mercoledì 12 ottobre 2016

Populismo /2

Ri-pensamenti
(di Felice Celato)
Fin dai primi giorni della vita (felice) di questo blog, abbiamo ragionato insieme di populismo.  A distanza di più di cinque anni dalla prima riflessione in materia (Populismo, del 16.4.11), vale forse la pena di fare un punto critico di ciò che siamo venuti dicendo, tenendo in conto quanto nel tempo ci è capitato di osservare (o di leggere; forse ri-segnalo Del populismo - Indicazioni di lettura, di Franco Crispini, Pellegrini Editore, 2012).
In particolare, devo dire, mi hanno colpito – e in qualche modo suggerito questo ri-pensamento – due recenti articoli letti in questi giorni, che focalizzano peraltro due punti che – nel tempo – avevamo, almeno in parte, intravvisto anche noi. Il primo articolo è di Natalino Irti, sommo maestro del diritto civile e coltissimo intellettuale. Scrive dunque Irti (sul Corriere della Sera del 1° ottobre 2016): i risultati di quel metodo [quello secondo il quale, in democrazia, il modus decidendi si fonda sul consenso della maggioranza] possono esser discussi, sottoposti a critiche nette e severe, ma non liquidati come aberrazioni collettive, deviazioni da una razionalità custodita dai soccombenti; dunque (come dicevamo, magari più aspramente, in Roma e Torino, post del 20.6 u.s.), il populismo come esasperazione, sia pure demolatrica e moralistica, di principi politici ai quali siamo pur sempre (io con scettica moderazione) affezionati.
Dal canto suo, l’altro giorno il direttore de il Foglio, Claudio Cerasa, usa – per la prima volta, a mia memoria (Sette anni di bolla grillina, ne il Foglio del 10.10.16) – un concetto apparentemente “scandaloso”, parlando di egemonia [culturale, NdR] esercitata dal grillismo (“incarnazione” nazionale del populismo); “scandaloso” ma, a parer mio, non infondato e, anzi, dimostrato anche dalla dimensione del fenomeno della quale abbiamo più volte preso atto.
Certo, c'è di mezzo la straordinaria potenza "virale" dei media nel livellare verso il basso la qualità della cosiddetta “pubblica opinione”; c’è di mezzo una certa accomodazione mediatica alla caccia al consenso, qui inteso come audience e, quindi, come esigenza di arrivare all’attenzione di un target ansioso di ricevere messaggi coerenti con la ri-livellata  “pubblica opinione”; ma c'è anche, come dice Irti (ed è questo, forse, il cuore del suo articolo), il problema della crisi delle élites (gli illuminati o si fanno illuminanti o si spengono in irosa solitudine), di cui, del resto, parla anche De Rita da qualche tempo e, da ultimo, proprio sul Corriere della sera del 10 agosto 2016: “vedove” delle ideologie… e  incapaci di comprendere il contesto in cui…hanno operato; forse, aggiungerei io, impreparate a vivere in uno scenario globale che ne trascende le ottiche ma del quale hanno pensato di essere protagoniste, presumendo, però, di poterne selezionare gli effetti (tenendosi i graditi e bloccando i meno graditi). E c’è di mezzo, infine, anche la domanda di nuovo, fomentata dalla grave insoddisfazione del presente (ancora una volta: globalizzato), che viene macinata dai meccanismi democratici dell'era in internet e depositata con costanza nella percezione di tutti.
Del resto guardando al mondo, si realizza l’inequivocabile portata meta-nazionale del fenomeno: avete letto il discorso di Teresa May (leader dei Tories inglesi! E Premier dell'UK!)? O quelli di Trump (candidato alla presidenza degli Stati Uniti!) quando si allontana dalle tematiche più strettamente sessiste? O, per tornare da noi, avete mai fatto caso (sempre a proposito di egemonia culturale) alla sostanza dei messaggi con cui il nostro premier sorregge la riforma costituzionale o illustra le proprie idee o i propri provvedimenti? O a quelli, “eroici”, dei tardi nostri custodi della “Costituzione nata dalla Resistenza” che ne avversano il cambiamento?
Allora, bisogna fare i conti con questa “egemonia” e, magari, opporvisi in toto - se si ritiene che sia portatrice di sole negatività e che una strenua opposizione, senza pieno  supporto mediatico, abbia qualche probabilità di successo? O, forse, vale la pena di rassegnarsi ad essa, cercando almeno di osteggiarne le componenti più pericolose, sorvolando su quella più “fisiologicamente” democratica? Insomma e per dirlo con parole mie: è praticabile la separazione della componente "demolatrica" da quella dello strumento principe del cd populismo, quello che io considero in sé letale: la propalazione del semplicismo come programma politico e anche come approccio al “popolo”?
Come è facile notare, questo ri-pensamento (inteso come il tornare a riflettere) non ha prodotto risposte, ma domande e anche ansiosamente disordinate.
Roma 12 ottobre 2016 (Columbus day)


