venerdì 30 settembre 2022

Post-elezioni

Personalissimi punti saldi

(di Felice Celato)

Eccoci qua, dunque, giunti a questo post-elezioni, desiderato per saturazione di vacuità e dei rumori coi quali si è cercato di esorcizzarla. Gli Italiani (o meglio: meno dei due terzi di essi) hanno votato (con regole bizzarre volute a larghissima maggioranza dal Parlamento nel 2017) delineando un quadro politico fra i più nuovi di quelli che sono seguiti a ciascuna elezione, con tutti i vantaggi e gli svantaggi del nuovo; perché il passato era (evidentemente) insoddisfacente per i più ed il nuovo è naturalmente inesplorato per tutti. I giornali sono pieni di commenti e non sarò certo io – come sempre rassegnato ad essere deluso da chi ha votato – ad aggiungere il mio.

Ripensando alla domanda ed all’offerta di politica (di cui abbiamo parlato recentemente e a tratto molto generale) mi è tornata in mente (curiosamente: mentre guardavo in TV l’ennesima replica del Montalbano de La forma dell’acqua) una citazione da sant’Agostino (già utilizzata qui, oltre sei anni fa, cfr. post Il problema dei contenitori, del 1° maggio 2016) che in qualche modo si applica biunivocamente anche a quell’incontro, appunto fra domanda ed offerta di politica, che si realizza – inevitabilmente – in ogni elezione: quidquid recipitur ad modum recipientis recipitur (qualunque cosa viene ricevuta, viene ricevuta secondo la capacità di chi la riceve): gli eletti hanno recepito a modo loro, per come l’hanno interpretata, la domanda che veniva dagli elettori (più o meno coscienti di quel che domandavano); e questi, a modo loro, hanno recepito, come l’hanno capita, l’offerta che veniva da chi si candidava ad essere eletto (più o meno cosciente del vero da farsi). Il risultato compone il nuovo legislatore e comporrà (a breve) il nuovo scontato governo. W la democrazia (se è e resterà liberale, naturalmente, nel senso di cui dicevamo, da ultimo, nel post Lessico e nuvole di una dozzina di giorni fa).

Detto ciò, non resta che sperare, attendere e guardare con attenzione. Per quanto riguarda il mio passivo ruolo di inutile osservatore (che prova, però, ad essere attento, non foss’altro per rileggersi senza vergogna a distanza di tempo) i punti saldi (i criteri di giudizio, se vogliamo) sono quelli che ai miei lettori sono ben noti: liberal-democrazia (nel senso predetto), rule of law, più Europa federale, rigorosa responsabilità fiscale (e previdenziale), tutela dei (veri) più deboli, concentrazione sulla creazione della ricchezza (prima che sulla sua distribuzione), studio e lavoro, disciplina inclusiva e lungimirante dell’immigrazione e dell’integrazione, politica estera sulla traccia di quella portata avanti da Draghi.

Sulla base di questi punti saldi, osserverò quel che è venuto fuori dal volere del popolo, con la ferma speranza che, all’apparir del vero, molte delle parole spese nella campagna elettorale restino, almeno in gran parte, appunto, parole da campagna elettorale; e che il sistema politico non si annidi in un acquietamento di pensiero, maschera di ogni poco curata transizione (Censis, Rapporto 2021).

Roma, 30 settembre 2022

 

sabato 24 settembre 2022

Pro-memoria per il 25 settembre

Da ricordare

(di Felice Celato)

Spero di rendere un piccolo servizio ai miei affezionati lettori segnalando alcune cose da ricordare.


