il fascino dell’autoritarismo, Mondadori, 2021), in qualche modo aggiorna le esemplificazioni al riguardo; come pure avevano fatto – anche in ottiche diverse –  Steven Levitsky e Daniel Ziblatt (cfr. Come muoiono le democrazie, Laterza, 2019, ebook) e Yascha Mounk (cfr. Popolo vs Democrazia – Dalla cittadinanza alla dittatura elettorale, Feltrinelli 2018, ebook), tutti segnalati su queste colonnine. 

Dunque, per venire alla conclusione di questa pedante notarella e con riferimento ad alcune focose prese di posizione di questi tristi giorni di campagna elettorale, oserei dire che la riaffermazione di "valori democratici" (perché la volontà di uno stato si è formata democraticamente, per esempio in Ungheria) non mi dà alcun conforto circa la natura di quel modello (se di modello si trattasse per qualcuno); a meno che non possa anche dirsi che quella democrazia è anche una democrazia liberale (nel senso sopra detto).

Di una democrazia illiberale non abbiamo  né desiderio né rimpianti (in fondo anche Mussolini nel 1924 ed Hitler nel 1933 ricevettero un ampio consenso democratico, e non credo che tale consenso fosse solo apparente, ancorché espresso in forme di sicuro democraticamente non limpide). Anzi, più brutalmente, (e mi si scusi l’autocitazione da un post del 7 aprile 2017) non saprei che farmene dei cosiddetti valori democratici (in termini più rigorosi: di governanti scelti democraticamente dalla maggioranza) se non fossero indissolubilmente connessi coi valori liberali che stabiliscono il primato della persona sullo stato e, a questo, fissano limiti invalicabili.

Roma 18 settembre 2022

domenica 11 settembre 2022

Meno 14

A due settimane dalle elezioni

(di Felice Celato)

A due settimane dalle pessime elezioni che ci aspettano, so già che continuerò ad essere (cfr. Chi scrive, qui accanto) un elettore sempre deluso da chi ha votato; una ragione in più per non dire, qui, come (probabilmente) voterò; fermo restando che, se Dio vorrà, mi recherò alle urne, come è dovere di ognuno che voglia dirsi “un buon cittadino”; per sbagliare ancora, molto probabilmente, ma – per non dovermene vergognare –  non senza aver riflettuto lungamente (e soffertamente) sulla perdurante povertà della nostra offerta politica, in un passaggio cruciale della nostra storia recente e, soprattutto, del nostro presente, nel durissimo contesto che si prospetta per i mesi (o per gli anni) a venire.


La politica pecca di irrealtà, ha scritto qualche giorno fa sul Corriere della Sera Sabino Cassese: prende per reale il contingente e il quotidiano, spesso l’effimero. Fa programmi che sono tutti al presente, senza prospettare un futuro. Elenca promesse, ma non indica tempi e costi. Guarda alla tasca, in una sorta di bengodi, prospettando un’orgia di sgravi, bonus, superbonus, stabilizzazioni, adeguamenti stipendiali, senza chiedersi con quali mezzi finanziarli e come gestirli. Del resto – e qui, uso le parole dell’ultimo Rapporto Censis, quello del 3 novembre 21, che ci etichettava come la società irrazionale – nessuno si azzarda a dire che l'approccio da economia sussidiata e il consolatorio rifugio in traguardi indistinti e iniziative opache sono anche una forma di autodifesa dal dover prendere coscienza di antichi mali; e (aggiungerei io) di più recenti e gravi diffuse corresponsabilità. 


Ma mi parrebbe di poter dire che la politica (in Italia) pecca pure di vacuità (dalla Treccani on linemancanza di consistenza, povertà assoluta di capacità intellettuale e di contenuti) anche quando prospetta, con incongruo vigore, (verosimili?) cambi di paradigmi politici, o quando si appollaia su vecchi concetti (e usurati ideologismi) per scongiurare quei cambi, che, pure, sembra aver accettato con rassegnazione.


