domenica 5 giugno 2022

Appropriatezza

Linguaggi e vocalizzi

(di Felice Celato)

Il fastidio (di più: la nausea) e la fatica di questi tempi nostrani offrirebbero molti spunti per la loro stessa oggettivazione, almeno con riferimento al nostro angusto contesto valligiano; ma indagarli – questi spunti – sarebbe un esercizio triste e tutto sommato generatore di ulteriori disgusti, di cui nessuno veramente cosciente sente il bisogno: meglio lasciarli al loro prepotente erompere, quando – come diceva mia madre – il troppo è troppo (e accade più spesso di quanto non ne scriva).

Mi soffermerò invece brevemente sul più superficiale (e al tempo stesso più generalizzato) dei fastidi che mi suscita la lettura dei giornali, non (solo) per i fatti che vi si leggono ma anche per i modi con cui (molto spesso) questi stessi vengono commentati: l’inappropriatezza dei linguaggi.

Se si cerca sul dizionario Treccani, l’appropriatezza del linguaggio viene definita prevalentemente nel suo significato linguistico, nel senso cioè della proprietà linguistica dell’esprimersi. Per carità, ascoltando (o leggendo) molti dei discorsi che si sentono fare dai nostri opinion leaders (per i nostri politicanti sarebbe meglio dire opinions followers, data la loro soggezione al piacionismo opinionale) si pongono inquietanti interrogativi anche sotto questo profilo; ma non è  questo che, qui, più mi preoccupa (in fondo alle gravi carenze culturali del nostro paese abbiamo fatto l’abitudine; e l’ascolto quotidiano di quel che si pensa o si dice, da noi, in ambito politico – e, spesso, giornalistico – è l’esercizio più sconfortante che si possa consigliare a chi cerchi di capire dove siamo diretti).

C’è invece un profilo della appropriatezza che ha a che fare con la gravitas (forse direbbe Calenda, che ha utilmente “riesumato” il concetto), cioè il rigore, la serietà, la dignità, la consistenza dell’argomentare in materie tanto delicate ed importanti quali sono quelle che sono affidate a chi, dei fatti e delle idee, è chiamato ad assumersi la responsabilità, per la buona ragione che li deve governare (i fatti) ed esporre (i fatti e le idee) in maniera coerente con il ruolo ricoperto, con la serietà delle circostanze, con la gravità delle conseguenze degli enunciati e con l’estrema complessità delle situazioni che viviamo. Non si può parlare di delicati equilibri internazionali, di problematici assetti economici, energetici e politici, di trattative estremamente complesse e rischiose, di situazioni (anche non nuove) gravide di conseguenze da soppesare (finalmente!) con l’attenzione che meritano, senza usare un linguaggio appropriato a quelle delicatezze, complessità, rischiosità, ricadute. [Men che meno, ovviamente, si possono decentemente proporre alla pubblica attenzione “ideone” destinate a durare l’espace d’une nuitmagari configurando azioni, più o meno bizzarre, destinate solo a compiacere le ambizioni di proedria (da Treccani: diritto di sedere nei primi posti a teatro, nei teatri dell’Antica Grecia in particolare) di personaggi che in contesti più seri faticherebbero a trovare posto in loggione].

Bene, anzi male; ma a questo sconcertante concerto di vocalizzi inappropriati, mi pare ci siamo fatti avvezzi (complici tanti talk-shows televisivi!) al punto che siamo disposti ad accettare che, per esempio, una precisazione polemica diventi – su molti giornali – uno schiaffo o uno sbugiardamento; un ribasso di borsa un crollo, come un rialzo uno schizzo; un aumento dei prezzi un’impennata, o, viceversa, un calo dei valori una frana; un’opinione di una banca d’affari una minaccia al Paese o, viceversa, un endorsement mafioso; una riforma del gravoso sistema pensionistico una stangata; un realistico richiamo ai gravissimi problemi del debito pubblico una bufala ricorrente; un (fondatissimo) dubbio sulle distorsioni del reddito di cittadinanza un attacco ai poveri; e così via, come si potrebbe esemplificare a lungo, anche uscendo dal perimetro politico-economico.