Anzitutto: domani 25 settembre è la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Mi permetto di suggerire a tutti, laici o credenti, di celebrarla leggendo (o rileggendo) la pericope evangelica che proprio domani chi va in Chiesa si sentirà proclamare dall’altare. Si tratta (lo preciso per coloro che non sono avvezzi a questa frequentazione domenicale) del brano che parla di un povero di nome Lazzaro [In quel tempo Gesù disse ai farisei: “ C'era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo. E ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe….]. Chi non lo ricorda, lo trova al capitolo 16 (vv. 19-31) del Vangelo secondo Luca (disponibile anche in ebook!) e può leggerlo per intero e meditarlo per suo conto. Bene: propongo a tutti noi di pensare ai migranti ed ai rifugiati che incontriamo lungo le nostre strade come fossero tutti il Lazzaro del breve discorso parenetico di Gesù.


Poi, domani 25 settembre, al tramonto comincia la grande festa ebraica di Rosh Hashanah (il capodanno ebraico) e l’augurio che tutti dovremmo ricordarci di fare ai nostri fratelli maggiori di fede ebraica è quello della loro tradizione: Possa il tuo nome essere inscritto e conservato (nel libro della vita) per un buon anno. In questa festa, il tradizionale suono dello shofar (un corno di montone fatto tromba) è destinato a risvegliare il popolo ebraico dal suo torpore, ricordandogli che sta per avvicinarsi il giorno in cui verrà giudicato. Secondo i racconti dei midrashim ebraici (strumenti della tradizione religiosa per illustrare e spiegare quelli propriamente biblici) Dio, assiso sul trono e con i libri che raccolgono la storia dell’umanità davanti a sé, prende in esame ogni persona per valutare se meriti o non meriti il perdono. 


Ah! Quasi dimenticavo: domani, in questa piccola crosta del mondo che abitiamo rumorosamente, si vota per una non prevista consultazione popolare sul governo che il paese (dove abita meno dell’1% della popolazione del globo) vuol darsi per i prossimi anni (o mesi?), mentre nel mondo ribollono fetidi umori, agitati da gelidi venti. Ricordiamoci di recarci alle urne, quand’anche – come è facile – ci abbia nauseato la campagna elettorale cui abbiamo assistito; anche facendo risuonare dentro di noi il lugubre suono dello shofar: magari di quello che verrà fuori da questo improvvido evento non resterà traccia nei libri che raccolgono la storia dell’umanità; forse però, nel libricino che riguarda questa piccola porzione dell’umanità che siamo noi, qualche sgualcitura è possibile. A Roma comunque è prevista tempesta (in senso meteo, naturalmente).

Buona domenica a tutti, in attesa di lunedì (fra l’altro è anche previsto un incontro Italia – Ungheria, ma di calcio per fortuna).

Roma 24 settembre 2022

domenica 18 settembre 2022

Lessico e nuvole (politiche)

 Una precisazione… pedante

(di Felice Celato)

Nel blue mood che caratterizza le mie aspettative elettorali (credo di averne parlato fin troppo nei post più recenti), l’ultima cosa che vorrei aggiungere per rendermi definitivamente pesante è una precisazione “lessicale” alla quale, però, sono molto affezionato (tant’è che più volte ne ho scritto qui).

Per dimostrare che non è una solo mia ossessione, lo farò prendendo in prestito le parole recenti di Francis Fukuyama (in Il liberalismo e i suoi oppositori, Utet, 2022) per la loro succinta chiarezza (ma il concetto è tutt’altro che nuovo): a rigore, liberalismo e democrazia sono basati su differenti principi e istituzioni. La democrazia si riferisce al governo del popolo, che oggi è istituzionalizzato in periodiche elezioni multipartitiche, libere ed eque, basate sul suffragio universale degli adulti. Il liberalismo (….) si riferisce allo Stato di diritto, un sistema di regole formali che limitano i poteri dell'esecutivo, anche se quello esecutivo viene democraticamente legittimato tramite un'elezione.

In sostanza siamo di fronte a due concetti di diversa natura (ma, nella mia visione, necessariamente “consustanziali”): procedurale, il primo, perché attiene al metodo di formazione della volontà politica di un paese (la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione, come recita appunto il secondo comma dell’art. 1 della nostra carta costituzionale); il secondo, di natura effettivamente valoriale, perché attiene, appunto, ai valori (stato di diritto, primato morale della persona, eguaglianza, diritto all’autonomia, libertà di parola, di associazione, di fede, di vita politica, etc.) che incarnano le fondamenta di una convivenza civile.

