lunedì 13 dicembre 2021

Una segnalazione... faziosa

Inversionismi

(di Felice Celato)

Anche stavolta, una premessa sul titolo di questo post è necessaria. Il libro che sto segnalando (il romanzo sarcastico Lo scarafaggio, di Ian McEvan, Einaudi, 2019) reca una postfazione che mi ha entusiasmato e che spiega benissimo l’ispirazione del narratore inglese. Ian McEvan è un acceso dispregiatore della Brexit (e del suo araldo Boris Johnson): il più insulso, masochistico e inconcepibile proposito della storia del Regno Unito; con ciò incontrando pienamente il mio giudizio sul fatto (ormai la Brexit È un fatto, ancorché non ancora esplorato in tutte le sue ripercussioni, nel Regno Unito e in Europa) e sul suo folkloristico mentore.

La storia in sé sviluppa una sorta di contro-narrazione della famosa Metamorfosi di Franz Kafka, il cui protagonista (Gregor Samsa, un nome diventato un topos letterario), al risveglio da sogni irrequieti si ritrovò trasformato in un gigantesco insetto, uno scarafaggio, appunto. Nel romanzo di McEvan, invece, è uno scarafaggio che, svegliatosi da sogni inquieti, si trova trasformato in un uomo, anzi, addirittura nel Signor Primo Ministro. Da questa metamorfosi prende avvio la distopica vicenda (che si legge con piacere, anche per la relativa brevità del racconto, appena 100 pagine), sulla quale non è il caso di dilungarsi. Mi preme invece commentare brevemente che cosa, nel racconto di McEvan, costituisce la metafora della Brexit: una strampalata ideologia economica che Jim Sams, lo scarafaggio divenuto Primo Ministro, intende imporre al suo Paese ed al mondo: l’inversionismo. Si tratta, in sostanza, di invertire il flusso ordinario della circolazione della moneta: non saranno più i datori di lavoro a pagare i dipendenti, o i fornitori a ricevere moneta dai clienti in cambio della merce, o i locatori a ricevere le pigioni dai locatari, etc.; ma, con l’inversionismo, saranno i lavoratori a corrispondere un compenso ai datori di lavoro, in funzione della qualità del loro lavoro; però, a loro volta, i lavoratori riceveranno dai venditori un compenso per ogni cosa “acquistata” e – in tal modo – i lavoratori saranno incentivati a consumare quanto più possibile per “guadagnare” dal loro stesso consumo. E lo stesso in ogni rapporto economico a flusso invertito. Per tale via, naturalmente, sarebbe risolto anche il problema del bilancio statale: basterà che lo Stato assuma centinaia di migliaia di lavoratori per ricevere da questi i compensi dovuti al datore di lavoro! Il tutto ovviamente sostenuto da un’abbondantissima stampa di moneta (una specie di quantitative easing, come lo intende Jim Sams), per modo che – questo è l’argomento – i grandi magazzini si possano permettere i loro clienti ed i clienti si possano permettere i loro posti di lavoro. Questa magica formula, nel romanzo sviluppata in diverse sue implicazioni, quando viene applicata nei rapporti internazionali (per intenderci nel dare e nell’avere di importazioni ed esportazioni), viene motivata in maniera straordinariamente efficace: warum?, perché?, domanda la cancelliera tedesca che non vuole dover pagare per le esportazioni di auto tedesche; perché sì! risponde annebbiato Jim Sams.

Al di là dell’azzeccato e condiviso spunto polemico che ha mosso l’autore, il romanzo è assai godibile e ne raccomando la lettura. 

Ma, mi sorge un’angoscia: non sarà che questa idea dell’inversionismo possa affascinare, anche da noi, qualche strampalato politico (ne abbiamo tanti!) magari come sviluppo della bonus-mania che dilaga? O come soluzione, definitivamente stato-latrica, ai problemi dell’equilibrio del bilancio statale? O come vero ed efficace motore per il sostegno della domanda? O come superamento dell’odiosa tassazione? Sarà senz’altro un’angoscia esagerata; ma il fatto è che in materia di inversioni (di marcia, di senso, di logica) non ci facciamo mai mancare nulla (non è un caso se il Censis, quest’anno, ci ha etichettato come “la società irrazionale”).