lunedì 10 ottobre 2016

Letture

Educarsi all’intelligenza
(di Felice Celato)
Qualche tempo fa, non ricordo dove, ho trovato citato un filosofo italiano di cultura cattolica (Emanuele Samek Lodovici) scomparso giovane nel 1981. La citazione comprendeva anche alcune argute osservazioni sull’intelligenza che mi hanno catturato nonostante io non sia avvezzo alle letture filosofiche. Sicché – potenza della rete! – sono riuscito a mettere le mani sul testo scritto a più mani da autori diversi per commemorare, appunto, Samek Lodovici (i cosiddetti, classici, “scritti in memoria”) e dal quale erano estratte le citazioni che mi avevano incuriosito. Del resto, il suggestivo titolo del libro (L’origine e la mèta, Ares 2015) evocava comunque temi che mi appassionano (l’homo religiosus – scrive il curatore e prefatore del volume Gabriele De Anna –….vede nella realtà e nella storia le tracce di un Principio trascendente che lo chiama a sé, cosicché la storia non è un processo che ha in sé stesso la sua spiegazione); ma, lo confesso senza vergogna, i contributi dei vari autori si sono rivelati, per lo più, troppo specialistici perché io potessi gustarli o appassionarmene. Invece, come mi aspettavo, mi ha molto colpito la trascrizione integrale della conferenza dalla quale erano tratte le citazioni che mi avevano attratto e tenuta da Samek Lodovici, proprio nell’anno della sua tragica scomparsa, ad un uditorio di giovani/giovanissimi. Il tema della conferenza era Educarsi all’”intelligenza” e il relatore lo tratta con piglio da educatore ma, secondo me, con grande acutezza, dettando alcune “regole in grado di propiziare l’intelligenza” che mi sono sembrate veramente azzeccate. Fra queste ne citerò alcune che trovo particolarmente “utili”e, lo confesso senza modestia, anche in linea con gli sforzi che facciamo quando “ragioniamo” insieme.
Anzitutto occorre accettare che l’intelligenza è un dovere, non è dunque facoltativa: dobbiamo essere intelligenti, ricordati che devi essere intelligente, che devi esercitare l’arte del sospetto, ricòrdati che non devi farti ingannare; e poi che devi educarti alla volontà di verità, [a] voler sapere come stanno le cose, [a] non accontentarsi di qualche pagina di giornale, o dei rimasugli eruttati da qualche mediocre, [a] fare il possibile per capire: e, inoltre, che ci educhiamo all’intelligenza quando capiamo che è non indifferente il linguaggio che usiamo.
Poi ci sono “le regole” che – per come le ho lette – mi sono parse il giusto "temperamento" di questi “doveri” all’intelligenza: noi non siamo non intelligenti quando sbagliamo ma siamo intelligenti quando rettifichiamo….partiamo sempre dall’idea che ad essere intelligenti siano gli altri e non noi….non prendiamoci troppo sul serio….perchè l’intelligenza da sola non basta. E infine: diventiamo intelligenti se ci esercitiamo a contemplare la morte, una delle cose che, più di tutte, può insegnarci a capire la vita che abbiamo e che stiamo vivendo.
Come vedete ce n’è abbastanza per restare abbarbicati alla nostra congiunta volontà di interrogarci....per discernere, per cercare di veder chiaro, nella confusione, forse non involontaria, che ci circonda.