Nel suo magnifico (e profetico!) libro (The future of freedom, Norton & Co., 2003, ormai quasi “ventenne” e qui più volte citato), Fareed Zakaria analizza in ottica globale le frizioni fra democrazia e libertà e i pericoli cui quest’ultima è talora esposta quand’anche uno stato possa dirsi – dal punto di vista meramente  procedurale – uno stato democratico. E Anne Applebaum, più recentemente (cfr. Il tramonto della democrazia – Il fallimento della politica e il fascino dell’autoritarismo, Mondadori, 2021), in qualche modo aggiorna le esemplificazioni al riguardo; come pure avevano fatto – anche in ottiche diverse –  Steven Levitsky e Daniel Ziblatt (cfr. Come muoiono le democrazie, Laterza, 2019, ebook) e Yascha Mounk (cfr. Popolo vs Democrazia – Dalla cittadinanza alla dittatura elettorale, Feltrinelli 2018, ebook), tutti segnalati su queste colonnine. 

Dunque, per venire alla conclusione di questa pedante notarella e con riferimento ad alcune focose prese di posizione di questi tristi giorni di campagna elettorale, oserei dire che la riaffermazione di "valori democratici" (perché la volontà di uno stato si è formata democraticamente, per esempio in Ungheria) non mi dà alcun conforto circa la natura di quel modello (se di modello si trattasse per qualcuno); a meno che non possa anche dirsi che quella democrazia è anche una democrazia liberale (nel senso sopra detto).

Di una democrazia illiberale non abbiamo  né desiderio né rimpianti (in fondo anche Mussolini nel 1924 ed Hitler nel 1933 ricevettero un ampio consenso democratico, e non credo che tale consenso fosse solo apparente, ancorché espresso in forme di sicuro democraticamente non limpide). Anzi, più brutalmente, (e mi si scusi l’autocitazione da un post del 7 aprile 2017) non saprei che farmene dei cosiddetti valori democratici (in termini più rigorosi: di governanti scelti democraticamente dalla maggioranza) se non fossero indissolubilmente connessi coi valori liberali che stabiliscono il primato della persona sullo stato e, a questo, fissano limiti invalicabili.

Roma 18 settembre 2022

domenica 11 settembre 2022

Meno 14

A due settimane dalle elezioni

(di Felice Celato)

A due settimane dalle pessime elezioni che ci aspettano, so già che continuerò ad essere (cfr. Chi scrive, qui accanto) un elettore sempre deluso da chi ha votato; una ragione in più per non dire, qui, come (probabilmente) voterò; fermo restando che, se Dio vorrà, mi recherò alle urne, come è dovere di ognuno che voglia dirsi “un buon cittadino”; per sbagliare ancora, molto probabilmente, ma – per non dovermene vergognare –  non senza aver riflettuto lungamente (e soffertamente) sulla perdurante povertà della nostra offerta politica, in un passaggio cruciale della nostra storia recente e, soprattutto, del nostro presente, nel durissimo contesto che si prospetta per i mesi (o per gli anni) a venire.


La politica pecca di irrealtà, ha scritto qualche giorno fa sul Corriere della Sera Sabino Cassese: prende per reale il contingente e il quotidiano, spesso l’effimero. Fa programmi che sono tutti al presente, senza prospettare un futuro. Elenca promesse, ma non indica tempi e costi. Guarda alla tasca, in una sorta di bengodi, prospettando un’orgia di sgravi, bonus, superbonus, stabilizzazioni, adeguamenti stipendiali, senza chiedersi con quali mezzi finanziarli e come gestirli. Del resto – e qui, uso le parole dell’ultimo Rapporto Censis, quello del 3 novembre 21, che ci etichettava come la società irrazionale – nessuno si azzarda a dire che l'approccio da economia sussidiata e il consolatorio rifugio in traguardi indistinti e iniziative opache sono anche una forma di autodifesa dal dover prendere coscienza di antichi mali; e (aggiungerei io) di più recenti e gravi diffuse corresponsabilità. 


