lunedì 17 ottobre 2016

Personaggi storici

La natura de’ popoli è varia;
ed è facile a persuadere loro una cosa,
ma è difficile [poi]  fermarli in quella persuasione.
(N. Machiavelli)

Orazio Coclite, Cortès e Renzi
(di Felice Celato)
Narrano Polibio e Tito Livio che, nell’antica Roma, nel primo anno della Repubblica, le truppe del re Etrusco Porsenna furono bloccate sul Ponte Sublicio da un intrepido eroe romano, Orazio Coclite, che le trattenne in battaglia finché i suoi concittadini non furono in grado di tagliare il ponte, impedendo così all'eroe stesso di retrocedere (e quindi in qualche modo rinvigorendone l’azione con la determinazione della disperazione)  e, nello stesso tempo, negando al re Porsenna l'accesso alla città a rischio di capitolazione.
Dunque, almeno nella mia personale galleria dei miti, Orazio Coclite è l'archetipo di quel gagliardo che si taglia i ponti dietro, per impedire al nemico di traversarli o per impedirsi di retrocedere; un po' come dicono abbia fatto Hernán Cortès quando ordinò di bruciare le sue proprie navi per impedire ai suoi, sbarcati sulle coste Messicane, di persino pensare all'ipotesi di una disfatta e quindi di una fuga via mare: "resta solo una possibilità: vincere e tornare a casa con le navi del nemico" disse ai suoi, sbigottiti dalla insolita decisione del loro condottiero.
E, in effetti, Cortès vinse sugli Aztechi e divenne El Conquistador. Più incerta, invece, è la sorte personale di Orazio Coclite che, secondo Polibio, una volta tagliato il ponte, si gettò nel Tevere per porsi in salvo ma vi affogò a causa del peso della corazza; secondo Tito Livio, invece, riuscì ad attraversare il fiume e a godersi la gratitudine dei romani.
Bene: queste memorie fra storia e leggenda mi si affacciano alla mente ogni volta che  ascolto il nostro Presidente del Consiglio parlare a noi suoi concittadini - in tempi recenti con crescente frequenza - delle nostre relazioni con l'Europa, di cui pure - almeno noi della mia generazione - ci sentiamo convintamente cittadini (starei per dire: non meno che cittadini Italiani): l'approccio mi pare - lo confesso - una miscela di semplificazioni populiste e valligiane; tali - temo - da porre in questione la futura sussistenza del "ponte" che ci lega al resto del nostro mondo, ma anche - immagino supponga il nostro Premier - da garantirgli un supplemento (ormai indispensabile per lui ) di popolarità interna, magari erosiva di quelle posizioni di cui lui "ruba" il linguaggio.
Certo, io che non ho raffinate sensibilità politiche, se sentissi il fascino di quelle semplificazioni o di quei valligianismi, mi domanderei perché "comprare" l'imitazione quando c'è a disposizione l'originale, che, fra l'altro, pare anche più genuino. Ma tant'è; quando viene il dubbio di riuscire a farcela, nella disperazione, tanto vale tagliarsi dietro i ponti aggiungendo una sega in più a quelle che già li stanno tagliando; o bruciarsi le navi alle spalle aggiungendo fuoco agli incendiari che già circolano.
L'importante è essere sicuri di farcela, come Cortès o come - forse - Orazio Coclite; e non aver ragione di temere la pesantezza della corazza. Perché sennò sono guai per tutti, per l"'eroe" e per i concittadini, soprattutto per quelli che, quel ponte, amavano attraversarlo spesso, almeno mentalmente, non foss’altro per evadere, ogni tanto, dai semplicismi e dagli orizzonti valligiani.
Roma 17 ottobre 2016