                       

Oggi è il giorno di Pentecoste, la festa cardine della cristianità, nella quale si celebra l’affidamento della Verità all’opera dello Spirito Santo nella storia (una terza e "definitiva" fase della Rivelazione). E’ veramente notevole che la prima manifestazione esterna di questa “consegna” venga descritta negli Atti degli Apostoli (At. 2, 1-11) attraverso un fenomeno linguistico (dove la lingua è strumento di comunicazione): Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all'improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di essi. Ed essi furono tutti pieni dello Spirito Santo. E cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi..... La folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua...Erano stupefatti e fuori di sé per lo stupore dicevano: Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? E com'è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?... e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio.

Mi pare perciò appropriato ai sensi di questa nota proporre ai miei lettori fideles la rilettura dell’inno allo Spirito Santo che si recita in chiesa: Veni, Sancte Spiritus, et emitte caelitus lucis tuae radium….. 

Roma, 5 giugno 2022

 

 

 

martedì 24 maggio 2022

Viaggi di mare

Gli strani percorsi della memoria

(di Felice Celato)

Ci sono (meglio: ci sarebbero, se non si fosse sostenuti dalla Speranza che lo Spirito Santo potrebbe, ad un certo punto, …gonfiare le Sue gote e soffiare con ancora più robusta energia sulla storia di questa confusa umanità) molte ragioni per essere depressi; provo a farne un elenco certamente incompleto:

  • la pandemia e poi, a seguire, la sanguinosa paranoia Putiniana,
  • le “nuove” infezioni di origine scimmiesca, 
  • l’inflazione, la stagnazione, i rischi energetici, 
  • le sanzioni e i loro possibili risvolti,
  • la decozione mentale della nostra politica (e di molti ecolalici mass media),
  • la sconsiderata dimenticanza di nostri storici problemi, all’insegna del “ristoro” e del “bonus”,
  • la statolatria assunzionista nazional-popolare,
  • etc, etc., etc….

E non c’è dubbio che chi, come me, non è preso da urgenze di fare, ne sia più depresso, in funzione del tempo (insensato) che può dedicare a seguire le cronache di quelle vicende (il lavoro – come diceva Pavese – stanca; e purtuttavia concentra la mente sul fare bene, a testa bassa, quel che si è pagati per fare bene).  

Per cercare di sottrarmi al deprimente ciclo, ho voluto festeggiare il (naturalmente mancato) compleanno della mia defunta madre (oggi avrebbe compiuto 94 anni) con una devozione tipicamente gesuitica, la festa della Madonna della Strada, affrescata in uno storico dipinto, particolarmente caro a Sant’Ignazio e conservato in una bella cappella della romanissima chiesa del Gesù. 

Come spesso accade nelle più belle preghiere della Chiesa, le parole si rimandano gli echi di secoli di fede ma parlano in ogni presente con i sensi appropriati per quel presente. E così, leggendo la preghiera alla Madonna della Strada (accompagnaci sulle vie del mondo, tu che hai camminato sui monti della Giudea, portando sollecita Gesù e la sua gioia, sulla strada da Nazareth a Betlemme…sul cammino dell’esilio, …sulla via del Calvario) la mia mente – nella memoria materna – è corsa alle vie del mondo sulle quali sono stato accompagnato, ai luoghi della mia giovinezza adriatica e a qualche immagine di essi che misteriosamente mi è tornata vivida (Ave Maris Stella, c’è scritto sulla facciata della Chiesa della Madonna della Marina a San Benedetto del Tronto).  Inevitabilmente – ormai i miei lettori conoscono i miei circuiti – alla memoria si è affacciato con prepotenza l’incipit dell’ inno mariano scritto da Benedetto XVI (in Spe Salvi, 48): Ave Maris StellaLa vita umana è un cammino. Verso quale meta? Come ne troviamo la strada? La vita è come un viaggio sul mare della storia, spesso oscuro ed in burrasca, un viaggio nel quale scrutiamo gli astri che ci indicano la rotta. Le vere stelle della nostra vita sono le persone che hanno saputo vivere rettamente. Esse sono luci di speranza. Certo, Gesù Cristo è la luce per antonomasia, il sole sorto sopra tutte le tenebre della storia. Ma per giungere fino a Lui abbiamo bisogno anche di luci vicine – di persone che donano luce traendola dalla sua luce ed offrono così orientamento per la nostra traversata. E quale persona potrebbe più di Maria essere per noi stella di speranza – lei che con il suo « sì » aprì a Dio stesso la porta del nostro mondo; lei che diventò la vivente Arca dell'Alleanza, in cui Dio si fece carne, divenne uno di noi, piantò la sua tenda in mezzo a noi?