Roma 13 dicembre 2021 (santa Lucia).

 

  

sabato 27 novembre 2021

Spigolature

Verso una dimensione locale del pessimismo

(di Felice Celato)

Per combattere gli “inevitabili” sintomi del booster vaccinale (a proposito: sto maturando la convinzione che, per finalità statistiche, a me vengano sempre iniettati dei placebo in luogo dei mai tanto benedetti vaccini, che i cattivoni di Big Pharma hanno posto, con tanta rapidità ed efficacia, a disposizione di questa confusa umanità: dopo tre dosi, mai un sintomo, nemmeno la pustoletta nel braccio porto all’iniettore!), per combattere gli “inevitabili” sintomi del booster vaccinale, dicevo, sto osservando qualche maggior indugio sulla poltrona delle mie letture. Ed eccomi qui a rendere conto di qualche spunto di oziosa riflessione che ho fatto tra un libro e l’altro.

 

Cominciamo da uno spunto visivo: credo di aver già detto – su queste “colonne” (meglio: colonnine) – che di fronte alla “poltrona delle mie letture” è appeso un grande quadro di stile caravaggesco che rappresenta un san Girolamo in preghiera (si tratta in realtà non di una pittura ma di una contemporanea stampa su tela di un giovane artista toscano – Andrea Angione - che, con tecniche in parte fotografiche e in parte pittoriche, ricrea suggestioni caravaggesche, secondo me di grande qualità). Bene: il santo autore della cosiddetta Vulgata (la traduzione in Latino della Bibbia), davanti alla sua monumentale opera (per intenderci: frutto di quasi 25 anni lavoro!), a mani giunte guarda oltre il libro  e leva i suoi occhi al cielo con gratitudine e trepidazione. Da qualche tempo, ogni volta che guardo gli occhi di san Girolamo mi vengono in mente un paio di versi di una ben nota preghiera medioevale allo Spirito Santo (Veni Sancte Spiritus): Sine Tuo numine, nihil est in homine, nihil est innoxium (Senza la Tua forza, 
nulla è nell'uomo, nulla senza colpa). Per motivi di congruità temporale (san Girolamo visse nel IV/V sec d.C. e il Veni Sancte Spiritus fu composto almeno 4 o 5 secoli dopo) escludo che il santo Traduttore avesse in mente questo verso; ma sicuramente aveva in mente questo concetto, desueto, forse, oggi; ma certamente perennemente prezioso, anche per l’uomo contemporaneo, spesso così orgoglioso delle “proprie” opere, eppure dubitoso della propria sorte.

 

Passo poi ad una curiosità, una dotta citazione da Cicerone, arrivata, tramite la Summa Theologiae di San Tommaso d’Aquino (!), nientemeno sulle pagine di un poliziesco, di quelli che si leggono in ebook e di notte – nel mio caso, a letto – per esorcizzare l’insonnia: si tratta del cosiddetto esametro di Cicerone, col quale il grande maestro di retorica classica detta i criteri da rispettare nello svolgimento di una composizione letteraria: Quis, quid, ubi, quibus auxiliis, cur, quomodo, quando? (cioè: chi, che cosa, dove, con quali mezzi, perché, in che modo, quando?). [Data la fonte – un poliziesco di pura evasione, anche se ben scritto (di Antonio Fusco, Ogni giorno ha il suo male, Giunti, 2014) – ho positivamente verificato, con i banali mezzi contemporanei, l’esattezza dei due riferimenti (San Tommaso e Cicerone)]. In pratica – e questo è uno snodo del poliziesco – Cicerone aveva dettato duemila anni fa i principi della chiarezza che noi siamo soliti attribuire alla anglosassone regola delle cinque W (who, where, what, when, why), solo saltuariamente praticata da molti cronisti nostrani.