mercoledì 12 ottobre 2016

Populismo /2

Ri-pensamenti
(di Felice Celato)
Fin dai primi giorni della vita (felice) di questo blog, abbiamo ragionato insieme di populismo.  A distanza di più di cinque anni dalla prima riflessione in materia (Populismo, del 16.4.11), vale forse la pena di fare un punto critico di ciò che siamo venuti dicendo, tenendo in conto quanto nel tempo ci è capitato di osservare (o di leggere; forse ri-segnalo Del populismo - Indicazioni di lettura, di Franco Crispini, Pellegrini Editore, 2012).
In particolare, devo dire, mi hanno colpito – e in qualche modo suggerito questo ri-pensamento – due recenti articoli letti in questi giorni, che focalizzano peraltro due punti che – nel tempo – avevamo, almeno in parte, intravvisto anche noi. Il primo articolo è di Natalino Irti, sommo maestro del diritto civile e coltissimo intellettuale. Scrive dunque Irti (sul Corriere della Sera del 1° ottobre 2016): i risultati di quel metodo [quello secondo il quale, in democrazia, il modus decidendi si fonda sul consenso della maggioranza] possono esser discussi, sottoposti a critiche nette e severe, ma non liquidati come aberrazioni collettive, deviazioni da una razionalità custodita dai soccombenti; dunque (come dicevamo, magari più aspramente, in Roma e Torino, post del 20.6 u.s.), il populismo come esasperazione, sia pure demolatrica e moralistica, di principi politici ai quali siamo pur sempre (io con scettica moderazione) affezionati.
Dal canto suo, l’altro giorno il direttore de il Foglio, Claudio Cerasa, usa – per la prima volta, a mia memoria (Sette anni di bolla grillina, ne il Foglio del 10.10.16) – un concetto apparentemente “scandaloso”, parlando di egemonia [culturale, NdR] esercitata dal grillismo (“incarnazione” nazionale del populismo); “scandaloso” ma, a parer mio, non infondato e, anzi, dimostrato anche dalla dimensione del fenomeno della quale abbiamo più volte preso atto.
Certo, c'è di mezzo la straordinaria potenza "virale" dei media nel livellare verso il basso la qualità della cosiddetta “pubblica opinione”; c’è di mezzo una certa accomodazione mediatica alla caccia al consenso, qui inteso come audience e, quindi, come esigenza di arrivare all’attenzione di un target ansioso di ricevere messaggi coerenti con la ri-livellata  “pubblica opinione”; ma c'è anche, come dice Irti (ed è questo, forse, il cuore del suo articolo), il problema della crisi delle élites (gli illuminati o si fanno illuminanti o si spengono in irosa solitudine), di cui, del resto, parla anche De Rita da qualche tempo e, da ultimo, proprio sul Corriere della sera del 10 agosto 2016: “vedove” delle ideologie… e  incapaci di comprendere il contesto in cui…hanno operato; forse, aggiungerei io, impreparate a vivere in uno scenario globale che ne trascende le ottiche ma del quale hanno pensato di essere protagoniste, presumendo, però, di poterne selezionare gli effetti (tenendosi i graditi e bloccando i meno graditi). E c’è di mezzo, infine, anche la domanda di nuovo, fomentata dalla grave insoddisfazione del presente (ancora una volta: globalizzato), che viene macinata dai meccanismi democratici dell'era in internet e depositata con costanza nella percezione di tutti.
Del resto guardando al mondo, si realizza l’inequivocabile portata meta-nazionale del fenomeno: avete letto il discorso di Teresa May (leader dei Tories inglesi! E Premier dell'UK!)? O quelli di Trump (candidato alla presidenza degli Stati Uniti!) quando si allontana dalle tematiche più strettamente sessiste? O, per tornare da noi, avete mai fatto caso (sempre a proposito di egemonia culturale) alla sostanza dei messaggi con cui il nostro premier sorregge la riforma costituzionale o illustra le proprie idee o i propri provvedimenti? O a quelli, “eroici”, dei tardi nostri custodi della “Costituzione nata dalla Resistenza” che ne avversano il cambiamento?
Allora, bisogna fare i conti con questa “egemonia” e, magari, opporvisi in toto - se si ritiene che sia portatrice di sole negatività e che una strenua opposizione, senza pieno  supporto mediatico, abbia qualche probabilità di successo? O, forse, vale la pena di rassegnarsi ad essa, cercando almeno di osteggiarne le componenti più pericolose, sorvolando su quella più “fisiologicamente” democratica? Insomma e per dirlo con parole mie: è praticabile la separazione della componente "demolatrica" da quella dello strumento principe del cd populismo, quello che io considero in sé letale: la propalazione del semplicismo come programma politico e anche come approccio al “popolo”?
Come è facile notare, questo ri-pensamento (inteso come il tornare a riflettere) non ha prodotto risposte, ma domande e anche ansiosamente disordinate.
Roma 12 ottobre 2016 (Columbus day)