Ma mi parrebbe di poter dire che la politica (in Italia) pecca pure di vacuità (dalla Treccani on linemancanza di consistenza, povertà assoluta di capacità intellettuale e di contenuti) anche quando prospetta, con incongruo vigore, (verosimili?) cambi di paradigmi politici, o quando si appollaia su vecchi concetti (e usurati ideologismi) per scongiurare quei cambi, che, pure, sembra aver accettato con rassegnazione.


Quando si approccia in questi termini il buio periodo politico che viviamo, viene inevitabilmente da chiedersi che tipo di domanda politica stia stimolando quel tipo di offerta; e sorge il dubbio che l’offerta politica sulla quale esprimeremo il voto sia, anche, il frutto di quel diffuso acquietamento del pensiero (copyright Censis, ibidemche si annida, prima che nel sistema politico, nel sottosviluppo di una moderna coscienza collettiva del nostro paese.


Forse non ci sarebbe quell’offerta politica se non ci fosse, nascosta nei precordi del paese, questa domanda di politica, fatta di un culto irrazionale per l’onnipresenza dello stato come protettore di prima istanza, come ombrello onnipotente di fronte ai temporali della storia, come protagonista attivo in ogni angolo dell’economia, in fondo – da questo punto di vista – come erede, allo stesso tempo, del concetto di stato del fascismo e dell’eurocomunismo (sì: anche nella forma di catto-comunismo!) che ha caratterizzato gran parte della vita politica e culturale del nostro paese per ben più di un cinquantennio. Non è un caso – credo – che nessuno (a parte qualche sparuta minoranza radicale, peraltro focalizzata quasi monisticamente sui temi dei diritti), in questo nostro povero paese, abbia più il coraggio di richiamarsi credibilmente, soprattutto in economia, ad ideali liberali, cui tutti, anzi, si affannano ad alludere con parole di senso preconcettamente negativo, frutto di suggestive sconoscenze (Scendete pure in piazza contro il neoliberismo – scrive Alberto Mingardi nel suo bel libro, La verità, vi prego, sul neoliberismo, Marsilio, 2019 –, ma prima cercate di capire di che cosa si tratta). 


Che la civiltà liberale, coi suoi principi, le sue istituzioni, le sue regole, sia il più importante dono dell'Europa moderna al mondo  e che un sia pur imperfetto ordine liberale offre più di quanto prende, distribuisce beni pubblici (condizioni favorevoli allo sviluppo economico, sostegno alla democrazia e, quindi ai governi per consenso, preservazione della pace) il cui afflusso è nell'interesse di tutti non interrompere (A. Panebianco e S. Belardinelli: All’alba di un nuovo mondo, Il Mulino, 2019), sembrano verità non sufficientemente suggestive per basarci offerte politiche appetibili per un elettorato accuratamente avvezzato alla statolatria. E allora va bene invocare fiscalizzazioni della realtà, misteriosi patriottismi, ossessioni confinarie e purismi quasi raziali, ossidati populismi, propinando – se capita – anche ambigui ammiccamenti alla scarsa solidità del nostro essere cittadini dell’Unione Europea. 


L’importante è trasmettere al popolo sovrano, convocato attorno all’altare del dio-stato, il messaggio che gli eletti potranno fare grandi cose per lui, preservandolo dal male che c’è intorno ed anche in mezzo al popolo.

Con queste percezioni per la testa, è veramente difficile attendersi grandi cose dal voto del 25 settembre. Ma, come sempre, chi vivrà vedrà. E ancora una volta spero veramente di sbagliarmi.