Quando si approccia in questi termini il buio periodo politico che viviamo, viene inevitabilmente da chiedersi che tipo di domanda politica stia stimolando quel tipo di offerta; e sorge il dubbio che l’offerta politica sulla quale esprimeremo il voto sia, anche, il frutto di quel diffuso acquietamento del pensiero (copyright Censis, ibidemche si annida, prima che nel sistema politico, nel sottosviluppo di una moderna coscienza collettiva del nostro paese.


Forse non ci sarebbe quell’offerta politica se non ci fosse, nascosta nei precordi del paese, questa domanda di politica, fatta di un culto irrazionale per l’onnipresenza dello stato come protettore di prima istanza, come ombrello onnipotente di fronte ai temporali della storia, come protagonista attivo in ogni angolo dell’economia, in fondo – da questo punto di vista – come erede, allo stesso tempo, del concetto di stato del fascismo e dell’eurocomunismo (sì: anche nella forma di catto-comunismo!) che ha caratterizzato gran parte della vita politica e culturale del nostro paese per ben più di un cinquantennio. Non è un caso – credo – che nessuno (a parte qualche sparuta minoranza radicale, peraltro focalizzata quasi monisticamente sui temi dei diritti), in questo nostro povero paese, abbia più il coraggio di richiamarsi credibilmente, soprattutto in economia, ad ideali liberali, cui tutti, anzi, si affannano ad alludere con parole di senso preconcettamente negativo, frutto di suggestive sconoscenze (Scendete pure in piazza contro il neoliberismo – scrive Alberto Mingardi nel suo bel libro, La verità, vi prego, sul neoliberismo, Marsilio, 2019 –, ma prima cercate di capire di che cosa si tratta). 


Che la civiltà liberale, coi suoi principi, le sue istituzioni, le sue regole, sia il più importante dono dell'Europa moderna al mondo  e che un sia pur imperfetto ordine liberale offre più di quanto prende, distribuisce beni pubblici (condizioni favorevoli allo sviluppo economico, sostegno alla democrazia e, quindi ai governi per consenso, preservazione della pace) il cui afflusso è nell'interesse di tutti non interrompere (A. Panebianco e S. Belardinelli: All’alba di un nuovo mondo, Il Mulino, 2019), sembrano verità non sufficientemente suggestive per basarci offerte politiche appetibili per un elettorato accuratamente avvezzato alla statolatria. E allora va bene invocare fiscalizzazioni della realtà, misteriosi patriottismi, ossessioni confinarie e purismi quasi raziali, ossidati populismi, propinando – se capita – anche ambigui ammiccamenti alla scarsa solidità del nostro essere cittadini dell’Unione Europea. 


L’importante è trasmettere al popolo sovrano, convocato attorno all’altare del dio-stato, il messaggio che gli eletti potranno fare grandi cose per lui, preservandolo dal male che c’è intorno ed anche in mezzo al popolo.

Con queste percezioni per la testa, è veramente difficile attendersi grandi cose dal voto del 25 settembre. Ma, come sempre, chi vivrà vedrà. E ancora una volta spero veramente di sbagliarmi.

Roma 11 settembre 2022 

 

 

 

 

 

martedì 23 agosto 2022

" Fiscalizzare la realtà"

L’induzione al pensiero politico-onirico

(di Felice Celato)

Preso da cure di altro genere (nel senso latino di curae, preoccupazioni, affanni; che però va bene anche in quello italiano, in senso propriamente medicale) ho trascurato, ormai da un mese, di seminare qui qualche spunto di conversazione asincrona coi miei amici lettori. Eppure, la “campagna elettorale”, con tutte le sue (pericolose) follie, avrebbe offerto molti spunti per comunicare – ove mai ve ne fosse bisogno – la tristezza alimentata dal nostro presente.