Roma 10 ottobre 2016

giovedì 6 ottobre 2016

Chiariamoci

Vólano o volàno?
(di Felice Celato)
Me lo ripeto spesso, ma invano: la confusione di idee  che regna incontrastata in questo nostro povero paese non deve mettermi in agitazione, anzi direi meglio: non deve farmi infuriare! Addirittura spesso mi ripeto le poche parole di Santa Teresa d’Avila che so in spagnolo: Nada te turbe, nada te espante…todo se pasa, Dios no se muda. Ma, come dicevo, purtroppo è più forte di me: non riesco a convincermi che un paese che si proclama a gran voce “moderno” (o forse addirittura smart) possa sopravvivere a lungo in questo bailamme di parole incontrollate che danno luogo a opinioni scriteriate e quindi – secondo la ben nota sequenza, qui più volte citata – prima o poi a sentimenti pericolosi.
Che cosa ti fa infuriare, oggi? Domanderanno i miei pazienti lettori. Nel dibattito sulla imminente legge finanziaria (o come altro l'abbiamo chiamata per far credere ad una avvenuta riforma della sostanza) gli spunti sarebbero innumerevoli: e per questo tento di tenermi lontano dal correlato chiacchiericcio mediatico che come ogni anno annebbia le idee e consente gli scempi di sempre. Ma ce n'è uno che grida vendetta di fronte…..al dio Mercurio ed agli uomini (ragionanti): ma - secondo voi - abbiamo chiaro, in Italia, che vuol dire “investimento”? E gli stessi nostri politici ce l’hanno chiaro, il concetto?
Secondo me no. E la cosa si aggrava quando - come accade annualmente soprattutto in questi giorni d’autunno - si torna a parlare di investimenti pubblici come "voláno" per la ripresa (notate l'accento: le spese vólano, gli investimenti…..volàno, un accento ti cambia la vita, direbbe la pubblicità).
Dunque cerchiamo almeno di capirci fra noi, semplificando per quanto possibile: l’investimento è un esborso effettuato nell’assunto (ragionato) che esso (da solo o combinandosi con altri fattori) generi nel tempo incassi (nel caso dello Stato investitore, si può ben concedere, invece di incassi, benefici) superiori all’esborso stesso comprensivo degli interessi connessi al decorso del tempo, così da ripagarsi integralmente e da produrre anche un incremento della “ricchezza” disponibile. Sennò è una spesa, un costo, chiamatelo come volete ma non investimento!
Questo concetto molto semplice – non occorre aver studiato alla Columbia University per arrivare a capirlo – vale per le aziende, ovviamente, ma anche per lo Stato. E da esso discendono non marginali conseguenze in ordine alle modalità più opportune per finanziare questo esborso (cioè per trovare i fondi per sostenerlo, l’esborso): quindi – semplificando un po’, per amore di brevità – si direbbe: i costi si coprono con le entrate correnti, gli investimenti (anche) col debito.
Un’avvertenza prima di concludere: non è la finalità di una spesa a mutare la natura di un esborso, trasformandolo da spesa in investimento. Così le famose buche fatte scavare e poi ricoprire dagli operai per creare redditi e quindi stimolare l’economia, secondo il noto paradosso keynesiano, sono e restano emblematicamente inutili; e l’esborso per le paghe degli operai che prima le scavano e poi le ricoprono, pur potendo essere una spesa in certe circostanze opportuna – o addirittura benefica – e anche finanziabile a debito, non sarà mai un investimento. Non è una questione nominalistica; è invece rilevantissima quando si giudica della qualità di un singolo progetto o si deve scegliere fra più progetti.
Bene, se questi semplici concetti sono chiari, disponiamo ora di un criterio razionale per giudicare tante delle cose che si dicono o sono state dette per progetti passati, presenti o futuri (tutti ovviamente considerati “un investimento per il futuro del paese”), dall’Expo alle Olimpiadi di Torino 2006, alle mancate Olimpiadi romane del 2024, alla TAV, al mitico Ponte sullo Stretto, etc. E’ molto istruttivo, ogni tanto, verificare ex-post se gli attesi "ritorni"da progetti osannati come “investimenti” si sono poi nel concreto manifestati o se, invece, si sono rivelati  fondati su un fragile ottimismo, tanto da trasformare il progettato investimento in una spesa dagli effetti inevitabilmente effimeri.
Così mi parrebbe si debba ragionare e decidere in un paese moderno e civile; soprattutto in un paese che ha bisogno di convincere il mondo che chiede a prestito soldi dal mercato non per incrementare le sue spese ma per finanziare i suoi investimenti.

