domenica 27 febbraio 2022

Tragiche emozioni

Scenari novecenteschi

(di Felice Celato)

Meno di due mesi fa, dando un’occhiata preoccupata all’imminente 2022 (post L’ambiguo 2022, del 29 dic. 21) avevo esplicitamente espresso la speranza di poter provvisoriamente prescindere dal considerare i preoccupanti scenari geo-politici che avevamo (ed abbiamo) di fronte. E, come spesso mi accade, sbagliavo. Dopo poco meno di due mesi, stiamo respirando l’alito fetido di venti di guerra a poco più di 1000 km dal nostro confine (la distanza fra Trieste e Leopoli – la più vicina delle grandi città Ukraine – è di 12 ore in auto, un’ora in aereo; più o meno la stessa di quella fra Trieste e Palermo).

I giornali sono pieni di analisi, talora anche autorevoli, su quanto sta accadendo in Ucraina perché io – che non posso certo dirmi un esperto di geopolitica – tenti di allineare la mia. 

A me pare chiara solo una cosa: che il nemico contro il quale il “denazificatore” Putin (con metodi non dissimili da quelli del “nazificatore” di qualche ventennio fa) sta portando un attacco spietato, è l’Europa; ai valori di questa (di cui essa stessa talora sembra immemore) che hanno indotto ed inducono un crescente numero di “pezzi” dell’ex-impero sovietico a desiderare di entrare a far parte dell'UE, sottraendosi anche al triste "protettorato" degli epigoni di quello. E la generazione di centinaia di migliaia di profughi verso ovest è una implicazione astuta dell’attacco (una bomba atomica politica, nei nostri paesi da tempo confusi e arrovellati sul problema delle accoglienze).

I media televisivi consentono oggi di vivere quasi in diretta il dramma di una giovane nazione che, con le fionde di Davide, si appresta a resistere al Golia che tanti ammiratori ha pure da noi (basta cercare su Internet per dotarsi di argomenti sufficienti per commiserarci della nostra classe politica): il breve video di un mezzo pesante Russo, che devia dalla sua strada per fagocitare una vettura privata di un cittadino del popolo “nemico”, resterà – temo – l’immagine vivida dell’operazione in atto.

Sono – lo confesso – emozionato e confuso. Le forze del male e le loro lunghe radici nell’animo umano mi hanno sempre spaventato; tanto più quando si alimentano del sonno della ragione che – come ha magistralmente illustrato Goya – genera mostri.

Mi resta la fede che le porte degli inferi non prevarranno. Già, non praevalebunt; ma quanto sarà lungo il cammino di dolore che sarà necessario percorrere?

Roma 27 febbraio 2022

mercoledì 16 febbraio 2022

Spigolature classiche

 Scrivere, di questi tempi

(di Felice Celato)

Scrivere, anche solo per chiacchierare fra amici, di questi tempi mi è oltremodo faticoso: sono estremamente preoccupato per gli andazzi sociologici e psico-politici del nostro paese, che si frastorna di bonus, di slogan, di pre-elettoralismi dissennati, di isterie collettive amplificate da una stampa sempre meno pensosa, di una stanchezza delle menti e delle emozioni, che mi paiono – tutte insieme – sempre più pericolose (almeno per il prossimo futuro, quando questo governo sarà – temo – soverchiato da queste pulsioni).

Eppure, per mantenere una linea di comunicazione che valga a superare la noia angosciosa, mi rimetto alla tastiera, con qualcosa destinato – almeno nelle intenzioni – a far sorridere qualcuno.

Una premessa, ancora, prima di venire alla spigolatura di oggi: non sono così colto da intrattenere quotidiani conversari coi classici latini, pur amando molto il latino e quel mondo; per fortuna però ho anche una cognata molto colta e professionalmente versata nella materia, che ogni tanto mi gira qualche ritaglio su cui riflettere; da questo, quanto segue. 