 

Il viaggio sul mare della storia, spesso oscuro ed in burrasca, è, forse in buona parte, anche il nostro viaggio nel presente; e gli astri che ne indicano la rotta, le luci di speranza, sono  le persone che hanno saputo vivere rettamente (spesso in tempi difficili non meno dei nostri) seguendo con tenacia il loro navigare, luci vicine, piccoli astri che ci hanno tenuto in braccio, con gli occhi già rivolti alla nostra rotta. Nella loro memoria, la nostra rotta, l’orientamento per la nostra traversata

Roma, 24 maggio 2022 (festa della Madonna della Strada)

 

 

mercoledì 11 maggio 2022

Guerra e pace

A.F.A.I.K.

(di Felice Celato)

Come ogni anno, il passaggio della stagione verso l’agognata primavera-estate mi cagiona una certa neghittosità; quest’anno aggravata da qualche lieve malanno e, soprattutto, dalla natura del tema del quale sarebbe impossibile non occuparsi.

Non mi va di scrivere, ma – e questo è veramente insolito – non mi va nemmeno di leggere; e allora le nostre conversazioni asincrone languono (ma non per carenza di materia). Per carità, non è – questo – di per sé un male grave; anzi – starei per dire – nel diffuso ciaccolare sarebbe un bene. E tuttavia mi fa piacere analizzarne brevemente con i miei lettori le “ragioni”.

Una cosa mi pare certa: viviamo un periodo drammatico, per la gravità (e la vicinanza) dei fatti e per l’ancora più grave carico di possibili conseguenze. Il fatto è, però, che la diffusa tendenza ad assumere una posizione mi pare largamente viziata da alcuni a priori oscillanti fra la banalità dell’enunciato (alzi la mano chi non è a favore della pace e non mi periterò di dargli pubblicamente dell’imbecille!), il pregiudizio ideologico (di putinisti e di anti-occidentalisti viscerali), la vanità dell’enunciante (vedansi diversi talk-showmen), la vacuità di certe ipocrite ideone (soccorrere il resistente somministrandogli armi non letali) e l’improbabilità di una diffusa deep knowledge di fatti, di dinamiche e, soprattutto, di conseguenze possibili. 

Certo, c’è l’evidenza dei fatti (uno stato indipendente barbaramente aggredito per assecondare le pretese e le paranoie dell’aggressore) e l’urgenza (civile e morale) di un’azione, essendo l’inazione (il passare oltre del sacerdote e del levita della famosa parabola del buon samaritano) forse più colpevole di ogni azione. 

Ma da qui all’essere certi su che cosa sia meglio fare corre un mare di incertezze che molti navigano con pubblici enunciati ma che i più assennati temono per la profondità dei mali che ciascuna azione rischia di implicare (mali anche indiretti, soprattutto nell’ottica di paesi dalle deboli ed instabili pubbliche opinioni; provate ad immaginare che cosa succederebbe il Italia nel caso di un significativo shortage di gas ad ottobre, a pochi mesi dalle elezioni politiche del 2023!). 

Questo mi pare essere più che bastante per esprimere – per quel nulla che conta – la mia debole opinione facendo ricorso ad una “clausola” che si usa spesso nella felpata comunicazione degli yuppies più avveduti (che non sono molti) con l’acronimo A.F.A.I.K. (as far as I know): la linea d’azione espressa da Macron e da Draghi mi pare quella che meglio naviga fra gli (insopprimibili) imperativi morali/civili e la caterva dei rischi impliciti nelle azioni che tali imperativi suggeriscono.

Per la materia e per… la stagione queste povere parole costituiscono il massimo dello sforzo che riesco a fare per non astrarmi del tutto dal presente.

