giovedì 9 luglio 2015

Senza parole


(di Felice Celato)
Senza una parola di commento, vi lascio il link di una delle cose più belle che mi sia capitato di leggere in questi tempi bui:

Roma, 9 luglio 2015

sabato 4 luglio 2015

5 luglio 2015

Così la democrazia muore: per abuso di se stessa. E prima che nel sangue, nel ridicolo.
(Platone, La repubblica, capitolo VIII)

Una data che sicuramente ricorderemo
(di Felice Celato)
Da tempo sono convinto che non sia saggio tirare le (ricchissime) somme “didattiche” delle vicende Greche (che sto seguendo attentamente, fors’anche per distrarmi in questi giorni di tutto dubitosi), prima che queste siano finite. E temo che il tempo delle conclusioni sia destinato ad allontanarsi, perché delle vicende Greche dovremo occuparci ancora a lungo, a prescindere dall’esito dello sciagurato referendum di domani.
Ma, francamente, proprio quest’ultima follia demolatrica e populista del Governo Greco mi induce ad anticipare una serie di conclusioni (provvisorie, come lo sono tutte quelle che l’uomo tenta di formulare) che provo ad allineare, prescindendo da ogni considerazione di natura economico-finanziaria sulle quali, del resto, si esercitano più o meno acutamente tutti i giornali nazionali ed internazionali che riesco a catturare sul tema (Corriere, Sole, WSJ, Les Ecos, Guardian, Ekatamirini, etc).
Quando in una contesa elettorale si “promettono” populisticamente agli elettori obbiettivi impossibili da conseguire contemporaneamente (WSJ) per la loro naturale contraddittorietà (cancellazione di debito e protezione dei depositi dei Greci, ripresa della spesa pubblica e permanenza nell’euro); quando si affronta un negoziato così delicato e difficile in forme spregiudicate e, talora, grossolanamente inidonee a conseguire un qualche risultato, in tempi accettabili e mantenendo al proprio paese il rispetto internazionale che anche la Grecia sicuramente merita; quando si convoca il demos per esprimere un parere su una materia tanto complessa e tecnicamente delicata (le richieste dei creditori, contenute in un documento che fino a qualche giorno fa – leggo sull’edizione in inglese del giornale greco Ekatamirini – non era ancora stato tradotto in greco); quando si suscitano ingovernabili turbamenti nei cittadini, avviando il proprio sistema bancario verso la più classica ed ovvia delle fughe dai depositi; quando si spaccia un “imbroglio” come il referendum (il termine “imbroglio” non è mio ma di Ekatamirini) per vera democrazia; quando tutte queste cose vengono messe insieme senza considerare la crisi di fiducia reciproca che da esse non può che derivare ad un’opinione pubblica provata, scossa ed incompetente, non può che altamente dubitarsi degli esiti di questo esperimento demolatrico che attende i poveri Greci domani.
I giornali (Corriere, Sole e WSJ) hanno messo in fila gli interventi che il salvataggio della Grecia ha imposto in questi anni come pure il disperdimento dei buoni risultati che, già alla fine dell’anno scorso, cominciavano a maturare come altrove sono maturati in occasioni simili; e non è il caso di ritornarci qui.
Vale forse invece la pena di porsi una domanda e formulare un invito all’osservazione. La domanda: ha senso che i destini dell’Europa e della sua moneta (perché in buona parte di questo stiamo parlando!) dipendano da quello che capiscono gli elettori greci (chessò, l’albergatore di Mikonos, il pescatore di Santorini, l’operatore turistico di Atene, lo scaricatore di porto di Salonicco o il pensionato greco isolano o continentale, etc) di una trattativa che è ancora oscura agli specialisti; e che questa decisione, da maturare in 7 giorni, possa condizionare le future imposte di tutti gli altri paesi creditori, che non votano sulla permanenza della Grecia nell’Euro? L’invito all’osservazione: quali dei nostri sudati politici si affannano per difendere l’esperimento demolatrico in corso in Grecia? Osserviamoli, attentamente.
Certo, su questo sfondo di clamorosi errori del Paese ma più ancora del suo Governo, non saranno certo mancati dall’altra parte errori, e anche gravi, magari tutti riconducibili allo stesso male che affligge la Grecia: una clamorosa assenza  di leadership politica, in un caso (quello dei creditori) per la confusione istituzionale e, talora, per la mancanza di vision che ha caratterizzato il tavolo delle trattative; nell’altro (quello Greco) per l’inadeguatezza dei negoziatori e per la base populistica del loro consenso.
Vedremo, domani sera; certo il 5 luglio 2015 sarà un giorno di cui si parlerà a lungo, in bene (speriamo) o in male (temiamo).
Roma 4 luglio 2015
PS: un amico greco col quale ho scambiato queste opinioni mi ha dato torto su quasi tutto, tranne sulle colpe dei creditori, che – mi pare di capire – devono continuare a pagare e tacere.