lunedì 10 ottobre 2016

Letture

Educarsi all’intelligenza
(di Felice Celato)
Qualche tempo fa, non ricordo dove, ho trovato citato un filosofo italiano di cultura cattolica (Emanuele Samek Lodovici) scomparso giovane nel 1981. La citazione comprendeva anche alcune argute osservazioni sull’intelligenza che mi hanno catturato nonostante io non sia avvezzo alle letture filosofiche. Sicché – potenza della rete! – sono riuscito a mettere le mani sul testo scritto a più mani da autori diversi per commemorare, appunto, Samek Lodovici (i cosiddetti, classici, “scritti in memoria”) e dal quale erano estratte le citazioni che mi avevano incuriosito. Del resto, il suggestivo titolo del libro (L’origine e la mèta, Ares 2015) evocava comunque temi che mi appassionano (l’homo religiosus – scrive il curatore e prefatore del volume Gabriele De Anna –….vede nella realtà e nella storia le tracce di un Principio trascendente che lo chiama a sé, cosicché la storia non è un processo che ha in sé stesso la sua spiegazione); ma, lo confesso senza vergogna, i contributi dei vari autori si sono rivelati, per lo più, troppo specialistici perché io potessi gustarli o appassionarmene. Invece, come mi aspettavo, mi ha molto colpito la trascrizione integrale della conferenza dalla quale erano tratte le citazioni che mi avevano attratto e tenuta da Samek Lodovici, proprio nell’anno della sua tragica scomparsa, ad un uditorio di giovani/giovanissimi. Il tema della conferenza era Educarsi all’”intelligenza” e il relatore lo tratta con piglio da educatore ma, secondo me, con grande acutezza, dettando alcune “regole in grado di propiziare l’intelligenza” che mi sono sembrate veramente azzeccate. Fra queste ne citerò alcune che trovo particolarmente “utili”e, lo confesso senza modestia, anche in linea con gli sforzi che facciamo quando “ragioniamo” insieme.
Anzitutto occorre accettare che l’intelligenza è un dovere, non è dunque facoltativa: dobbiamo essere intelligenti, ricordati che devi essere intelligente, che devi esercitare l’arte del sospetto, ricòrdati che non devi farti ingannare; e poi che devi educarti alla volontà di verità, [a] voler sapere come stanno le cose, [a] non accontentarsi di qualche pagina di giornale, o dei rimasugli eruttati da qualche mediocre, [a] fare il possibile per capire: e, inoltre, che ci educhiamo all’intelligenza quando capiamo che è non indifferente il linguaggio che usiamo.
Poi ci sono “le regole” che – per come le ho lette – mi sono parse il giusto "temperamento" di questi “doveri” all’intelligenza: noi non siamo non intelligenti quando sbagliamo ma siamo intelligenti quando rettifichiamo….partiamo sempre dall’idea che ad essere intelligenti siano gli altri e non noi….non prendiamoci troppo sul serio….perchè l’intelligenza da sola non basta. E infine: diventiamo intelligenti se ci esercitiamo a contemplare la morte, una delle cose che, più di tutte, può insegnarci a capire la vita che abbiamo e che stiamo vivendo.
Come vedete ce n’è abbastanza per restare abbarbicati alla nostra congiunta volontà di interrogarci....per discernere, per cercare di veder chiaro, nella confusione, forse non involontaria, che ci circonda.