Roma,11 maggio 2022

 

 

 

mercoledì 27 aprile 2022

Segnalazioni

La fanta-storia di E.E.S. e altro

(di Felice Celato)

Come mi accade spesso quando il livello del mio fastidio per certi aspetti del nostro presente arriva a livelli preoccupanti (e le gazzarre delle Festa della Liberazione non hanno certamente giovato), mi rifugio nell’avida lettura di qualcosa che valga ad estraniarmi almeno per un po'. Eccomi così alla “relazione” su quanto ha occupato diverse ore delle mie giornate (e anche di qualche ora di troppo della mia costante insonnia). Comincio da un libro molto strano di un autore (Eric Emmanuel Schmitt) di cui ho più volte parlato su queste pagine (*) e che annovero fra i più interessanti e gradevoli dei “narratori” viventi. Stavolta lo scrittore francese alsaziano (naturalizzato belga) si cimenta in un lunghissimo racconto (oltre 400 pagine) che definirei di fanta-storia (per dire di un racconto che attraversa la storia fantasticando alla luce di un “poi” sempre scorrevole, come i racconti di fantascienza attraversano il futuro alla luce di ardite proiezioni del presente); e il racconto (Paradisi perduti, edizioni E/O 2022) è solo la prima parte di un’opera monumentale non ancora pubblicata (almeno in Italia), che si dipanerà in altri sette volumi, tutti incentrati sulla traversata dei tempi che una misteriosa Forza consente ad un uomo del neolitico, reso insensibile al decorso del tempo tanto da poter vivere tutti i capitoli della storia umana fino ai nostri giorni, con una conoscenza del mondo che sembra destinata ad arricchirsi delle varie culture attraversate, senza perdere la memoria delle radici.

Un’architettura monumentale, come dicevo poco fa, che andrà seguita nei suoi sviluppi (anche nei prossimi sette volumi!) per non perdere le tracce del protagonista e narratore (Noam) che racconta il passato dei suoi tempi, via via scoprendosi un sopravvissuto ad essi. E, poiché Eric Emmanuel Schmitt è un autore di vasta ed articolata cultura e di una profonda sensibilità umana, è da prevedere che anche il seguito di questo volume sarà una gradevolissima ed intelligente (in senso stretto) lettura della storia; tanto più che E.E.S. è anche un eccellente narratore.

Sulle vicende raccontate in questo volume (dal neolitico al diluvio e ai suoi sviluppi) non vale la pena di trattenersi, per non rovinare il piacere della lettura; ma anche perché, in fondo, il loro intrico sembra funzionale ad un disegno culturalmente più largo, fatto di temi che, da uomini dei nostri tempi, abbiamo imparato a leggere alla luce di chiavi interpretative assai complesse, da quella psicoanalitica (il rapporto padre-figlio)  a quella sociologica (la progressiva specializzazione degli aggregati sociali), a quella religiosa (la insopprimibile domanda di sempre).

Della seconda lettura di questi giorni farò solo una menzione, perché il tema (si tratta del volume Il monastero, scritto da Massimo Franco, per l’editore Solferino, 2022, in buona sostanza dedicato alle conseguenze della rinuncia al papato da parte di Benedetto XVI ed alle “evoluzioni” dei rapporti fra i “due papi”) credo debba appassionare solo i lettori del perimetro “fideles”. Posso solo aggiungere che l’autore – grande conoscitore delle vicende e degli ambienti di cui parla – scrive con acume ed equilibrio in materia difficile e suscettibile di letture inutilmente faziose.

Roma, 27 marzo 2022

(*) Ri-segnalo, nell’ordine, i libri di E.E.S. di cui nel tempo ho qui consigliato la lettura: Il vangelo secondo Pilato (post del 13 5 11); La giostra del piacere (5 12 13); La vendetta del perdono (7.6.18); Il figlio di Noè (30.11.19); La notte di fuoco (12.12.19) e Diario di un amore perduto (2.4.21). Ma per la verità avrei potuto menzionarne diversi altri (romanzi o raccolte di racconti) che – a mio avviso – vale la pena di leggere (La parte dell’altro, Concerto in memoria di un angelo, La sognatrice di Odessa, Il Visitatore, etc) 

 

 

sabato 16 aprile 2022

Nel tempo del Sabato Santo

Gli auguri di Pasqua 2022

(di Felice Celato)

In questa vigilia pasquale angosciata e depressa, farei fatica a trovare le parole giuste per formularci un vigoroso augurio di Resurrezione, del quale noi tutti abbiamo più che mai bisogno. Ancora una volta (l’ho già fatto qualche anno fa) prenderò in prestito alcuni brani di straordinaria intensità (per ragioni di brevità ne scelgo solo un po' di righe) scritti molti anni fa dall’allora Cardinale Joseph Ratzinger e tratti da una piccola raccolta di meditazioni di Karl Rahner e, appunto, di Joseph Ratzinger (Settimana Santa, Queriniana 2012) che da anni mi accompagna durante questo periodo dell’anno liturgico. 