L’autore è Caio Plinio, detto Plinio il Giovane, avvocato, scrittore e magistrato romano del I secolo d.C.; l’opera è il suo Epistolario, dalla cui edizione Utet (in ebook) copio questa lettera (IV libro, lettera n. 25) ad un (a me) ignoto Mesio Massimo, suo amico e corrispondente.

Caio Plinio invia i suoi saluti al caro Mesio Massimo. Ti avevo scritto che c’era da temere che dalle votazioni a scrutinio segreto scaturisse qualche guaio. Le previsioni si sono realizzate. Negli ultimi comizi in alcune schede si sono trovate molte barzellette e perfino sconcezze, in una poi invece dei nomi dei candidati c’erano quelli dei loro fautori. Il senato s’infiammò di sdegno e con urla minacciose invocò la collera dell’imperatore contro chi aveva scritto in quella maniera. Il responsabile però rimase incognito e nascosto, forse era addirittura tra quelli che manifestavano il loro crucciato risentimento. Che cosa non possiamo pensare che faccia, nella sua vita di cittadino privato, colui che in un affare di tanta importanza, in un momento così serio, si diverte con pagliacciate di questo genere, che, insomma, per riassumere tutto in breve, in senato vuol fare l’impertinente, lo spiritoso, lo scanzonato? Tanta è la sfrenatezza che ingenera nelle nature abiette la ben nota baldanza dell’«E chi lo saprà?». Domanda le schede, afferra lo stilo, abbassa il capo, non teme nessuno, disprezza sé stesso. Da questa disposizione d’animo provengono questi meschini scherni che starebbero bene sul palcoscenico di un teatro. Da che parte voltarsi? Che rimedi cercare? Dovunque i mali sono più potenti dei rimedi. Ma a tutto ciò penserà chi è al disopra di noi, a cui ogni giorno procura un aggravio di veglie ed un aggravio di fatiche questa nostra impudenza, sterile e tuttavia senza ritegno. Stammi bene.

Che dire? Dopo le saghe di Quirinalia – per fortuna almeno finite bene – questa lettera di sapore… italico e contemporaneo, per lo meno mi ha fatto sorridere. Che una certa voglia di non essere seri, fin da 20 secoli fa  (e anche da prima),  fosse una caratteristica del nostro lignaggio mi era noto (si parlava di Italum acetum, per dire però, anche, che lasciava un sapore amaro in bocca); e i latini ci fondarono la loro satura (satira) e ne sopravvissero, anche bene, per molti secoli. Solo che oggi – nei suoi omotipi contemporanei, a distanza di tanto tempo e con l’incombere di tanti problemi (…e senza un impero su cui prosperare) – mi pare una triste rappresentazione della nostra maturità.

Roma, 16 febbraio 2022

 

 

 

domenica 30 gennaio 2022

Quirinalia e seguenti

Il gattopardo rovesciato

(di Felice Celato)

Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi. 

Al termine di questa vicenda tragicomica, messa in scena dalla cachistocrazia rappresentativa per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, mi tornava in mente questa famosa frase con la quale Tancredi, il giovane nipote del principe di Salina, ha espresso quel concetto che abbiamo finito per chiamare gattopardismo. 

E, in un imprudente accesso di fiducia nel futuro politico italiano, mi è venuta voglia di enunciarla alla rovescio: Se vogliamo che tutto cambi, bisogna che tutto resti com’è. E così (nulla cambiando) hanno fatto i nostri rappresentanti, i Grandi Elettori dal piccolo animo, senza peraltro avere coscienza che, lasciando tutto com’è, stanno comunque certificando (anche attraverso il loro comportamento nella vicenda) l’urgenza che tutto cambi. 