sabato 27 giugno 2015

Capitale sociale e "fioretti"

Un antidoto contro lo sfarinamento?
(di Felice Celato)
Un lettore abituale di questo blog (non proprio un follower ma comunque un amico) mi ha fatto una scherzosa osservazione: “verità, perdono e ora anche buon esempio (post Tempi lunghi, del 18 scorso); a quando la prescrizione di fioretti?”
Lì per lì ci ho sorriso; ma poi ci ho riflettuto e un’idea di un utile fioretto mi è venuta, parlando con una gentilissima tassista.
Racconto l’episodio: di solito utilizzo le (per me) inevitabili conversazioni coi tassisti per esplorare l’andamento dell’economia: la domanda di trasporto taxi è, secondo me, un utile indicatore empirico di come va l’economia, come lo sarebbe, per esempio, il numero di camion che percorrono l’autostrada o il consumo di elettricità. E poi i tassisti sono spesso assai più saggi di come li si pensa. Ma stavolta, non so perché, la gentile tassista ha portato la conversazione su una sua “disgrazia”: un figlio reso inabile da una vaccinazione degenerata in gravi lesioni cerebrali. Una vera tragedia; che però la tassista commentava prendendosela con al lobby delle case farmaceutiche che spingono per vaccinazioni inutili, anzi dannose.
Mi sono detto (fra me e me): ma 30/40 anni fa, se ci fosse, malauguratamente, toccata una disgrazia del genere, ci sarebbe venuto in mente di pensare di essere vittima di una lobby delle case farmaceutiche produttrici di vaccini?
Confesso che le mie letture sul “capitale sociale” (vedasi il post sopra citato) si stanno rivelando molto deludenti: non mi pare che dal grande dibattito fra economisti, sociologi e politologi, emerga un concetto univoco e temo che alla fine delle letture dovrò rassegnarmi a questa evidenza, forse per colpa degli economisti con le loro manie di “misurazione”; e purtuttavia a me pare di averlo chiaro, questo concetto, del resto accennato anche dal Papa Emerito nella sua monumentale enciclica Caritas in Veritate (“quell’insieme di relazioni di fiducia, di affidabilità, di rispetto delle regole, indispensabili ad ogni convivenza civile”, CV, 32)
Ecco, l’opinione della gentile tassista (con tutto il rispetto che la sua esperienza impone) è proprio la dimostrazione di questo sfarinamento del nostro capitale sociale cui, inconsapevolmente o surrettiziamente, progressivamente o scivolosamente, diamo il nostro consenso ogni giorno, senza avere piena coscienza della sua pervasiva distruttività. Anche la produzione di vaccini – della quale è difficile contestare i benefici effetti sul vivere umano – ci appare allora avvolta in una nube tossica di intenti perversi.
E il fioretto che il mio amico temeva, eccolo qua: proviamo tenacemente a vivere come se il prossimo sia degno di fiducia fino a prova contraria, invece che come se il prossimo sia degno di ogni sospetto e sfiducia sino a prova inconfutabile della sua innocenza.
Lo so, è difficile; persino un umile mendicante che chiede l’elemosina sulla porta di una chiesa mi ha fregato, facendomi credere ad un suo urgente bisogno che non aveva (e non nascondo che mi ha fatto molta rabbia, perché non ho dato retta a chi mi suggeriva di diffidare); né mi piace dipingermi irenico ed ingenuo come di certo non sono, per età e per natura ("etnica"? dicono che i marchigiani siano diffidenti...)
Ma, credo, questo fioretto che sfida l’ironia di un amico, potrebbe essere un esercizio civile che protegge il capitale sociale. E che, forse, fa anche bene, da subito, alla nostra dubbiosa esistenza.
Roma 27 giugno 2015


venerdì 19 giugno 2015

Stupi-diario geniale

Impegni programmatici
(di Felice Celato)

Ho appreso che, nel 1950, un tale Domingo Tortorelli partecipò alle elezioni presidenziali Uruguayane con un programma che prevedeva, fra l’altro:
  • fontane che erogano latte ad ogni angolo delle strade;
  • giornata lavorativa di 15 minuti; e, soprattutto,
  • un’autostrada fra Montevideo e Rivera in lieve discesa (per favorire l’economia di carburante) ma in entrambe le direzioni.