 

Infine la segnalazione di una lettura seria (da poltrona o addirittura da scrivania) ma molto piacevole: del filosofo Maurizio Ferraris Post-Coronial Studies – Seicento sfumature di virus, Einaudi 2021, un libro estremamente colto e anche ironico e pungente: nelle 90 paginette (senza contare le quasi 40 di bibliografia!) il filosofo teoretico, dopo aver fatto strame delle molte, anche “dotte”, imbecillità messe in circolo dal trauma pandemico (negazionismo, minimalismo, complottismo, etc., e anche vittimismo tecnologico), proclama, in nome della nostra umanità, un inno all’ottimismo come dovere morale (perché se davvero noi fossimo convinti che nulla di tutto quello che facciamo migliori la sorte dell'umanità, o se addirittura fossimo convinti che ciò che facciamo non fa che peggiorarla,  allora dovremmo avere il coraggio di chiudere baracca e burattini, togliere il disturbo e spegnere la luce). Un ottimismo di respiro globale – come è forse proprio di un filosofo – non privo però di una concretezza ragionante che non ha nulla della Scrutoniana irresponsabilità. Non è il caso, qui (perché il libro va letto e goduto!), di riassumere i molti e spesso molto brillanti argomenti con cui Ferraris supporta il suo articolato, laico e civilissimo discorso; basterà dire che l’ho trovato percutant e mi sono sentito chiamato in causa come – per dirla con i miei amici – “diffusore di pessimismo”; tanto che ho deciso di auto-derubricare il mio “peccato” a pessimismo …localistico. 

Del resto, con buona pace del filosofo e per strade diverse, anche San Girolamo, dal suo quadro, mostra la strada del nostro sguardo.

Roma  27 novembre 2021

 

martedì 9 novembre 2021

Segnalazione "ottimista"

Il capitalismo buono

(di Felice Celato)

Su queste “colonne” l’ottimismo – specie in giorni piovosi – richiede coltivazioni attente (e forse anche qualche riga in eccesso per celebrare!), anche se, in fondo, come ci siamo già detti, ottimismo e pessimismo non sono altro che nomi inventati per esorcizzare la nostra insuperabile ignoranza del futuro. 

Però il libro che voglio segnalare oggi ai miei lettori (di Stefano Cingolani: Il capitalismo buono, Luiss University Press, 2020) indubbiamente palpita di ottimismo; un ottimismo poi – e questo lo rende ai miei occhi più prezioso – che “ideologicamente” viene da assai lontano, come documenta l’autore stesso, quando – al capitolo 10 – racconta delle lezioni apprese nel corso di un viaggio alla ricerca dell’Homo sovieticus nel “profondo” Nord della Siberia e a Tashkent (Uzbekistan) dove aveva sede una “fabbrica-modello” di macchine agricole (si era nel lontano 1977, l’autore era un giovane redattore dell’ Unità, il quotidiano del PCI, fondato da Antonio Gramsci, e, presumibilmente, il viaggio era anche autorizzato dal KGB!): la prima lezione riguarda l'Homo sovieticus, compresso in una gabbia soffocante e nello stesso tempo sgangherata; era come tutti gli altri uomini solo che viveva peggio dell'uomo occidentale. La seconda è che il comunismo non poteva funzionare perché aveva preteso di abolire il mercato e la proprietà privata affidando la regolazione sociale dello Stato allo stato guidato dal partito unico.