Non senza gravissimi rischi di insuccesso, però, perché l’avere ancora un ottimo Presidente della Repubblica ed un ottimo Presidente del Consiglio non dà le necessarie certezze di successo. E non le dà perché non è affatto sicuro che, nel contesto auspicabilmente post-pandemico, Draghi possa restare al posto di comando per il tempo necessario a farci recuperare diversi decenni di regresso relativo; non è sicuro che le pulsioni rissose dei nostri rappresentanti trovino un valido argine nella qualità dei sommi rappresentanti del Paese; non è sicuro che l’Italia comprenda che non di soli ristori (e di debito) può vivere a lungo un Paese che si è (forse e finalmente) scoperto fragile, confuso e bisognoso dell’altrui (non eterna) solidarietà finanziaria; e che sappia, di conseguenza, modificare la sua “domanda” di politica.

Questa non sicurezza – a mio non recente parere – non deriva però solo dalla pur conclamata inadeguatezza delle nostrane dirigenze politiche, perché, in fondo, queste sono pur sempre lo specchio democratico delle nostre debolezze sociologiche e culturali. In altri termini: inevitabilmente i rappresentanti inadeguati postulano l’inadeguatezza dei rappresentati (mi sono “divertito” a coniare il concetto di cachistocrazia rappresentativa proprio per dire di questo cortocircuito democratico). Senza un loro corrispondente elettorato non ci sarebbero – se non per eccezione – rappresentanti inadeguati; e bisogna prenderne atto per mitigare le “colpe” di questi ultimi, magari facendo ancora loro credito, con incauta speranza, della capacità di modificare di conseguenza la loro “offerta” di politica.

Dunque anche se i Grandi Elettori dal piccolo animo hanno deciso che bisogna che tutto resti com’è, occorre, comunque ed assolutamente, che tutto cambi. 

Un vasto programma, direbbe De Gaulle. Ma – ed è questo l’imprudente accesso di fiducia nel futuro di cui dicevo poco fa – non impossibile perché in fondo (molto in fondo) gli Italiani proprio irrimediabilmente bacati non sono. Sono convinto, per esempio, che – prescindendo dalle modalità con cui hanno preso vita in questa recente tornata – la stragrande maggioranza dei cittadini Italiani sia contenta degli attuali presìdi istituzionali (sia Mattarella che Draghi godono di un meritato e diffuso apprezzamento largamente positivo; da notare: anche per la loro parsimonia di parole, così diversa dalla garrula vacuità del linguaggio di partiti e di media che li corteggiano con ossessiva costanza); così come sono convinto che il contesto internazionale in cui viviamo e da cui dipende il nostro futuro (piaccia o non piaccia ai cultori di orizzonti valligiani), abbia apprezzato la soluzione adottata, sia pure cogliendo la dimensione tragicomica della sua genesi; così come, infine, sono convinto della vitalità del nostri animal spirits, solo che si ritrovi la strada per lasciarli fare il loro mestiere, al riparo da ogni inclinazione statolatrica.

In questo contesto di timori e speranze, non resta che augurarci che il gattopardo rovesciato (Se vogliamo che tutto cambi, bisogna che tutto resti com’è) trovi gli Italiani (rappresentati e rappresentanti) esenti dal peccato dei siciliani del Gattopardo (il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è quello del “fare”); dei siciliani del romanzo, ovviamente.

Roma, 30 gennaio 2022

 

 

mercoledì 5 gennaio 2022

Invecchiamento immateriale?

Senectus ipsa est morbus

(di Felice Celato)

La vecchiaia è per sé stessa una malattia: fra amici (almeno fra i seniores non privi di qualche rudimento latino) si suole usare spesso questa frase di Terenzio, magari per commentare qualche analisi clinica sgarbata o qualche fastidioso malanno da mera consunzione (ratione aetatis). Ma, come ad ogni inizio d’anno e da qualche tempo, a me viene il dubbio che non sia solo il corpo ad invecchiare, ma anche l’animo, qui “laicamente” inteso come il principio vitale dell’uomo… la parte intima della personalità (Treccani) [Dell’altra anima, quella su cui affonda le sue radici la nostra coscienza e che noi fideles affidiamo solo al giudizio misericordioso di Dio, parlo volentieri solo con Chi di competenza! E Lui, nella Sua infinita saggezza (e misericordia), non legge i miei post]. 