Senza entrare nel dettaglio delle grossolanità che ci tocca sentire e leggere ogni giorno (dalle dentiere gratuite per le nonne, alle pensioni più alte e più precoci, alle assunzioni pubbliche in ogni possibile ganglio dello stato, alle defiscalizzazioni di tutto ciò che è “immaginabilmente”  defiscalizzabile, alle tassazioni piatte, spesso - naturalmente – senza alcuna esplicita enunciazione dei necessari correttivi per mantenere l’assetto progressivo dei dettami costituzionali in materia fiscale, ai “ristori” di ogni genere per venire incontro “ai veri bisogni degli Italiani”, etc), vorrei però soffermarmi su un tratto di queste grossolanità che in qualche modo ne accomuna molte, un tratto che affonda le sue radici nella “cultura” di qualche nostrano decennio più recente, frutto di quella diffusa statolatria di cui abbiamo più volte parlato: la proclamazione – o, almeno, lo “spaccio” a fini elettorali di seduttive induzioni al pensiero politico-onirico – che la dura realtà di questi tempi possa, essa stessa, essere “fiscalizzata”, cioè trasferita nel limbo dell’incoscienza e dell’irresponsabilità, dove per tutto c’è un rimedio a spese di qualcun altro, cioè di quel pozzo di san Patrizio che a molti può apparire il debito pubblico (che, nell’assunto degli “spacciatori”, è debito di nessuno).

Non voglio dire – non ne avrei gli elementi – che queste “fantasticherie strane” siano dietro ad ogni inevitabile “promessa elettorale”; in fondo, dicevamo appunto un mese fa, è necessario che durante la campagna elettorale, accanto alla parte ideologica di ogni proposizione politica, sussista una parte più specificamente programmaticaintesa come il complesso delle concrete azioni destinate ad incarnare le finalità che si intendono perseguire, in proclamata coerenza con quella parte ideologica che viene, appunto, proposta.

Ma, a parte che non mi rassicurano affatto molte di tali premesse ideologiche (sento circolare concetti e parole novecentesche  che mi fanno rabbrividire), il diffuso programma di fiscalizzare la realtà (cioè il programma di trasformare ogni evidenza del reale che postuli faticosa – e talora dolorosa – gestione, in un qualcosa di gelatinoso che può, anzi deve, essere trasferito a carico del bilancio pubblico, per modo che ogni cittadino venga posto al riparo dalla realtà) mi pare – oltreché improponibile nelle condizioni date – anche altamente diseducativo; cioè destinato ad alimentare il convincimento popolare che la politica possa fare de nigro album (per usare a rovescio il vecchio brocardo sulla res judicata che – notoriamente – può fare de albo nigrum), cioè rendere bianco ciò che è nero.

L’equilibrio del mondo, in questo tempo assai poco rassicurante, è soggetto a dinamiche (geo-politiche, economiche e finanziarie) che, purtroppo, non possono non avere effetto sulla vita di tutte le cittadinanze (si pensi solo alla crisi energetica); e il buon governo di ogni paese è chiamato ad affrontarle, nella limitata incidenza di ogni singolo paese, con equilibrio, fatica e sudore, intense capacità di gestione, di dialogo e di cooperazione, senza strappi ideologici fuori del tempo, con la massima, ragionevole vicinanza alla propria cittadinanza, che, tuttavia, non illuderà di potersi preservare dalla tempesta, senza che alcuno scroscio di pioggia – anche abbondante – possa bagnarne la messa in piega.

La realtà non è purtroppo “fiscalizzabile”. Capisco che, in campagna elettorale, non sia facile dire la verità ad un popolo che si è lasciato abituare alle illusioni e alle menzogne, che anche è avvezzo (per lunga esperienza) a riconoscerle nel tempo, ma che in fondo se ne lascia nutrire proprio davanti alle urne. Ma se l’induzione al pensiero politico-onirico può aiutare a “vincere” una competizione elettorale, certamente, alla lunga, non contribuisce a rinsaldare il funzionamento di una democrazia (sperando che sia da tutti veramente desiderato).

Roma 23 agosto 2022

 

 

 

 

domenica 24 luglio 2022

Una questione di metodo

Supplica ai politici italiani

(di Felice Celato)

Cari Nostri Rappresentanti,

come era fin troppo facile prevedere, avete fatto sì che fosse urgentemente convocato il popolo sovrano, per una – è doveroso sperarlo – illuminante campagna elettorale, al termine della quale verranno tirate le somme per determinare chi (e in quale proporzione) dovrà rappresentare le nostre istanze nel Parlamento che eleggeremo, per governare il Paese nel prossimo (possibile) quinquennio, sicuramente complicato.