Roma 11 settembre 2022 

 

 

 

 

 

martedì 23 agosto 2022

" Fiscalizzare la realtà"

L’induzione al pensiero politico-onirico

(di Felice Celato)

Preso da cure di altro genere (nel senso latino di curae, preoccupazioni, affanni; che però va bene anche in quello italiano, in senso propriamente medicale) ho trascurato, ormai da un mese, di seminare qui qualche spunto di conversazione asincrona coi miei amici lettori. Eppure, la “campagna elettorale”, con tutte le sue (pericolose) follie, avrebbe offerto molti spunti per comunicare – ove mai ve ne fosse bisogno – la tristezza alimentata dal nostro presente.

Senza entrare nel dettaglio delle grossolanità che ci tocca sentire e leggere ogni giorno (dalle dentiere gratuite per le nonne, alle pensioni più alte e più precoci, alle assunzioni pubbliche in ogni possibile ganglio dello stato, alle defiscalizzazioni di tutto ciò che è “immaginabilmente”  defiscalizzabile, alle tassazioni piatte, spesso - naturalmente – senza alcuna esplicita enunciazione dei necessari correttivi per mantenere l’assetto progressivo dei dettami costituzionali in materia fiscale, ai “ristori” di ogni genere per venire incontro “ai veri bisogni degli Italiani”, etc), vorrei però soffermarmi su un tratto di queste grossolanità che in qualche modo ne accomuna molte, un tratto che affonda le sue radici nella “cultura” di qualche nostrano decennio più recente, frutto di quella diffusa statolatria di cui abbiamo più volte parlato: la proclamazione – o, almeno, lo “spaccio” a fini elettorali di seduttive induzioni al pensiero politico-onirico – che la dura realtà di questi tempi possa, essa stessa, essere “fiscalizzata”, cioè trasferita nel limbo dell’incoscienza e dell’irresponsabilità, dove per tutto c’è un rimedio a spese di qualcun altro, cioè di quel pozzo di san Patrizio che a molti può apparire il debito pubblico (che, nell’assunto degli “spacciatori”, è debito di nessuno).

Non voglio dire – non ne avrei gli elementi – che queste “fantasticherie strane” siano dietro ad ogni inevitabile “promessa elettorale”; in fondo, dicevamo appunto un mese fa, è necessario che durante la campagna elettorale, accanto alla parte ideologica di ogni proposizione politica, sussista una parte più specificamente programmaticaintesa come il complesso delle concrete azioni destinate ad incarnare le finalità che si intendono perseguire, in proclamata coerenza con quella parte ideologica che viene, appunto, proposta.

Ma, a parte che non mi rassicurano affatto molte di tali premesse ideologiche (sento circolare concetti e parole novecentesche  che mi fanno rabbrividire), il diffuso programma di fiscalizzare la realtà (cioè il programma di trasformare ogni evidenza del reale che postuli faticosa – e talora dolorosa – gestione, in un qualcosa di gelatinoso che può, anzi deve, essere trasferito a carico del bilancio pubblico, per modo che ogni cittadino venga posto al riparo dalla realtà) mi pare – oltreché improponibile nelle condizioni date – anche altamente diseducativo; cioè destinato ad alimentare il convincimento popolare che la politica possa fare de nigro album (per usare a rovescio il vecchio brocardo sulla res judicata che – notoriamente – può fare de albo nigrum), cioè rendere bianco ciò che è nero.

L’equilibrio del mondo, in questo tempo assai poco rassicurante, è soggetto a dinamiche (geo-politiche, economiche e finanziarie) che, purtroppo, non possono non avere effetto sulla vita di tutte le cittadinanze (si pensi solo alla crisi energetica); e il buon governo di ogni paese è chiamato ad affrontarle, nella limitata incidenza di ogni singolo paese, con equilibrio, fatica e sudore, intense capacità di gestione, di dialogo e di cooperazione, senza strappi ideologici fuori del tempo, con la massima, ragionevole vicinanza alla propria cittadinanza, che, tuttavia, non illuderà di potersi preservare dalla tempesta, senza che alcuno scroscio di pioggia – anche abbondante – possa bagnarne la messa in piega.