E non sono le giunture, le ossa o la perdita di qualche abilità muscolare a rivelarci questo invecchiamento immateriale, ma le arterie dell’animo nelle quali, col tempo, si depositano gli ateromi della stanchezza, il colesterolo degli sconforti che non abbiamo combattuto, i coaguli delle insofferenze che, forse, abbiamo addirittura coltivato. 

Purtroppo, non esiste, per questo invecchiamento immateriale, una spia inequivocabile, come sarebbe, per il corpo, il referto di un’analisi del sangue che, coi suoi ineludibili numeretti rossi, di tanto in tanto ci richiama all’ordine. Per l’animo (quello come sopra inteso) non ci sono laboratori d’analisi diversi da quelli che noi stessi possiamo gestire, esplorandoci a fondo, magari – come a me accade – al passaggio di qualche pietra miliare del tempo; tutt’al più ci sono le mogli che ci vedono invecchiare nell’umore e nella pazienza; ma il loro giudizio non conta….perché, per affetto, ben difficilmente sarebbero così franche come l’algido analista del laboratorio; e poi perché il decorso del tempo vale anche per loro, che di solito preferiscono non pensarci. Forse un aiuto più clinico potrebbe venirci dagli amici, quelli con cui più volentieri ci si sfoga; ma, anche loro, un po' invecchiano (inevitabilmente), magari a loro volta portandosi dietro le loro deformazioni per fortuna opposte alla mie; e poi non sono sicuro che il loro giudizio non sia influenzato dall’essere stati per tanti anni i destinatari innocenti dei mei sfoghi. 

Dunque non resta che l’auto-analisi (la cui obbiettività però rimane dubbia).

Allora, poiché la 73° pietra miliare mi passa davanti, posso ufficialmente autocertificarmi invecchiato anche (o soprattutto) immaterialmente? Un fatto è certo: le analisi cliniche (per fortuna) sono migliori di quelle dell’animo (sempre come sopra inteso); e il sintomo di quel disagio arterioso dell’animo mi pare un senso profondo di stanchezza e di logoramento, ineludibile segno di invecchiamento.

Certo – bisogna riconoscerlo – come avviene per il corpo, anche l’animo risente dell’ambiente in cui siamo immersi, delle sue insalubrità alle quali non abbiamo potuto porre rimedio, perché troppo più grandi del nostro raggio d’azione, quand’anche nell’ambito di questo si sia stati, magari, scrupolosi igienisti, talora risultando anche incongrui. E forse posso invocare, a scusante del degrado immateriale, proprio il fatto di aver vissuto i decenni più recenti in un ambiente altamente insalubre, come fossi stato per tanti anni un minatore che ha respirato carbone; anche i polmoni dell’animo, come fossero quelli del minatore invasi da polveri micidiali, si ispessiscono quando sono esposti ad un’atmosfera tanto deprimente quale quella che a me pare avvolgerci: viviamo – non sono il solo a pensarlo – in un habitat sociologico scuro e polveroso come una miniera, dove l’aria spesso manca; e quella che circola è mefitica.

Per non rattristarsi nel giorno del proprio compleanno, forse questa della “esternalizzazione” dei fattori di invecchiamento, può essere una abile via di fuga (e di auto-consolazione) nella sommaria esplorazione delle rughe dell’animo: con l’indulgenza dei miei lettori, mi orienterei così per un’autodiagnosi tutto sommato non distruttiva: forse non è il mio animo che è invecchiato, è “solo” l’ambiente, purtroppo, che mi consuma e mi sfinisce: forse (sempre forse!) se non ci fosse tutto ciò che vedo dattorno io sarei ancora rimasto quel baldanzoso giovane uomo che ero solo 40 anni fa! Che dite: regge?

Roma, 5 gennaio 2022

mercoledì 29 dicembre 2021

L'ambiguo 2022

 Gattopardi o facitori?