Essendomi programmaticamente confessato un elettore costantemente deluso da chi ha votato (vedasi, a lato, la brevissima presentazione di Chi scrive) lasciatemi sperare, nonostante tutto, che questa volta la “maledizione” che pende sulle mie aspettative politiche non debba manifestarsi ancora; e perciò consentitemi di rivolgervi questa (temo inutile) supplica, almeno di metodo.

E' ovviamente necessario che durante la campagna elettorale vengano rappresentate al popolo sovrano le linee di azione di ciascuno dei gruppi che si contendono il potere di rappresentanza; e che, durante questa “rappresentazione”, vengano delineati programmi usualmente composti di una parte “ideologica” (dalla Treccani, ideologianel linguaggio corrente, il complesso dei presupposti teorici e dei fini ideali o comunque delle finalità che costituiscono il programma di un partito, di un movimento politico, sociale, etc.) e di una parte più specificamente “programmatica”, intesa come il complesso delle concrete azioni destinate ad “incarnare” le finalità che si intendono perseguire.

Bene. Non ho suppliche da rivolgervi per quanto attiene allo sciorinamento delle vostre ideologie (come sopra intese), diverse delle quali degne del massimo rispetto e della massima attenzione da parte del popolo sovrano: i presupposti teorici e i fini ideali sono sempre ricchi di suggestioni. Per la parte “programmatica”, però, consentitemi (come semplice elettore, in eterna ricerca di una non-delusione) di rivolgervi una supplica. 

Come ho già inteso dalle prime e pronte enunciazioni di molti di voi, la parte “programmatica” delle vostre azioni è fatta in larga misura da promesse di spesa (sociale, assistenziale, pensionistica, etc); e su queste intenderei formularvi una proposta di metodo, intesa ad offrire al popolo sovrano un affidabile criterio di giudizio.

Una spesa, come è fin troppo ovvio, comporta di per sé un fabbisogno finanziario, e, quindi, a fronte di esso, la necessità di almeno individuare le fonti di copertura previste; per esempio, attingendo dal linguaggio di moda di questi tempi: se programmo di, chessò, erogare un nuovo bonus per fronteggiare un bisogno avvertito come meritevole di protezione, dovrò dire come intendo finanziare questo bonus. 

[Finanziare, significa, appunto, munirsi delle risorse monetarie che “coprano” il fabbisogno di cassa che ogni nuova spesa comporta, per tutto il tempo necessario a che l’erogazione promessa generi essa stessa le risorse per “ripagarsi” (ovviamente al netto degli oneri finanziari che nel frattempo matureranno). La finanza in fondo non è che un ponte sospeso sul fiume del tempo, fra il momento della spesa e il momento del suo benefico effetto; senza del quale la finanza è solo erogazione a fondo perduto (ricordate la distinzione fra debito buono e debito cattivo, di Draghiana memoria?). Certo, si potrebbe argomentare che un nuovo bonus genererà una maggiore capacità di spesa del cittadino beneficiario, e, quindi, nuova domanda di beni e servizi produttivi, tale da chiamare una nuova o più ampia offerta, e quindi generare, in definitiva, nuova ricchezza (da tassare a suo tempo). Ma questa “dotta” argomentazione (che spesso nemmeno si usa) deve pur fare i conti con il volume di debito, prima e dopo la nuova erogazione; e noi da molti anni ci siamo avvezzati a non farlo!] 

Eccomi dunque alla (temo inutile) supplica: ove mai decideste (ed ho la sensazione che lo farete con grande larghezza) di proporre azioni che comportino nuova spesa, vi prego, dite anche come intendete finanziarla, nel senso detto nell’inciso fra parentesi quadre, indicando cioè se la nuova spesa sarà coperta da: (a) nuove tasse; (b) nuovo debito (da rimborsare nel tempo, se si trovano i prestatori, a costi accettabili); (c) cancellazione di altre spese che vi appaiano non più prioritarie. In quest’ultimo caso, vi prego, però, indicate nominalmente quali spese intendereste cancellare per finanziare la nuova erogazione.