Roma 10 ottobre 2016

giovedì 6 ottobre 2016

Chiariamoci

Vólano o volàno?
(di Felice Celato)
Me lo ripeto spesso, ma invano: la confusione di idee  che regna incontrastata in questo nostro povero paese non deve mettermi in agitazione, anzi direi meglio: non deve farmi infuriare! Addirittura spesso mi ripeto le poche parole di Santa Teresa d’Avila che so in spagnolo: Nada te turbe, nada te espante…todo se pasa, Dios no se muda. Ma, come dicevo, purtroppo è più forte di me: non riesco a convincermi che un paese che si proclama a gran voce “moderno” (o forse addirittura smart) possa sopravvivere a lungo in questo bailamme di parole incontrollate che danno luogo a opinioni scriteriate e quindi – secondo la ben nota sequenza, qui più volte citata – prima o poi a sentimenti pericolosi.
Che cosa ti fa infuriare, oggi? Domanderanno i miei pazienti lettori. Nel dibattito sulla imminente legge finanziaria (o come altro l'abbiamo chiamata per far credere ad una avvenuta riforma della sostanza) gli spunti sarebbero innumerevoli: e per questo tento di tenermi lontano dal correlato chiacchiericcio mediatico che come ogni anno annebbia le idee e consente gli scempi di sempre. Ma ce n'è uno che grida vendetta di fronte…..al dio Mercurio ed agli uomini (ragionanti): ma - secondo voi - abbiamo chiaro, in Italia, che vuol dire “investimento”? E gli stessi nostri politici ce l’hanno chiaro, il concetto?
Secondo me no. E la cosa si aggrava quando - come accade annualmente soprattutto in questi giorni d’autunno - si torna a parlare di investimenti pubblici come "voláno" per la ripresa (notate l'accento: le spese vólano, gli investimenti…..volàno, un accento ti cambia la vita, direbbe la pubblicità).
Dunque cerchiamo almeno di capirci fra noi, semplificando per quanto possibile: l’investimento è un esborso effettuato nell’assunto (ragionato) che esso (da solo o combinandosi con altri fattori) generi nel tempo incassi (nel caso dello Stato investitore, si può ben concedere, invece di incassi, benefici) superiori all’esborso stesso comprensivo degli interessi connessi al decorso del tempo, così da ripagarsi integralmente e da produrre anche un incremento della “ricchezza” disponibile. Sennò è una spesa, un costo, chiamatelo come volete ma non investimento!
Questo concetto molto semplice – non occorre aver studiato alla Columbia University per arrivare a capirlo – vale per le aziende, ovviamente, ma anche per lo Stato. E da esso discendono non marginali conseguenze in ordine alle modalità più opportune per finanziare questo esborso (cioè per trovare i fondi per sostenerlo, l’esborso): quindi – semplificando un po’, per amore di brevità – si direbbe: i costi si coprono con le entrate correnti, gli investimenti (anche) col debito.
Un’avvertenza prima di concludere: non è la finalità di una spesa a mutare la natura di un esborso, trasformandolo da spesa in investimento. Così le famose buche fatte scavare e poi ricoprire dagli operai per creare redditi e quindi stimolare l’economia, secondo il noto paradosso keynesiano, sono e restano emblematicamente inutili; e l’esborso per le paghe degli operai che prima le scavano e poi le ricoprono, pur potendo essere una spesa in certe circostanze opportuna – o addirittura benefica – e anche finanziabile a debito, non sarà mai un investimento. Non è una questione nominalistica; è invece rilevantissima quando si giudica della qualità di un singolo progetto o si deve scegliere fra più progetti.
Bene, se questi semplici concetti sono chiari, disponiamo ora di un criterio razionale per giudicare tante delle cose che si dicono o sono state dette per progetti passati, presenti o futuri (tutti ovviamente considerati “un investimento per il futuro del paese”), dall’Expo alle Olimpiadi di Torino 2006, alle mancate Olimpiadi romane del 2024, alla TAV, al mitico Ponte sullo Stretto, etc. E’ molto istruttivo, ogni tanto, verificare ex-post se gli attesi "ritorni"da progetti osannati come “investimenti” si sono poi nel concreto manifestati o se, invece, si sono rivelati  fondati su un fragile ottimismo, tanto da trasformare il progettato investimento in una spesa dagli effetti inevitabilmente effimeri.
Così mi parrebbe si debba ragionare e decidere in un paese moderno e civile; soprattutto in un paese che ha bisogno di convincere il mondo che chiede a prestito soldi dal mercato non per incrementare le sue spese ma per finanziare i suoi investimenti.

Roma 6 ottobre 2016