A distanza di quasi cinquant’anni da quel viaggio a Damasco, con tanta storia e tanta acqua passata sotto i ponti, con molte e importanti esperienze professionali accumulate (Cingolani è stato corrispondente del Corriere della sera da New York e da Parigi; oggi scrive su Il Foglio e su Linkiesta), l’autore sviluppa ed argomenta con molta passione i due concetti centrali del suo libro. Il primo: c’è davvero un’alternativa [alla globalizzazione]? Con ogni probabilità – si risponde Cingolani – no: digitale, finanza, energia, mobilità, salute, clima e riequilibrio delle risorse sono solo alcuni dei temi per loro natura globali e altrettanto cruciali nelle nostre vite; anzi, per certi aspetti, la pandemia ha dimostrato che il problema non è nato dalla troppa globalizzazione, ma dalla poca o, se vogliamo, parziale globalizzazione. E Giuseppe De Rita, che scrive un’affezionata prefazione al saggio di Cingolani, gli fa eco parlando di irrinunciabilità del grande fiume della globalizzazione (…un fiume potente e gonfio di energia, che ha invaso tutto il mondo e tutte le nostre vite, ….e che impone un adattamento continuo anche se non pienamente convinto. Si potrebbe definirla una “forza della natura” se non ci fosse in essa una grande quantità di tecnologia e di complessità organizzativa). Prende corpo così – sia nell’autore che nel prefatore – la sottolineatura della dimensione orizzontale di queste dinamiche profonde, in movimento continuo verso nuove filiere di creazione del valore basate su reti di cooperazione internazionale che valorizzino gli scambi fra diversi sistemi. Il secondo concetto: la natura proteiforme del capitalismo (il capitalismo è il moderno Proteo, l'unico sistema economico-sociale la cui sostanza è nel suo continuo mutamento) che gli consente di mutare pelle via via che le sue stesse crisi (vere o apparenti che siano) ne suggeriscono l’adattamento: Oggi la rivoluzione digitale propone un nuovo modo di lavorare e la pandemia lo ha reso addirittura indispensabile. E’ il mercato ….a generare le forze del cambiamento, quell'equilibrio mobile che lo rende propulsivo. Lo Stato può aiutare oppure ostacolare, ma non generare il nuovo, per sua stessa natura tende a proteggere e a conservare. 

Si fa strada così – conclude Cingolani riprendendo insieme i due concetti di cui sopra –, anche sulla spinta della crisi mondiale generata dalla pandemia, il cosiddetto “capitalismo buono” (digitale, verde e responsabile), sul paradigma generativo delle due P: purpose & profit … mentre tra le macerie della crisi più grave della storia moderna ….si affermano già nuovi bisogni e nuove priorità per le quali non esistono ricette nazionali o locali, che dir si voglia. 

Come dicevo all’inizio, questo saggio (scritto verso la metà dell’anno scorso), è un saggio “ottimista” (non a caso l’autore sottotitola il suo libro con una affermazione – Perché il mercato ci salverà – che, agli occhi maliziosi dei miei lettori, sembrerà arbitrariamente aggiunta da me). Ma l’ottimismo di Cingolani non ha nulla di ciò che Scruton definirebbe l’ottimismo irresponsabile; anzi è impregnato di realismo e di cautela (tutta la vita è risolvere problemi, non saremo mai padroni fino in fondo del nostro destino, avanziamo sempre verso l'ignoto e l'imprevisto); ma anche di tensione civile: La lotta tra la luce e le tenebre, l'ordine e il caos, mai finirà, tuttavia il treno per Armageddon non è ancora partito: sta a noi che finisca su un binario morto.

Roma  9 novembre 2021

 

 

domenica 7 novembre 2021

Segnalazione

Il campo di battaglia

(di Felice Celato)

Devo al bel libro di Maurizio Molinari (Il campo di battaglia – Perché il grande gioco passa per l’Italia, La Nave di Teseo, 2021) la razionalizzazione di un’intuizione che da qualche tempo mi balugina fra la testa e lo stomaco, quando, ogni mattina, scorro alcuni giornali per seguire – non senza affanno – le vicende politiche del nostro …strano paese. Con l’occhio e l’ampia visione che lo caratterizzano, l’autore delinea ed argomenta le ragioni per cui l’Italia si trova, dopo tanti anni di insignificanza internazionale, a vivere un’ambigua stagione di protagonismo. Le circostanze politiche (e la premiership di Mario Draghi è la più importante di queste) attribuiscono all’Italia un ruolo decisivo (l’epicentro di contese strategiche e rivalità economiche di vasta portata), ponendoci di fronte ad un bivio: il nostro Paese – scrive Molinari nell’introduzione al denso volume –  può guadagnarsi sul campo il ruolo di leadership, in Europa e in Occidente, nella sfida contro populismo, autocrazie e terrorismo oppure può far prevalere l'egoismo, richiudendosi in se stesso, facendo compromessi al ribasso con gli avversari interni ed esterni. Nel primo caso, coglieremo l'opportunità di essere protagonisti dei nuovi equilibri globali del secolo appena cominciato, nel secondo invece saremo destinati a sacrificare i nostri interessi nazionali a un futuro insulare, da spettatori passivi delle altrui mosse in Europa, Africa e nel Mediterraneo.