Come vedete, questa che oso proporvi è solo una banale questione di metodo, del resto ben noto ad ogni capofamiglia: quest’anno andiamo in vacanza alla Maldive coi soldi che avremmo destinato, chessò, all’acquisto di una nuova vettura; oppure facendoceli prestare da qualcuno, (se ci riusciamo e a costi accettabili); oppure (molto meglio) aumentando la quantità di ore straordinarie da lavorare nel prossimo anno, in modo da guadagnare mezzi di pagamento per restituire quanto eventualmente ci fosse stato prestato da qualcuno per mandarci alla Maldive. 

Credetemi, cari nostri potenziali Rappresentanti nella prossima legislatura: alla fine di questa campagna elettorale, l’adozione di questo semplice metodo non potrà che accrescere la sensazione di serietà che lodevolmente cercherete di suscitare in mezzo al popolo sovrano. Che di serietà dei Rappresentanti ha estremo bisogno, come anche recentemente dimostrato.

Roma 24 luglio 2022

 

 

lunedì 18 luglio 2022

La metafora dell'uovo e del pulcino

In margine alla crisi

(di Felice Celato)

Narrano, gli aneddoti, che il sommo Padre Dante amasse particolarmente l’uovo, che riteneva – così pare – quanto di meglio si potesse gustare ai suoi tempi, nella sua Firenze.

Come al solito, è difficile dare torto al Sommo Poeta: tutti (o quasi tutti) siamo stati nutriti, fin dalla più tenera età, con uova: dal classico “uovo sbattuto” fino ai classicissimi “uovo al tegamino” e alle frittatine variamente aromatizzate.

Nella storia immortale dell’uovo, c’è poi il famoso uovo che Colombo utilizzò per dimostrare le possibilità di nuove soluzioni per problemi ritenuti irrisolvibili, per poter concludere che tutti avrebbero potuto farlo (il suo famoso “viaggio verso le Indie” attraverso l’Atlantico) ma solo lui l’aveva fatto. 

Poi c’è il famoso rompicapo se sia nato prima l’uovo o la gallina, un rompicapo che, quando tenevo dei piccoli corsi aziendali di “finanza per non addetti” (di solito ingegneri), io ponevo a base della matematica finanziaria, intesa come strumento per misurare l’effetto del tempo sui valori (ma di questo ho già parlato in un post del 13 giugno 2017  intitolato Net present value, che chi vuole si può rileggere).

Ma l’uovo, non bisogna dimenticarlo, prima di essere quell’ottimo alimento dell’uomo di cui dicevo all’inizio, è anche un piccolo miracolo biologico: fecondato dal gallo, diventa il protetto abitacolo del futuro pulcino (prefigurazione del futuro pollo, pure di culinaria memoria), al quale fornisce per una ventina di giorni il prezioso nutrimento del tuorlo fino alla schiusa dell’uovo stesso, con l’emersione del pulcino alla sua (prevedibilmente) non lunga vita nel pollaio.

Sono certo che già molti dei miei pazienti lettori si domandino ove mai possa trovarsi un collegamento fra l’uovo, il pulcino e  questa crisi di governo (o di governabilità?) cui assistiamo attoniti in queste calde giornate di luglio.

Il fatto è che mi ha molto colpito – per la sua pretesa di omnicomprensività (?) – un enunciato di un esponente dell’opposizione  (o forse della italianissima opposizione endo-governativa; non lo cito con precisione solo perché non lo ricordo) che sintetizzo con parole mie, per come l’ho capito: il governo cade (e quindi la parola va data agli Italiani, col voto subito!) perché non ha saputo dare agli Italiani le risposte che questi si attendevano.