La realtà non è purtroppo “fiscalizzabile”. Capisco che, in campagna elettorale, non sia facile dire la verità ad un popolo che si è lasciato abituare alle illusioni e alle menzogne, che anche è avvezzo (per lunga esperienza) a riconoscerle nel tempo, ma che in fondo se ne lascia nutrire proprio davanti alle urne. Ma se l’induzione al pensiero politico-onirico può aiutare a “vincere” una competizione elettorale, certamente, alla lunga, non contribuisce a rinsaldare il funzionamento di una democrazia (sperando che sia da tutti veramente desiderato).

Roma 23 agosto 2022

 

 

 

 

domenica 24 luglio 2022

Una questione di metodo

Supplica ai politici italiani

(di Felice Celato)

Cari Nostri Rappresentanti,

come era fin troppo facile prevedere, avete fatto sì che fosse urgentemente convocato il popolo sovrano, per una – è doveroso sperarlo – illuminante campagna elettorale, al termine della quale verranno tirate le somme per determinare chi (e in quale proporzione) dovrà rappresentare le nostre istanze nel Parlamento che eleggeremo, per governare il Paese nel prossimo (possibile) quinquennio, sicuramente complicato.

Essendomi programmaticamente confessato un elettore costantemente deluso da chi ha votato (vedasi, a lato, la brevissima presentazione di Chi scrive) lasciatemi sperare, nonostante tutto, che questa volta la “maledizione” che pende sulle mie aspettative politiche non debba manifestarsi ancora; e perciò consentitemi di rivolgervi questa (temo inutile) supplica, almeno di metodo.

E' ovviamente necessario che durante la campagna elettorale vengano rappresentate al popolo sovrano le linee di azione di ciascuno dei gruppi che si contendono il potere di rappresentanza; e che, durante questa “rappresentazione”, vengano delineati programmi usualmente composti di una parte “ideologica” (dalla Treccani, ideologianel linguaggio corrente, il complesso dei presupposti teorici e dei fini ideali o comunque delle finalità che costituiscono il programma di un partito, di un movimento politico, sociale, etc.) e di una parte più specificamente “programmatica”, intesa come il complesso delle concrete azioni destinate ad “incarnare” le finalità che si intendono perseguire.

Bene. Non ho suppliche da rivolgervi per quanto attiene allo sciorinamento delle vostre ideologie (come sopra intese), diverse delle quali degne del massimo rispetto e della massima attenzione da parte del popolo sovrano: i presupposti teorici e i fini ideali sono sempre ricchi di suggestioni. Per la parte “programmatica”, però, consentitemi (come semplice elettore, in eterna ricerca di una non-delusione) di rivolgervi una supplica. 

Come ho già inteso dalle prime e pronte enunciazioni di molti di voi, la parte “programmatica” delle vostre azioni è fatta in larga misura da promesse di spesa (sociale, assistenziale, pensionistica, etc); e su queste intenderei formularvi una proposta di metodo, intesa ad offrire al popolo sovrano un affidabile criterio di giudizio.

Una spesa, come è fin troppo ovvio, comporta di per sé un fabbisogno finanziario, e, quindi, a fronte di esso, la necessità di almeno individuare le fonti di copertura previste; per esempio, attingendo dal linguaggio di moda di questi tempi: se programmo di, chessò, erogare un nuovo bonus per fronteggiare un bisogno avvertito come meritevole di protezione, dovrò dire come intendo finanziare questo bonus. 