Non è il caso di provare qui a sintetizzare il vasto argomentare di Maurizio Molinari nei sette capitoli in cui sviluppa le sue tesi (dal crocevia della ricostruzione europea, al bilico del populismo, agli equilibri politici del Mediterraneo, alle connesse problematiche dell’immigrazione, al multilateralismo internazionale, etc); vorrei invece soffermarmi su uno di essi, quello sul quale: (a) più intensamente si appunta, a mio avviso, la bipolarità della partita che l’Italia è chiamata giuocare, senza – secondo me – averne diffusa percezione politica; (b) più diretta e “nazionale” è la responsabilità del successo cui l’Italia è chiamata e che l’Europa si attende, anche per sé stessa come “patria comune” (il motivo è – scrive Molinari – che l'Italia riceve la fetta maggiore dei fondi stanziati – 208 su 750 miliardi –  e senza il successo della sua ricostruzione sarà l'intera Unione europea a uscirne indebolita, sul fronte non solo finanziario ma anche di credibilità politica… Il rilancio dell'economia nazionale è la spina dorsale della ricostruzione. I 208 miliardi del Recovery Fund europeo sono le risorse a cui il governo ha iniziato ad attingere con una raffica di progetti, ma affinché questo strumento funzioni dovrà riuscire a traghettare il paese nella modernità ovvero: più infrastrutture per il territorio, più innovazione nelle imprese, più connettività per i cittadini. Per riuscire non basta volerlo, bisogna avere il coraggio di osare nell'identificare e aggredire ostacoli antichi ma ancora immanenti come burocrazia, corruzione, nepotismo e carenza di responsabilità.)

L’Italia – queste sono, naturalmente, le mie opinioni e la fonte delle mie maggiori preoccupazioni – ha una compagine di governo (ed una leadership personale del suo Presidente del Consiglio) più che adeguate alle ambizioni che è forzata ad avere; ma, a dispetto di ciò, ha anche una compagine parlamentare (e persino una composizione politica della coalizione al Governo) decisamente mediocre nell’orizzonte delle sue visioni e contraddittoria nelle sue più profonde determinazioni (il paradosso che Molinari sottolinea sta tutto in un Parlamento in gran parte anti-europeista che sostiene il premier più europeista di sempre). E forse – aggiungo io – lo stesso sottostante tessuto socio-politico del Paese non sembra preparato a sostenere le responsabilità di questa straordinaria contingenza. In fondo – basta leggere le cronache politiche per rendersene conto – in molti, nel Paese, nel Parlamento e (persino) nelle forze di Governo, guardano al presente come l’irripetibile momento per accedere ad una cornucopia di bonus, sostegni, facilitazioni, rinvii di tassazione, assunzioni statali massicce, rinvii di adeguamenti urgenti, pensionamenti precoci, etc.,  senza che nessuno debba preoccuparsi, né ora né in futuro, del “conto” netto da pagare.

Bene (per così dire): non è un caso che Molinari abbia intitolato il suo saggio Il campo di battaglia, pensando allo straordinario crocevia di occasioni e di interessi che l’Italia, per una serie di motivi e circostanze, si trova a costituire. Temo però che la prima – e più decisiva – vittoria da conseguire su questo campo sia quella su noi stessi; e per questo la vedo difficile (ancorché – ovviamente – non impossibile).

Roma, 7 novembre 2021 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

domenica 17 ottobre 2021

Una segnalazione difficile

Dalla parte di Jekyll

(di Felice Celato)