Sabato Santo: giorno della sepoltura di Dio; non è questo in maniera impressionante il nostro giorno? Non comincia il nostro secolo a essere un grande Sabato Santo, giorno dell’assenza di Dio, nel quale anche i discepoli hanno un vuoto agghiacciante nel cuore che si allarga sempre di più, e per questo motivo si preparano pieni di vergogna e angoscia al ritorno a casa e si avviano cupi e distrutti nella loro disperazione verso Emmaus, non accorgendosi affatto che colui che era creduto morto è in mezzo a loro? ….L’oscurità divina di questo giorno, di questo secolo che diventa in misura sempre maggiore un Sabato Santo, parla alla nostra coscienza. Anche noi abbiamo a che fare con essa. ….Noi abbiamo bisogno del silenzio di Dio per sperimentare nuovamente l’abisso della sua grandezza e l’abisso del nostro nulla che verrebbe a spalancarsi se non ci fosse lui. 

C’è una scena nel Vangelo che anticipa in maniera straordinaria il silenzio del Sabato santo e appare quindi ancora una volta come il ritratto del nostro momento storico. Cristo dorme in una barca che, sbattuta dalla tempesta, sta per affondare…. Dio sta a dormire mentre le sue cose stanno per affondare, non è questa l’esperienza della nostra vita? La Chiesa, la fe­de,[ forse il corso stesso della nostra storia] non assomigliano a una piccola barca che sta per affondare, che lotta inutilmente contro le onde e il vento, mentre Dio è assente? I discepoli gridano nella disperazione estrema e scuotono il Signore per svegliarlo, ma egli si mostra meravigliato e rimprovera la loro poca fede. Ma è diversamente per noi? Quando la tempesta sarà passata, ci accorgeremo di quanto la nostra poca fede fosse carica di stoltezza. E tuttavia, o Signore, non possiamo fare a meno di scuotere te, Dio che stai in silenzio e dormi, e gridarti: svegliati, non vedi che affondiamo? Destati, non lasciar durare in eterno l’oscurità del Sabato Santo, lascia cadere un raggio di Pasqua anche sui nostri giorni, accompàgnati a noi quando ci avviamo disperati verso Emmaus perché il nostro cuore possa accendersi alla tua vicinanza. Tu che hai guidato in maniera nascosta le vie di Israele per essere finalmente uomo con gli uomini, non ci lasciare nel buio, non permettere che la tua parola si perda nel gran sciupio di parole di questi tempi. Signore, dacci il tuo aiuto, perché senza di te affonderemo. Amen.

Possa veramente un raggio di Pasqua illuminare il cammino nostro e del nostro tempo, anche nei giorni bui che stiamo vivendo. Buona Pasqua di Resurrezione a tutti.

Roma, 16 aprile 2022 (Sabato Santo)

 

 

 

 

 

martedì 12 aprile 2022

L' omone infallibile

La moviola della storia

(di Felice Celato)

In questi giorni angosciosi, leggendo le opinioni dei moderni maitres à penser che quotidianamente ci spiegano dai giornali o dai talk-show, gli inestricabili (ma apparentemente a loro chiari da tempo) segreti della geo-politica (per esempio quello della non prevista invasione dell’Ukraina), mi è sorto un dubbio “filosofico” e basilare: l’uomo, fallibile, spesso miope nel suo sguardo al presente e sempre ignaro del futuro, quando si organizza in un’entità sovra-personale (sia essa uno stato, l’Unione Europea, la Nato o qualsiasi altra rilevante per il corso della storia), diventa forse un omone infallibile (o meglio: da presumersi infallibile)? O rimane – proprio perché organismo sovra-personale – prigioniero di quella connaturata fallibilità dei suoi attori umani, intrisi di giudizi parziali e di pre-giudizi, di interessi diversi per storia, per collocazione geografica, per condizioni presenti o per prospettive sperate, per aspettative giuste od ingiuste? 