[Finanziare, significa, appunto, munirsi delle risorse monetarie che “coprano” il fabbisogno di cassa che ogni nuova spesa comporta, per tutto il tempo necessario a che l’erogazione promessa generi essa stessa le risorse per “ripagarsi” (ovviamente al netto degli oneri finanziari che nel frattempo matureranno). La finanza in fondo non è che un ponte sospeso sul fiume del tempo, fra il momento della spesa e il momento del suo benefico effetto; senza del quale la finanza è solo erogazione a fondo perduto (ricordate la distinzione fra debito buono e debito cattivo, di Draghiana memoria?). Certo, si potrebbe argomentare che un nuovo bonus genererà una maggiore capacità di spesa del cittadino beneficiario, e, quindi, nuova domanda di beni e servizi produttivi, tale da chiamare una nuova o più ampia offerta, e quindi generare, in definitiva, nuova ricchezza (da tassare a suo tempo). Ma questa “dotta” argomentazione (che spesso nemmeno si usa) deve pur fare i conti con il volume di debito, prima e dopo la nuova erogazione; e noi da molti anni ci siamo avvezzati a non farlo!] 

Eccomi dunque alla (temo inutile) supplica: ove mai decideste (ed ho la sensazione che lo farete con grande larghezza) di proporre azioni che comportino nuova spesa, vi prego, dite anche come intendete finanziarla, nel senso detto nell’inciso fra parentesi quadre, indicando cioè se la nuova spesa sarà coperta da: (a) nuove tasse; (b) nuovo debito (da rimborsare nel tempo, se si trovano i prestatori, a costi accettabili); (c) cancellazione di altre spese che vi appaiano non più prioritarie. In quest’ultimo caso, vi prego, però, indicate nominalmente quali spese intendereste cancellare per finanziare la nuova erogazione.

Come vedete, questa che oso proporvi è solo una banale questione di metodo, del resto ben noto ad ogni capofamiglia: quest’anno andiamo in vacanza alla Maldive coi soldi che avremmo destinato, chessò, all’acquisto di una nuova vettura; oppure facendoceli prestare da qualcuno, (se ci riusciamo e a costi accettabili); oppure (molto meglio) aumentando la quantità di ore straordinarie da lavorare nel prossimo anno, in modo da guadagnare mezzi di pagamento per restituire quanto eventualmente ci fosse stato prestato da qualcuno per mandarci alla Maldive. 

Credetemi, cari nostri potenziali Rappresentanti nella prossima legislatura: alla fine di questa campagna elettorale, l’adozione di questo semplice metodo non potrà che accrescere la sensazione di serietà che lodevolmente cercherete di suscitare in mezzo al popolo sovrano. Che di serietà dei Rappresentanti ha estremo bisogno, come anche recentemente dimostrato.

Roma 24 luglio 2022

 

 

lunedì 18 luglio 2022

La metafora dell'uovo e del pulcino

In margine alla crisi

(di Felice Celato)

Narrano, gli aneddoti, che il sommo Padre Dante amasse particolarmente l’uovo, che riteneva – così pare – quanto di meglio si potesse gustare ai suoi tempi, nella sua Firenze.

Come al solito, è difficile dare torto al Sommo Poeta: tutti (o quasi tutti) siamo stati nutriti, fin dalla più tenera età, con uova: dal classico “uovo sbattuto” fino ai classicissimi “uovo al tegamino” e alle frittatine variamente aromatizzate.

Nella storia immortale dell’uovo, c’è poi il famoso uovo che Colombo utilizzò per dimostrare le possibilità di nuove soluzioni per problemi ritenuti irrisolvibili, per poter concludere che tutti avrebbero potuto farlo (il suo famoso “viaggio verso le Indie” attraverso l’Atlantico) ma solo lui l’aveva fatto. 

Poi c’è il famoso rompicapo se sia nato prima l’uovo o la gallina, un rompicapo che, quando tenevo dei piccoli corsi aziendali di “finanza per non addetti” (di solito ingegneri), io ponevo a base della matematica finanziaria, intesa come strumento per misurare l’effetto del tempo sui valori (ma di questo ho già parlato in un post del 13 giugno 2017  intitolato Net present value, che chi vuole si può rileggere).