Roma 6 ottobre 2016

lunedì 3 ottobre 2016

Offendit numerus?

Siamo almeno i più buoni?
(di Felice Celato)
Sempre alla caccia di argomenti che ci aiutino (noi italiani) ad avere un concetto di noi più adeguato alla (cruda e povera) realtà e più lontano dalle (fuorvianti) autorappresentazioni, mi sono imbattuto (pericolosamente) in un mito: vabbè! - sento dire, stavolta da una patriottica voce femminile - abbiamo tanti difetti, saremo pecioni, statolatri, cialtroni quanto vuoi, avremo anche il complesso di Peter Pan, ma nemmeno tu, caro rompiscatole e felice celato, potrai negare che siamo un gran popolo, generoso e altruista; diciamolo bene: siamo un popolo di buoni!
Confesso che sul punto avevo già molti (impopolari) dubbi, ancorché spesso (per mia fortuna e grazia di Dio) non mi manchi il sollievo di luminosi sprazzi di umanità e di compassione che mi confortano sul genere umano; ma, appunto, sul genere umano; non direi sull'homo italicus in sé, come fortunata species del genus umano.
Eccomi dunque - voi sapete delle mie manie quantitative! - ad imbattermi casualmente in un indice che non conoscevo: il Giving Index, pubblicato annualmente dalla CAF, Charities Aid Foundation, una fondazione internazionale di diritto inglese che cerca di promuovere e di monitorare sentimenti ed azioni di solidarietà to help transform lives and communities around the world.
Per carità, un indice come ogni altro, basato su indagini statistiche (peraltro, in questo caso, affidate ad un signor specialista come la Gallup) che possono anche portare a sopravvalutazioni o sottovalutazioni della realtà ma che, di solito, centrano la sostanza dei fenomeni ed aiutano a coglierli nella giusta prospettiva; prospettiva che può anche non essere esattamente quella del posto occupato nell'inevitabile  ranking ma che, sempre di solito, è più che valida per capire almeno i macro-posizionamenti di ciascuno dei  soggetti dell'indagine.
Il Giving Index è basato su tre domande rivolte a campioni statisticamente significativi appartenenti a 145 diversi paesi: nell'ultimo mese (1) hai fatto qualcosa per aiutare uno straniero o qualcuno a te sconosciuto che aveva bisogno di aiuto?; oppure:(2) hai donato denaro ad una charity? O: (3) hai regalato del tuo tempo a qualche organizzazione basata sul volontariato?
Bene: secondo voi come è messa l'Italia "dei buoni" in questa classifica fra 145 paesi al mondo? Vi aiuto: non è prima e nemmeno fra le prime 20.
L'Italia è giusto a metà classifica, 72esima su 145! Prima è Myanmar, seconda gli USA degli avidi capitalisti di convenzionale memoria comunista, terza la Nuova Zelanda; la Germania è ventesima; ci precedono molti paesi europei, ci seguono francesi (di poco, sono 74esimi), portoghesi e  greci. Per questi ultimi si potrebbe dire: inevitabilmente; ma - ricordo, a riprova dell'indipendenza dell'indagine dai valori monetari sottostanti - il PIL pro-capite del Myanmar è 20 volte più basso di quello greco; pare che la loro forza di "buoni" derivi (toh! guarda caso!) dalla cultura, quella Buddista stavolta, e in particolare dalla pratica dello Shanga Dana, legata ai monaci Shanga (500.000, l'1% dei 50.000.000 circa di abitanti) che vivono del supporto (dana) dei loro devoti.
Roma 3 ottobre 2106