Proviamo a ragionarci usando quella magica moviola che è la storia (come ogni moviola, anche questa, consente di rivedere al rallentatore le azioni senza poterle cambiare!), ripercorrendo un paio di passaggi di quel periodo che è stato definito - dallo storico tedesco Ernst Nolte - come la guerra civile europea combattuta fra il 1917 e il 1945 (nella speranza che il presente non ne costituisca un prolungamento).

Come ha magistralmente narrato Christopher Clark (nel suo bellissimo libro I sonnambuli -Come l’Europa arrivò alla Grande Guerra, cfr. post dell’8 aprile 2016), i re, gli imperatori, i ministri, gli ambasciatori, i generali dell’Europa ante 1914 (dunque uomini, seppur potenti) apparivano ed agivano come sonnambuli apparentemente vigili ma non in grado di vedere, tormentati dagli incubi ma ciechi di fronte alla realtà dell'orrore che stavano per portare nel mondo.  

Vinta come fu la guerra voluta dai sonnambuli, questi stessi si costituirono nell’omone dei vincitori (anzi, un super-omone fatto di stati) e a Versailles stabilirono schiaccianti danni di guerra a carico delle potenze sconfitte. 

J.M Keynes - che pure faceva parte della delegazione inglese alla conferenza di pace (dalla quale si dimise in polemico dissenso nel maggio del 1919) - scrisse a caldo (nell’estate di quello stesso 1919) uno storico libretto The economic consequences of the peace nel quale descriveva gli ”accordi” di pace come una pace cartaginese: in sostanza, simile a quella che i Romani imposero ai Cartaginesi alla fine della seconda guerra punica… cui - non a caso - seguì dopo pochi anni la terza guerra punica. I moviolisti della storia sono unanimi nel ritenere che furono proprio la pesantezza di quei danni di guerra e l’umiliazione della Germania ad alimentare la propaganda e quindi (dopo la fase di Weimar) l’avvento del nazismo (e, quindi, ancora, per dirla sempre con lo storico tedesco Ernst Nolte, lo scoppio della seconda fase della guerra civile europea ).

Uomini ed omoni, dunque, anche senza soluzione di continuità personale, si succedettero gli uni agli altri per commettere quelli che - alla moviola - sembrano (e furono) tragici errori di valutazione e di azione; perché questa è la storia dell’uomo, dei suoi giudizi sul presente, delle sue autorappresentazioni del futuro, dei suoi tentativi di modellarlo (il futuro) alla luce di quelle autorappresentazioni; seminando macerie e talora mietendo sanguinosi successi (come fu, innegabilmente, la sconfitta - speriamo perenne - del nazifascismo).

Certo, Keynes aveva visto chiaro sulla pace di Versailles; ma - come ho già avuto occasione di notare - la lettura del suo libro non credo che abbia arrecato alcun conforto a chi veniva sterminato dalla follia nazista, né - d’altra parte e per nostra fortuna - fornito ragioni valide per non combattere la sua perversità.

Conclusione di questo fin troppo lungo ragionamento: l’uomo (o l’omone in cui si aggrega), per dirla col padre Dante (Purgatorio, III, 37 e seg.) quando è veramente lucido può (talora) vedere chiaramente il quia (ciò che esiste, che accade) ma non il quid (l’essenza di ciò che è o il suo perché): gli sfugge per natura, come insegna San Tommaso d’Aquino, quando il quid è l’essenza di dell’Essere; ma molto spesso anche quando il quid è quel groviglio di passioni e pulsioni che è l’agire dei suoi simili.

Se vi va, pensateci sopra, davanti al prossimo talk-show in cui qualcuno - quand’anche senza esplicitamente negare la necessità di opporsi alla perversità - vi descriverà, con dovizia di argomentazioni, quelli che (forse) sono stati gli errori della NATO, dell’UE, dell’ONU o di ogni altro omone “tenuto” all’ infallibilità.

Roma 12 aprile 2022

 

 

 

sabato 9 aprile 2022

Il C.U.R., Isocrate

…e i benefici della pace

(di Felice Celato)

Isocrate: …. Se faremo la pace, abiteremo la terra con molta sicurezza. Essendoci allontanati sia dalla guerra sia dai pericoli sia dal tumulto, procederemo ogni giorno verso l'abbondanza, esentandoci sia dalle tasse per la trierarchia [in sostanza: il finanziamento della guerra ] sia dalle altre liturgie compiute per la guerra.