(di Felice Celato)

Alla mia età non occorre sfogliare la raccolta di piccole riflessioni che, all’inizio di ogni anno, sono andato via via inanellando su queste “colonnine” per formularmi/ci una previsione/augurio per il tempo che viene; magari per raffrontarle con gli esiti che abbiamo poi toccato con mano. Basta già l’esperienza di una vita di ciascuno di noi, specie se …attempati e, magari, fideles, per sapere che il futuro è nelle mani di Dio. La vera ragione della speranza dell’umanità, diceva Benedetto XVI, è fondata non sugli improbabili pronostici di maghi o sulle previsioni economiche, pur importanti, ma sul fatto che la storia è abitata dalla Sapienza di Dio.

Però non riesco a sottrarmi al rischio di ri-provare anche quest’anno a guardare al futuro con gli occhi provvisoriamente smagati di chi crede di poter trarre dal passato gli auspici sui giorni che verranno, in base all’assunto (nel quale credo fermamente) che – salvo fatti eccezionali – ogni giorno costruiamo, da poveri uomini, i presupposti del futuro. 

Soprattutto quest’anno, il futuro prossimo mi pare gravato da una radicale ambivalenza. Il biennio pandemico che sta scorrendo sotto i nostri occhi crucciati aggiunge motivi di incertezza che solo qualche anno fa non avremmo nemmeno ipotizzato; ma da questi è prudente prescindere, come ha purtroppo dimostrato  l’imprevista complicazione dello scenario del contagio, quando il pericolo già ci pareva scemante. Mi limito perciò ad assumere come provvisoriamente affidabile una fra le tante previsioni di chi ne sa assai più di me, sulla evoluzione “normalizzata” della malattia, cioè sulla sua (lenta) trasformazione in qualcosa di permanente ma in forma poco distante da un’influenza magari particolarmente severa: in fondo – diceva qualcuno che non ricordo – è possibile auspicare che ‘sto virus si stanchi di saltabeccare, mutando fra le varie trappole vacciniche e terapeutiche che via via gli stiamo organizzando contro. 

E dunque, diamo un’occhiata al resto, cioè a tutto quello che abbiamo “apparecchiato” da soli, in questo tempo, per riabilitarci ad una sperata “normalità” del nostro vivere quotidiano (o forse solo per tornare a riadagiarci sulle inerzie che abbiamo sperimentato?).

Cominciamo con una cosa positiva: la pandemia, credo, ha fatto giustizia di ogni sciocca pretesa di autosufficienza. Da soli non viviamo, non esistiamo, non sopravvivremmo; né civilmente, né economicamente, né sanitariamente. La superficie terrestre non è mutata nel tempo; è invece aumentata a dismisura la nostra densità: i 150 milioni di Kmq di terraferma del nostro globo, solo 50 anni fa erano abitati da poco più della metà degli attuali quasi 8 miliardi di umani; più o meno da 26 umani per kmq a oltre 52! E questi 8 miliardi di umani addensati hanno imparato nel tempo a viaggiare, a incrociarsi, a scambiarsi idee, culture, prodotti e capitali ad un ritmo impressionante; anzi, dal punto di vista economico, anche articolandosi in supply chains sempre più interconnesse.

Anche quel non minuscolo sottoinsieme di umanità che è il nostro habitat di Europei (la nostra patria!) ha rafforzato via via, con sorpresa di molti, la coscienza della sua intrinseca interdipendenza, come ha dimostrato il balzo in avanti che la pandemia ha impresso ai meccanismi di solidarietà economica, spazzando via le futili pretese di indipendenza dei rispettivi destini (e anche qualche nostrano piagnucoloso vittimismo).

Lasciando da parte, per non aggravarci, qualche fondata preoccupazione di ordine geo-politico per le tendenze illiberali di alcuni scenari politici internazionali, è dunque ragionevole pensare  che il 2022 rechi con sé (almeno da noi) una più diffusa e radicata coscienza della nostra cittadinanza continentale e globale; un non piccolo progresso, per la verità, se solo si pone mente ad alcune ridicole istanze politiche (anche nostrane) di non lontani tempi pregressi. 