sabato 1 ottobre 2016

Defendit numerus / 8

Il tempo e le leggi
(di Felice Celato)
Intendiamoci bene in premessa: con questa piccola ricostruzione di numeri sparsi (in materia di produzione legislativa in Italia) non intendo annunciare (ammesso che interessi a qualcuno!) nessuna variazione di atteggiamento sul famoso referendum che ci aspetta durante l’Avvento (ho già scritto qui più volte che sono orientato a votare per il Si, anche se temo molto le argomentazioni che circolano; dei supporters del No? No! dei supporters del Sì!).
Però una piccola ricerca l’ho fatta, sembrandomi strano che un paese dove si fa una legge su tutto, tanto che non si sa quante decine di migliaia di leggi vigano (pare 200.000), dovesse lamentare una scarsa produttività delle sue assemblee legislative (“orrendamente” equivalenti quanto a potestà legislativa).
Ho trovato una prima fonte autorevole (Valerio Di Porto, Direttore dell’Osservatorio sulla legislazione della Camera dei Deputati, che ha pubblicato uno studio in materia per Arsae, Associazione per le ricerche e gli studi sulla rappresentanza politica nelle assemblee elettive) che copre le prime 14 legislature più un pezzo della XV (60 anni, dall’8 maggio 48 al 15 marzo 2008). Dunque in questi 60 anni in Italia si sono fatte 15.564 leggi, pari mediamente a 259 leggi all’anno, quasi una legge al giorno (escluse domeniche e ferie). Lo studio in discorso (I Numeri delle leggi. Un percorso tra le statistiche delle legislature repubblicane) fa poi un focus sul decennio 1997-2006 per porre a raffronto la produzione di leggi in Italia con quella in Francia, Germania, Regno Unito e Spagna: in media in questo decennio in Italia si sono fatte 153 leggi all’anno, più del triplo di quelle fatte in Spagna e Regno Unito, più del doppio di quelle fatte in Francia e poco più di quelle fatte in Germania (146). Da notare però che dal 2004 la Germania ha cominciato a superarci.
Per qualche anno più recente, ho trovato il Rapporto sulla legislazione tra Stato, regioni e Unione Europea, edito dall’Osservatorio sulla Legislazione della Camera dei Deputati, pubblicato il 19 marzo 2015, che copre gli anni 2009-2013: qui sembra che l’Italia (mediamente 76 leggi all’anno per ciascuno dei cinque anni sotto osservazione) abbia rallentato il passo, rispetto a Francia (95) e Germania (139). Sempre perché ai nostri primati ci teniamo, abbiamo però battuto la Germania per 760 a 683 sommando leggi statali e leggi regionali nel periodo in discorso. Riguardo a questo aggregato, Il sole 24 ore del 20 aprile 2015, ha elaborato, per l'Italia, un altro dato riferito a leggi, decreti e leggi regionali approvati nel 2014: ogni giorno 21 pagine di nuovi provvedimenti normativi.
Qualche dato sulla XVII legislatura (quella in corso) lo fornisce Luciano  Violante nelle sue efficaci slides del 22 settembre 2016, rintracciabili sull’Huffington Post, Il referendum sulla riforma della seconda parte della Costituzione. Violante dà il numero di 55 leggi approvate fino al 15 settembre (dunque in 3,5 anni) ma il numero è poco significativo perché esclude leggi costituzionali (che come sappiamo hanno “occupato” a lungo le Camere in questa legislatura), le leggi di conversione del Decreti Legge, le leggi di ratifica del trattati e – credo di capire – quelle di recepimento di leggi Europee.
Ecco, credo che con questi pochi numeri raccolti molto artigianalmente si possa ragionare meglio su uno degli argomenti  più utilizzati per supportare il Sì al referendum. Sempre che si voglia ragionare, beninteso; e che, in materia, valga la pena ragionare…di dettagli numerici.
Roma 1° ottobre 2016
PS: ah! chiaramente qui non ci occupiamo di rapporto fra quantità e qualità delle leggi, sennò, sono sicuro, troveremmo senz’altro qualcosa ……“che tutto il mondo ci invidia”!