 

Da molto tempo ormai, il “vostro” Camminatore Urbano Rimuginante (C.U.R.) ha smesso di rimuginare camminando per la città e guardandosi attorno. Del resto il contesto di questi ultimi due anni più che rimuginazioni sembrava suggerire di solamente camminare senza pensare troppo a quel che quotidianamente ci scorre accanto, magari piuttosto cercando di allineare qualche preghiera mentale per affidare al Padrone di casa gli sconforti del nostro abitare (o qualche lamentela sui nostri coinquilini, specie in questi ultimi tempi). 

Invece, proprio ieri, qualcosa di “antico” mi è scattato nella mente, mentre - costretto da un banale accidente automobilistico – mi sono trovato a vagare per due ore in un quartiere molto popolare di Roma (più noto per la sua nominata malavita che per le sue invisibili bellezze) in attesa che mi venisse restituita la macchina col “parabrezza” sostituito: era il titolo di un vecchio brano che tutti quelli che hanno fatto il liceo classico hanno dovuto almeno una volta tradurre dal greco: I benefici della pace, da Isocrate (educatore greco del IV sec a.C.). E ad ispirarmi la lontana memoria è stato, certamente, il contrasto fra l’angoscia per la guerra alle nostre porte e il sereno svolgimento della vita quotidiana lungo le larghe strade di quel quartiere. Provo a darvene un’idea: sui vasti marciapiedi bancarelle di immigrati pacificamente fieri delle loro mercanzie, con qualche acquirente in vena di scherzare (ma anche di comprare qualcosa); davanti ai bar, tavolini popolati di lavoratrici multicolori (bianche, nere, marroncine, gialle, tutti i colori dell’umanità) in pausa da chissà quale occupazione, pacificamente dialoganti in quella che doveva essere diventata la loro lingua comune (l’italiano, per quanto non purissimo toscano); un paio di giardinetti volanti con panchine di travertino occupate da vecchietti in vena di godersi qualche sprazzo di aria di primavera, in tranquilli conversari sul passato; quattro o cinque supermercati enormi, traboccanti di merci (in uno, ho contato 12 passi di lunghezza dello scaffale per il pet-food, in un altro 26 – diconsi ventisei – diversi modelli di forni a microonde) di fronte alle quali decine e decine di persone, spingendo carrelli riempiti in varia misura, esercitavano la loro personale signoria della scelta, compatibile con le risorse di ciascuno; un enorme store di scarpe sportive con un apposito reparto per numeri dal 46 al 48; giovani madri con bambini in carrozzina, sorridenti entrambi; padri in scorta a ridenti frugoletti con monopattino. E così via, con il segno dei benefici della pace iscritti sui volti di tutti.

Per carità, so bene che i benefici della pace non sono solo quelli generati dall’ “immorale” consumismo (che però fa girare migliaia di fabbriche dove lavorano centinaia di migliaia di lavoratori; e che, in fondo, sarebbe tutt’altra cosa rispetto alla pacifica fruizione dei frutti della terra, dell’impresa, dei suoi finanziatori e dell’organizzazione del lavoro dell’uomo). Come pure credo di saper bene che i benefici della pace hanno (anche e soprattutto) una mite natura umana e spirituale che travalica la materialità del moderato benessere (comunque necessario) di un semplice quartiere popolare di Roma. E tuttavia questi poveri segni di un pacifico andamento della vita quotidiana mi sono sembrati l’emblema dei benefici della pace, come plastico contraltare delle immagini di disperazione, dolore, sconforto e miseria che da oltre 40 giorni ci scorrono davanti agli occhi, senza che alcuno abbia trovato – non ostanti le tante verbose "saggezze" – la magica formula per farli cessare.

Sul finire della lunga camminata e sempre sull’onda della memoria, mi è tornata alla mente anche una frase che un vecchio prete di tanti, tanti anni fa premetteva ad ogni preghiera, anche talora suscitando qualche celia incosciente di noi ragazzetti: Signore, ti ringrazio sempre di tutti i tuoi benefici. Per vederne, ieri, in plastica contrapposizione al non lontano presente di non lontani territori, mi è stata utile una passeggiata alla Magliana; ma, lo confesso, da quando sono vecchio (o solo invecchiato?), per mio conforto, non ne ho sempre bisogno. Mi permetto di consigliare di meditare ogni mattina quella decina di parole del mio vecchio prete.

Roma  9 aprile 2022