E tuttavia, almeno ai miei occhi, questo non piccolo progresso non basta a dissipare la percezione di instabilità dei nostri propri equilibri socio-politici, che esaspera la percezione di ambiguità dell’anno che viene: (#) le scadenze istituzionali, vissute anche con non infondate ansie di senso e, stavolta, particolarmente ricche di implicazioni intrecciate; (#) l’inconsistenza culturale di gran parte delle “proposte” politiche, ormai degradate a mero perseguimento di obbiettivi di breve consenso emotivo, avulso da ogni serio pensare di largo respiro (da questo punto di vista, la cachistocrazia rappresentativa cui ci siamo avvezzati ha dato i suoi frutti!);(#) le coerenze operative di cui necessitiamo  (per attuare i programmi che via via sottoscriviamo con grande clamore) e che da sempre non costituiscono il nostro forte! (#) la pretesa – di sapore gattopardesco – di “riformare” senza incidere su alcuno dei rispettivi “protettorati” di riferimento, come se affidassimo a chirurghi il compito di operare senza fare scorrere un po' di sangue. Tutto ciò induce un brivido  di precarietà delle volontà che ci sembra di percepire nella nostra agognata “resilienza”; e un dubbio angoscioso sulla strada che imboccheremo nei fatti nei mesi che ci aspettano. Per tornare all’inizio di questa mesta previsione affidandoci al Divino, è bene avere sempre presente che il divino si compie con la nostra collaborazione.

Roma 30 dicembre 2021

 

 

 

 

 

 

 

 

 

lunedì 20 dicembre 2021

Feste inclusive

 Ragionati auguri per “le festività”

(di Felice Celato)

Pare che per essere “inclusivi” oggi sia bene esprimersi così: buone festività! Ma io che, evidentemente, non colgo a fondo questo concetto un po’ fatuo di inclusività, cercherò di distinguere (nel senso di discernere) il senso dei nostri auguri.

Dunque, anzitutto, un affettuoso Buon Natale a tutti i lettori di queste “colonnine”, siano – essi – cristiani e cattolici, come il sottoscritto augurante, o “laici” convinti (purché, perbacco!, inclusivisti): del resto la festa-madre di noi cristiani (festa dell’Incarnazione, cioè della venuta in terra del nostro Dio, uno e trino) è per sua natura inclusiva perché, in fondo, festa dell’umanità che un Dio Creatore (vero e vivo, come io penso e credo, o da noi stessi “creato”, come forse vogliono i più) riconosce meritevole, per grazia, di una Sua kenosis, di una Incarnazione del trascendente; destinataria cioè di una estrema com-passione, di una condivisione salvifica della sua natura creaturale, di una compartecipazione ai suoi destini, di una diretta rivelazione del divino espressa attraverso la  Sua coabitazione nell’esistenza degli uomini e nel mondo (et Verbum caro factum est et habitavit in nobis). 

Del resto, etsi Deus non daretur, se anche Dio non esistesse e fosse solo il frutto delle nostre angosce, come si potrebbe non apprezzare comunque che, chi in Lui crede, Lo proclama così vicino all’uomo dal volerne assumere le parti e la natura, per parlargli più da vicino e più da vicino rivelargli la sua dignità di creatura amatissima (ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo), la sua dignità di destinatario della Parola di Dio? 

Ma, si Deus est, quali parole potrebbero esprimere compiutamente la tenerezza del Suo disegno, sull’uomo e sui suoi destini? Io – fidelis senza mio merito – non saprei trovarle; solo sono certo di poterle sentire ponendomi, con apertura allo Spirito Santo (lumen cordium), davanti all’ingenua rappresentazione del presepio. 