Cominciamo con una premessa: perché questa “segnalazione” (la parola “recensione” mi sembra sempre esagerata, quando mi affaccio a rendere conto di qualche lettura), perché – dicevo – questa “segnalazione” mi sembra difficile? Per diversi motivi: anzitutto perché mi pare già di sentire il borbottio di alcuni dei miei più affezionati lettori (potrei elencarli, uno per uno), solo all’enunciazione del titolo completo del libro di cui sto per parlare (Dalla parte di Jekyll – Manifesto per una buona destra, di Filippo Rossi, Marsilio editore, 2019); poi perché di solito sono diffidente verso le retoriche tipiche di ogni manifesto (la retorica porta spesso con sé una mancanza di concretezza); infine perché mi piace evitare discorsi troppo facilmente etichettabili come “politici” nel senso di indicatori di una specifica connotazione riconducibile agli attuali “partiti” che si affannano sulla scena italiana (sono sempre stato – politicamente –  un “cane sciolto”, o se volete un maverick, un vitello non marchiato, un elettore costantemente pentito di aver votato come ha di volta in volta votato, un eterno scontento di come vanno le cose, da una parte e dall’altra degli schieramenti parlamentari del nostro povero paese). Eppure mi va di segnalarlo questo piccolo libretto (140 pagine, in ebook), divorato in una notte ed un pomeriggio, dopo aver notato un articolo di questo autore – a me, lo confesso, finora sconosciuto – su uno dei giornali (l’ HuffPost) coi quali quotidianamente affatico le mie sconfortate letture di quel che accade intorno a noi. E mi va di segnalarlo perché in fondo il giovane autore mette in fila una serie di considerazioni che mi pare di condividere integralmente nella loro configurazione paradigmatica (senza rinunciare, peraltro, a qualche distinguo su concetti che mi disturbano o su parole che non mi piacciono).

Filippo Rossi si fa promotore di un’idea politica (che etichetta come la buona destra, di volta in volta definita come pacata, realista, raffinata, colta, sofisticata, signorile, garantista, altruista o addirittura eroica, rispettosa, equilibrata, laica, coraggiosa, valorosa, pulita, disarmatrice dell’odio, etc.) incentrata sulla tolleranza, sulla cultura come patrimonio di competenze e di immaginazione, sulla capacità di pensiero lungo e di progetti audaci, sul primato della politica e sulla libertà d’impresa, sul rifiuto radicale di ogni semplificazione di ciò che è naturalmente complesso, sul rispetto per le altrui opinioni non disgiunto dalla fermezza delle proprie, sul rifiuto di ogni volgarità del pensare prima che del parlare, sulla salda vocazione ad un'Europa votata all’integrale sviluppo delle sue progettualità anche meta-economiche, sulla passione per la diversità (che del resto è il costitutivo anche della nostra storia nazionale), sull’amore ed il rispetto per quanto c’è di buono nella nostra storia culturale e civile (è questo il concetto di patriottismo che usa, un patriottismo pacifico e libertario, per il quale la patria è un viaggio senza fine alla ricerca di possibilità inespresse, delle aspirazioni che prendono forma nell’altrove; …è madrepatria solo quando l’amore per i suoi figli non sottrae, non divide).

Gran parte di questi concetti sono sviluppati, come dicevo all’inizio, con  suggestiva retorica (qui intesa come arte del parlare e dello scrivere in modo ornato ed efficace, secondo la definizione che ne dà la Treccani) e anche con prosa elegante e piacevole, con abbondanza di citazioni, anche raffinate; ma soprattutto – ed è questo l’aspetto più… vigoroso del libro – con l’evidenza di quelle che l’autore considera le intollerabili inclinazioni delle nostrane "destre" attuali, qui simboleggiate da Mr. Hyde, il misterioso “antagonista” del famoso dottor Jekyll di letteraria memoria che dà il titolo al libro di Filippo Rossi: Mr Hyde rappresenta politicamente l'istinto spaventato e arrabbiato, il subconscio bestiale, incolto. Incapace di frenare gli istinti, Edward Hyde si nutre delle negazioni, della frustrazione, dei cattivi pensieri, dell'invidia. E, soprattutto, della paura. E’ proprio così che ci si inizia a chiudere in se stessi: praticando l'intolleranza come virtù, il razzismo come regola, la propaganda come linguaggio.

In sintesi: un libro senz’altro interessante e stimolante; non privo, secondo me, di qualche omissione (pochissimo si dice, per esempio, dell’economia vista dalla buona destra di Rossi) ma forse in grado di delineare almeno un paradigma valoriale che vale comunque la pena di proporre.