Ho provato a ragionarci sopra, cercando anch’io una prospettiva… omnicomprensiva: esiste, forse, una Domanda (la domanda delle domande!) che riassume in sé le domande cui gli Italiani, secondo la vulgata dei fautori della crisi, non hanno ricevuto adeguata risposta dall’attività di governo, in questo difficilissimo periodo di concomitanti pandemie, guerra, inflazione, crisi energetica, perturbazioni geo-politiche, minacce finanziarie, problematiche ambientali, etc.?

Forse, volendo esagerare nell’omnicomprensività, la Domanda è una sola: gli Italiani vogliono essere protetti da tutto ciò che c’è intorno (e in mezzo) a loro, vogliono vivere nel loro ovetto continuando a nutrirsi del tuorlo (fuori di metafora: la spesa pubblica) mentre il pollaio è scosso dalla tempesta: tutto ciò che accade fuori dell’uovo (guerra, inflazione, crisi energetica, etc) non li deve sfiorare (si potrebbe dire: non deve porgli problemi), non può e non deve incidere sul rapporto alimentare fra il pulcinetto ed il tuorlo di cui si nutre. 

E  dunque il governo ha il sacrosanto dovere di erogare con abbondanza e continuità ogni possibile rimedio per le turbative meta-oviche, sia, tale rimedio, un bonus, un superbonus, un ristoro, un sostegno, un supporto, un indennizzo, uno sgravio fiscale, un contributo una tantum o permanente, una messe di assunzioni pubbliche, etc. Dove ne prenderà le risorse, non sono fatti che interessino al pulcino.

Credo che il presente governo (oltre ad aver fatto molte cose difficili e fruttuose per il restauro della credibilità internazionale del nostro povero Paese) non abbia nemmeno lesinato mezzi per tenere il pulcino, per quanto possibile, al riparo da turbative meta-oviche; ma evidentemente non basta: si può fare di più, anzi si deve fare di più! E dunque, suvvia!, si faccia tosto un nuovo governo ( previa consultazione del saggio popolo sovrano che già tanta buona prova di sé ha dato eleggendo queste rappresentanze politiche) che rigeneri il tuorlo e ci preservi dallo shock della schiusa, quando il pulcino ancora umido dovrà pur cominciare a fare i suoi passi nel pollaio. Per un po' magari ci sarà qualche gallina che provvederà il timido beccuccio di vermetti o di altro cibo adatto alla tenera creatura. Ma il guscio non tornerà più a proteggere la progressiva suzione del tuorlo. E allora il pulcino dovrà adattarsi a convivere nel pollaio. E il nuovo Governo – forte delle tante capacità che il popolo saggio saprà attivare alla luce di una illuminante campagna elettorale – potrà senz’altro insegnarglielo meglio dell’attuale. Dunque: al voto! al voto subito! Senza aspettare le naturali scadenze!

Roma, 18 luglio 2022

 

 

 

martedì 12 luglio 2022

Questa estate nervosa

Guardando il telegiornale

(di Felice Celato)

Ben più di trenta anni fa, Ennio Flaiano era solito dire che “tra trenta anni, l’Italia non sarà come l’avranno fatta i governi ma come l’avrà fatta la televisione”.

Se si guarda al costume del nostro Paese non si può negare che la profezia di Flaiano si sia negli anni largamente avverata; certo, poi l’erosione qualitativa dell’auto-percezione degli Italiani, col declinare della Tv come dominante “scuola” di costume, ha trovato, nello straordinario dilagare della rete e dei social media, un potente frullatore, in grado di alimentare – a base di tweets e di opinionismi stizzosi - quella palude collettiva nella quale si annega o si nasconde la solitudine tormentosa della coscienza (copyright: Natalino Irti, su Il Sole 24ore del 10 luglio u.s.). Ma la televisione e la sua informazione soprattutto restano pur sempre il piatto forte della dieta mediatica degli Italiani.

Queste tristi considerazioni mi sono tornate in mente ieri, mentre - complice una strana estate di tensioni, per me anche di nuova natura - ho passato una solitaria mezz’ora davanti ad un telegiornale (anzi al telegiornale principe, quello  di RAI-Uno delle ore 20!), cosa per me ormai desueta, per ragioni di tutela del mio umore (già gravemente compromesso).