Dunque, credo, davanti ad essa possiamo entrambi (fideles o laici “impenitenti”) sentirci almeno accomunati (cioè inclusi) nell’altissima dignità della nostra umanità che il Natale propone a ciascuno, credente o non credente, per mezzo di un bambino – sia esso il segno di un mito o di un vero Dio fattosi uomo – che chiede di essere accolto fra noi, di essere uno di noi. Di qui, l’augurio (inclusivissimo!), di avere costantemente presenti, TUTTI e FINO IN FONDO, almeno le responsabilità di questa dignità.

Veniamo allora alla seconda (e più problematica) parte delle imminenti festività: la fine dell’anno e l’inizio del nuovo: si direbbe la parte più laicamente festosa… delle festività, quella che meno presta il fianco al sospetto di essere non-inclusiva (a meno che non si vogliano considerare non-inclusivi, perché alcolici, i calici che inevitabilmente porteremo alle nostre labbra nel colmo della festa!). In fondo, quest’anno, come il precedente del resto, lascia poco spazio per il rimpianto di sé; e tutti, chi più chi meno, non abbiamo altro desiderio che vederlo chiudersi alle nostre spalle, con tutto il suo carico di dolori e di nuove ansie. Anche quest’anno tocchiamo con mano, però, quanto siamo venuti dicendo, da ultimo giusto un anno fa: ogni tempo che si chiude (sul calendario) trascina con sé, verso il futuro, il groviglio di conseguenze del recente vissuto, conseguenze che possono anche mutare il giudizio che diamo sul nostro passato e farci apprezzare come bene sopravvenuto ciò che ci era apparso solo come male; e viceversa. Dunque, ancora una volta, sarà il prossimo anno a dirci qualcosa di più dell’anno passato; occorre perciò una buona dose di ottimismo per poter credere che – pandemia a parte – abbiamo avuto, in fondo, un buon 2021. Di certo abbiamo avuto un anno di trepidazione, per le nostre condizioni di grave debolezza strutturale, per le possibilità che la solidarietà europea ci ha offerto, per la decisività delle occasioni che sembra mettere davanti a noi e che abbiamo forse intravvisto – stavolta –  con chiarezza, ma che dobbiamo ancora concretare nell’anno e negli anni che vengono, (ahinoi!) con coerenza di comportamenti, con spirito di sacrificio e con coraggio.

Al di sotto di questa “scossa” (che abbiamo subìto con indubbia volontà di reazione) leggiamo però, chiari, i sintomi di una perdurante sconnessione dei linguaggi e delle ottiche, delle aspettative e dei proclami su di esse; i sintomi di un insuperato sfarinamento dei livelli di coesione socio-politica, di un acquietamento del pensiero del nostro sistema  (copyright Censis 2021) che non può non tenere in apprensione. Personalmente ho difficoltà a credere che il 2022 veda la rimozione di questi gravami sociologici e culturali che impastoiano il nostro procedere; gravami che mi paiono, purtroppo, di radice compatta e di lunga deriva. 

Ma, nonostante tutto, il Natale ci impegna alla speranza; e perciò – inclusivo o non-inclusivo che possa apparire – continuo ad augurare a tutti e a ciascuno di assorbirne il senso, portandolo seco nel corso dell’anno 2022 che ci attende carico di possibilità.

Roma 20 dicembre 2021

 

 

mercoledì 15 dicembre 2021

Parole, parole, parole

 Il concetto di patriota

(di Felice Celato)

Sempre curioso di questioni linguistiche e lessicali, ho indugiato, in queste giornate sub-influenzali, sulla parola patriota, improvvisamente “risorta” (è proprio il caso di dirlo!) nel linguaggio politico come invocato requisito essenziale del futuro Presidente della Repubblica. Senza essere un filosofo della storia, ho proceduto nel ragionamento con il pedissequo metodo dei significati delle parole (le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti in Palombella rossa, chi parla male, pensa male). 