Roma 17 ottobre 2021

 

mercoledì 29 settembre 2021

I muti e i dinosauri

Il paradosso di Franceschino

(di Felice Celato)

L’altro giorno il mio nipotino di sette anni (Franceschino, appunto, grande appassionato di dinosauri), con l’aria furba di chi sa di dire qualcosa di paradossale, ci ha fatto questo “ragionamento”: i muti sono pericolosi! Al nostro stupore per tale apodittica affermazione, ha sciorinato la sua argomentazione: Sì, perché non potendo parlare, se devono dire qualcosa la scrivono; e per scriverla consumano fogli di carta; ma la carta si fa col legno, e così si distruggono gli alberi; e se gli alberi scompaiono, gli erbivori rimangono privi di foglie e muoiono di fame; ma se muoiono gli erbivori, anche i carnivori rimangono senza cibo! E’ così che sono scomparsi i dinosauri!

Beh! L’ilarità mia e di mia moglie è stata inevitabile (e anche Franceschino ne ha riso con noi, senza nascondere però la sua soddisfazione per il “rigoroso” filo del suo “ragionamento”).

Ripensandoci sopra, ho cercato di trarre dal suo “ragionamento” qualche riflessione. La prima è di natura pedagogica: anzitutto è chiaro che i nostri bambini sono bombardati, a scuola, di elementari concetti ecologistici; il che non è certo un male, a condizione che, nel tempo, tali concetti vengano doverosamente affinati; e - visto l’ambiente di questi tempi – la missione di nonni e genitori che si vogliano concettualmente attenti al significato di ciò che si dice, si fa carica di responsabilità. La seconda riflessione, invece, ha preso – per me, inevitabilmente – il filone sociologico; e contrasta, naturalmente e in modo radicale, il punto di partenza di Franceschino: ad essere pericolosi non sono i muti (spesso naturalmente più saggi dei parlanti); e non certo perché devono scrivere per dire la loro: la scrittura, infatti, aggiunge – o dovrebbe aggiungere, con buona pace dei twitt dilaganti –  tempo al fluire delle parole; e questa sarebbe una cosa di per sé altamente benefica (assumendo che ogni cinguettatore debba essere comunque titolare di una testa, ancorché appisolata sopra alla tastiera). Ad essere pericolosi sono invece i ciarlieri (cioè i parlanti che non hanno nulla da dire; l’abbondanza è, alle volte, l’unica risorsa di chi non ha niente da dire, diceva Rostand): nella vita quotidiana (perché innervosiscono); e in quella pubblica perché forniscono linfa vitale a quella cachistocrazia parlamentare che toglie respiro alla democrazia parlamentare, di costituzionale memoria. I rappresentanti del popolo – secondo una fortunata vulgata corrente – dovrebbero parlare (e perciò se ne sforzano) la lingua del popolo, praticandone – ahinoi! – spesso la misura e i sensi; col risultato che la “mediazione” politica diventa un inutile orpello e che la rincorsa a chi la dice più “popolare” diventa la cifra della vita politica.

Talora mi “diverto” ascoltando su Radio Radicale le dirette dalle aule parlamentari e spesso mi sorprendo della banalità, della convenzionalità, della vacuità delle opinioni che sento affermare con tanto vigore retorico (la parte autenticamente comica arriva quando vengono sciorinati numeri, con milioni e miliardi spesso confusi, o con percentuali delle quali talora è evidente la sconoscenza di numeratori e denominatori).

Per seguire, però, il filo del “ragionamento” di Franceschino (il "destino" dei dinosauri), devo immaginare che i suoi amati animali mesozoici – nell’edizione contemporanea – traggano molto vantaggio proprio dai ciarlieri (e non abbiano proprio nulla da temere dai muti). Non ci credete? Leggete attentamente le cronache “politiche” di questi giorni; e vi convincerete di quanti dinosauri circolino ancora in questo ciarliero paese. Se, invece, veramente avesse ragione Franceschino e i muti fossero veramente nocivi per i dinosauri, non ci sarebbe che da erigere loro un monumento!

Roma 29 settembre 2021 (compleanno di Franceschino)

domenica 19 settembre 2021

La "farmacia nazionale"

I leaders-pomata

(di Felice Celato)

E’ curioso come nel lessico familiare certe parole finiscano per assumere significati del tutto particolari, piegate ad un uso spesso ironico, qualche volta affettuoso, talora sarcastico ma sempre strettamente convenzionale; cioè destinato a “funzionare” come significante solo in ambiti molto ristretti, magari solo quello familiare.