A seguirne l’impaginazione (e la proporzione fra la durata dei servizi) si sarebbe detto che il nostro paese viva in una bolla di futilità, fatta di memorie e di emozioni sproporzionate, di patinate distrazioni mondane, di canore fatuità, contrappuntate – per la completezza dell’informazione, perbacco! – da burocratici racconti di nano-machie parlamentari su problemi che non si possono negare ma che si esorcizzano sottolineando provvide attenzioni, mediante criptiche citazioni di nuovi “sostegni” (da tutti divergentemente voluti) al declinare della nostra – già non brillante – economia.

Vagano, nell’aria mefitica del nostro Paese, “cosucce” come un’ulteriore prova di cachistocrazia rappresentativa (con tanto di allarmante visita “al Colle” del nostro Presidente del Consiglio), una guerra a mille km dal nostro confine, minacce serie di una crisi energetica fra qualche mese, inflazione in ascesa, ulteriori depressioni reddituali, evoluzioni pandemiche, etc. Eppure il telegiornalone nazional-popolare “apre” – con tanto di Inno di Mameli - sul 40° anniversario della vittoria nel mondiale di calcio del 1982 e con le consunte sue immagini di esaltazione collettiva; dopo una non fugace intervista ad uno degli “eroi” (Cabrini) di quell’epico 11 luglio del 1982, divaga poi, con ricchezza di immagini nostalgiche, sulla notizia-bomba del giorno (la conferma del divorzio imminente della coppia Totti-Blasi) e, in piena apoteosi del nulla, annuncia, con tanto di orgoglio aziendale, che l’edizione del 2023 del Festival di San Remo sarà presentata – oltre che da Amadeus (per l’occasione, in studio, già in smoking) – nientepopodimeno che da Gianni Morandi, anche lui bardato da grande festa ma avvolto da una nube di citazioni canore di tempi remoti. Un pensoso cammeo – in omaggio al culto della lacrimuccia e perché non si dica che la televisione non è attenta ai più gravi problemi sociali – è poi dedicato al pianto di un bambino per l’abbandono, da parte della madre, del cane di famiglia (cosa ovviamente deplorevole ma non più, per esempio, delle condizioni in cui vivono i migranti stipati come bestie a Lampedusa; che però sono un tema divisivo!).

Ecco qua, il polpettone è pronto! Agli Italiani, il telegiornale più seguito (cfr. Censis 2021) serve il piatto di una fatua inconsapevolezza, condito con “preziose” spezie che sovrastano il povero sapore della carne macinata ma che evocano una principesca tavola imbandita.

Bene: non me la prendo con la Rai (l’impaginazione di una sera può anche riuscire male) ed io che non “frequento” l’informazione televisiva posso anche essere stato semplicemente sfortunato; ma, memore della profezia di Flaiano di cui dicevo all’inizio, mi domando: è ancora così (l’Italia è quella “fatta” dalla televisione) o si è chiuso l’anello ed è l’Italia che “fa” la sua televisione, che domanda il polpettone, per la voglia soprattutto di inebrianti spezie preziose?

Roma 12 luglio 2022

 

 

 

sabato 2 luglio 2022

In margine a 9 buche

 Argomenti “difficili”

(di Felice Celato)

In una società autenticamente civile non dovrebbero sussistere argomenti intrinsecamente pericolosi, capaci cioè di attivare metaforiche lapidazioni e sdegni ingiuriosi. Ma tant’è, e oramai ci siamo abituati a tollerare le intolleranze più diffuse, al punto che, di certi argomenti, le persone meno amanti delle risse (anche solo verbali) preferiscono non parlare apertamente.  

Per non farmi mancare niente in questa nervosa estate italiana, sfidiamo questa prudente attenzione e, certo della tolleranza degli amici cui mi rivolgo da queste colonnine, provo ad allineare qui di seguito il mio punto di vista di cattolico & liberale sul tema dell’aborto, improvvisamente tornato di moda anche da noi per le note decisioni transatlantiche. Confesso che l’ispirazione di questa “sfida” mi è nata casualmente, durante un rapido pranzetto fra amici reduci dalle classiche 9 buche da golfisti di scarso valore, quando una nemmeno tanto giovane golf-mate ha fatto sparire l’accenno di qualche commento sul tema dicendo che non le sembrava il caso di discuterne con me, forse presumendo una mia radicale avversità di cattolico integralista.