Procediamo con tale metodo, dunque, e copiamo qui la definizione della sempre preziosa Treccani:


patrïòta (o patrïòtta) s. m. e f. (m. ant. patrïòto e patrïòtto) [dal lat. tardo patriota, gr. πατριώτης, che ebbero soltanto il sign. 1; il sign. politico si è sviluppato sull’esempio del fr. patriote] (pl. m. -i). – 1. pop. Che è dello stesso paese, compatriota: siamo p.; un mio patriota. 2. Persona che ama la patria e mostra il suo amore lottando o combattendo per essa: i p. del Risorgimento; le persecuzioni dell’Austria contro i p.; essere un buon p., un p. accanito. Durante la seconda guerra mondiale, furono così chiamati i partigiani, spec. nel primo periodo della lotta per la Resistenza.

 

Bene: escludendo che la politica abbia voluto riferirsi alla prima accezione della parola (sarebbe stato come dire che il prossimo Presidente della Repubblica debba essere un cittadino italiano, magari – spero – lasciando impregiudicata la questione delle sue eventuali radice etniche diverse), ragioniamo sulla seconda accezione.

Va da sé che la seconda accezione (persona che ama la patria e mostra il suo amore lottando combattendo per essa) ha – ahinoi! – una connotazione relativa, cioè derivata dal decorso della storia e dagli esiti delle sue vicende: se, da un lato, come dice Treccani, durante la seconda guerra mondiale, furono così chiamati i partigiani, specialmente nel primo periodo della lotta per la Resistenza, non v’ha dubbio, dall’altro, che prima della seconda guerra mondiale potessero ascriversi senz'altro alla categoria dei patrioti anche Benito Mussolini, Alessandro Pavolini, Roberto Farinacci, etc.; e che, invece, subito dopo, appunto divenissero patrioti coloro che, per esempio, Mussolini l'avevano disprezzato e combattuto (non a caso il Presidente Pertini veniva giustamente definito il Presidente patriota).

Dunque il concetto di patriota è, di per sé, un concetto aleatorio; anzitutto perché dipende largamente dal concetto di patria; per esempio, per me convinto Europeista, Alcide De Gasperi fu un autentico grande patriota; ma, sempre per esempio, per un indipendentista sardo o siciliano, potevano ben esserlo Angelo Caria (fondatore di Sardigna Natzione) o Andrea Finocchiaro Aprile (presidente del Comitato per l'Indipendenza della Sicilia), entrambi nemmeno tanto remoti nel tempo, perché il secondo morì italiano nel 1964, ed il primo addirittura nel 1996, e sempre da italiano).

Poi la storia dimostra chiaramente come il giudizio sulla patriotticità di azioni od opinioni dipende dall'esito storico di quelle azioni od opinioni: il deputato socialista Tito Zaniboni o l’anarchico Anteo Zamboni sarebbero con ogni probabilità stati celebrati, già ai loro tempi, come insigni patrioti, se i loro attentati a Mussolini avessero avuto successo e, magari grazie a ciò, il fascismo non fosse diventato il regime che tanti lutti addusse agli italiani. Invece furono incarcerati o giustiziati a furor di popolo e per decenni additati come traditori della patria. Tutto ciò per dire una cosa forse, a sua volta, ovvia e immagino nemmeno ignorata da chi ha riesumato il termine: invocare un Presidente patriota (come, ho sentito dire, lo sarebbe Berlusconi e, solo forse, Draghi) è un puro ovvioma, cioè un'affermazione - magari destinata a creare ingenue suggestioni - che si presenta spontaneamente e facilmente al pensiero o all'immaginazione, come cosa naturale, ordinaria, evidente (cfr. sempre Treccani alla voce ovvio). Il Presidente della Repubblica non può che dover essere una persona che ama la patria e mostra il suo amore lottando combattendo per essa e non si può che desiderare, da parte di ogni cittadino di buon senso, che anche il prossimo eligendo lo sia. Il senso di questo desiderio dipende però dal concetto che si abbia di patria (e, per la comprensione di tutti, sarebbe bene chiarirlo) e dall’ esito che avranno le sue azioni.

Roma 15 dicembre 2021