E’ il caso di un’innocua paroletta di uso cosmetico o farmaceutico (pomata, appunto) che nel nostro lessico familiare (quello mio e della mia famiglia) ha finito per assumere il senso unguentoso di qualcosa o qualcuno banale (semisolido e per uso esterno, direbbe il Dizionario Treccani), dolciastro e accattivante ma appiccicoso e sostanzialmente assai poco efficace e semmai solo lenitivo e superficiale.

Se scavo nella memoria, la nascita di questo uso del tutto familiare risale alla mia esperienza di giovane capo-famiglia che, diligentemente, accompagnava i figli alla messa domenicale in un convento dove ricevevano la loro catechesi ecclesiale a cura di ottimi frati, anche svegli e simpatici; però, nelle feste più importanti, compariva sempre un Padre Superiore (bisogna dirlo: molto ben pettinato, anche per vistose insofferenze verso una non più incipiente calvizie!) che “erogava” omelie banali e dolciastre con un tono un po' appiccicoso che ci lasciava sempre addosso il senso di untuoso che emanava dalla sua …scarsa ma ben curata chioma. Ricordo così che una volta, nel recarci a messa in una qualche solennità, ebbi a chiedere a mia figlia se fosse prevista la predica di Padre…; lì per lì, non ricordandomene il nome, dissi di Padre Pomata. Tutti ne ridemmo; ma al povero Padre questo nomignolo rimase così appiccicato che finimmo per usarlo anche quando ne ricordavamo perfettamente il nome. Anzi, finimmo per estendere l’uso dell’affisso “pomata” ai tanti personaggi – non più e non solo di ambiente chiesastico – che, per vari motivi, ci sembravano meritare il nomignolo, talora anche vagamente vezzeggiativo.

Questa – forse buffa – accezione familiare della parola pomata non manca di suggerirmi irrispettose applicazioni anche quando osservo l’oratoria mediatica di alcuni nostri leaders politici, ossessionati dalla preoccupazione di erogare lenimenti ed unguenti al loro popolo e in generale al pubblico televisivo, che, stando agli stilemi della nostra cosiddetta comunicazione (specie se di Stato), sembrerebbe necessitarne. Per carità, talvolta l’unguento è magari destinato a suscitare effetti revulsivi (cioè a provocare afflussi sanguigni ai tessuti superficiali, anche suscitando irritazione locale); ma pur sempre di pomate si tratta, untuose e spesso maleodoranti, che spesso – come gran parte delle pomate appena applicate – se ne vanno con un accurato lavaggio, si tratti di mani, di volto o di altra parte del corpo (magari della testa!). 

Bene. Poiché ognuno di noi ha le sue idiosincrasie (anche politiche), non tenterò nemmeno (anche se avrei molte idee al riguardo!) di applicare nominativamente l’appellativo di leader-pomata a nessuno dei correnti (solo per dire attuali) leaders politici di questo paese che pure di cure urgenti e profonde ha bisogno, certamente non sostituibili con l' applicazione di semplici pomate, né lenitive né revulsive. Mi pare però che i leaders-pomata non manchino (direi anzi che abbondino); che i tubetti dei loro medicamenti ingombrino il bancone della nostra “farmacia nazionale”, spesso inscatolati senza risparmio di colori sgargianti e accompagnati da bugiardini (mai una parola mi è sembrata più adatta!)  che promettono mirabilia senza contro-indicazioni e che tacciono sugli effetti collaterali, magari suscitando – quando ce ne porge una scatola – lo sguardo ironico del farmacista che conosce malattie e cure (vere) per averle a lungo studiate. 

Forse non sarebbe male se ciascuno di noi (specie quando esercita la sua coscienza di cittadino), prima di affidarsi alle pomate (e ai loro "spacciatori"politici), sentisse un medico competente e soprattutto non pietoso, perché, come dicevano i nostri nonni, il medico pietoso fa la piaga verminosa (e noi di piaghe aperte ne abbiamo molte).

Roma, 19 settembre 2021 (Festa di San Gennaro)