Confesso che il terzo “impegno programmatico” mi è risultato ad un tempo geniale ed inusitato: di una tale idea non avevo mai sentito parlare, alle altre per la verità ci siamo più avvezzi, anche da noi. (Preciso che l’articolo del WSJ sul quale ho trovato questa buffa notizia, riguardava la Grecia, della quale parleremo – magari seriamente – a vicenda conclusa)

Pare, però, che il buon Tortorelli abbia raccolto solo 38 voti; in Uruguay, però! Forse da noi gli sarebbe andata meglio, almeno oggi!
Roma, 19 giugno 2015

giovedì 18 giugno 2015

Tempi lunghi


The advantage of humankind of being able to trust one another, penetrates into every crevice and cranny of human life (J.S. Mill, 1848)
Nonostante
(di Felice Celato)
Sto effettuando letture su un tema che da qualche tempo mi aiuta a riflettere sulle ragioni del nostro presente. Il tema è quello del capitale sociale: ovviamente non mi riferisco al concetto giuridico-finanziario di capitale sociale come mezzi propri di un’impresa costituita in forma societaria (del quale dovrei – dico  dovrei – sapere tutto o quasi e che, comunque, qui non interesserebbe  nessuno) ma ad un concetto sociologico, peraltro tuttora poco univoco, che – provvisoriamente – indicherò citando due autori recenti che se ne sono occupati e che ne usano una nozione sufficientemente concorde (cfr. Economia cognitiva e capitale sociale, di Gianluca Palma, Abelbooks, 2014): Robert Putnam per capitale sociale intende le relazioni, le norme e la fiducia che permettono agli individui di agire congiuntamente e in modo più efficace per il conseguimento di un obbiettivo comune.  Per Francis Fukuyama il capitale sociale consiste nelle aspettative che si presentano in una comunità d’un comportamento regolare, onesto e cooperativo, basato su norme comunemente condivise da parte di altri membri della comunità. [….] Queste comunità non richiedono una diffusa regolazione contrattuale delle loro relazioni, in quanto un precedente consenso morale conferisce ai membri del gruppo una base di reciproca fiducia.
Bene. Così provvisoriamente inteso il concetto di capitale sociale (magari ci tornerò sopra a valle delle letture che mi sono programmato), mi sorge una domanda che vorrei trasferire a voi lettori di queste righe (abbozzerò poi una mia risposta che, anch’essa, mi pare provvisoria): quanto ne sussiste ancora, in Italia, di questo capitale sociale? E quanto ne abbiamo consumato negli ultimi 30/40 anni? Esiste ancora, in una dimensione almeno meta-familiare, un patrimonio di fiducia reciproca su cui imbastire il conseguimento di un obbiettivo comune?
Dovessi giudicare dal dibattito politico o dallo strato di rapporti di natura civile o imprenditoriale che mi capita di coltivare per ragioni di lavoro, dovrei dire che il capitale sociale della nostra comunità mi pare largamente consumato o, per dirla con De Rita, quanto meno diventato inagito: esiste invece un senso di diffidenza istituzionale o, anche, semplicemente, un mistrust civile, fatto di rancorosa incertezza, del presente (del diritto, per esempio) e del futuro, nella quale si consuma inutilmente ogni residua energia sociale e si consolida progressivamente la deflazione persino delle aspettative individuali e collettive (Rapp. Censis 2014, cfr. il post Il capitale inagito, del 5 12 14).
D’altra parte non posso e non voglio negare la necessaria fiducia nell’esistenza di una parte resiliente che – quando si affranca dalla semplice e sterile negazione, direi volontaristica, del degrado – si abbarbica, ostinata, al dovere di un agire fiducioso e tenace, sotto il segno di un avverbio coraggioso: nonostante. E anche di questo strato sociologico, per la verità e per fortuna, non mi mancano le esperienze concrete, sia personali che lavorative; delle quali però non posso nemmeno tacere il peso minoritario. In fondo, mi pare, è come se nella nostra società si sia determinata una polarizzazione delle reazioni al presente, senza peraltro che (mi) sia chiaro il fundamentum divisionis: da un lato, un prevalente, scettico mistrust, tutt’al più temperato all’interno di circuiti che vivono di se stessi (Censis, 2014); dall’altro, una minoritaria resistenza, aggrappata al nonostante. Due mondi separati e, in mezzo, una terra di nessuno, pascolo per le forze della disgregazione.
Ecco, secondo me, la scommessa sul futuro si gioca tutta – oltreché su verità e perdono, come da tempo vado ingenuamente dicendo – sul credito che può meritare la parte resiliente, se vogliamo, sulla forza espansiva del nonostante, sulla sua capacità di ricostituire il capitale sociale consunto e di renderlo di nuovo agibile; una volta si sarebbe detto sulla forza del buon esempio. Certo occorre tempo per ribaltare le attuali proporzioni fra mistrust e resilienza, un tempo che si misura col metro delle generazioni (che, poi, non a caso, è il metro dei cambiamenti culturali). De Rita vede in questa “ricucitura” il ruolo della politica dei prossimi anni. Speriamo che abbia ragione, nonostante le apparenze.

Roma, 18 giugno 2014