Ma l’uovo, non bisogna dimenticarlo, prima di essere quell’ottimo alimento dell’uomo di cui dicevo all’inizio, è anche un piccolo miracolo biologico: fecondato dal gallo, diventa il protetto abitacolo del futuro pulcino (prefigurazione del futuro pollo, pure di culinaria memoria), al quale fornisce per una ventina di giorni il prezioso nutrimento del tuorlo fino alla schiusa dell’uovo stesso, con l’emersione del pulcino alla sua (prevedibilmente) non lunga vita nel pollaio.

Sono certo che già molti dei miei pazienti lettori si domandino ove mai possa trovarsi un collegamento fra l’uovo, il pulcino e  questa crisi di governo (o di governabilità?) cui assistiamo attoniti in queste calde giornate di luglio.

Il fatto è che mi ha molto colpito – per la sua pretesa di omnicomprensività (?) – un enunciato di un esponente dell’opposizione  (o forse della italianissima opposizione endo-governativa; non lo cito con precisione solo perché non lo ricordo) che sintetizzo con parole mie, per come l’ho capito: il governo cade (e quindi la parola va data agli Italiani, col voto subito!) perché non ha saputo dare agli Italiani le risposte che questi si attendevano.

Ho provato a ragionarci sopra, cercando anch’io una prospettiva… omnicomprensiva: esiste, forse, una Domanda (la domanda delle domande!) che riassume in sé le domande cui gli Italiani, secondo la vulgata dei fautori della crisi, non hanno ricevuto adeguata risposta dall’attività di governo, in questo difficilissimo periodo di concomitanti pandemie, guerra, inflazione, crisi energetica, perturbazioni geo-politiche, minacce finanziarie, problematiche ambientali, etc.?

Forse, volendo esagerare nell’omnicomprensività, la Domanda è una sola: gli Italiani vogliono essere protetti da tutto ciò che c’è intorno (e in mezzo) a loro, vogliono vivere nel loro ovetto continuando a nutrirsi del tuorlo (fuori di metafora: la spesa pubblica) mentre il pollaio è scosso dalla tempesta: tutto ciò che accade fuori dell’uovo (guerra, inflazione, crisi energetica, etc) non li deve sfiorare (si potrebbe dire: non deve porgli problemi), non può e non deve incidere sul rapporto alimentare fra il pulcinetto ed il tuorlo di cui si nutre. 

E  dunque il governo ha il sacrosanto dovere di erogare con abbondanza e continuità ogni possibile rimedio per le turbative meta-oviche, sia, tale rimedio, un bonus, un superbonus, un ristoro, un sostegno, un supporto, un indennizzo, uno sgravio fiscale, un contributo una tantum o permanente, una messe di assunzioni pubbliche, etc. Dove ne prenderà le risorse, non sono fatti che interessino al pulcino.

Credo che il presente governo (oltre ad aver fatto molte cose difficili e fruttuose per il restauro della credibilità internazionale del nostro povero Paese) non abbia nemmeno lesinato mezzi per tenere il pulcino, per quanto possibile, al riparo da turbative meta-oviche; ma evidentemente non basta: si può fare di più, anzi si deve fare di più! E dunque, suvvia!, si faccia tosto un nuovo governo ( previa consultazione del saggio popolo sovrano che già tanta buona prova di sé ha dato eleggendo queste rappresentanze politiche) che rigeneri il tuorlo e ci preservi dallo shock della schiusa, quando il pulcino ancora umido dovrà pur cominciare a fare i suoi passi nel pollaio. Per un po' magari ci sarà qualche gallina che provvederà il timido beccuccio di vermetti o di altro cibo adatto alla tenera creatura. Ma il guscio non tornerà più a proteggere la progressiva suzione del tuorlo. E allora il pulcino dovrà adattarsi a convivere nel pollaio. E il nuovo Governo – forte delle tante capacità che il popolo saggio saprà attivare alla luce di una illuminante campagna elettorale – potrà senz’altro insegnarglielo meglio dell’attuale. Dunque: al voto! al voto subito! Senza aspettare le naturali scadenze!

Roma, 18 luglio 2022