Partiamo dalla mia posizione di cattolico: come cattolico coltivo gelosamente una concezione creaturale dell’uomo; derivata dalla fede e dalle sue implicazioni ontologiche e morali come sono state nel tempo declinate, sulla base della Rivelazione, dalla Chiesa cattolica di cui sono membro (magari indegno ma grato e convinto). Proprio per questa sua derivazione, tale concezione dell’uomo non può – anzi: non deve! – in alcun modo essere imposta ad altri che non la condividano, anche perché, la fede – da cui trae origine – è un fatto personale e comunitario che non si partecipa attraverso imposizioni. Che tale antropologia cattolica possa e debba coesistere con altre anche radicalmente diverse mi pare pacifico, sia come cattolico che come liberale. [NB: per la verità mi parrebbe altrettanto pacifico – mi pare anzi: doveroso pretendere – che essa possa essere liberamente proclamabile ed argomentabile senza suscitare le metaforiche lapidazioni di cui dicevamo all’inizio o l’ingiuria “infamante” di clericalismo].

Veniamo ora al punto di vista liberale, e quindi politico e sociologico (o per meglio dire: di politica del diritto): ad un liberale autentico e convinto quale mi ritengo ripugna l’idea che la volontà di una parte, quand’anche fosse maggioritaria (e certamente sul tema siamo lontani, assai lontani, da questa situazione!) possa imporre a tutta la società una determinata concezione dell’uomo e della sua libertà comportamentale (fatti salvi, ovviamente, i casi in cui tale libertà comportamentale non si estrinsechi nella inaccettabile violazione delle altrui libertà). E dunque, dal punto di vista liberale, nel caso di specie, secondo me, non può negarsi il diritto/dovere dello Stato di disciplinare liberalmente il ricorso a pratiche abortive, facendo salve forme e condizioni sulle quali non intendo qui prendere alcuna posizione (fra l’altro, non conosco a sufficienza la materia).

Nella semplificazione del ragionamento cui ci siamo abituati quando parliamo per slogan, posso quindi dire senza esitazione, come cattolico & liberale, di essere “favorevole alla legge sull’aborto” (sarebbe più esatto dire “favorevole ad una disciplina organica e liberale dell’aborto”, peraltro inclusiva del diritto all’obiezione di coscienza dei sanitari che sono chiamati a praticarlo; ma – ripeto – non è questo il tema di questa nota); e fermo restando, ovviamente, l’obbligo morale del cattolico di non praticarlo.

Bene: messo da parte il sospetto di integralismo clericale (che proprio non mi sfiora, qualunque cosa questo sintagma voglia veramente dire!), oso però porre una domanda: siamo sicuri che l’assoluta libertà di disporre delle altrui potenzialità vitali [si noti che non dico, come potrei da cattolico, dell’altrui vita prenatale] costituisca un sano innervamento delle nostre civiltà? Che sia, cioè, un patrimonio culturale (una “conquista”, si direbbe su molti giornali) da lasciare in eredità ai new comers del nostro mondo occidentale, perché il dominio della madre sul feto è un bene da tutelare più delle potenzialità vitali del feto stesso? Che la cultura della altrui "non-nascita" in cambio di un libero disegno della propria vita sia un’irrinunciabile ed ingovernabile acquisizione “della donna”? E’ o no – comunque voglia rispondersi alle domande precedenti – lecito dubitarne, dal punto di vista culturale ed antropologico (qualunque sia il concetto che si possa avere della natura umana)?

Ecco: a me pare che questo dubbio debba essere condiviso anche da chi i dubbi non li ama perché confondono le idee, soprattutto a chi ne ha poche e convenzionali.

Roma  2 luglio 2022

 

 

 

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